| Torquato
Tasso
Poeta italiano (Sorrento, 1544 Roma, 1 595). Vissuto nel secondo Cinquecento, Tasso sarà sentito come affine da Goethe e da Leopardi per l'inquietudine interiore riflessa sia nella poesia sia nella vicenda biografica. La critica è solita considerarlo il poeta italiano che meglio sintetizza gli umori e le contraddizioni di un'epoca di trapasso dalla cultura rinascimentale a quella della Controriforma. «Per la grandezza solitaria nella quale si colloca l'opera del Tasso nella seconda metà del secolo», scrive Ettore Bonora, «in essa si è voluto vedere riflesso e quasi riassunto il momento storico che va dall'estremo fulgore del Rinascimento all'età barocca». L'infanzia Torquato nasce da Porzia de' Rossi di nobile famiglia toscana, e da Bernardo, segretario del principe Ferrante Sanseverino, letterato di corte e autore di alcuni poemi cavallereschi come l'Amadigi di Gaula ( 1560) e Floridante ( 1587), poi concluso dal figlio stesso. L'infanzia del poeta è influenzata dai continui spostamenti del padre, che è al seguito di Sanseverino e ne condivide le alterne fortune politiche. Quando Torquato nasce, Bernardo è in Piemonte, da dove ritorna l'anno seguente trasferendo la famiglia da Sorrento a Salerno, che deve però lasciare poco dopo, perché Sanseverino entra in contrasto col viceré don Pedro di Toledo ed è esiliato. Da allora la famiglia Tasso resterà divisa. Prima Torquato vive con la madre e la sorella Cornelia a Napoli, dove è iniziato agli studi umanistici da don Giovanni Angeluccio, poi se ne separa, intorno ai dieci anni, per raggiungere a Roma il padre, che si occupa direttamente della sua educazione e di quella del cugino Cristoforo. Ma nel febbraio del 1556 muore a Napoli la madre, e ciò colpisce profondamente Torquato, che più tardi, nell'incompiuta canzone al Metauro, vedrà in queste vicende il presagio del suo destino infelice («Ohimè! dal dì che pria / trassi l'aure vitali e i lumi apersi / in questa luce a me non mai serena, / fui de l'ingiusta e ria / trastullo e segno, e di sua man soffersi / piaghe che lunga età risalda a pena»). L'esordio poetico Qualche mese dopo, lo Stato pontificio è invaso dal duca d'Alba, e Bernardo, costretto a fuggire come ribelle, manda Torquato a Bergamo con l'Angeluccio facendosi raggiungere l'anno dopo dal figlio alla corte di Urbino, dove entra in contatto con letterati famosi, ospiti del duca. Nel 1559 il poeta è col padre a Venezia e nel 1560 inizia all'università di Padova gli studi di diritto, che tuttavia non segue, preferendovi la frequentazione delle biblioteche o di letterati come Sperone Speroni (1500-88) e poi l'iscrizione a filosofia. Negli stessi anni, appena sedicenne, inizia l'attività poetica. Dopo il Libro primo del Gierusalemme (1559-61), che anticipa il tema del capolavoro e resta inconcluso, compone alcuni sonetti accolti in opere miscellanee e, nel 1561 un piccolo canzoniere d'amore dedicato a una dama della duchessa d'Este. Nel 1562, incoraggiato dal padre e da altri letterati, scrive il suo primo poema cavalleresco compiuto, il Rinaldo, pubblicato nello stesso anno. Comune ai due poemi è l'assenza del conflitto fra sogni di gloria e tormento interiore, tipico delle opere mature. Nel Gierusalemme, in particolare, che già svolge la materia della Gerusalemme liberata e contiene una descrizione della città poi quasi integralmente ripresa, dominano l'idea della perfetta concordia che unisce i crociati, l'intento politico di celebrare un momento storico glorioso per la cristianità, l'abbandono al motivo epico riflessi nel tono squillante dei versi. Col Rinaldo, Tasso passa invece al meno impegnativo romanzo cavalleresco, che porta in primo piano le vicende avventurose e amorose. Egli si propone di mediare fra il gusto ariostesco e il poema omerico e virgiliano, di modello aristotelico. Ma