Organizzazione militare nell'antichità

 

 

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Nel momento in cui le diverse tribù, aggregazioni e popolazioni, trovarono le loro risorse economiche, trovarono anche la loro identità culturale e militare. Se questo avvenne nella parte finale dell'età del bronzo (sec. XII-X a.C.), possiamo allora dire, che incontriamo i nostri protagonisti, divisi o in fase di specializzazione, nelle due grandi famiglie: i pastori e gli agricoltori. Le caratte ristiche geografiche porteranno in pianura gli agricoltori, e nelle fasce preappenniniche i pastori, è quindi poi nel secolo VIII a.C., che iniziamo ad incontrare le prime entità militari di un certo rilievo.
Sono gli eserciti italici arcaici delle pianure (1000 a.C. - 650 a.C.), composti in maggioranza da agricoltori, che saranno poi ricordati come appartenenti alla cultura villanoviana, perchè i primi reperti furono ritrovati negli scavi di Villanova, vicino a Bologna. Nel corso del tempo le loro tattiche militari risentiranno dell'influenza di Etruschi e Greci, ma fino all'800 a.C. il loro esercito è composto in massima parte da fanti armati di lancia, spada, scudo, elmo e pettorale in bronzo e da piccoli gruppi di cavalieri, che utilizzavano la cavalcatura come mezzo di trasporto rapido. Dopo l'800 a.C., nasce una fanteria più leggera, equipaggiata con giavellotti, piccoli archi e fionde, con compiti di schermaglia.

Sono i loro attrezzi agricoli o di lavoro, a trasformarsi in armi, prima con la caccia e poi con la difesa del territorio e delle proprie risorse economiche, come mandrie e raccolti.
Il bastone del pastore diventa una lancia per la caccia e la guerra, stesso discorso vale per tutti i coltelli per scuoiare gli animali, o per vangare la terra, trasformatesi in asce e spade, senza dimenticare l'arco, che comunque non perderà mai la sua funzione venatoria, senza mai assumere un'importanza rilevante nella panoplia e nelle tattiche militari.

Nella storia militare degli eserciti arcaici, l'arco non avrà una rilevanza fondamentale, si preferirà il giavellotto, e come soluzione finale, lo scontro tra fanti pesanti. Ne deduco che le ferite da freccia, non fossero mortali, che per l'utilizzo dell'arco, ci fosse bisogno di ottimi tiratori, addestrati fin da piccoli oppure di una forza eccezionale per gli archi in bronzo oppure per gli archi composti fatti in corno di animali, ricordati nei poemi omerici.

ESERCITO ETRUSCO
L'esercito della lega etrusca (600 a.C. - 280 a.C.) possedeva caratteristiche simili a quelle dei suoi alleati, con uno stile oplitico, ed una organizzazione militare in grado di contrastare la potenza di Siracusa sullo stesso suolo siciliano. Non si hanno notizie precise sulle origini del popolo etrusco, ma data la sua perizia in campo navale, si può presupporre una migrazione per via mare dal bacino Mediterraneo.
L'esercito etrusco era diviso in classi di censo, più si era ricchi, più si aveva la possibilità di acquistare armi e protezioni, e maggiore era l'entusiasmo con cui si cercava di difendere i propri possedimenti, poichè chi non aveva nulla, non avrebbe avuto voglia di difendere da razzie o da invasioni nemiche, i beni dei propri vicini più fortunati.

La prima classe era formata dagli opliti, fanti pesanti e con maggior esperienza, la seconda classe era composta da cittadini di ceto medio-alto, mentre una terza classe con fanti peggio equipaggiati, concludeva la fanteria da battaglia. Una quarta classe era formata da truppe leggere, in genere mercenari o dai ceti bassi, a cui venivano affidati i compiti di esplorazione, ingaggiamento, logorazione, protezione dei fianchi. La seconda e terza classe affiancavano gli opliti, ai quali era riservato il compito di arginare falle o di sfruttare il momento adatto per sfondare le schiere nemiche. Questa struttura si differenziava da quella greca e decisamente rivoluzionaria per quei tempi, infatti i romani la copiarono di sana pianta, facendola loro.

Particolare interessante fu l'utilizzo della pratica della devotio, un rito religioso, che impegnava il guerriero che giurava prima della battaglia, ad immolarsi sacrificando la propria vita pur di ottenere la vittoria. Le cavallerie erano prive di staffe, e quindi ricoprivano ruoli di fanteria montata, così come i carri etruschi, che ebbero sempre una funzione di trasporto rapido dei fanti pesanti, senza mai puntare ad una carica diretta.

I MACEDONI DI ALESSANDRO
Questa spedizione comincia con una rassegna, nella metà di maggio del 334a.c. allorchè nella pianura di Arisba, si stava concentrando la truppa che avrebbe dovuto battersi contro i pastori del Granico. In testa gli squadroni della cavalleria, quindi i battaglioni di fanteria, macedoni e alleati, i mercenari, le truppe leggere, l'artiglieria, i carri degli equipaggiamenti, il genio; infine la retroguardia. Più lontano, e in un secondo momento, il lungo corteo dei non combattenti, il cosidetto bagaglio e il personale di piacere.
Cavalleria. Prima di tutti, gli otto squadroni territoriali (ilai) dei Compagni del Re (hetaroi), l'antica guardia nobile del capo militare. Uno squadrone conta duecentoventicinque cavalli fino al 330, quando ognuno verrà suddiviso in due compagnie di centoventotto cavalli. I Compagni, nel 334, sono corazzieri, armati di una spada ricurva (kopis), di una corta picca o chiaverina (xyston o dory), con un ferro di 30 centimetri, e protetti da un piccolo scudo rotondo di metallo (pelta).

La cavalleria leggera è composta da cinque squadroni di lancieri, cioè da 4 squadroni di battistrada macedoni e traci (prodomi), e da uno squadrone della tribù dei Peoni. Vengono più comunemente designati con il nome lancieri (sarissophoroi), perchè vanno alla carica impugnando a due mani una lancia (sarissa) di legno di corniolo lunga dai 4 a 5 metri, con la lama e tallone puntuto d'acciaio. In attesa che vengano creati, alla maniera orientale (tra il 330 e il 328), corpi di arcieri e di lanciatori di giavellotto a cavallo, guardiamo sfilare i milleottocento cavalieri tessali e il piccolo contigente degli altri cavalieri greci (600). E' probabile che i cavalieri tessali impugnassero una lunga picca e uno scudo rotondo largo due piedi. Per sintetizzare: la cavalleria che in quella primavera del 334 risaliva verso il Granico si componeva di corazzieri, lancieri, i cui punti essenziali di forza erano armamenti e disciplina, una forza d'assalto che carica ai fianchi l'avversario, lo scopre, lo aggira, lo disperde e lo annienta in una spietata caccia all'uomo.

Falange macedone. Ciò che distingue la falange macedone, vale a dire letteralmente il rullo, il randello che schiaccia, dalle unità di fanterie greche, alleate della Lega Ellenica o mercenarie è lo spirito che l'anima, perchè i sei battaglioni della falange macedone costituiscono una milizia nazionale attaccattissima alla patria. Il fante non porta nè corazza di bronzo, nè picca, nè ampio scudo con impugnatura, ma la spalla sinistra protetta dal disco della pelta, che è larga 60cm. ed è appesa alla nuca, mentre hanno le braccia libere per potere brandire la formidabile lancia chiamata sarissa. Nel II secolo questa misurava 21 piedi, vale a dire quasi 7 metri. La falange aveva otto file, le prime quattro dovevano determinare l'urto, mentre le ultime quattro file dondolavano obliquamente e verticalmente le sarisse, con la punta in alto, spezzando in tal modo la traiettoria dei proiettili provenienti dal nemico.

