Nel
momento in cui le diverse tribù, aggregazioni e
popolazioni, trovarono le loro risorse economiche,
trovarono anche la loro identità culturale e militare.
Se questo avvenne nella parte finale dell'età del bronzo
(sec. XII-X a.C.), possiamo allora dire, che incontriamo
i nostri protagonisti, divisi o in fase di
specializzazione, nelle due grandi famiglie: i pastori e
gli agricoltori. Le caratte ristiche geografiche
porteranno in pianura gli agricoltori, e nelle fasce
preappenniniche i pastori, è quindi poi nel secolo VIII
a.C., che iniziamo ad incontrare le prime entità
militari di un certo rilievo.
Sono gli eserciti italici arcaici delle pianure (1000
a.C. - 650 a.C.), composti in maggioranza da agricoltori,
che saranno poi ricordati come appartenenti alla cultura
villanoviana, perchè i primi reperti furono ritrovati
negli scavi di Villanova, vicino a Bologna. Nel corso del
tempo le loro tattiche militari risentiranno
dell'influenza di Etruschi e Greci, ma fino all'800 a.C.
il loro esercito è composto in massima parte da fanti
armati di lancia, spada, scudo, elmo e pettorale in
bronzo e da piccoli gruppi di cavalieri, che utilizzavano
la cavalcatura come mezzo di trasporto rapido. Dopo l'800
a.C., nasce una fanteria più leggera, equipaggiata con
giavellotti, piccoli archi e fionde, con compiti di
schermaglia.
Sono i loro attrezzi agricoli o di lavoro, a trasformarsi
in armi, prima con la caccia e poi con la difesa del
territorio e delle proprie risorse economiche, come
mandrie e raccolti.
Il bastone del pastore diventa una lancia per la caccia e
la guerra, stesso discorso vale per tutti i coltelli per
scuoiare gli animali, o per vangare la terra,
trasformatesi in asce e spade, senza dimenticare l'arco,
che comunque non perderà mai la sua funzione venatoria,
senza mai assumere un'importanza rilevante nella panoplia
e nelle tattiche militari.
Nella storia militare degli eserciti arcaici, l'arco non
avrà una rilevanza fondamentale, si preferirà il
giavellotto, e come soluzione finale, lo scontro tra
fanti pesanti. Ne deduco che le ferite da freccia, non
fossero mortali, che per l'utilizzo dell'arco, ci fosse
bisogno di ottimi tiratori, addestrati fin da piccoli
oppure di una forza eccezionale per gli archi in bronzo
oppure per gli archi composti fatti in corno di animali,
ricordati nei poemi omerici.
ESERCITO ETRUSCO L'esercito della lega etrusca (600 a.C. - 280
a.C.) possedeva caratteristiche simili a quelle dei suoi
alleati, con uno stile oplitico, ed una organizzazione
militare in grado di contrastare la potenza di Siracusa
sullo stesso suolo siciliano. Non si hanno notizie
precise sulle origini del popolo etrusco, ma data la sua
perizia in campo navale, si può presupporre una
migrazione per via mare dal bacino Mediterraneo.
L'esercito etrusco era diviso in classi di censo, più si
era ricchi, più si aveva la possibilità di acquistare
armi e protezioni, e maggiore era l'entusiasmo con cui si
cercava di difendere i propri possedimenti, poichè chi
non aveva nulla, non avrebbe avuto voglia di difendere da
razzie o da invasioni nemiche, i beni dei propri vicini
più fortunati.
La prima classe era formata dagli opliti, fanti pesanti e
con maggior esperienza, la seconda classe era composta da
cittadini di ceto medio-alto, mentre una terza classe con
fanti peggio equipaggiati, concludeva la fanteria da
battaglia. Una quarta classe era formata da truppe
leggere, in genere mercenari o dai ceti bassi, a cui
venivano affidati i compiti di esplorazione,
ingaggiamento, logorazione, protezione dei fianchi. La
seconda e terza classe affiancavano gli opliti, ai quali
era riservato il compito di arginare falle o di sfruttare
il momento adatto per sfondare le schiere nemiche. Questa
struttura si differenziava da quella greca e decisamente
rivoluzionaria per quei tempi, infatti i romani la
copiarono di sana pianta, facendola loro.
Particolare interessante fu l'utilizzo della pratica
della devotio, un rito religioso, che impegnava il
guerriero che giurava prima della battaglia, ad immolarsi
sacrificando la propria vita pur di ottenere la vittoria.
Le cavallerie erano prive di staffe, e quindi ricoprivano
ruoli di fanteria montata, così come i carri etruschi,
che ebbero sempre una funzione di trasporto rapido dei
fanti pesanti, senza mai puntare ad una carica diretta.
I MACEDONI DI ALESSANDRO Questa spedizione comincia con una rassegna,
nella metà di maggio del 334a.c. allorchè nella pianura
di Arisba, si stava concentrando la truppa che avrebbe
dovuto battersi contro i pastori del Granico. In testa
gli squadroni della cavalleria, quindi i battaglioni di
fanteria, macedoni e alleati, i mercenari, le truppe
leggere, l'artiglieria, i carri degli equipaggiamenti, il
genio; infine la retroguardia. Più lontano, e in un
secondo momento, il lungo corteo dei non combattenti, il
cosidetto bagaglio e il personale di piacere.
Cavalleria. Prima di tutti, gli otto squadroni
territoriali (ilai) dei Compagni del Re (hetaroi),
l'antica guardia nobile del capo militare. Uno squadrone
conta duecentoventicinque cavalli fino al 330, quando
ognuno verrà suddiviso in due compagnie di centoventotto
cavalli. I Compagni, nel 334, sono corazzieri, armati di
una spada ricurva (kopis), di una corta picca o
chiaverina (xyston o dory), con un ferro di 30
centimetri, e protetti da un piccolo scudo rotondo di
metallo (pelta).
La cavalleria leggera è composta da cinque squadroni di
lancieri, cioè da 4 squadroni di battistrada macedoni e
traci (prodomi), e da uno squadrone della tribù dei
Peoni. Vengono più comunemente designati con il nome
lancieri (sarissophoroi), perchè vanno alla carica
impugnando a due mani una lancia (sarissa) di legno di
corniolo lunga dai 4 a 5 metri, con la lama e tallone
puntuto d'acciaio. In attesa che vengano creati, alla
maniera orientale (tra il 330 e il 328), corpi di arcieri
e di lanciatori di giavellotto a cavallo, guardiamo
sfilare i milleottocento cavalieri tessali e il piccolo
contigente degli altri cavalieri greci (600). E'
probabile che i cavalieri tessali impugnassero una lunga
picca e uno scudo rotondo largo due piedi. Per
sintetizzare: la cavalleria che in quella primavera del
334 risaliva verso il Granico si componeva di corazzieri,
lancieri, i cui punti essenziali di forza erano armamenti
e disciplina, una forza d'assalto che carica ai fianchi
l'avversario, lo scopre, lo aggira, lo disperde e lo
annienta in una spietata caccia all'uomo.
Falange macedone. Ciò che distingue la falange macedone,
vale a dire letteralmente il rullo, il randello che
schiaccia, dalle unità di fanterie greche, alleate della
Lega Ellenica o mercenarie è lo spirito che l'anima,
perchè i sei battaglioni della falange macedone
costituiscono una milizia nazionale attaccattissima alla
patria. Il fante non porta nè corazza di bronzo, nè
picca, nè ampio scudo con impugnatura, ma la spalla
sinistra protetta dal disco della pelta, che è larga
60cm. ed è appesa alla nuca, mentre hanno le braccia
libere per potere brandire la formidabile lancia chiamata
sarissa. Nel II secolo questa misurava 21 piedi, vale a
dire quasi 7 metri. La falange aveva otto file, le prime
quattro dovevano determinare l'urto, mentre le ultime
quattro file dondolavano obliquamente e verticalmente le
sarisse, con la punta in alto, spezzando in tal modo la
traiettoria dei proiettili provenienti dal nemico.
Corpi ausiliari e mercenari. Alcuni sono pesanti opliti
dal grande scudo e dalla picca corta. Altri sono peltasti
muniti di un leggero scudo di vimini (in greco, pelta)
ricoperto di cuoio. L'arma offensiva è il giavellotto,
adatta alle operazioni in cui ci si limita a incalzare
l'avversario. I peltasti sono attrezzati per la marcia,
la corsa o l'inseguimento, non per un'azione di
schiacciamento, che spetta al rullo della falange. Dopo
la battaglia di Isso, il re fa rivestire d'argento la
superficie del loro scudo rotondo, da allora verranno
chiamati gli Argiraspidi. Sono armati di picca e del
coltellaccio macedone ricurvo (kopis). Marciano subito
dopo la falange, di cui talvolta vengono considerati il
corpo scelto: sono la guardia a piedi, come l'agema è la
guardia a cavallo.