gli mancano la passione di Ariosto per l'intreccio narrativo, e la capacità di cogliere con distaccata ironia i risvolti riposti e contraddittori della vicenda umana, sicché le migliori qualità del poema, spesso risolto in una successione abbastanza meccanica di avvenimenti o trovate narrative, consiste in una certa freschezza e in una prorompente vitalità. Tasso prosegue intanto gli studi universitari, spostandosi col padre prima alla corte dei Gonzaga di Mantova poi a Bologna, che deve lasciare affrettatamente nel 1564 perché sospettato come autore di una satira contro i professori e gli studenti dell'ateneo, infine ancora a Padova, dove frequenta l'Accademia degli Eterei, fondatavi da Scipione Gonzaga. Di qui va spesso a Mantova, dove s'innamora di Laura Peperara, che ispira alcune delle più felici fra le Rime. Il periodo ferrarese Conclusi gli studi, Tasso entra a servizio del cardinale Luigi d'Este e si stabilisce definitivamente alla corte di Ferrara senza interrompere i rapporti con Padova e con Mantova, meta di frequenti viaggi. In questi anni relativamente sereni, per quanto funestati dalla morte del padre (1569), prende anche a rielaborare il Gierusalemme e definisce la sua concezione del poema epico nei Discorsi dell'arte poetica (1565-66). Si tratta di un'opera fondamentale per comprendere la poetica di Tasso e il prevalere di quella visione «grave» e severa della poesia che riflette lo spirito della Controriforma e che sarà alla base del suo maggior poema. Essa segna il distacco dal gusto ariostesco e del Rinascimento, con cui ancora cercavano di mediare le opere giovanili, e manifesta viceversa quel proposito di educare anche col ricorso all'enfatizzazione del «vero» storico e col «meraviglioso verosimile» che sarà poi proprio del barocco. Il poema eroico è concepito da Tasso, più o meno alla maniera dei trattatisti dell'epoca, come imitazione «d'azione illustre, grande e perfetta tutta; narrando con altissimo verso, a fine di muovere gli animi colla meraviglia, e di giovare in questa guisa»: una definizione «nella quale confluivano», come osserva Petronio, «tante tendenze del poeta e della sua età: il senso e il culto di una "gravità" che escludesse ogni argomento men che grande e severo; la tendenza, che già affiorava, verso il "nuovo" e il "meraviglioso"; il moralismo e il didatticismo posti a base dell'arte». Ciò si traduce in una costruzione narrativa rigida e unitaria, che impedisca al poema di risolversi in una libera e fantastica successione di avventure come avveniva in Ariosto, ma senza ridursi a nuda cronaca e dando spazio alla fantasia «attraverso il meraviglioso magico e cristiano» (Petronio): «qui si leggano ordinanze d'eserciti», scrive Tasso, «qui battaglie... qui descrizioni di fame e di sete... là si trovino concili celesti e infernali... là incanti, là opere di crudeltà, di audacia... là avvenimenti d'amore, or felici, or infelici... ma che nondimeno uno sia il poema, che tanta varietà di materia contenga, una la forma e la favola sua [...] sì che, una sola parte o tolta via o mutata di sito, il tutto ruini». Nel 1570, Tasso segue in Francia il cardinale d'Este, che lascia l'anno successivo per recarsi a Roma, dove cerca inutilmente di entrare tra i familiari del cardinale Ippolito II d'Este. Indi torna a Ferrara, dove è assunto alla corte del duca Alfonso II, il quale, come avrà a scrivere più tardi il poeta, «da le tenebre de la mia bassa fortuna a la luce e a la riputazione de la corte m'innalzò [...] sollevandomi da' disagi, in vita assai comoda mi collocò [...] pose in pregio le cose mie con l'udirle spesso e volentieri, e con l'onorar me de la mensa e del conversare; né da lui mi fu mai negata grazia alcuna che io gli richiedessi». Questo periodo singolarmente felice è anche quello più intenso dal punto di vista creativo per il