Corpi ausiliari e mercenari. Alcuni sono pesanti opliti dal grande scudo e dalla picca corta. Altri sono peltasti muniti di un leggero scudo di vimini (in greco, pelta) ricoperto di cuoio. L'arma offensiva è il giavellotto, adatta alle operazioni in cui ci si limita a incalzare l'avversario. I peltasti sono attrezzati per la marcia, la corsa o l'inseguimento, non per un'azione di schiacciamento, che spetta al rullo della falange. Dopo la battaglia di Isso, il re fa rivestire d'argento la superficie del loro scudo rotondo, da allora verranno chiamati gli Argiraspidi. Sono armati di picca e del coltellaccio macedone ricurvo (kopis). Marciano subito dopo la falange, di cui talvolta vengono considerati il corpo scelto: sono la guardia a piedi, come l'agema è la guardia a cavallo.

Gli arcieri cretesi sono stati reclutati in un'isola celebre da un millennio per la qualità dei suoi archi fatti di due corni di stambecco riuniti da una ghiera di bronzo, per la mira infallibile dei suoi tiratori esercitati fin da piccoli alla caccia e alle battute. Il loro arco a curvatura doppia, come quello degli Sciti, arriva a 200 metri di distanza e può rivaleggiare in precisione con le migliori armi persiane, alte, quasi dritte, di canna, di palma, di fibre di giunco rinforzate di corno e di nervo. La corda di budello canta allo scatto come la corda di una lira.
Lo stato maggiore macedone si deciderà a dare vita intorno al 330 a corpi di arcieri a cavallo, infinitamente più mobili dei Cretesi a piedi.

Dobbiamo ammettere che si sa ben poco dei frombolieri, sappiamo soltanto che i migliori provenivano da Rodi e che le loro palle più efficaci erano di piombo con iscrizioni del tipo "prendi questa", li si impegnava solo sotto la protezione degli arcieri e servivano soprattutto per costringere il nemico a esporsi. Quanto agli altri corpi ausiliari della fanteria - Odrisi, Triballi, Illiri, reclutati nel corso delle campagne, si sa poco. Sul campo di battaglia, lo slancio di tutti questi mercenari stranieri, spesso collocati in seconda linea, probabilmente rassomigliava piuttosto all'irruzione sinistra dei ripulitori degli avvoltoi, con il compito di finire i feriti, spogliare i morti e fare prigionieri.

Agriani. Sono implicati in tutte le missioni difficili, in tutti i colpi di mano, in tutti gli inseguimenti. Sono sempre impegnati nelle prime file, perlopiù sull'ala destra, quella che attacca e sfonda. Ci vengono presentati come individui armati di due semplici chiaverine, una sorta di dardi lunghi e sottili, con punta di acciaio, concepiti come armi da lancio che cadono a pioggia sul nemico, ma che possono anche servire, all'occorenza, a infilzarlo a bruciapelo.

FLAVIO VEGEZIO
Di Flavio Vegezio si sa pochissimo: visse comunque tra la fine del IV e il principio del V sec. d.C.; fu cristiano e alto funzionario alla corte imperiale, ma non sembra che abbia servito nell'esercito. L'opera EPITOME REI MILITARI fu composta probabilmente tra il 384 e il 395 e dedicata all'imperatore Teodosio I (379-395). Benché privo di esperienza militare, la sua convinzione era che la decadenza dell'Impero avesse la sua causa principale nella decadenza dell'esercito, imbarbarito.
A parte la tesi centrale, il lavoro dipende molto dal trattato sull'arte militare, perduto, di Frontino e, sempre di questo autore, dagli STRATAGEMMI, nonché dal DE DISCIPLINA MILITARI di Catone Censorio e dai lavori simili di Cornelio Celso, Paterno e altri. Per il carattere compilatorio, il libro di Vegezio fu molto apprezzato nel Medioevo e vale soprattutto per l'idea, che sempre rinasce in tempi difficili e di decadenza, del ritorno alle antiche norme: un'idea alla quale si aggrappò Machiavelli.

Al di là di questa tesi, Vegezio segna la svolta verso la strategia medievale e moderna nella misura in cui le forze armate diventano un bene economico, cioè raro e prezioso. Egli influisce sull'arte della guerra medievale attraverso l'esaltazione - che ricava dall'esperienza romana - dell'addestramento: nel Medioevo, infatti, la guerra sarà prevalentemente un'attività riservata all'aristocrazia in grado di procurarsi armi e cavalli e di dedicare molto tempo agli esercizi. Ma influisce anche sull'arte della guerra dell'Evo Moderno nella misura in cui predilige la manovra e la guerra d'usura rispetto allo scontro e insiste implicitamente sull'importanza dell'esercito di mestiere. Non a caso, fu l'autore preferito del maresciallo Saxe che portò alle sue ultime conseguenze questo tipo di guerra.

L'IMPERATORE MAURIZIO
Lo Strategikon dell'imperatore bizantino Maurizio (nato nel 539 regnò dal 582 fino al 602) fu scritto verso l'anno 600 e insieme all'Arte della guerra di Sun Tzu e all'Arthasastra di Kautilya rappresenta la maggior elaborazione del pensiero strategico dell'antichità e del Medioevo. L'impero bizantino offre un campo di studi eccezionali per una struttura statale fondata sulla multietnicità e per di più minacciata dall'esterno: prima i barbari, poi gli arabi, infine i turchi. Maurizio, nel riorganizzare l'esercito, fece ricorso per il reclutamento a tutti i popoli dell'impero, portando nella scelta un'attenzione di natura etnografica. Eccovi un frammento dello Strategikon:
" Nell'ambito della strategia globale, l'esperienza bizantina è fondamentale per la combinazione dello strumento militare con quello diplomatico, portata fino ai limiti della sottigliezza e dell'inganno. Con Maurizio, che nella descrizione dei popoli e dei loro costumi segue Cesare e Tacito, l'arte della guerra occidentale in senso lato scopre la geopolitica, l'altro, il diverso. Nell'ambito dell'impero bizantino, questo tipo di analisi servirà soprattutto alla sopravvivenza, all'arte di dividere i nemici e anche di convivere con essi: la lezione sarà seguita soprattutto dall'impero asburgico d'Austria.

In un ambito più generale si scopre in Maurizio un'anticipazione dell'atteggiamento che assumeranno le potenze coloniali europee (l'Inghilterra) quando entreranno in contatto con i popoli dell'Asia e del Medio Oriente. E Forzando un po' il pensiero di Maurizio si potrebbe anche arrivare a individuare un atteggiamento di superiorità culturale, anticipatore della discriminazione razziale. C'è infine lo sforzo di adattare la tattica ad un avversario che segue altre regole, altre visioni della vita.