Gli arcieri cretesi sono stati reclutati in un'isola
celebre da un millennio per la qualità dei suoi archi
fatti di due corni di stambecco riuniti da una ghiera di
bronzo, per la mira infallibile dei suoi tiratori
esercitati fin da piccoli alla caccia e alle battute. Il
loro arco a curvatura doppia, come quello degli Sciti,
arriva a 200 metri di distanza e può rivaleggiare in
precisione con le migliori armi persiane, alte, quasi
dritte, di canna, di palma, di fibre di giunco rinforzate
di corno e di nervo. La corda di budello canta allo
scatto come la corda di una lira.
Lo stato maggiore macedone si deciderà a dare vita
intorno al 330 a corpi di arcieri a cavallo,
infinitamente più mobili dei Cretesi a piedi.
Dobbiamo ammettere che si sa ben poco dei frombolieri,
sappiamo soltanto che i migliori provenivano da Rodi e
che le loro palle più efficaci erano di piombo con
iscrizioni del tipo "prendi questa", li si
impegnava solo sotto la protezione degli arcieri e
servivano soprattutto per costringere il nemico a
esporsi. Quanto agli altri corpi ausiliari della fanteria
- Odrisi, Triballi, Illiri, reclutati nel corso delle
campagne, si sa poco. Sul campo di battaglia, lo slancio
di tutti questi mercenari stranieri, spesso collocati in
seconda linea, probabilmente rassomigliava piuttosto
all'irruzione sinistra dei ripulitori degli avvoltoi, con
il compito di finire i feriti, spogliare i morti e fare
prigionieri.
Agriani. Sono implicati in tutte le missioni difficili,
in tutti i colpi di mano, in tutti gli inseguimenti. Sono
sempre impegnati nelle prime file, perlopiù sull'ala
destra, quella che attacca e sfonda. Ci vengono
presentati come individui armati di due semplici
chiaverine, una sorta di dardi lunghi e sottili, con
punta di acciaio, concepiti come armi da lancio che
cadono a pioggia sul nemico, ma che possono anche
servire, all'occorenza, a infilzarlo a bruciapelo.
FLAVIO VEGEZIO Di Flavio Vegezio si sa pochissimo: visse
comunque tra la fine del IV e il principio del V sec.
d.C.; fu cristiano e alto funzionario alla corte
imperiale, ma non sembra che abbia servito nell'esercito.
L'opera EPITOME REI MILITARI fu composta probabilmente
tra il 384 e il 395 e dedicata all'imperatore Teodosio I
(379-395). Benché privo di esperienza militare, la sua
convinzione era che la decadenza dell'Impero avesse la
sua causa principale nella decadenza dell'esercito,
imbarbarito.
A parte la tesi centrale, il lavoro dipende molto dal
trattato sull'arte militare, perduto, di Frontino e,
sempre di questo autore, dagli STRATAGEMMI, nonché dal
DE DISCIPLINA MILITARI di Catone Censorio e dai lavori
simili di Cornelio Celso, Paterno e altri. Per il
carattere compilatorio, il libro di Vegezio fu molto
apprezzato nel Medioevo e vale soprattutto per l'idea,
che sempre rinasce in tempi difficili e di decadenza, del
ritorno alle antiche norme: un'idea alla quale si
aggrappò Machiavelli.
Al di là di questa tesi, Vegezio segna la svolta verso
la strategia medievale e moderna nella misura in cui le
forze armate diventano un bene economico, cioè raro e
prezioso. Egli influisce sull'arte della guerra medievale
attraverso l'esaltazione - che ricava dall'esperienza
romana - dell'addestramento: nel Medioevo, infatti, la
guerra sarà prevalentemente un'attività riservata
all'aristocrazia in grado di procurarsi armi e cavalli e
di dedicare molto tempo agli esercizi. Ma influisce anche
sull'arte della guerra dell'Evo Moderno nella misura in
cui predilige la manovra e la guerra d'usura rispetto
allo scontro e insiste implicitamente sull'importanza
dell'esercito di mestiere. Non a caso, fu l'autore
preferito del maresciallo Saxe che portò alle sue ultime
conseguenze questo tipo di guerra.
L'IMPERATORE MAURIZIO Lo Strategikon dell'imperatore bizantino
Maurizio (nato nel 539 regnò dal 582 fino al 602) fu
scritto verso l'anno 600 e insieme all'Arte della guerra
di Sun Tzu e all'Arthasastra di Kautilya rappresenta la
maggior elaborazione del pensiero strategico
dell'antichità e del Medioevo. L'impero bizantino offre
un campo di studi eccezionali per una struttura statale
fondata sulla multietnicità e per di più minacciata
dall'esterno: prima i barbari, poi gli arabi, infine i
turchi. Maurizio, nel riorganizzare l'esercito, fece
ricorso per il reclutamento a tutti i popoli dell'impero,
portando nella scelta un'attenzione di natura
etnografica. Eccovi un frammento dello Strategikon:
" Nell'ambito della strategia globale, l'esperienza
bizantina è fondamentale per la combinazione dello
strumento militare con quello diplomatico, portata fino
ai limiti della sottigliezza e dell'inganno. Con
Maurizio, che nella descrizione dei popoli e dei loro
costumi segue Cesare e Tacito, l'arte della guerra
occidentale in senso lato scopre la geopolitica, l'altro,
il diverso. Nell'ambito dell'impero bizantino, questo
tipo di analisi servirà soprattutto alla sopravvivenza,
all'arte di dividere i nemici e anche di convivere con
essi: la lezione sarà seguita soprattutto dall'impero
asburgico d'Austria.
In un ambito più generale si scopre in Maurizio
un'anticipazione dell'atteggiamento che assumeranno le
potenze coloniali europee (l'Inghilterra) quando
entreranno in contatto con i popoli dell'Asia e del Medio
Oriente. E Forzando un po' il pensiero di Maurizio si
potrebbe anche arrivare a individuare un atteggiamento di
superiorità culturale, anticipatore della
discriminazione razziale. C'è infine lo sforzo di
adattare la tattica ad un avversario che segue altre
regole, altre visioni della vita.
Gli uomini che appartengono alla razza dai capelli biondi
(Franchi, Longobardi e altri) danno grande importanza
alla libertà. Audaci e intrepidi in battaglia, sono
talmente arditi e impetuosi che considerano come un
disonore qualsiasi moto di paura, persino il minimo
accenno di ritirata. Possiedono un freddo disprezzo della
morte e combattono con ardore nel corpo a corpo, a
cavallo e a piedi. Se durante un'azione a cavallo si
trovano in difficoltà, ad un segnale convenuto in
anticipo smontano da cavallo e si allineano in un fronte
a piedi. Non rifiutano di combattere anche se si trovano
in pochi contro un gruppo numeroso di nemici. Sono armati
di scudi, lance e giavellotti corti che portano a
bandoliera. Preferiscono lo scontro a piedi e caricano
rapidamente. .... Sono impazienti rispetto agli ordini
dei capi. ... Disprezzano l'ordine, soprattutto se
combattono a cavallo. Sono avidi e li si può corrompere
con l'argento. ... E' facile portarli a rompere i ranghi
fingendo una fuga seguita da un brusco voltafaccia.
Nell'accampamento sono molto disordinati, e così
attaccandoli nottetempo con gli arcieri si infliggono
loro gravi perdite. "
URLO DI BATTAGLIA Descrivendo la battaglia di AQUAE SEXTIAE - Aix
en Provence (102 a.c.) , Plutarco ci racconta della
sorpresa provata da una Legione a reclutamento ligure
(composta interamente da AMBROLIGURI) che, scontrandosi
con una delle tribù galliche al seguito dell'orda
germanica (CIMBRI e TEUTONI), lanciò il proprio urlo di
battaglia: "AMBRONES" e si sentì rispondere
con lo stesso grido degli avversari, scoprendo così di
essere di fronte a dei lontani cugini originari della
stessa nazione celtica primitiva degli Ambroni.
Fu in questa terribile battaglia che CAIO MARIO arrestò
drammaticamente l'invasione della penisola italica
tentata dai barbari di occidente.
CAVALLERIA CATAFRATTA Il modo di combattere con uomini e cavalli
totalmente protetti da pesante armatura fu usanza
tipicamente orientale, nata nei deserti iranici.
Attaccando a massa, si veniva a creare una specie di
falange a cavallo, la cui capacità d'urto e di
sfondamento doveva essere notevolissima.
La cavalleria catafratta, formata dai CLIBANARII e
CATAPHRACTI, era armata della lunga lancia, il contus,
manovrata con ambedue le mani e costituiva l'elite delle
forze combattenti: la nobiltà feudale non conosceva
altro modo di battersi che questo. Su terreno piatto, non
rotto da avvallamenti o corsi d'acqua, ed in assenza di
una valida cavalleria avversaria, i catafratti erano
truppe temibili, perché la loro azione era troppo legata
a situazioni contingenti favorevoli, solamente a Carre
riuscirono a conseguire una netta vittoria sulle armo
romane.