poeta che, nel frattempo, si reca al seguito del duca a Roma (1573) e Venezia (1574), ricevendo continui stimoli alla sua attività dalla stessa vita di corte. Nel 1573 compone l'Aminta, che inaugura il genere del dramma pastorale ed è da alcuni ritenuta la sua opera migliore, subito dopo intraprende la tragedia Galealto re di Norvegia, interrotta al secondo atto. Nel 1575 conclude la Gerusalemme liberata, cui dà il titolo di Goffredo, e inizia la tormentata revisione dell'opera (continuata fino alla morte), anche sulla scorta di discussioni con numerosi letterati ai quali ha fatto conoscere il poema e delle quali danno testimonianza, in questo stesso periodo, le Lettere poetiche. L'«Aminta» L'Aminta, composta e messa in scena occasionalmente, per una festa di corte, si rifà al genere dell'egloga drammatica, a lieto fine, entrata in voga negli ultimi decenni, e che Tasso cerca di ricondurre nell'ambito delle regole aristoteliche facendone un dramma in cinque atti con unità di tempo e di luogo. Esile è la trama, imperniata sull'amore del giovane pastore Aminta per la ninfa Silvia. Seguace di Diana e dedita solo alla caccia, Silvia respinge Aminta, nonostante gli sforzi del suo amico Tirsi e della ninfa Dafne d'intercedere per lui. Solo quando la falsa notizia che Silvia è stata sbranata dai lupi spinge Aminta al suicidio (fortunosamente fallito), la ninfa si commuove e si riconosce innamorata. Un regolare matrimonio, in armonia col clima della Controriforma, consacra il legame fra i due giovani. Ma in contrasto con tale adesione ai canoni morali o a quelli aristotelici emerge dall'operetta il polemico vagheggiamento di una mitica età dell'oro nella quale per gli uomini «in libertate avvezzi» vige solo la legge del piacere («s'ei piace, ei lice»). In questa ripresa di motivi rinascimentali e profani, sviluppati anche attraverso la polemica contro aspetti della vita di corte o di città e la celebrazione della bucolica vita agreste, sta la maggiore novità Europa e imporrà un nuovo genere, ripreso in Italia dal Pastor fido (1580-83, pubblicato nel 1590) del francese Battista Guarini (1538-1612). Altrettanto nuovo e indicativo dello spirito tassesco, quale si ritrova nelle rime, è il «tono psicologico dellamore, che [ ] è un nodo strettissimo di ingenuità e di sensualità, di schiettezza e di civetteria, sicché una punta di artificio è anche nei momenti di più sincero abbandono» (Petronio). La «Gerusalemme liberata» Conflitti ideologici, spirituali e di sensibilità, motivi epici e amorosi, intenzioni religiose e profane, sintrecciano in modo assai più complesso nella Gerusalemme liberata, composta da Tasso nellarco di dieci anni, rielaborando il primitivo testo giovanile del Gierusalemme e riflettendovi la concezione del poema epico già teorizzato nei Discorsi. Il poema, dedicato ad Alfonso II dEste, attinge le informazioni dagli storici delle crociate, in particolare Guglielmo di Tiro, e canta la prima crociata, bandita da Urbano II, iniziata nel 1096 e conclusa nel 1099 con la presa di Gerusalemme, trasformata in un regno feudale sotto Goffredo di Buglione che assume il titolo di «difensore del Santo Sepolcro». Tasso limita la narrazione agli ultimi tre o quattro mesi della crociata, che immagina durata non tre, ma sei anni. Lazione del poema inizia quindi nel «sesto» anno, quando i crociati divisi da ambizioni egoistiche e dimentichi dellalta impresa per cui sono venuti in oriente sono radunati e infiammati di nuovo ardore da Goffredo di Buglione eletto loro comandante per guidarli nellespugnazione di Gerusalemme. Segue il lungo assedio, durante il quale si succedono numerosi episodi che testimoniano leroismo dei difensori da un lato e (re Aladino, Clorinda, Argante, Solimano), dei cristiani dallaltro (come Tancredi e Rinaldo, capostipite degli Estensi. A rendere più