Gli uomini che appartengono alla razza dai capelli biondi (Franchi, Longobardi e altri) danno grande importanza alla libertà. Audaci e intrepidi in battaglia, sono talmente arditi e impetuosi che considerano come un disonore qualsiasi moto di paura, persino il minimo accenno di ritirata. Possiedono un freddo disprezzo della morte e combattono con ardore nel corpo a corpo, a cavallo e a piedi. Se durante un'azione a cavallo si trovano in difficoltà, ad un segnale convenuto in anticipo smontano da cavallo e si allineano in un fronte a piedi. Non rifiutano di combattere anche se si trovano in pochi contro un gruppo numeroso di nemici. Sono armati di scudi, lance e giavellotti corti che portano a bandoliera. Preferiscono lo scontro a piedi e caricano rapidamente. .... Sono impazienti rispetto agli ordini dei capi. ... Disprezzano l'ordine, soprattutto se combattono a cavallo. Sono avidi e li si può corrompere con l'argento. ... E' facile portarli a rompere i ranghi fingendo una fuga seguita da un brusco voltafaccia. Nell'accampamento sono molto disordinati, e così attaccandoli nottetempo con gli arcieri si infliggono loro gravi perdite. "

URLO DI BATTAGLIA
Descrivendo la battaglia di AQUAE SEXTIAE - Aix en Provence (102 a.c.) , Plutarco ci racconta della sorpresa provata da una Legione a reclutamento ligure (composta interamente da AMBROLIGURI) che, scontrandosi con una delle tribù galliche al seguito dell'orda germanica (CIMBRI e TEUTONI), lanciò il proprio urlo di battaglia: "AMBRONES" e si sentì rispondere con lo stesso grido degli avversari, scoprendo così di essere di fronte a dei lontani cugini originari della stessa nazione celtica primitiva degli Ambroni.
Fu in questa terribile battaglia che CAIO MARIO arrestò drammaticamente l'invasione della penisola italica tentata dai barbari di occidente.

CAVALLERIA CATAFRATTA
Il modo di combattere con uomini e cavalli totalmente protetti da pesante armatura fu usanza tipicamente orientale, nata nei deserti iranici. Attaccando a massa, si veniva a creare una specie di falange a cavallo, la cui capacità d'urto e di sfondamento doveva essere notevolissima.
La cavalleria catafratta, formata dai CLIBANARII e CATAPHRACTI, era armata della lunga lancia, il contus, manovrata con ambedue le mani e costituiva l'elite delle forze combattenti: la nobiltà feudale non conosceva altro modo di battersi che questo. Su terreno piatto, non rotto da avvallamenti o corsi d'acqua, ed in assenza di una valida cavalleria avversaria, i catafratti erano truppe temibili, perché la loro azione era troppo legata a situazioni contingenti favorevoli, solamente a Carre riuscirono a conseguire una netta vittoria sulle armo romane.

I Roxolani erano un altro popolo che usava questa metodologia di combattimento. Di origine S'armata, si scontrarono contro le truppe di Traiano lanciate alla conquista della Dacia: essi tuttavia, benché catafratti, non impiegavano la lancia, ma combattevano con l'arco composito.

I romani non costituirono grossi reparti di combattenti catafratti, pur se ne mutuarono il modo di combattere per alcuni contingenti speciali. Nacquero così in epoca traianea l'Ala contariorum civium Romanorum, che aveva la lancia partica come arma base, l'ALA I° GALLORUM ET PANNONIORUM CATAPHRACTATA dislocata nel 159 d. C. in Dacia ed impiegata contro S'armati ed Alani e l'ALA NOVA FIRMA MILITARIA CATAFRACTARIA, presente in Arabia nel 244 ed impiegata contro Parti e Persiani.

WILLIAM WALLACE
Una notte del 1286 Alessandro III, re degli Scozzesi, uscì dal suo castello al ritorno da una notte brava precipitò da una rupe e fu trovato con il collo spezzato; l'unico erede diretto era una nipote ed Edoardo re d'Inghilterra propose un matrimonio tra questa e suo figlio, il Principe di Galles. Ma anche la giovane erede andò incontro ad una morte prematura e a questo punto la competizione per il trono degli Scozzesi era aperta. Riconosciuta la superiorità militare e feudale di Edoardo, i reggenti scozzesi gli consentirono di decidere chi avrebbe governato la Scozia. Edoardo voleva dominare la Scozia e se non poteva diventare re, avrebbe almeno scelto il contendente più malleabile; scelse per questo John Balliol come monarca fantoccio. Il vecchio Robert, capo dei Bruce, passò la sua rivendicazione di famiglia al figlio anch'egli di nome Robert - ed essi si rfiutarono di rendere omaggio al nuovo re. Stanco del suo ruolo umiliante di paravento per le ambizioni di Edoardo, John Balliol rigettò l'alleanza con il re inglese e si preparò per la guerra, ma Robert Bruce ignorò il suo richiamo alle armi: era fedele a re Edoardo, e inoltre ora sembrava che Balliol potesse essere spodestato in favore delle rivendicazioni di Bruce. Sebbene fosse coinvolto nelle guerre di Francia e Galles, Edoardo cavalcò verso Nord con un esercito di cavalieri inglesi e arcieri gallesi. A Dunbar, gli Inglesi dispersero gli Scozzesi ed Edoardo ignorando le rivendicazioni di Bruce, nominò un viceré inglese che regnasse sugli Scozzesi. Ripresisi dalla guerra lampo di Edoardo, alcuni condottieri scozzesi iniziarono a rivendicare la loro dignità; spiccava tra questi William Wallace, di lingua gaelica; uomo di basso ceto e definito da alcuni un bandito, forse Wallace fu utilizzato da più potenti aristocratici scozzesi per nascondere la loro ribellione, affinché non divenisse evidente la loro infedeltà a Edoardo.
Nella Cronaca di Lanercost Wallace è chiamato Willelmus Wallensis, William il Gallese, forse in riferimento alla sua lingua gaelica o al suo discendere dai Britanni di Strathclyde. Assediato dagli Inglesi, nascosto nelle foreste di Selkirk, Wallace radunò intorno a sé una banda di guerrieri fuorilegge. Una sera fece una sortita per vedere la sua amante, ma sorpreso da una pattuglia inglese, si rifugiò nella casa della sua donna fuggendo dalla porta posteriore. Gli inglesi beffati appiccarono il fuoco alla casa e assassinarono l'amante di Wallace e la sua famiglia. Allora il possente, irato guerriero scozzese giurò vendetta. Non aveva tempo da perdere e con i suoi seguaci catturò la pattuglia inglese e la fece a pezzi. Questo colpo inferto agli Inglesi incoraggiò molti aristocratici scozzesi ad alzare i loro stendarti in segno di ribellione. Tra loro c'era Sir William Douglas, l'ex comandante di Berwick e James Stewart, uno dei maggiori proprietari terrieri scozzesi. Re Edoardo sperava di sedare l'insurrezione tramite i suoi alleati scozzesi e inviò Robet Bruce dalla sua base a Carlisle per prendere il castello di Douglas, ma Robert non era sicuro che questo ordine fosse giusto dato che sua madre era celta e che i suoi profondi sentimenti per la Scozia si opponevano fieramente alle alleanze politiche della sua famiglia. Inoltre i Bruce erano già stati altre volte allettati e usati con vaghe promesse che Edoardo non aveva mantenuto; così, presso il castello di Douglas, Robert prese la sua decisione: avrebbe combatturo al fianco dei suoi compatrioti, non contro di loro. Nel frattempo William Wallace lottava in nome del re deposto, John Balliol, e preparava i suoi soldati a uno scontro decisivo con gli invasori inglesi. Nel 1297 re Edoardo, impegnato con la politica continentale, inviò John de Warenne a dividere gli Scozzesi. Wallace dispose i suoi uomini sulle colline intorno a un ponte che attraversava il giume Forth a nord di Syerling, ma non tutti gli scozzesi si sentivano sicuri dell'esito della battaglia, così James Stewart avvicinò il condottiero inglese con un'offerta di pace. Warenne rifiutò e i suoi cavalieri iniziarono ad avanzare lungo il ponte; quando metà degli inglesi fu sul fiume Wallace attaccò: una parte dei suoi guerrieri piombò sull'avanguardia inglese, mentre gli altri si misero all'opera per abbattere il ponte. I cavalieri inglesi si dibattevano nei campi impregnati d'acqua sulle rive del fiume e i soldati scozzesi armati di lance ne approfittarono per trafiggerli e disarcionarli da cavallo; poi le asce scozzesi fecero a pezzi le maglie delle armature inglesi. Con il ponte distrutto, l'avanguardia inglese era isolata e i loro compagni sulla sponda del fiume verso Sud potevano solo guardare gli Scozzesi spazzare via i cavalieri circondati. Fra i morti c'era Hugh de Cressingham, primo esattore del regime di Edoardo in Scozia; il suo corpo fu scuoiato e con una larga striscia della sua pelle dalla testa ai talloni Wallace si fece una bandoliera per la spada. John de Warenne e il resto degli Inglesi fuggì verso Berwick, ma james Stewart lungo la strada si impadronì del convoglio che trasportava i loro bagagli. Nella foresta di Selkirk, William Wallace fu proclamato Guardiano del Regno di Scozia e fatto cavaliere da Robert Bruce.