I Roxolani erano un altro popolo che usava questa
metodologia di combattimento. Di origine S'armata, si
scontrarono contro le truppe di Traiano lanciate alla
conquista della Dacia: essi tuttavia, benché catafratti,
non impiegavano la lancia, ma combattevano con l'arco
composito.
I romani non costituirono grossi reparti di combattenti
catafratti, pur se ne mutuarono il modo di combattere per
alcuni contingenti speciali. Nacquero così in epoca
traianea l'Ala contariorum civium Romanorum, che aveva la
lancia partica come arma base, l'ALA I° GALLORUM ET
PANNONIORUM CATAPHRACTATA dislocata nel 159 d. C. in
Dacia ed impiegata contro S'armati ed Alani e l'ALA NOVA
FIRMA MILITARIA CATAFRACTARIA, presente in Arabia nel 244
ed impiegata contro Parti e Persiani.
WILLIAM WALLACE Una notte del 1286 Alessandro III, re degli
Scozzesi, uscì dal suo castello al ritorno da una notte
brava precipitò da una rupe e fu trovato con il collo
spezzato; l'unico erede diretto era una nipote ed Edoardo
re d'Inghilterra propose un matrimonio tra questa e suo
figlio, il Principe di Galles. Ma anche la giovane erede
andò incontro ad una morte prematura e a questo punto la
competizione per il trono degli Scozzesi era aperta.
Riconosciuta la superiorità militare e feudale di
Edoardo, i reggenti scozzesi gli consentirono di decidere
chi avrebbe governato la Scozia. Edoardo voleva dominare
la Scozia e se non poteva diventare re, avrebbe almeno
scelto il contendente più malleabile; scelse per questo
John Balliol come monarca fantoccio. Il vecchio Robert,
capo dei Bruce, passò la sua rivendicazione di famiglia
al figlio anch'egli di nome Robert - ed essi si
rfiutarono di rendere omaggio al nuovo re. Stanco del suo
ruolo umiliante di paravento per le ambizioni di Edoardo,
John Balliol rigettò l'alleanza con il re inglese e si
preparò per la guerra, ma Robert Bruce ignorò il suo
richiamo alle armi: era fedele a re Edoardo, e inoltre
ora sembrava che Balliol potesse essere spodestato in
favore delle rivendicazioni di Bruce. Sebbene fosse
coinvolto nelle guerre di Francia e Galles, Edoardo
cavalcò verso Nord con un esercito di cavalieri inglesi
e arcieri gallesi. A Dunbar, gli Inglesi dispersero gli
Scozzesi ed Edoardo ignorando le rivendicazioni di Bruce,
nominò un viceré inglese che regnasse sugli Scozzesi.
Ripresisi dalla guerra lampo di Edoardo, alcuni
condottieri scozzesi iniziarono a rivendicare la loro
dignità; spiccava tra questi William Wallace, di lingua
gaelica; uomo di basso ceto e definito da alcuni un
bandito, forse Wallace fu utilizzato da più potenti
aristocratici scozzesi per nascondere la loro ribellione,
affinché non divenisse evidente la loro infedeltà a
Edoardo.
Nella Cronaca di Lanercost Wallace è chiamato Willelmus
Wallensis, William il Gallese, forse in riferimento alla
sua lingua gaelica o al suo discendere dai Britanni di
Strathclyde. Assediato dagli Inglesi, nascosto nelle
foreste di Selkirk, Wallace radunò intorno a sé una
banda di guerrieri fuorilegge. Una sera fece una sortita
per vedere la sua amante, ma sorpreso da una pattuglia
inglese, si rifugiò nella casa della sua donna fuggendo
dalla porta posteriore. Gli inglesi beffati appiccarono
il fuoco alla casa e assassinarono l'amante di Wallace e
la sua famiglia. Allora il possente, irato guerriero
scozzese giurò vendetta. Non aveva tempo da perdere e
con i suoi seguaci catturò la pattuglia inglese e la
fece a pezzi. Questo colpo inferto agli Inglesi
incoraggiò molti aristocratici scozzesi ad alzare i loro
stendarti in segno di ribellione. Tra loro c'era Sir
William Douglas, l'ex comandante di Berwick e James
Stewart, uno dei maggiori proprietari terrieri scozzesi.
Re Edoardo sperava di sedare l'insurrezione tramite i
suoi alleati scozzesi e inviò Robet Bruce dalla sua base
a Carlisle per prendere il castello di Douglas, ma Robert
non era sicuro che questo ordine fosse giusto dato che
sua madre era celta e che i suoi profondi sentimenti per
la Scozia si opponevano fieramente alle alleanze
politiche della sua famiglia. Inoltre i Bruce erano già
stati altre volte allettati e usati con vaghe promesse
che Edoardo non aveva mantenuto; così, presso il
castello di Douglas, Robert prese la sua decisione:
avrebbe combatturo al fianco dei suoi compatrioti, non
contro di loro. Nel frattempo William Wallace lottava in
nome del re deposto, John Balliol, e preparava i suoi
soldati a uno scontro decisivo con gli invasori inglesi.
Nel 1297 re Edoardo, impegnato con la politica
continentale, inviò John de Warenne a dividere gli
Scozzesi. Wallace dispose i suoi uomini sulle colline
intorno a un ponte che attraversava il giume Forth a nord
di Syerling, ma non tutti gli scozzesi si sentivano
sicuri dell'esito della battaglia, così James Stewart
avvicinò il condottiero inglese con un'offerta di pace.
Warenne rifiutò e i suoi cavalieri iniziarono ad
avanzare lungo il ponte; quando metà degli inglesi fu
sul fiume Wallace attaccò: una parte dei suoi guerrieri
piombò sull'avanguardia inglese, mentre gli altri si
misero all'opera per abbattere il ponte. I cavalieri
inglesi si dibattevano nei campi impregnati d'acqua sulle
rive del fiume e i soldati scozzesi armati di lance ne
approfittarono per trafiggerli e disarcionarli da
cavallo; poi le asce scozzesi fecero a pezzi le maglie
delle armature inglesi. Con il ponte distrutto,
l'avanguardia inglese era isolata e i loro compagni sulla
sponda del fiume verso Sud potevano solo guardare gli
Scozzesi spazzare via i cavalieri circondati. Fra i morti
c'era Hugh de Cressingham, primo esattore del regime di
Edoardo in Scozia; il suo corpo fu scuoiato e con una
larga striscia della sua pelle dalla testa ai talloni
Wallace si fece una bandoliera per la spada. John de
Warenne e il resto degli Inglesi fuggì verso Berwick, ma
james Stewart lungo la strada si impadronì del convoglio
che trasportava i loro bagagli. Nella foresta di Selkirk,
William Wallace fu proclamato Guardiano del Regno di
Scozia e fatto cavaliere da Robert Bruce.
Il Conte di Carrick, cioè Bruce, aveva egli stesso
invitato gli uomini della sua tenuta e del Galloway ad
unirsi alla causa comune, ma doveva ancora incontrare gli
Inglesi in battaglia. Durante tutto il resto del 1297
Wallace saccheggiò le terre di confine con l'Inghilterra
per procurarsi grano e bestiame; questo capovolgimento
degli eventi strappò Edoardo alle sue avventure in
Europa ed egli trasferì il suo quartiere generale a
York; di lì avrebbe attaccato duramente gli Scozzesi: Si
fece appello agli obblighi feudali, vennero reclutati
balestrieri della Guascogna e arcieri gallesi, si radunò
una grande quantità di carri e navi e nell'estate del
1298, 2.500 cavalieri e 12.000 soldati marciarono sulla
Scozia. Gli Scozzesi si ritirarono dinanzi al potente
esercito, ma più gli inglesi avanzavano, più le loro
provviste iniziavano a scarseggiare perchè le loro navi
non portavano cibo, ma solo vino. Si accesero lotte tra i
Gallesi e gli Inglesi. Con la spedizione sull'orlo del
collasso, Edoardo all'improvviso si imbattè negli
Scozzesi: l'azione avrebbe avuto luogo sulle colline
vicino Falkirk. William Wallace temeva il numero di
cavalieri inglesi. Per affrontarli appostò i suoi
soldati armati di lance dietro il terreno paludoso, con i
boschi e il terreno scosceso che li proteggevano di lato.