drammatico e incerto lo scontro concorrono le potenze celesti e infernali, le quali ultime soprattutto cercano di deviare i cavalieri cristiani dal loro nobile scopo seminando discordia o tentandoli con suggestioni peccaminose. La siccità e un incantesimo del mago Ismeno e dei diavoli sulla selva da cui viene tratto il legname per le macchine da guerra rendono più critica la situazione dellesercito crociato. Ma Rinaldo liberato dalla passione peccaminosa che lo lega ad Armida confessatosi e purificatosi rompe l'incantesimo della selva rendendo possibile l'assalto decisivo. Distrutto anche un esercito egiziano intervenuto in appoggio ai pagani i cristiani espugnano Gerusalemme e liberano il Santo Sepolcro. L'intento di Tasso è sottolineato dallo stesso argomento scelto dalla sua attualità in un'epoca che vede i cattolici aspramente impegnati sia contro l'eresia protestante sia contro l'avanzata dei Turchi sconfitti proprio in quegli anni con la battaglia di Lepanto (1571). A differenza di Arioslo egli non tratta una materia epico-cavalleresca leggendaria quasi «un deposito di belle invenzioni da rimaneggiare a piacere ma una storia "vera" e seria che [...] doveva esaltare il credente per quella lotta che narrava fra fedeli e infedeli e quel trionfo finale della Croce di Cristo» (Petronio). E accanto al motivo religioso che attraversa tutto il poema vi è la concezione severa della vita come eroismo e come ricerca di «gloria» che è un'aspirazione tormentosa del poeta. Ma questo stesso motivo è spia di una tensione e di un conflitto che se accentuano la distanza rispetto alla sorridente e ironica visione ariostesca sono anche lontani da ogni sereno o ascetico «distacco» dal mondo. Per un lato questa dimensione profana trova espressione nello spazio dato all'elemento fantastico o meraviglioso che Tasso aveva già teorizzato come componente del poema eroico. Per altro verso si traduce nel conflitto fra desideri passioni attaccamenti terreni o una concezione voluttuosa dell'amore e l'idea della vita come corsa affannosa e inutile segnata dalla vanità di tutte le cose umane. Questo conflitto che sarà all'origine della successiva crisi religiosa del poeta e del suo tentativo di rivedere il poema per liberarlo da scorie profane sembra tuttavia qui placarsi in un'accettazione della guerra della vita e della morte come necessità dolorose ma inevitabili e modo per adempiere a un alto dovere. «Nascono così» nota Petronio «le morti di Clorinda con il suo pathos morbido e di Argante con quella sua ferocia tutta intrisa di malinconia [...] nascono soprattutto quelle figure di cavalieri completamente nuovi [...] gravi e pensosi [...] che combattono come se compissero un dovere che non cercano ma subiscono l'avventura che ucciso il nemico ringraziano devotamente Iddio che sono veramente lo specchio di una società diversa da quella del primo Cinquecento e il segno di idealità nuove». La crisi religiosa e psichica La Gerusalemme non rappresenta solo il culmine della poesia di Tasso ma un decisivo punto di svolta nella sua esistenza. La revisione dell'opera in vista della sua pubblicazione è infatti all'origine di una crisi religiosa cui si accompagnano presto inquietanti sintomi di squilibrio psichico. Criticato dai più chiusi esponenti della Controriforma come il cardinale Antoniano che lo invita a sopprimere versi o interi episodi di carattere troppo profano perché possono «offendere gli orecchi de' pii religiosi» Tasso si reca nel giugno del 1575 a Bologna per sottoporsi all'esame dell'Inquisitore venendone temporaneamente tranquillizzato. Ma gli scrupoli di coscienza non hanno fine benché continui la vita di corte godendo della protezione del duca che lo nomina lettore di geometria e poi storiografo ducale (1576) e metta in scena nel 1577 a Comacchio durante il carnevale anche una