Il Conte di Carrick, cioè Bruce, aveva egli stesso invitato gli uomini della sua tenuta e del Galloway ad unirsi alla causa comune, ma doveva ancora incontrare gli Inglesi in battaglia. Durante tutto il resto del 1297 Wallace saccheggiò le terre di confine con l'Inghilterra per procurarsi grano e bestiame; questo capovolgimento degli eventi strappò Edoardo alle sue avventure in Europa ed egli trasferì il suo quartiere generale a York; di lì avrebbe attaccato duramente gli Scozzesi: Si fece appello agli obblighi feudali, vennero reclutati balestrieri della Guascogna e arcieri gallesi, si radunò una grande quantità di carri e navi e nell'estate del 1298, 2.500 cavalieri e 12.000 soldati marciarono sulla Scozia. Gli Scozzesi si ritirarono dinanzi al potente esercito, ma più gli inglesi avanzavano, più le loro provviste iniziavano a scarseggiare perchè le loro navi non portavano cibo, ma solo vino. Si accesero lotte tra i Gallesi e gli Inglesi. Con la spedizione sull'orlo del collasso, Edoardo all'improvviso si imbattè negli Scozzesi: l'azione avrebbe avuto luogo sulle colline vicino Falkirk. William Wallace temeva il numero di cavalieri inglesi. Per affrontarli appostò i suoi soldati armati di lance dietro il terreno paludoso, con i boschi e il terreno scosceso che li proteggevano di lato. Le lance degli Scozzesi erano lunghe picche ed essi, in fitte formazioni a falange -gli schiltron- affrontavano il nemico con una foresta di punte di ferro. davanti agli uomini con le lance erano conficcati nel terreno dei pali legati con corde. Gruppi di arcieri si radunavano tra gli schiltron e i pochi cavalieri scozzesi aspettavano come riserve, cercando di sfruttare qualsiasi breccia si aprisse nello schieramento nemico. Re Edoardo comprese la superiorità della sua cavalleria e la mandò all'assalto nella prima ondata dell'attacco, ma i cavalli furono ostacolati dalla natura paludosa del terreno; la maggior parte dei cavalieri inglesi fece allora un ampio giro verso destra o verso sinistra e aggirò la palude, colpendo gli Scozzesi alle spalle. L'impeto della battaglia disperse i cavalieri scozzesi e gli Inglesi poterono infiltrarsi tra i soldati nemici. Gli archi degli Scozzesi avevano poco potere di penetrazione tra le maglie delle armature nemiche e presto anch'essi si unirono ai cavalieri in rotta, ma i soldati scozzesi armati di lance resistevano fermamente. I loro reticolati di corde e pali facevano incespicare i cavalli e i cavalieri precipitavano a terra mentre gli uomini d'arme inglesi non riuscivano a infrangere la micidiale fila di aste. Il Maestro dei Templari si gettò troppo avventatamente contro quella foresta di lance, roteando la spada, nella speranza di spezzarla con la sua forza eccezionale, ma egli e cinque dei suoi seguaci restarono impalati. In quel momento Edoardo e i suoi soldati raggiunsero i cavalieri e arrestarono il loro attacco precipitoso. Senza cavalieri o arcieri nemici a incalzarlo, Edoardo schierò i suoi arcieri gallesi di fronte agli schiltron scozzesi e una grandine di colpi si rovesciò sui bersagli fissi. I coraggiosi Scozzesi potevano solo sopportare, ma molti uomini caddero e si aprirono dei vuoti nel temibile muro di lance. Fu allora che Edoardo mandò i suoi guerrieri all'interno della formazione infranta; con martelli da guerra, mazze e spade, i guerrieri a cavallo fecero a pezzi i più deboli Gaelici. William Wallace sfuggì all'eccidio, ma con la disfatta del suo esercito il suo potere subì un durissimo colpo. La vittoria di Edoardo a Falkirk non era però completa perchè la campagna gli rimaneva ostile mentre egli era disperatamente a corto di provviste, il che lo costrinse a ritirarsi verso i confini. Da Carlisle, inviò richieste di guerrieri per altre campagne e la sua ossessione per la guerra rese i bassopiani un campo di battaglia devastato. Fra gli Scozzesi William Wallace tornò alle sue razzie poichè non c'erano più ruoli importanti per lui. nel 1305 fu tradito dai contadini demoralizzati e trascinato per le strade di Londra, mezzo impiccato e mezzo squartato. L'anno seguente Robert bruce eliminò il suo unico rivale importante al trono scozzese e si fece incoronare col nome di Robert I.

GLI USSITI
Nè arcieri inglesi nè giannizzeri eran riusciti a superare veramente la prassi guerresca medievale. Ma nella terza decade del secolo XV assistiamo nel cuor dell'Europa, in Boemia, a una nuova strana forma di guerra, in cui la fanteria ha di nuovo la parte principale. E quale fanteria? Non si tratta d'un corpo scelto strettamente professionale, nè di mercenari a lungo addestrati, e neppure di milizie comunali riunite per contrade, ma di una vera leva in massa rivoluzionaria, spinta da ardore patriottico e fanatismo religioso, inquadrata e guidata da elementi della nobiltà e dell'alta borghesia, nonchè da militari di professione.
Tutte le armi son buone: picche, alberde, aste, falci, spade da un lato, archi, balestre, armi da fuoco dall'altro; e accanto a questa massa eterogenea, un certo numero di guerrieri a cavallo.

In realtà, però, anche la forza di questi eserciti è, nonstante la abituale superiorità numerica, soprattutto difensiva. Essi cercano di accamparsi in posizione favorevole, possibilmente su di un colle; chiudono l'accampamento con quattro file di carri, scavano intorno a questi una fossa, lasciando solo varchi per le sortite. Così fortificati, aspettano l'attacco: accolgono il nemico, affaticato a salire l'erta, con nembi di frecce e scariche d'artiglieria, e quando lo vedono scosso e disordinato, escono a furia, in massa, al contrattacco, cavalieri e picchieri, arcieri e spadaccini, e lo pongono in piena rotta.