Le lance degli Scozzesi erano lunghe picche ed essi, in
fitte formazioni a falange -gli schiltron- affrontavano
il nemico con una foresta di punte di ferro. davanti agli
uomini con le lance erano conficcati nel terreno dei pali
legati con corde. Gruppi di arcieri si radunavano tra gli
schiltron e i pochi cavalieri scozzesi aspettavano come
riserve, cercando di sfruttare qualsiasi breccia si
aprisse nello schieramento nemico. Re Edoardo comprese la
superiorità della sua cavalleria e la mandò all'assalto
nella prima ondata dell'attacco, ma i cavalli furono
ostacolati dalla natura paludosa del terreno; la maggior
parte dei cavalieri inglesi fece allora un ampio giro
verso destra o verso sinistra e aggirò la palude,
colpendo gli Scozzesi alle spalle. L'impeto della
battaglia disperse i cavalieri scozzesi e gli Inglesi
poterono infiltrarsi tra i soldati nemici. Gli archi
degli Scozzesi avevano poco potere di penetrazione tra le
maglie delle armature nemiche e presto anch'essi si
unirono ai cavalieri in rotta, ma i soldati scozzesi
armati di lance resistevano fermamente. I loro reticolati
di corde e pali facevano incespicare i cavalli e i
cavalieri precipitavano a terra mentre gli uomini d'arme
inglesi non riuscivano a infrangere la micidiale fila di
aste. Il Maestro dei Templari si gettò troppo
avventatamente contro quella foresta di lance, roteando
la spada, nella speranza di spezzarla con la sua forza
eccezionale, ma egli e cinque dei suoi seguaci restarono
impalati. In quel momento Edoardo e i suoi soldati
raggiunsero i cavalieri e arrestarono il loro attacco
precipitoso. Senza cavalieri o arcieri nemici a
incalzarlo, Edoardo schierò i suoi arcieri gallesi di
fronte agli schiltron scozzesi e una grandine di colpi si
rovesciò sui bersagli fissi. I coraggiosi Scozzesi
potevano solo sopportare, ma molti uomini caddero e si
aprirono dei vuoti nel temibile muro di lance. Fu allora
che Edoardo mandò i suoi guerrieri all'interno della
formazione infranta; con martelli da guerra, mazze e
spade, i guerrieri a cavallo fecero a pezzi i più deboli
Gaelici. William Wallace sfuggì all'eccidio, ma con la
disfatta del suo esercito il suo potere subì un
durissimo colpo. La vittoria di Edoardo a Falkirk non era
però completa perchè la campagna gli rimaneva ostile
mentre egli era disperatamente a corto di provviste, il
che lo costrinse a ritirarsi verso i confini. Da
Carlisle, inviò richieste di guerrieri per altre
campagne e la sua ossessione per la guerra rese i
bassopiani un campo di battaglia devastato. Fra gli
Scozzesi William Wallace tornò alle sue razzie poichè
non c'erano più ruoli importanti per lui. nel 1305 fu
tradito dai contadini demoralizzati e trascinato per le
strade di Londra, mezzo impiccato e mezzo squartato.
L'anno seguente Robert bruce eliminò il suo unico rivale
importante al trono scozzese e si fece incoronare col
nome di Robert I.
GLI USSITI Nè arcieri inglesi nè giannizzeri eran
riusciti a superare veramente la prassi guerresca
medievale. Ma nella terza decade del secolo XV assistiamo
nel cuor dell'Europa, in Boemia, a una nuova strana forma
di guerra, in cui la fanteria ha di nuovo la parte
principale. E quale fanteria? Non si tratta d'un corpo
scelto strettamente professionale, nè di mercenari a
lungo addestrati, e neppure di milizie comunali riunite
per contrade, ma di una vera leva in massa
rivoluzionaria, spinta da ardore patriottico e fanatismo
religioso, inquadrata e guidata da elementi della
nobiltà e dell'alta borghesia, nonchè da militari di
professione.
Tutte le armi son buone: picche, alberde, aste, falci,
spade da un lato, archi, balestre, armi da fuoco
dall'altro; e accanto a questa massa eterogenea, un certo
numero di guerrieri a cavallo.
In realtà, però, anche la forza di questi eserciti è,
nonstante la abituale superiorità numerica, soprattutto
difensiva. Essi cercano di accamparsi in posizione
favorevole, possibilmente su di un colle; chiudono
l'accampamento con quattro file di carri, scavano intorno
a questi una fossa, lasciando solo varchi per le sortite.
Così fortificati, aspettano l'attacco: accolgono il
nemico, affaticato a salire l'erta, con nembi di frecce e
scariche d'artiglieria, e quando lo vedono scosso e
disordinato, escono a furia, in massa, al contrattacco,
cavalieri e picchieri, arcieri e spadaccini, e lo pongono
in piena rotta.
Ma la forza degli Ussiti è troppo appoggiata alla
difensiva-controffensiva, e intrinsicamente incapace di
un'offensiva energica in campo aperto. E' un sistema di
guerra occasionale, che termina proprio collo sterminio
dei rivoluzionari più intransigenti e fanatici,
trascinati, alla battaglia di Lipau (1434), in campo
aperto fuori della barriera dei loro carri.
Insomma, neppure gli Ussiti hanno creato una vera
fanteria capace d'imporre la propria volontà a qualunque
avversario: la loro leva in massa, pur presentando come
tale un carattere che addirittura precorre i tempi
moderni, in realtà non è affatto in grado di rompere il
circolo chiuso della prassi guerresca medievale.
Piero Pieri
RAIMONDO MONTECUCCOLI Il principe Raimondo Montecuccoli nacque il 21
febbraio 1609 nel castello di Montecuccolo nell'appennino
modenese e morì a Linz il 16 ottobre 1680. Avviato dal
cardinale Alessandro d'Este agli studi ecclesiastici, li
abbandonò alla sua morte e sedicenne, si recò in
Germania dove si dedicò alla carriera delle armi sotto
la guida di un generale suo parente. Divampava allora la
Guerra dei Trent'Anni. Capitano nel 1631, entrò per
primo nella città di Neubrandenburg e ne consegnò le
chiavi a Tilly. Fu ferito nella battaglia di Lutzen (16
novembre 1632). A Wittstock (1636) compì imprese
eroiche.
Tre anni dopo fu fatto prigioniero degli Svedesi e
dovette aspettare tre anni per ottenere la libertà.
Dedicatosi agli studi durante la prigionia, compose il
TRATTATO DELLA GUERRA. Nominato maresciallo di campo, nel
1640 ebbe il comando di un esercito imperiale operante
nella Slesia e conquistò una rapida fama di stratega
costringendo gli Svedesi a ritirarsi in Pomerania.
Conclusa la Guerra dei Trent'Anni, viaggiò in Europa,
studiando e raccogliendo appunti che confluirono
nell'opera DELL'ARTE DELLA GUERRA. Nel 1657-58 fu
comandante in capo degli eserciti imperiali nella
campagna di Polonia e Danimarca contro gli Svedesi. Nel
1661 ebbe il grado di maresciallo di campo generale con
il quale comandò nel 1663-64 gli eserciti coalizzati
contro i Turchi che avevano invaso il territorio
ungherese. I successi di Luigi XIV lo richiamarono alle
armi. Morto il Turenne in battaglia il 27 luglio 1765,
Montecuccoli inseguì i Francesi demoralizzati e li
sconfisse 4 giorni dopo. Fu anche la sua ultima
battaglia. Carico d'onori, ma non immune da maldicenze,
visse ancora cinque anni.
I PANDURI Nell'Ungheria feudale, il servo armato dei
nobili boiari, prese il nome di panduro, costituendo
un'autentica guardia del corpo.
Durante i secoli 17° e 18° vennero denominati panduri,
speciali reparti di fanteria dell'esercito asburgico, il
cui reclutamento veniva fatto tra i contadini serbi e
romeni che abitavano le regioni meridionali del regno
d'Ungheria: famoso, per arditezza ma anche per crudeltà,
il corpo di panduri che organizzato e comandato da Franz
von der Trenck (1711-49), costituì tra il 1741 e il 1745
l'avanguardia dell'esercito imperiale durante la guerra
di successione austriaca.
Nel corso del sec. 19° i panduri vennero assorbiti,
perdendo ogni autonomia organizzativa e tattica, dai
reggimenti austriaci di guardia alla frontiera. Il nome
sopravvive oggi in senso figurato, soprattutto nelle
province ex ausburgiche, riferito a persona zotica e di
carattere duro.
EUGENIO DI SAVOIA Eugenio di Savoia, la cui madre, Olimpia Mancini
era nipote del cardinale Mazarino, fu allevato in
Francia, sotto la protezione di Luigi XIV, che ne voleva
fare un ecclesiastico. Lasciata la Francia in seguito al
rifiuto del re di dargli il comando di un reparto di
cavalleria, si pose al servizio dell'impero e già nel
1697, a 34 anni, era comandante supremo dell'intero
esercito.
Come tale l'11 settembre di quell'anno vinse la grande
battaglia di Zenta, che stroncò per sempre le mire
turche sull'Ungheria. Gran diplomatico, trattò la
susseguente pace di Carlowitz (1699), che pur lasciando
Belgrado ai turchi, confermava un accrescimento di
potenza dell'impero asburgico nei Balcani. Nel 1716
l'Impero entrava a fianco di Venezia in un conflitto
turco-veneto che durava da 1714. Eugenio, alla testa
dell'esercito imperiale, vinceva la battaglia di
Petervaradino (5 agosto 1716), catturava l'ultima
fortezza turca in Ungheria (Temesvar, ottobre 1716) e
finalmente, nel luglio 1717, poneva l'assedio a Belgrado.