commedia. Qualche mese dopo mentre conversa con la duchessa d'Este si crede spiato da un servo e lo aggredisce armato di coltello. È il primo segno di squilibrio mentale del poeta, che viene messo sotto custodia nel castello ducale poi presso un convento e infine ancora nel castello da cui fugge travestito iniziando una inquieta peregrinazione per varie parti d'Italia. Accolto con affetto dalla sorella a Sorrento poi dal duca di Urbino, torna nel 1579 a Ferrara mentre si stanno preparando le nozze di Alfonso II con Margherita Gonzaga. Ma qui esplode in invettive e minacce venendo internato all'ospedale di Sant'Anna e messo alla catena come pazzo. Da questo momento mentre cresce la sua fama - appaiono le prime edizioni della Gerusalemme liberata, pubblicata con questo titolo nel 1580 da Angelo Ingegneri, e viene data alle stampe l'Aminta (1581) - Tasso alterna momenti di follia a momenti di lucidità. Già dal 1580 tuttavia può godere di maggiore libertà e torna all'attività letteraria scrivendo oltre a molte lettere varie Rime, i Dialoghi (quasi tutti del 1585) e una Apologia... in difesa della Gerusalemme ( 1585) in cui difende contro le critiche dei cruscanti le scelte linguistiche del poema ossia il distacco dalla lingua ariostesca e il recupero di forme latine o dantesche conformi alla sua concezione alta e solenne del poema eroico . Le «Rime» e i «Dialoghi» Le Rime, composte nelle più varie circostanze durante tutto l'arco della vita sono estremamente varie e diseguali per argomento e qualità poetica. Si va da quelle d'occasione di tipo encomiastico e galante in cui si riflette il gusto del tempo a liriche amorose che fondono «l'eleganza petrarchesca [...] certo raffinato spiritualismo degli stilnovisti e insieme la morbida sensualità di Anacreonte» (Bonora) a quelle d'ispirazione religiosa o autobiografica prevalenti col sopravvenire della crisi religiosa e della follia. Molti critici rilevano come predominino in questa produzione il gioco ingegnoso l'eloquenza l'abbandono alla vena melodica che raggiunge esiti particolarmente felici in alcuni madrigali, più che l'intimità del canto poetico; mentre anche le poesie più intensamente sofferte, scritte durante la reclusione, inclinano non a toni tragici, ma elegiaci e dolenti. Legata all'esigenza di chiarificare sul piano teorico il senso della sua opera poetica è invece l'ampia produzione in prosa, fra cui spiccano da un lato le circa millesettecento lettere, e dall'altro i ventotto Dialoghi scritti dal 1578 al 1595, ma per la maggior parte, come si è detto, nel 1585. In questo genere, teorizzato in Dell'Arte del dialogo e ritenuto «quasi mezzo tra il poeta e il dialettico», Tasso trasfonde una visione poetica della realtà insieme all'intento di giustificare sul piano filosofico la sua poesia. All'esigenza di fondere questi elementi risponde la scelta di imitare Platone, cui appunto risale l'uso del «dialogo», piuttosto che ricorrere al «trattato» di tipo aristotelico o modellato su Cicerone e Seneca. Ma nuoce all'efficacia letteraria di queste prose, che trattano le più varie questioni letterarie, estetiche, politiche o morali, la preoccupazione aridamente argomentativa o erudita, che impedisce frequentemente «di atteggiare gl'interlocutori a veri e propri "personaggi"» (Petronio), sicché le pagine più riuscite sono quelle dove più intensa è la partecipazione sentimentale di Tasso (Il padre di famiglia) o dove, come nel Messaggiero, anziché esporre teorie, «delineò figure uscite dai suoi sogni o evocò paesaggi e momenti cari alla sua memoria poetica» (Bonora). Dal «Torrismondo» alla «Gerusalemme conquistata» Nel 1586 Tasso può riavere la libertà a lungo invocata, grazie a Vincenzo Gonzaga, principe di Mantova, che ottiene di poter portare il poeta alla sua corte. Qui, nonostante sia afflitto da varie malattie e periodicamente