Ma la forza degli Ussiti è troppo appoggiata alla difensiva-controffensiva, e intrinsicamente incapace di un'offensiva energica in campo aperto. E' un sistema di guerra occasionale, che termina proprio collo sterminio dei rivoluzionari più intransigenti e fanatici, trascinati, alla battaglia di Lipau (1434), in campo aperto fuori della barriera dei loro carri.

Insomma, neppure gli Ussiti hanno creato una vera fanteria capace d'imporre la propria volontà a qualunque avversario: la loro leva in massa, pur presentando come tale un carattere che addirittura precorre i tempi moderni, in realtà non è affatto in grado di rompere il circolo chiuso della prassi guerresca medievale.

Piero Pieri

RAIMONDO MONTECUCCOLI
Il principe Raimondo Montecuccoli nacque il 21 febbraio 1609 nel castello di Montecuccolo nell'appennino modenese e morì a Linz il 16 ottobre 1680. Avviato dal cardinale Alessandro d'Este agli studi ecclesiastici, li abbandonò alla sua morte e sedicenne, si recò in Germania dove si dedicò alla carriera delle armi sotto la guida di un generale suo parente. Divampava allora la Guerra dei Trent'Anni. Capitano nel 1631, entrò per primo nella città di Neubrandenburg e ne consegnò le chiavi a Tilly. Fu ferito nella battaglia di Lutzen (16 novembre 1632). A Wittstock (1636) compì imprese eroiche.
Tre anni dopo fu fatto prigioniero degli Svedesi e dovette aspettare tre anni per ottenere la libertà. Dedicatosi agli studi durante la prigionia, compose il TRATTATO DELLA GUERRA. Nominato maresciallo di campo, nel 1640 ebbe il comando di un esercito imperiale operante nella Slesia e conquistò una rapida fama di stratega costringendo gli Svedesi a ritirarsi in Pomerania.

Conclusa la Guerra dei Trent'Anni, viaggiò in Europa, studiando e raccogliendo appunti che confluirono nell'opera DELL'ARTE DELLA GUERRA. Nel 1657-58 fu comandante in capo degli eserciti imperiali nella campagna di Polonia e Danimarca contro gli Svedesi. Nel 1661 ebbe il grado di maresciallo di campo generale con il quale comandò nel 1663-64 gli eserciti coalizzati contro i Turchi che avevano invaso il territorio ungherese. I successi di Luigi XIV lo richiamarono alle armi. Morto il Turenne in battaglia il 27 luglio 1765, Montecuccoli inseguì i Francesi demoralizzati e li sconfisse 4 giorni dopo. Fu anche la sua ultima battaglia. Carico d'onori, ma non immune da maldicenze, visse ancora cinque anni.

I PANDURI
Nell'Ungheria feudale, il servo armato dei nobili boiari, prese il nome di panduro, costituendo un'autentica guardia del corpo.
Durante i secoli 17° e 18° vennero denominati panduri, speciali reparti di fanteria dell'esercito asburgico, il cui reclutamento veniva fatto tra i contadini serbi e romeni che abitavano le regioni meridionali del regno d'Ungheria: famoso, per arditezza ma anche per crudeltà, il corpo di panduri che organizzato e comandato da Franz von der Trenck (1711-49), costituì tra il 1741 e il 1745 l'avanguardia dell'esercito imperiale durante la guerra di successione austriaca.

Nel corso del sec. 19° i panduri vennero assorbiti, perdendo ogni autonomia organizzativa e tattica, dai reggimenti austriaci di guardia alla frontiera. Il nome sopravvive oggi in senso figurato, soprattutto nelle province ex ausburgiche, riferito a persona zotica e di carattere duro.

EUGENIO DI SAVOIA
Eugenio di Savoia, la cui madre, Olimpia Mancini era nipote del cardinale Mazarino, fu allevato in Francia, sotto la protezione di Luigi XIV, che ne voleva fare un ecclesiastico. Lasciata la Francia in seguito al rifiuto del re di dargli il comando di un reparto di cavalleria, si pose al servizio dell'impero e già nel 1697, a 34 anni, era comandante supremo dell'intero esercito.
Come tale l'11 settembre di quell'anno vinse la grande battaglia di Zenta, che stroncò per sempre le mire turche sull'Ungheria. Gran diplomatico, trattò la susseguente pace di Carlowitz (1699), che pur lasciando Belgrado ai turchi, confermava un accrescimento di potenza dell'impero asburgico nei Balcani. Nel 1716 l'Impero entrava a fianco di Venezia in un conflitto turco-veneto che durava da 1714. Eugenio, alla testa dell'esercito imperiale, vinceva la battaglia di Petervaradino (5 agosto 1716), catturava l'ultima fortezza turca in Ungheria (Temesvar, ottobre 1716) e finalmente, nel luglio 1717, poneva l'assedio a Belgrado. Bloccata la città da ogni parte e ridotte al silenzio le artiglierie turche, si mise ad attendere che i 25.000 uomini della guarnigione offrissero la resa ai suoi 70.000. Ma invece della resa arrivò un esercito turco di soccorso, forte di oltre 150.000 unità, al comando del gran visir Khalil Pascià.

Questi non osò attaccare subito, dando ad Eugenio la possibilità di fronteggiarlo con un calcolato schieramento difensivo. Nella notte fra il 14 e il 15 agosto veniva respinto il primo attacco ottomano e il 16, mentre un distaccamento austriaco respingeva una sortita degli assediati, Eugenio lanciava involontariamente la cavalleria contro il campo dei giannizzeri. C'era nebbia e i reparti a cavallo si trovarono sui turchi senza volerlo. Il conte Ebergni che li comandava, ordinò di caricare. I giannizzeri resistettero bene, finchè a supporto dei cavalieri non avanzarono i fanti. Tra la cavalleria e la fanteria, i turchi cercarono l'infiltrazione, ma furono circondati e distrutti. Intanto, il campo turco, da cui tuonavano 18 cannoni, veniva preso d'assalto da 6.000 bavaresi. Il più era fatto, ma Tartari e Spahis resistevano ancora. Eugenio era nella mischia e riceveva la tredicesima ferita della sua carriera. Travolte anche le ultime resistenze, il principe, che aveva avuto fra i suoi, meno di 2.000 morti contro circa 15.000 dei turchi, meditò su una possible avanzata su Costantinopoli (che poi non ci fu). Belgrado, infatti, non poteva più resistere. Il 21 agosto la città gli apriva ufficialmente le porte.

GUERRE FRANCO-CANADESI
Una caratteristica particolare delle guerre coloniali dell'America del Nord (1754-1763) era costituita dal fatto che bisognava affrontare i pericoli e le fatiche di luoghi solitari e selvaggi prima ancora che gli opposti eserciti si scontrassero nella mischia sanguinosa. Una vasta cerchia di foreste, a prima vista impenetrabili, separava i possedimenti delle provincie ostili della Francia e dell'Inghilterra.
I coloni rotti alla fatica e gli europei abituati all'esercizio e alla disciplina, che combattevano fianco a fianco, trascorrevano spesso interi mesi a lottare contro le rapide dei torrenti o per aprirsi in varco fra le gole dei monti, nella ricerca di un'occasione che permettesse loro di dare prova del loro coraggio in battaglia.