Bloccata la città da ogni parte e ridotte al silenzio le
artiglierie turche, si mise ad attendere che i 25.000
uomini della guarnigione offrissero la resa ai suoi
70.000. Ma invece della resa arrivò un esercito turco di
soccorso, forte di oltre 150.000 unità, al comando del
gran visir Khalil Pascià.
Questi non osò attaccare subito, dando ad Eugenio la
possibilità di fronteggiarlo con un calcolato
schieramento difensivo. Nella notte fra il 14 e il 15
agosto veniva respinto il primo attacco ottomano e il 16,
mentre un distaccamento austriaco respingeva una sortita
degli assediati, Eugenio lanciava involontariamente la
cavalleria contro il campo dei giannizzeri. C'era nebbia
e i reparti a cavallo si trovarono sui turchi senza
volerlo. Il conte Ebergni che li comandava, ordinò di
caricare. I giannizzeri resistettero bene, finchè a
supporto dei cavalieri non avanzarono i fanti. Tra la
cavalleria e la fanteria, i turchi cercarono
l'infiltrazione, ma furono circondati e distrutti.
Intanto, il campo turco, da cui tuonavano 18 cannoni,
veniva preso d'assalto da 6.000 bavaresi. Il più era
fatto, ma Tartari e Spahis resistevano ancora. Eugenio
era nella mischia e riceveva la tredicesima ferita della
sua carriera. Travolte anche le ultime resistenze, il
principe, che aveva avuto fra i suoi, meno di 2.000 morti
contro circa 15.000 dei turchi, meditò su una possible
avanzata su Costantinopoli (che poi non ci fu). Belgrado,
infatti, non poteva più resistere. Il 21 agosto la
città gli apriva ufficialmente le porte.
GUERRE FRANCO-CANADESI Una caratteristica particolare delle guerre
coloniali dell'America del Nord (1754-1763) era
costituita dal fatto che bisognava affrontare i pericoli
e le fatiche di luoghi solitari e selvaggi prima ancora
che gli opposti eserciti si scontrassero nella mischia
sanguinosa. Una vasta cerchia di foreste, a prima vista
impenetrabili, separava i possedimenti delle provincie
ostili della Francia e dell'Inghilterra.
I coloni rotti alla fatica e gli europei abituati
all'esercizio e alla disciplina, che combattevano fianco
a fianco, trascorrevano spesso interi mesi a lottare
contro le rapide dei torrenti o per aprirsi in varco fra
le gole dei monti, nella ricerca di un'occasione che
permettesse loro di dare prova del loro coraggio in
battaglia.
Emulando la pazienza e l'abnegazione degli esperti
indigeni essi imparavano anche a superare ogni
difficoltà; e si sarebbe detto che col passare del tempo
non ci sarebbe più stato nei boschi recesso tanto oscuro
o rifugio così segreto e solitario che potessero
sfuggire alle incursioni di coloro che avevano impegnato
la loro vita per soddisfare un desiderio di vendetta o
per sostenere la fredda ed egoistica politica dei lontani
monarchi europei. In questo scenario di conflitti
sanguinosi, si svolse la guerra che Inghilterra e Francia
combatterono per disputarsi il possesso di un paese che
nessuna delle due era destinata a conservare.
J. F. Cooper
NAPOLEONE BONAPARTE Nel 1800 la rivoluzione era stata salvata dai
nemici esterni e salvaguardata in patria dalla reazione
conservatrice. Il giovane Bonaparte aveva superato tutti
i suoi rivali quanto a vittorie all'estero, infliggendo
per giunta un colpo decisivo all'estremismo interno con
il colpo di stato di brumaio, ovvero novembre del 1799.
Il potere politico e militare finì nelle sue mani,
com'era naturale, e tra il 1802 e il 1803 egli strinse
una difficile pace con i nemici della Francia - Austria,
Prussia, Russia, Gran Bretagna - per poi guidare di nuovo
le armate in altri dodici anni di ancor più estese
conquiste lampo: contro l'Austria nel 1805 e nel 1809 e
infine, con esiti disastrosi contro la Russia nel 1812.
Napoleone subì uno scacco netto soltanto in Spagna, dove
nel 1809-14 i suoi marescialli dovettero battersi contro
un corpo di spedizione britannico di ottima qualità al
comando di Wellington, appoggiato da un'attività di
guerriglia in tutto il paese e rifornito dalla Royal
Navy. La sua Grande Armée non era l'esercito
rivoluzionario: quantunque molti ufficiali e parte dei
soldati fossero i superstiti delle campagne epiche del
1793-96, era diventata uno strumento del potere statale
anzichè dell'ideologia.
Negli anni prima del 1807 la fanteria francese era
organizzata in reggimenti di linea ciascuno composto da
tre battaglioni da campagna e da un battaglione deposito,
la cavalleria in reggimenti di quattro squadroni, e
l'artiglieria in reggimenti formati da un numero
variabile di batterie. I Francesi usavano svariati tipi
di cannoni, che andavano dal piccolo 4 libbre al
massiccio 12 libbre, più un gran numero di obici da 140,
152, e 203 mm e, dopo il 1805-06, molti cannoni da 6
libbre catturati al nemico. La maggior parte delle
batterie ippotrainate francesi erano formate da sei pezzi
da 4 libbre (6 libbre nelle batterie della Guardia) e le
loro batterie di artiglieria a piedi da sei pezzi da 8
libbre e da due obici da 140 mm. Le batterie della
riserva erano fornite da 12 libbre e da obici da 203 mm.
La fanteria della Guardia Imperiale era organizzata in
due reggimenti, ciascuno di due battaglioni, di
granatieri e di chasseurs. I Granatieri a Cavallo della
Guardia, avevano quattro squadroni, i cacciatori cinque,
più l'annesso squadrone di mamelucchi portati da
Napoleone dall'Egitto. Nel 1805 l'esercito francese era
formato da 89 reggimenti di fanteria di linea e 26
reggimenti di fanteria leggera; 30 regimenti di dragoni,
12 di corazzieri, 2 di carabinieri, 10 di ussari e 24 di
cacciatori; 8 reggimenti di artiglieria a piedi e 6
reggimenti di artiglieria ippotrainata ognuno dei quali
su 22 batterie; più gli zappatori e tutti gli altri
servizi di sostegno.
L'anno successivo la Guardia venne ingrandita con
l'aggiunta dei Dragoni dell'Imperatrice e di un
reggimento di artiglieria a cavallo. Negli anni seguenti
alla Guardia vennero fatte parecchie aggiunte, tra cui la
formazione di un secondo reggimento di granatieri a piedi
e di chasseurs, e la creazione della Guardia Giovane e
Media. Un reggimento di lancieri polacchi di Berg vennero
aggiunti all'organico della cavalleria della Guardia,
mentre un reggimento di artiglieria a piedi della Guardia
venne istituito nel 1808, in origine solamente costituito
da quattro batterie di pezzi da 12 libbre e da obici da
203 mm. Ulteriori cambiamenti avvennero durante il 1810
ed il 1811, che portarono l'esercito francese alle
seguenti dimensioni a partire dal 1812: 105 reggimenti di
fanteria di linea e 33 di leggera; 14 regimenti di
corazzieri, 2 di carabinieri, 24 di dragoni, 13 di
ussari, 28 reggimenti di chasseurs e 7 di lancieri più
la precedente artiglieria.
Un terzo reggimento di granatieri (olandese) oltre a
lancieri olandesi e lituani e quattro ulteriori batterie
di artiglieria a piedi vennero aggiunte alla Guardia. I
ranghi della Guovane Guardia vennero aumentati fino a
comprendere 12 reggimenti. Dopo la disastrosa ritirata di
Mosca l'esercito francese non fu mai più lo stesso e
quando Napoleone tornò dall'Elba, all'inizio dei centi
giorni era in grado di mettere in campo 90 battaglioni di
fanteria oltre ad un sostegno di cavalleria ed
artiglieria.
I DRAGONI I dragoni furono dapprima soltanto fanti montati
su cavalli per celerità di spostamento; successivamente
furono addestrati a combattere sia a piedi sia a cavallo
per passare poi definitivamente, nel sec. XVII, a far
parte della cavalleria.
L'origine dei dragoni sembra trovarsi in quegli
archibugieri a cavallo creati in Italia agli inizi del
sec. XV e introdotti in Francia nel secolo successivo.
Veri e propri reggimenti di dragoni si ebbero soltanto
con Luigi XIV. Tutti gli eserciti europei ne seguirono
poi l'esempio.
Il nome rimase unicamente per tradizione. L'esercito
italiano ebbe due reggimenti di cavalleria derivanti da
antichi reggimenti di dragoni: "Nizza
Cavalleria" e "Genova Cavalleria".