ripreso dalla sua «frenesia», trascorre due anni abbastanza sereni, curando l'edizione dei suoi scritti, concludendo il Floridante del padre Bernardo e la tragedia interrotta, Galealto, che pubblica nel 1587 col titolo Il re Torrismondo. Ma l'opera, d'impianto macchinoso, «non si eleva di molto sul teatro tragico del suo tempo» (Bonora), anche se alcuni hanno voluto vedere nell'ambientazione nordica l'anticipazione di una sensibilità preromantica, e «le note che suonano più alte, se pur frammentariamente », sempre secondo Bonora, «sono quelle che s'ispirano al sentimento dell'infelicità umana e del potere invincibile del fato» riflettendo la dolorosa esperienza biografica dell'autore. Subito dopo egli lascia Mantova per recarsi a Bergamo, poi a Napoli (1588), dove è chiamato anche da una causa contro i parenti per l'eredità materna che si trascina fino alla vigilia della morte, infine a Firenze (1590), dove è stipendiato dai Medici. Ma gli anni più fecondi sono quelli trascorsi di nuovo a Napoli, ospite del principe Matteo di Capua (1591), e a Roma (1592-93). In questo periodo, mentre compone altre opere minori, rime o poemetti rimasti incompiuti, conclude la revisione del poema, apparsa col titolo di Gerusalemme conquistata (1593), rielabora in senso analogo i Discorsi dell'arte poetica, che ripubblica col titolo Discorsi del poema eroico (1594), e scrive Il mondo creato (1592-94). I Discorsi riflettono quella concezione sempre più severa del poeta, assimilato al «teologo mistico», e della poesia come disvelamento delle «cose divine», che lo guida nel rifacimento del poema. A una Gerusalemme in cui sono ancora vivi i riferimenti alla realtà terrena e hanno spazio gli elementi fantastici e profani, Tasso intende contrapporne una «assai più simile a l'idea de la celeste Gerusalemme», come spiega nel Giudizio sovra la sua Gerusalemme da lui medesimo riformata. Qualche critico, pur rilevando i limiti di questo tentativo, che porta il poeta ad assumere «il compito dantesco di distribuire l'immortalità fra i contemporanei», a inserire con gusto cortigiano principi e nobili del tempo e a conferire maggiore gravità ai personaggi rimodellandoli sugli eroi omerici e allontanandosi dai modelli virgiliani, afferma che «l'esigenza di un poema più sensibile ai valori della fede, meno disposto a farsi portavoce dell'amore e della magia, rivela in Tasso un poeta nuovo, un poeta che dall'elegia all'idillio muove verso la tragedia» (M. Guglielminetti). Ma gran parte dei critici lo ritiene piuttosto un tentativo scolastico, in cui all'ispirazione poetica subentra un «ossequio scrupoloso al moralismo e al retoricismo imperanti» (Petronio). Analoghi intenti animano Il mondo creato (1592-94), la cui ultima revisione precede di poche settimane la morte dell'autore e che apparirà postumo nel 1607. Il poema, che imita quelli dei Padri della Chiesa sulla creazione, con l'ambizioso intento di comporre un'epopea cristiana, alterna alle descrizioni di tipo naturalistico momenti di riflessione religiosa e di preghiera. Ma le pagine più ricche di lirismo sono quelle in cui. si confessa «l'invincibile stanchezza» (Bonora) e «l'ansia di pace celeste» (Guglielminetti) che travagliano l'animo di Tasso. Intanto tramonta anche il suo sogno di essere incoronato poeta in Campidoglio. Al rinvio della cerimonia concorrono prima lo scarso successo della Conquistata, accolta con freddezza dai contemporanei, poi le sempre più precarie condizioni di salute. All'inizio dell'aprile del 1595 Tasso, presentendo ormai la fine imminente e desiderata, si fa trasportare al monastero di Sant'Onofrio sul Gianicolo, dove muore serenamente il 25 aprile, dopo aver comunicato le sue ultime volontà e ricevuto lassoluzione papale e i sacramenti. Fonte: Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo Informatica |