Emulando la pazienza e l'abnegazione degli esperti indigeni essi imparavano anche a superare ogni difficoltà; e si sarebbe detto che col passare del tempo non ci sarebbe più stato nei boschi recesso tanto oscuro o rifugio così segreto e solitario che potessero sfuggire alle incursioni di coloro che avevano impegnato la loro vita per soddisfare un desiderio di vendetta o per sostenere la fredda ed egoistica politica dei lontani monarchi europei. In questo scenario di conflitti sanguinosi, si svolse la guerra che Inghilterra e Francia combatterono per disputarsi il possesso di un paese che nessuna delle due era destinata a conservare.

J. F. Cooper

NAPOLEONE BONAPARTE
Nel 1800 la rivoluzione era stata salvata dai nemici esterni e salvaguardata in patria dalla reazione conservatrice. Il giovane Bonaparte aveva superato tutti i suoi rivali quanto a vittorie all'estero, infliggendo per giunta un colpo decisivo all'estremismo interno con il colpo di stato di brumaio, ovvero novembre del 1799. Il potere politico e militare finì nelle sue mani, com'era naturale, e tra il 1802 e il 1803 egli strinse una difficile pace con i nemici della Francia - Austria, Prussia, Russia, Gran Bretagna - per poi guidare di nuovo le armate in altri dodici anni di ancor più estese conquiste lampo: contro l'Austria nel 1805 e nel 1809 e infine, con esiti disastrosi contro la Russia nel 1812. Napoleone subì uno scacco netto soltanto in Spagna, dove nel 1809-14 i suoi marescialli dovettero battersi contro un corpo di spedizione britannico di ottima qualità al comando di Wellington, appoggiato da un'attività di guerriglia in tutto il paese e rifornito dalla Royal Navy. La sua Grande Armée non era l'esercito rivoluzionario: quantunque molti ufficiali e parte dei soldati fossero i superstiti delle campagne epiche del 1793-96, era diventata uno strumento del potere statale anzichè dell'ideologia.
Negli anni prima del 1807 la fanteria francese era organizzata in reggimenti di linea ciascuno composto da tre battaglioni da campagna e da un battaglione deposito, la cavalleria in reggimenti di quattro squadroni, e l'artiglieria in reggimenti formati da un numero variabile di batterie. I Francesi usavano svariati tipi di cannoni, che andavano dal piccolo 4 libbre al massiccio 12 libbre, più un gran numero di obici da 140, 152, e 203 mm e, dopo il 1805-06, molti cannoni da 6 libbre catturati al nemico. La maggior parte delle batterie ippotrainate francesi erano formate da sei pezzi da 4 libbre (6 libbre nelle batterie della Guardia) e le loro batterie di artiglieria a piedi da sei pezzi da 8 libbre e da due obici da 140 mm. Le batterie della riserva erano fornite da 12 libbre e da obici da 203 mm. La fanteria della Guardia Imperiale era organizzata in due reggimenti, ciascuno di due battaglioni, di granatieri e di chasseurs. I Granatieri a Cavallo della Guardia, avevano quattro squadroni, i cacciatori cinque, più l'annesso squadrone di mamelucchi portati da Napoleone dall'Egitto. Nel 1805 l'esercito francese era formato da 89 reggimenti di fanteria di linea e 26 reggimenti di fanteria leggera; 30 regimenti di dragoni, 12 di corazzieri, 2 di carabinieri, 10 di ussari e 24 di cacciatori; 8 reggimenti di artiglieria a piedi e 6 reggimenti di artiglieria ippotrainata ognuno dei quali su 22 batterie; più gli zappatori e tutti gli altri servizi di sostegno.

L'anno successivo la Guardia venne ingrandita con l'aggiunta dei Dragoni dell'Imperatrice e di un reggimento di artiglieria a cavallo. Negli anni seguenti alla Guardia vennero fatte parecchie aggiunte, tra cui la formazione di un secondo reggimento di granatieri a piedi e di chasseurs, e la creazione della Guardia Giovane e Media. Un reggimento di lancieri polacchi di Berg vennero aggiunti all'organico della cavalleria della Guardia, mentre un reggimento di artiglieria a piedi della Guardia venne istituito nel 1808, in origine solamente costituito da quattro batterie di pezzi da 12 libbre e da obici da 203 mm. Ulteriori cambiamenti avvennero durante il 1810 ed il 1811, che portarono l'esercito francese alle seguenti dimensioni a partire dal 1812: 105 reggimenti di fanteria di linea e 33 di leggera; 14 regimenti di corazzieri, 2 di carabinieri, 24 di dragoni, 13 di ussari, 28 reggimenti di chasseurs e 7 di lancieri più la precedente artiglieria.

Un terzo reggimento di granatieri (olandese) oltre a lancieri olandesi e lituani e quattro ulteriori batterie di artiglieria a piedi vennero aggiunte alla Guardia. I ranghi della Guovane Guardia vennero aumentati fino a comprendere 12 reggimenti. Dopo la disastrosa ritirata di Mosca l'esercito francese non fu mai più lo stesso e quando Napoleone tornò dall'Elba, all'inizio dei centi giorni era in grado di mettere in campo 90 battaglioni di fanteria oltre ad un sostegno di cavalleria ed artiglieria.

I DRAGONI
I dragoni furono dapprima soltanto fanti montati su cavalli per celerità di spostamento; successivamente furono addestrati a combattere sia a piedi sia a cavallo per passare poi definitivamente, nel sec. XVII, a far parte della cavalleria.
L'origine dei dragoni sembra trovarsi in quegli archibugieri a cavallo creati in Italia agli inizi del sec. XV e introdotti in Francia nel secolo successivo. Veri e propri reggimenti di dragoni si ebbero soltanto con Luigi XIV. Tutti gli eserciti europei ne seguirono poi l'esempio.

Il nome rimase unicamente per tradizione. L'esercito italiano ebbe due reggimenti di cavalleria derivanti da antichi reggimenti di dragoni: "Nizza Cavalleria" e "Genova Cavalleria".
I dragoni erano una cavalleria media, cioè a metà tra la cavalleria pesante (carabinieri, corazzieri) e quella leggera (ussari, cacciatori, ecc.), il loro compito da fanteria a cavallo, si trasformò col tempo ed in realtà venivano utilizzati ovunque si rendesse necessario, quindi sia come esploratori che come cavalleria da battaglia.

IL GENERALE LEE
Robert H. Lee, è da considerarsi uno dei più grandi condottieri della storia militare, al pari di Cesare, Scipione e Napoleone, come loro anche lui ha avuto dei momenti esaltanti, dove la strategia militare è salita in cattedra, frammisti a lati oscuri, Generale statunitense (Stratford, Virginia, 1807 - Lexington, Virg., 1870). Diplomatosi a West Point (1829), nel 1846 partecipò valorosamente alla guerra messicana col grado di capitano. Divenuto colonnello, fu nominato sovrintendente di West Point.
Personalmente contrario alla schiavitù e convinto dei vantaggi che l'Unione offriva a tutti gli Americani, dopo la proclamazione della secessione fu tuttavia indotto dalla lealtà verso il popolo della Virginia a dimettersi dall'esercito federale. Allo scoppio delle ostilità fu dapprima consigliere militare del presidente J. Davis; nel 1862 assunse il comando dell'esercito della Virginia. Intraprese le campagne del Maryland (1862-63) riportando numerose vittorie, finché la superiorità dei nordisti non lo costrinse alla resa, ad Appomattox il 9 aprile 1865. Dopo la guerra si dedicò al Washington College di Lexington, di cui era stato nominato presidente.