I dragoni erano una cavalleria media, cioè a metà tra
la cavalleria pesante (carabinieri, corazzieri) e quella
leggera (ussari, cacciatori, ecc.), il loro compito da
fanteria a cavallo, si trasformò col tempo ed in realtà
venivano utilizzati ovunque si rendesse necessario,
quindi sia come esploratori che come cavalleria da
battaglia.
IL GENERALE LEE Robert H. Lee, è da considerarsi uno dei più
grandi condottieri della storia militare, al pari di
Cesare, Scipione e Napoleone, come loro anche lui ha
avuto dei momenti esaltanti, dove la strategia militare
è salita in cattedra, frammisti a lati oscuri, Generale
statunitense (Stratford, Virginia, 1807 - Lexington,
Virg., 1870). Diplomatosi a West Point (1829), nel 1846
partecipò valorosamente alla guerra messicana col grado
di capitano. Divenuto colonnello, fu nominato
sovrintendente di West Point.
Personalmente contrario alla schiavitù e convinto dei
vantaggi che l'Unione offriva a tutti gli Americani, dopo
la proclamazione della secessione fu tuttavia indotto
dalla lealtà verso il popolo della Virginia a dimettersi
dall'esercito federale. Allo scoppio delle ostilità fu
dapprima consigliere militare del presidente J. Davis;
nel 1862 assunse il comando dell'esercito della Virginia.
Intraprese le campagne del Maryland (1862-63) riportando
numerose vittorie, finché la superiorità dei nordisti
non lo costrinse alla resa, ad Appomattox il 9 aprile
1865. Dopo la guerra si dedicò al Washington College di
Lexington, di cui era stato nominato presidente.
ESERCITO BRITANNICO L'Esercito Imperiale Britannico della regina
Vittoria, nel periodo 1878-1884, era una piccola forza
volontaria rigidamente organizzata e molto disciplinata.
Il soldato semplice si arruolava per un servizio attivo
di dodici anni, ed era pagato, come base, uno scellino al
giorno: lo scellino della Regina.
Un duro sistema di addestramento e disciplina
assicuravano che il soldato semplice avrebbe eseguito
bene la sola funzione che ci si aspettava da lui:
resistere, come un muro d'acciaio, a qualsiasi cosa gli
si gettasse contro. Egli non era incoraggiato ad agire o
pensare indipendentemente, ed ogni cosa veniva fatta
secondo il libro (il regolamento).
La spina dorsale di quest'esercito era come sempre
costituita dai sottufficiali (caporali e sergenti). Sia
gli ufficiali che soldati dipendevano dalla capacità,
giudizio e devozione al dovere di questi militari
professionisti, che erano di un genere tutto loro, e
piuttosto intimidatorio. I sottufficiali erano il legame
vitale tra gli ufficiali e gli uomini nell'esercito
vittoriano. Il corpo degli ufficiali traeva i suoi uomini
dalle classi dominanti la Gran Bretagna; in gran parte
era costituito dai figli di uomini politici, nobili,
clero, funzionari pubblici, e altri ufficiali.
Fino al 1871, gli ufficiali potevano comprarsi il grado e
le promozioni, indipendentemente dall'addestra-mento o
dall'esperienza. Confrontato con quello di altri eserciti
dello stesso periodo, per esempio il Prussiano,
l'ufficiale britannico era poco professionale, poco
addestrato e fortemente manchevole in fatto di esperienza
militare. Sul campo, tuttavia, la sua intuitiva capacità
di comando, del tipo seguitemi!, e il coraggio snobistico
e quasi fanatico erano molto efficaci, e, per certi
versi, leggendari. La combinazione di sottufficiali
veterani e di ranghi disciplinati, stoici e resistenti
garantivano quasi sempre il successo contro forze
preponderanti in situazioni spaventose.
ZULU La guerra tra la Gran Bretagna e la nazione Zulu
scoppiò in Sud Africa nel 1879. L'esercito zulu era uno
dei più efficienti, ben organizzati, esperti e capaci
eserciti non europei esistenti alla fine del XIX secolo.
Da una piccola tribù indigena, o clan, che nel 1778
esercitava un controllo su soltanto 1.200 miglia quadrate
circa, gli Zulu arrivarono , nel 1870, a controllare
un'area di 144.000 miglia quadrate. Allo scoppio della
guerra, probabilmente 50.000 guerrieri Zulu erano sotto
le armi.
L'esercito zulu era organizzato in specifiche unità:
compagnie, reggimenti, e persino corpi, tutti con i loro
appropriati comandanti, e tutti basati, in modo elastico,
sulle classi d'età. Una forma di coscrizione forniva
nuovi guerrieri per l'esercito.
Una forma di coscrizione forniva nuovi guerrieri per
l'esercito. Il singolo guerriero in battaglia era
temerario, e ispirato da un solo obiettivo: raggiungere
il nemico fino a poter fare buon uso della sua lancia
corta a punta larga, la Iklwa.
Egli portava anche un certo numero di lance più leggere,
da getto, chiamate Ingicawe, che venivano lanciate da
corta distanza, poco prima di contattare il nemico. In
combinazione con le lance da punta e da getto (chiamate
genericamente Assegai dagli Europei), il guerriero Zulu
portava anche il suo leggendario scudo ovale di cuoio,
alto da 80 a 110 cm. Un'ampia gamma di mazze di legno -
lo Knobkerrie o Iwisa - fatte con il legno più duro e
pesante che fosse disponibile completavano
l'impressionate panoplia d'armi da combattimento di
questi guerrieri.
Tatticamente l'esercito zulu era molto più avanzato
della maggior parte delle altre forze indigene. La sua
usuale formazione d'attacco, e sempre attaccava, era
chiamata formazione a bestia cornuta. Consisteva di
quattro componenti tattici: il petto, cioè il corpo
principale, che lanciava un attacco frontale; le due
corna, o i fianchi, che si aprivano a ventaglio e
cercavano di accerchiare il nemico; e i lombi, o riserva,
che veniva posizionata dietro il petto e rivolto con la
schiena al nemico, a disposizione per rafforzare
eventuali vuoti nell'attacco principale. I guerrieri
erano ben addestrati, e fisicamente in grado di mantenere
formazioni serrate anche tra rocce e terreno accidentato,
ad una velocità sorprendente.
Gli Zulu erano maestri nel mascheramento, e nell'usare il
terreno e la mimetizzazione per nascondere grossi
concentramenti di guerrieri. Erano anche molto abili
nello strisciare e nelle imboscate. Queste capacità
naturali si dimostrarono tra le loro migliori armi. Le
cariche degli Zulu solitamente arrivavano al bersaglio, a
meno che una potenza di fuoco superiore non li
costringesse a terra, o perdite eccessive obbligassero i
loro capi a richiamare l'attacco per raggruppare le forze
e ritentare. Una volta a contatto dell'avversario, i
guerrieri Zulu potevano normalmente travolgere i loro
avversari europei nella mischia.
Sotto il comando del loro Re, Cetshwayo, e di comandanti
come Dabulamanzi, Matiyiya, Tshingwayo, Somopo e
Melhokazulu, l'esercito zulu per la numerosità,
l'abilità ed il coraggio è stato probabilmente la più
formidabile forza indigena mai affrontata dai soldati
vittoriani.
SECONDA GUERRA AFGANA Nel 1878, i Britannici furono coinvolti nella
Seconda Guerra Afgana sulla frontiera nord-occidentale
dell'India. Questa frontiera correva lungo il confine con
l'Afghanistan, e includeva molti stati Indiani ed aree
tribali. La zona era popolata principalmente da Pathans,
una razza di guerrieri estremamente indipendenti e
feroci, considerati da molti la più coraggiosa, astuta e
sfrenata delle tribù delle colline.
Guidati da capi come Musa Khan, Shere Ali, Yakub Khan,
Mohammed Yan e Ayub Khan, i Pathans erano una forza
locale con cui fare i conti. Essendo per loro natura
guerrieri e montanari, i Pathans erano nemici pericolosi
e abili nel combattimento difensivo in fortificazioni
rocciose. Un fanatico coraggio li distingueva nel
combattimento ravvicinato con le spade. Erano inoltre
esperti tiratori a lunga distanza, armati con fucili ad
avancarica, con pietra focaia e canna rigata, chiamati
Jezail.
La loro tattica di base consisteva nell'occupare terreni
elevati, e poi tenere sotto il fuoco di cecchini, i
Britannici, mentre questi avanzavano lentamente. Come i
Britannici si preparavano all'attacco finale alla
baionetta, i Pathans si ritiravano su terreno ancora più
alto. Se i Britannici si ritiravano, i Pathans scendevano
correndo dalle rocce e li inseguivano, cercando di
falciare gli isolati ed i feriti. I Pathans restavano su
terreni elevati ogni volta che fosse possibile temendo la
cavalleria Britannica stazionata nelle pianure.
I Pathans erano organizzati in clans, almeno la metà
equipaggiati con fucili a pietra focaia, mentre il resto
con spade. Un insieme di clans formava una tribù, quelle
più importanti possedevano qualche vecchio pezzo di
artiglieria ed aliquote di cavalleria. Poche informazioni
abbiamo sulle loro bandiere, salvo che portavano
stendardi rossi.