ESERCITO BRITANNICO
L'Esercito Imperiale Britannico della regina Vittoria, nel periodo 1878-1884, era una piccola forza volontaria rigidamente organizzata e molto disciplinata. Il soldato semplice si arruolava per un servizio attivo di dodici anni, ed era pagato, come base, uno scellino al giorno: lo scellino della Regina.
Un duro sistema di addestramento e disciplina assicuravano che il soldato semplice avrebbe eseguito bene la sola funzione che ci si aspettava da lui: resistere, come un muro d'acciaio, a qualsiasi cosa gli si gettasse contro. Egli non era incoraggiato ad agire o pensare indipendentemente, ed ogni cosa veniva fatta secondo il libro (il regolamento).

La spina dorsale di quest'esercito era come sempre costituita dai sottufficiali (caporali e sergenti). Sia gli ufficiali che soldati dipendevano dalla capacità, giudizio e devozione al dovere di questi militari professionisti, che erano di un genere tutto loro, e piuttosto intimidatorio. I sottufficiali erano il legame vitale tra gli ufficiali e gli uomini nell'esercito vittoriano. Il corpo degli ufficiali traeva i suoi uomini dalle classi dominanti la Gran Bretagna; in gran parte era costituito dai figli di uomini politici, nobili, clero, funzionari pubblici, e altri ufficiali.

Fino al 1871, gli ufficiali potevano comprarsi il grado e le promozioni, indipendentemente dall'addestra-mento o dall'esperienza. Confrontato con quello di altri eserciti dello stesso periodo, per esempio il Prussiano, l'ufficiale britannico era poco professionale, poco addestrato e fortemente manchevole in fatto di esperienza militare. Sul campo, tuttavia, la sua intuitiva capacità di comando, del tipo seguitemi!, e il coraggio snobistico e quasi fanatico erano molto efficaci, e, per certi versi, leggendari. La combinazione di sottufficiali veterani e di ranghi disciplinati, stoici e resistenti garantivano quasi sempre il successo contro forze preponderanti in situazioni spaventose.

ZULU
La guerra tra la Gran Bretagna e la nazione Zulu scoppiò in Sud Africa nel 1879. L'esercito zulu era uno dei più efficienti, ben organizzati, esperti e capaci eserciti non europei esistenti alla fine del XIX secolo. Da una piccola tribù indigena, o clan, che nel 1778 esercitava un controllo su soltanto 1.200 miglia quadrate circa, gli Zulu arrivarono , nel 1870, a controllare un'area di 144.000 miglia quadrate. Allo scoppio della guerra, probabilmente 50.000 guerrieri Zulu erano sotto le armi.
L'esercito zulu era organizzato in specifiche unità: compagnie, reggimenti, e persino corpi, tutti con i loro appropriati comandanti, e tutti basati, in modo elastico, sulle classi d'età. Una forma di coscrizione forniva nuovi guerrieri per l'esercito.

Una forma di coscrizione forniva nuovi guerrieri per l'esercito. Il singolo guerriero in battaglia era temerario, e ispirato da un solo obiettivo: raggiungere il nemico fino a poter fare buon uso della sua lancia corta a punta larga, la Iklwa.
Egli portava anche un certo numero di lance più leggere, da getto, chiamate Ingicawe, che venivano lanciate da corta distanza, poco prima di contattare il nemico. In combinazione con le lance da punta e da getto (chiamate genericamente Assegai dagli Europei), il guerriero Zulu portava anche il suo leggendario scudo ovale di cuoio, alto da 80 a 110 cm. Un'ampia gamma di mazze di legno - lo Knobkerrie o Iwisa - fatte con il legno più duro e pesante che fosse disponibile completavano l'impressionate panoplia d'armi da combattimento di questi guerrieri.

Tatticamente l'esercito zulu era molto più avanzato della maggior parte delle altre forze indigene. La sua usuale formazione d'attacco, e sempre attaccava, era chiamata formazione a bestia cornuta. Consisteva di quattro componenti tattici: il petto, cioè il corpo principale, che lanciava un attacco frontale; le due corna, o i fianchi, che si aprivano a ventaglio e cercavano di accerchiare il nemico; e i lombi, o riserva, che veniva posizionata dietro il petto e rivolto con la schiena al nemico, a disposizione per rafforzare eventuali vuoti nell'attacco principale. I guerrieri erano ben addestrati, e fisicamente in grado di mantenere formazioni serrate anche tra rocce e terreno accidentato, ad una velocità sorprendente.

Gli Zulu erano maestri nel mascheramento, e nell'usare il terreno e la mimetizzazione per nascondere grossi concentramenti di guerrieri. Erano anche molto abili nello strisciare e nelle imboscate. Queste capacità naturali si dimostrarono tra le loro migliori armi. Le cariche degli Zulu solitamente arrivavano al bersaglio, a meno che una potenza di fuoco superiore non li costringesse a terra, o perdite eccessive obbligassero i loro capi a richiamare l'attacco per raggruppare le forze e ritentare. Una volta a contatto dell'avversario, i guerrieri Zulu potevano normalmente travolgere i loro avversari europei nella mischia.

Sotto il comando del loro Re, Cetshwayo, e di comandanti come Dabulamanzi, Matiyiya, Tshingwayo, Somopo e Melhokazulu, l'esercito zulu per la numerosità, l'abilità ed il coraggio è stato probabilmente la più formidabile forza indigena mai affrontata dai soldati vittoriani.

SECONDA GUERRA AFGANA
Nel 1878, i Britannici furono coinvolti nella Seconda Guerra Afgana sulla frontiera nord-occidentale dell'India. Questa frontiera correva lungo il confine con l'Afghanistan, e includeva molti stati Indiani ed aree tribali. La zona era popolata principalmente da Pathans, una razza di guerrieri estremamente indipendenti e feroci, considerati da molti la più coraggiosa, astuta e sfrenata delle tribù delle colline.
Guidati da capi come Musa Khan, Shere Ali, Yakub Khan, Mohammed Yan e Ayub Khan, i Pathans erano una forza locale con cui fare i conti. Essendo per loro natura guerrieri e montanari, i Pathans erano nemici pericolosi e abili nel combattimento difensivo in fortificazioni rocciose. Un fanatico coraggio li distingueva nel combattimento ravvicinato con le spade. Erano inoltre esperti tiratori a lunga distanza, armati con fucili ad avancarica, con pietra focaia e canna rigata, chiamati Jezail.

La loro tattica di base consisteva nell'occupare terreni elevati, e poi tenere sotto il fuoco di cecchini, i Britannici, mentre questi avanzavano lentamente. Come i Britannici si preparavano all'attacco finale alla baionetta, i Pathans si ritiravano su terreno ancora più alto. Se i Britannici si ritiravano, i Pathans scendevano correndo dalle rocce e li inseguivano, cercando di falciare gli isolati ed i feriti. I Pathans restavano su terreni elevati ogni volta che fosse possibile temendo la cavalleria Britannica stazionata nelle pianure.

I Pathans erano organizzati in clans, almeno la metà equipaggiati con fucili a pietra focaia, mentre il resto con spade. Un insieme di clans formava una tribù, quelle più importanti possedevano qualche vecchio pezzo di artiglieria ed aliquote di cavalleria. Poche informazioni abbiamo sulle loro bandiere, salvo che portavano stendardi rossi.