EGIZIANI Nel 1882, l'Egitto era sotto il Doppio Controllo
della Gran Bretagna e della Francia, e tutte le cariche
superiori di governo erano tenute da stranieri, o non
Egiziani. Un ufficiale egiziano, Ahmed Bey Arabi, sentì
che era giunto il momento di una riforma, e che gli
Egiziani governassero l'Egitto. Egli guidò una rivolta,
coronata dal successo, e depose il governo esistente. A
sua volta, una forza Britannica al comando di Sir Garnet
Wolseley fu inviata in Egitto per restaurare il governo.
L'esercito egiziano, al comando di Arabi Pasha, armato
soprattutto con fucili a canna rigata a retrocarica
Remington, e con alcuni pezzi d'artiglieria a retrocarica
Krupp, avrebbe potuto essere un pericoloso strumento di
guerra. I singoli soldati, sia locali, sia i battaglioni
di neri sudanesi del sud, avevano delle qualità di
combattimento naturali indigene, ed esperienza di guerra.
Di fatto, alla battaglia di Tel El Kebir, la prima ondata
di attacco dei duri Highlanders scozzesi fu in effetti
respinta dalle ostinate e combattive truppe sudanesi, che
difendevano i trinceramenti egiziani, però gli ufficiali
egiziani erano marci di incompetenza militare e diatribe
politiche. Se avesse avuto un migliore e più ispirato
comando, l'esercito egiziano del 1882 avrebbe potuto
essere un avversario alla pari per i Britannici.
BOERI Due colonie indipendenti in Sud Africa, lo Stato
Libero dell'Orange e il Transvaal, dove si erano
insediati coloni di origini olandesi e francesi ugonotte,
furono il luogo d'azione di una breve ma sanguinosa
guerra dal dicembre 1880 al marzo 1881, scaturita dal
desiderio Britannico di annettere questi territori.
L'uomo della frontiera Boero era assai rozzo e frugale,
un cacciatore indipendente, abile e autosufficiente, e
allo stesso tempo un superbo cavaliere e un tiratore
micidiale. Anche se era decisamente un individualista,
quand'era minacciato si univa rapidamente ai suoi vicini
in gruppi di leva locale chiamati Commandos.
Questa unità, tratte da un dato distretto elettorale,
erano formate da tutti gli adulti maschi abbastanza
vecchi da cavalcare e sparare. Questi distretti erano
ulteriormente suddivisi in circoscrizioni comandati da
Field-Coronets, e le circoscrizioni erano suddivise in
caporalati.
Sebbene incorporato in una organizzazione paramilitare,
il Boero rimaneva un individualista ed era tanto rapido a
raggiungere il proprio commandos quanto a distaccarsene,
se lo scoramento o l'esigenza familiare, o il semplice
impulso personale lo richiedeva. Egli aveva persino la
libertà di combattere o no in una data situazione, e
poteva tornare a casa se lo riteneva necessario!! Tutti i
comandanti erano eletti dal loro gruppo, e potevano
essere rapidamente sostituiti se non agivano secondo il
consenso generale.
Il Boero funziona principalmente come fante montato.
Sebbene armati con un fucile a canna rigata
(Westley-Richards) inferiore nella velocità di
caricamento e nella portata al Martini-Henry dei soldati
Britannici, e sebbene non avessero artiglieria, i Boeri
sotto il comando di capi naturali come i generali Piet
Joubert, Paul Kruger, Piet Cronje, e i comandanti Smidt e
Ferreira, fecero ottimo uso dei loro vantaggi naturali
dati dalla mobilità, dalla mira e dall'imprevedibilità.
ITALIANI IN AFRICA Gli Italiani fin dall'inizio della loro impresa
d'Africa, puntarono sulle forze indigene, prima affidando
la scorta dei convogli e del postribolo locale, ai
Basci-Buzuk (teste matte), e poi con l'organizzazione di
orde mobili, con compiti di ordine pubblico e polizia
interna.
Nel 1889 questo corpo di indigeni venne sciolto, pur
mantenendo una riserva interna fino alle soglie del primo
novecento. Oltre ai basci-buzuk, si cercarono di
reclutare bande nere, mercenari al soldo degli italiani,
che in una continua altalena, disertavano e riprendevano
servizio, a seconda del momento e dei loro interessi.
La fanteria regolare italiana (Alpini, Bersaglieri,
Fanteria d'Africa), pur avendo un buon volume di fuoco,
pativa il clima e tutto sommato, era inferiore, rispetto
ai battaglioni Ascari con ufficiali italiani. Lo era da
un punto di vista numerico, perché i battaglioni Ascari
contavano circa 950 uomini, mentre i battaglioni italiani
erano intorno ai 450.
La cavalleria italiana era composta da Penne di Falco
(squadroni Kerèn e Asmara) e Meharisti (truppe
cammellate), con ufficiali italiani e soldati indigeni.
L'artiglieria si divideva in batterie nazionali, da
montagna e indigene, tutte valide e coraggiose. Si può
dire che gli Italiani abbiano vinto tutte le loro
battaglie contro i Dervisci, al contrario degli Inglesi,
mentre hanno patito l'esercito abissino, con cui si sono
trovato a mal partito, a Dogali, all'Amba Alagi, e a
Adua.
La tragedia di Adua è da imputare ad una cattiva
gestione dell'alto comando italiano, poiché gli abissini
riuscirono ad approfittare della dispersione, delle
quattro brigate italiane, riuscendo ad avvolgerle ed
annientarle, una alla volta. Cacciarsi in una zona di
terreno poco conosciuta e con mappe poco affidabili,
contribuirono alla poco intelligente disposizione delle
truppe, che non riuscirono ad appoggiarsi
vicendevolmente. La stupida irruenza del gen. Albertone e
l'insicurezza del gen. Baratieri, che qualche sospetto lo
aveva avuto, fanno da contraltare ai gesti eroici delle
truppe indigene e nazionali.
DERVISCI Nel 1881, l'oscuro figlio di un carpentiere,
Mohammed Ahmed Abn Al Sayid Abdullah si autoproclamò il
salvatore da lungo atteso della fede islamica in Sudan, e
organizzò le varie tribù del Sudan egiziano, in una
forza che avrebbe liberato il loro paese dagli infedeli.
Questo esercito di Dervisci, come erano chiamati, ebbe
pieno successo nello sconfiggere tutte le forze egiziane
mandate contro di loro. Alla fine, unità britanniche
dell'esercito di occupazione furono mandate in campo a
disperdere queste tribù fanatiche. Il generale Charles
Gordon, il Cinese, fu mandato a Khartum, dove fu a lungo
assediato e, infine, ucciso. Quasi tutte le tribù
pastorali e nomadi el Sudan furono alla fine incorporate
nell'esercito Derviscio.
La tribù più famosa era quella nota come Fuzzy-Wuzzy
(capelli crespi).
Il grosso dell'esercito del Mahdi (come veniva chiamato
il profeta), era all'incirca diviso tra le tribù in
unità di 1.000 uomini comandate da Emiri; i più
importanti tra loro furono Osman Digna, Abu Anga,
Mohammed Sherif, Abd Al-rahman e Musa Wad Helu.
La maggior parte dei Dervisci erano armati con vecchi
fucili Remington catturati, e inoltre di molti
inefficienti moschetti a pietra focaia prodotti
localmente.
Le armi principali delle orde dervisce, tuttavia, erano
delle lunghe lance a lama larga e lunghe e diritte spade
a due mani. Venivano usati anche piccoli scudi rotondi
fatti di pelle di rinoceronte, elefante o coccodrillo,
che si diceva potessero deviare un proiettile. Le
caratteristiche di combattimento e l'efficacia in
battaglia dell'esercito derviscio del Mahdi possono
essere riassunte bene in questa citazione da Charles
Neufield, un Tedesco che fu prigioniero dei Dervisci per
dodici anni. Egli afferma che nel combattimento
ravvicinato, l'orda dei Dervisci è più che alla pari
del meglio addestrato esercito europeo.
"Svelti e silenziosi nei movimenti, capaci di
coprire distanze ad una velocità di 4 o 5 volte
superiore a quelle di truppe addestrate, ... ogni uomo,
quando veniva il momento di attaccare, era capace di
combattere indipendentemente dagli ordini, svelto, veloce
e agile come un gatto e assetato di sangue come una tigre
che sta morendo di fame, ... completamente incurante
della propria vita, riescono a continuare a colpire e
affondare con la lancia e la spada anche con mezza
dozzina di ferite, ognuna delle quali avrebbe ucciso un
Europeo."
Contro gli Italiani, i Dervisci utilizzarono anche la
loro cavalleria Baggàra, una sorta di cavalleria
catafratta, perdendo però a Agordàt (1890), Serobèiti
(1892), Agordàt (1893), Kassala (1894), Gulasìt (1896),
Sabderàt (1896), Monte Mocràm (1896), Tucrùf (1896).
ESERCITO ABISSINO L'esercito etiopico era un ottima macchina da
guerra, in grado di impensierire qualunque potenza
europea, con un volume di fuoco, certamente superiore
agli zulu e con un numero di componenti che spesso nella
sua massima espressione superava abbondantemente i
centomila uomini.
Ogni singola parte di questo fiume di uomini aveva una
sua denominazione ed un suo particolare compito. In
particolare la logistica e la sussistenza dovevano essere
curate fin nei loro minimi particolari, per assicurare
cibo e ristoro a tutto l'esercito in movimento, che
marciava per sole cinque ore al giorno, dedicando il
resto alla dislocazione del campo. Il martedì e le prime
ore dell'alba erano considerati i migliori momenti per
combattere.
La tattica era abbastanza statica e semplice, si trattava
di assumere la formazione di marcia a croce greca, cioè
con i bracci della croce identiche; la testa della
formazione attaccava il nemico, parte del centro e della
retroguardia veniva a formare la riserva, mentre le altre
due braccia, in maniera veloce, avvolgevano ed
annientavano il nemico.
Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, solo due stati
africani erano indipendenti, Liberia ed Etiopia.
STALINGRADO Quando la Germania, l'Italia e la Romania
dichiararono guerra all'Unione Sovietica, il 22 giugno
1941, prese corpo il piano tedesco detto operazione
Barbarossa. Nel 1942 i tedeschi operarono il loro sforzo
maggiore sul fronte meridionale con 66 divisioni tedesche
e 17 tra unità italiane, rumene e ungheresi.
La città di Stalingrado (oggi Volgograd), importante
centro industriale sul basso Volga, abitata da 500.000
persone, era l'obiettivo del cosidetto gruppo B comandato
dal feldmaresciallo Fedor von Bock, poi sostituito (il 13
luglio) dal feldmaresciallo Maximillian von Weichs. Più
a sud agiva la IV armata corazzata del generale Hermann
Hoth. Sicuri di una facile conquista, i tedeschi
investirono Stalingrado con una sola armata, la VI,
guidata dal generale Friedrich von Paulus, appoggiata
dall'VIII corpo aereo e dalla III armata romena. Il 23
agosto von Paulus raggiungeva il Volga, a nord della
città, dove 40.000 civili erano già morti sotto i
bombardamenti, 300.000 erano fuggiti oltre il fiume, gli
altri collaboravano con i soldati della 62° armata
sovietica rimasti al generale Vasili Zulov: tre divisioni
di fanti e una brigata di marina da lui trovate disperse
nella steppa e riorganizzate, cui si aggiunsero ben
presto rinforzi spediti da oltre il Volga dal comando
supremo del maresciallo Georgi Zukov.
Hitler avrebbe voluto avere Stalingrado entro il 25
agosto, ma il 3 settembre due quartieri della città
resistevano ancora e la lotta si era ridotta a un seguito
allucinante di agguati e di cacce all'uomo, di strada in
strada, di casa in casa, di stanza in stanza. Scariche di
colpi si rovesciavano su ogni centro di resistenza e si
combatteva fino all'annientamento dell'una o dell'altra
parte. Intanto a nord e a sud della città si registrava
un'intensa attività dei sovietici. Il 19 novembre le
truppe del generale Nikolai Vatutin varcavano il Don a
Kalach e si scagliavano sulla III armata romena,,
sull'VIII armata italiana (che doveva tenere un fronte di
300 km, in media con un fante ogni 7 m), e infine sulla
II armata ungherese, costrigendole alla ritirata.
A sud di Stalingrado il generale Andrej Eremenko sfondava
a sua volta e puntava a nord. Von Paulus chiese a Hitler
il permesso di lasciare Stalingrado. Gli fu negato. Così
il 23 novembre il cerchio attorno alla città si chiudeva
e la VI armata, con i suoi 300.000 uomini, era in
trappola, stretta in una sacca di 50 km di diametro.
Hoth, con la IV armata, tentò di sfondare l'anello russo
tra il 12 e il 21 dicembre, poi dovette ritirarsi e
lasciare von Paulus al suo destino. La battaglia di
Stalingrado era finita. Cominciava l'annienta-mento della
VI armata, che aveva ricevuto per due volte, direttamente
da Hitler, l'ordine di resistere fino all'ultima
cartuccia, insieme con la notizia che von Paulus era
promosso feldmaresciallo. Era una promozione che
equivaleva a una condanna a morte, poichè nessun
feldmaresciallo tedesco era mai caduto vivo nelle mani
del nemico.
Rompendo la tradizione, il 2 febbraio 1943 von Paulus si
consegnava prigioniero. A un generale nemico che gli
chiedeva perchè non avesse abbandonato in tempo
Stalingrado, egli rispose con una domanda passata alla
storia: "Lei è un soldato e non capisce ?"
CONTROGUERRIGLIA Dopo la fine della seconda guerra mondiale e del
conflitto coreano, abbiamo assistito ad un profondo
cambiamento degli eserciti di terra. Organizzati in
divisioni, in reggimenti contrapposti con altri corpi
d'armata, con altri battaglioni, le guerre del passato
oppongono disciplina a disciplina, regole dell'arte della
guerra a regole dell'arte della guerra. Schierati faccia
a faccia gli avversari si assomigliano come guanti, come
riflessi in uno specchio, ad eccezione dei colori delle
uniformi ...
Più tardi, con le guerre di liberazione comunemente
chiamate di decolonizzazione, queste grandi unità di
fanteria non troppo dissimili da quelle napoleoniche,
hanno dovuto affrontare i piccoli gruppi della
guerriglia, la piccola guerra, meno ordinata, in cui la
frazione partigiana gioca un ruolo centrale nel condurre
l'offensiva contro un nemico tecnicamente e numericamente
superiore. Di fronte a questo mutamento dell'avversario,
le grandi unità militari classiche sono ricorse ai
commandos della controguerriglia; in altre parole, il
soldato regolare è progressivamente diventato un
partigiano, un guerrigliero, nel tentativo di battere la
guerriglia sul suo stesso terreno.
Ma il movimento di decomposizione istituzionale, questa
sovversione delle forze armate legali, non si è fermato
qui. Infatti con il recente sviluppo del terrorismo
internazionale, alle forze armate nazionali s'impone una
riconversione radicale. Da qui la creazione di forze di
rapido intervento, negli USA, in Francia e altrove, dove
si prepara un terrorismo strategico di Stato, non più
fondato soltanto sull'organizzazione di gruppi d'unità
ristrette, simili ai commandos di caccia ormai
tradizionali tra i paracadutisti, tra i marines, o nella
legione straniera, ma costituito di individualità
specializzate. Infatti, così come l'equilibrio del
terrore tra i blocchi, ha contribuito a moltiplicare, da
una trentina d'anni, le guerre convenzionali locali in
Asia o in Africa, allo stesso modo il prolungarsi del
deterrente nucleare contribuisce oggi a moltiplicare
all'infinito i crimini politici ed il terrorismo
individuale. Terrorismo di minoranze oppresse o
terrorismo della forza pubblica, i cui effetti devastanti
sullo stato di diritto, nazionale e interna-zionale, sono
assolutamente catastrofici.
A questo proposito, va ricordata la dottrina della
"guerra libera" in vigore nelle organizzazioni
difensive di alcuni paesi nordici, dove ogni coscritto,
ogni richiamato si trasforma automaticamente in
partigiano. L'avvenire della difesa nazionale, dunque,
non è più la guerra di liberazione di resistenti ad un
invasore numericamente superiore e meglio armato, ma la
liberazione del crimine, la formazione di killer di
massa, di assassini paramilitari, criminali patentati,
ingaggiati nelle unità terroristiche come soldati di
leva nei reggimenti del genio o della fanteria.
Tutta l'evoluzione tecnologica degli armamenti leggeri
porta a questo ultimo tipo di guerriero:
cittadino-soldato, sopravvissuto solitario delle grandi
unità smembrate, di un'armata nazionale decimata,
prodotto non tanto dalla disfatta (coloniale o altro) ma
dalla "non guerra". La miniaturizzazione delle
armi portatili ad alta prestazione balistica (fucili
d'assalto, lanciamissili individuali...), la
sofisticazione degli esplosivi ad alto potenziale ma
scarsamente ingombranti, così come le nuove capacità di
telecomunicazione istantanee, tutto questo contribuisce
all'avvento di un nuovo tipo di soldato da guerra, sorta
di angelo sterminatore. Come non vedere, dietro le ultime
rappresaglie di stato, un adeguamento della violenza
legittima alla violenza illeggittima? L'attentato di
stato non è mai un successo politico, ma sempre una
sconfitta del potere pubblico, la prova di una debolezza
congenita della violenza legale, del giusto diritto
democratico che tenta di opporsi alla violenza del non
diritto.