EGIZIANI
Nel 1882, l'Egitto era sotto il Doppio Controllo della Gran Bretagna e della Francia, e tutte le cariche superiori di governo erano tenute da stranieri, o non Egiziani. Un ufficiale egiziano, Ahmed Bey Arabi, sentì che era giunto il momento di una riforma, e che gli Egiziani governassero l'Egitto. Egli guidò una rivolta, coronata dal successo, e depose il governo esistente. A sua volta, una forza Britannica al comando di Sir Garnet Wolseley fu inviata in Egitto per restaurare il governo.
L'esercito egiziano, al comando di Arabi Pasha, armato soprattutto con fucili a canna rigata a retrocarica Remington, e con alcuni pezzi d'artiglieria a retrocarica Krupp, avrebbe potuto essere un pericoloso strumento di guerra. I singoli soldati, sia locali, sia i battaglioni di neri sudanesi del sud, avevano delle qualità di combattimento naturali indigene, ed esperienza di guerra.

Di fatto, alla battaglia di Tel El Kebir, la prima ondata di attacco dei duri Highlanders scozzesi fu in effetti respinta dalle ostinate e combattive truppe sudanesi, che difendevano i trinceramenti egiziani, però gli ufficiali egiziani erano marci di incompetenza militare e diatribe politiche. Se avesse avuto un migliore e più ispirato comando, l'esercito egiziano del 1882 avrebbe potuto essere un avversario alla pari per i Britannici.

BOERI
Due colonie indipendenti in Sud Africa, lo Stato Libero dell'Orange e il Transvaal, dove si erano insediati coloni di origini olandesi e francesi ugonotte, furono il luogo d'azione di una breve ma sanguinosa guerra dal dicembre 1880 al marzo 1881, scaturita dal desiderio Britannico di annettere questi territori.
L'uomo della frontiera Boero era assai rozzo e frugale, un cacciatore indipendente, abile e autosufficiente, e allo stesso tempo un superbo cavaliere e un tiratore micidiale. Anche se era decisamente un individualista, quand'era minacciato si univa rapidamente ai suoi vicini in gruppi di leva locale chiamati Commandos.

Questa unità, tratte da un dato distretto elettorale, erano formate da tutti gli adulti maschi abbastanza vecchi da cavalcare e sparare. Questi distretti erano ulteriormente suddivisi in circoscrizioni comandati da Field-Coronets, e le circoscrizioni erano suddivise in caporalati.

Sebbene incorporato in una organizzazione paramilitare, il Boero rimaneva un individualista ed era tanto rapido a raggiungere il proprio commandos quanto a distaccarsene, se lo scoramento o l'esigenza familiare, o il semplice impulso personale lo richiedeva. Egli aveva persino la libertà di combattere o no in una data situazione, e poteva tornare a casa se lo riteneva necessario!! Tutti i comandanti erano eletti dal loro gruppo, e potevano essere rapidamente sostituiti se non agivano secondo il consenso generale.

Il Boero funziona principalmente come fante montato. Sebbene armati con un fucile a canna rigata (Westley-Richards) inferiore nella velocità di caricamento e nella portata al Martini-Henry dei soldati Britannici, e sebbene non avessero artiglieria, i Boeri sotto il comando di capi naturali come i generali Piet Joubert, Paul Kruger, Piet Cronje, e i comandanti Smidt e Ferreira, fecero ottimo uso dei loro vantaggi naturali dati dalla mobilità, dalla mira e dall'imprevedibilità.

ITALIANI IN AFRICA
Gli Italiani fin dall'inizio della loro impresa d'Africa, puntarono sulle forze indigene, prima affidando la scorta dei convogli e del postribolo locale, ai Basci-Buzuk (teste matte), e poi con l'organizzazione di orde mobili, con compiti di ordine pubblico e polizia interna.
Nel 1889 questo corpo di indigeni venne sciolto, pur mantenendo una riserva interna fino alle soglie del primo novecento. Oltre ai basci-buzuk, si cercarono di reclutare bande nere, mercenari al soldo degli italiani, che in una continua altalena, disertavano e riprendevano servizio, a seconda del momento e dei loro interessi.

La fanteria regolare italiana (Alpini, Bersaglieri, Fanteria d'Africa), pur avendo un buon volume di fuoco, pativa il clima e tutto sommato, era inferiore, rispetto ai battaglioni Ascari con ufficiali italiani. Lo era da un punto di vista numerico, perché i battaglioni Ascari contavano circa 950 uomini, mentre i battaglioni italiani erano intorno ai 450.

La cavalleria italiana era composta da Penne di Falco (squadroni Kerèn e Asmara) e Meharisti (truppe cammellate), con ufficiali italiani e soldati indigeni. L'artiglieria si divideva in batterie nazionali, da montagna e indigene, tutte valide e coraggiose. Si può dire che gli Italiani abbiano vinto tutte le loro battaglie contro i Dervisci, al contrario degli Inglesi, mentre hanno patito l'esercito abissino, con cui si sono trovato a mal partito, a Dogali, all'Amba Alagi, e a Adua.

La tragedia di Adua è da imputare ad una cattiva gestione dell'alto comando italiano, poiché gli abissini riuscirono ad approfittare della dispersione, delle quattro brigate italiane, riuscendo ad avvolgerle ed annientarle, una alla volta. Cacciarsi in una zona di terreno poco conosciuta e con mappe poco affidabili, contribuirono alla poco intelligente disposizione delle truppe, che non riuscirono ad appoggiarsi vicendevolmente. La stupida irruenza del gen. Albertone e l'insicurezza del gen. Baratieri, che qualche sospetto lo aveva avuto, fanno da contraltare ai gesti eroici delle truppe indigene e nazionali.

DERVISCI
Nel 1881, l'oscuro figlio di un carpentiere, Mohammed Ahmed Abn Al Sayid Abdullah si autoproclamò il salvatore da lungo atteso della fede islamica in Sudan, e organizzò le varie tribù del Sudan egiziano, in una forza che avrebbe liberato il loro paese dagli infedeli. Questo esercito di Dervisci, come erano chiamati, ebbe pieno successo nello sconfiggere tutte le forze egiziane mandate contro di loro. Alla fine, unità britanniche dell'esercito di occupazione furono mandate in campo a disperdere queste tribù fanatiche. Il generale Charles Gordon, il Cinese, fu mandato a Khartum, dove fu a lungo assediato e, infine, ucciso. Quasi tutte le tribù pastorali e nomadi el Sudan furono alla fine incorporate nell'esercito Derviscio.
La tribù più famosa era quella nota come Fuzzy-Wuzzy (capelli crespi).
Il grosso dell'esercito del Mahdi (come veniva chiamato il profeta), era all'incirca diviso tra le tribù in unità di 1.000 uomini comandate da Emiri; i più importanti tra loro furono Osman Digna, Abu Anga, Mohammed Sherif, Abd Al-rahman e Musa Wad Helu.

La maggior parte dei Dervisci erano armati con vecchi fucili Remington catturati, e inoltre di molti inefficienti moschetti a pietra focaia prodotti localmente.

Le armi principali delle orde dervisce, tuttavia, erano delle lunghe lance a lama larga e lunghe e diritte spade a due mani. Venivano usati anche piccoli scudi rotondi fatti di pelle di rinoceronte, elefante o coccodrillo, che si diceva potessero deviare un proiettile. Le caratteristiche di combattimento e l'efficacia in battaglia dell'esercito derviscio del Mahdi possono essere riassunte bene in questa citazione da Charles Neufield, un Tedesco che fu prigioniero dei Dervisci per dodici anni. Egli afferma che nel combattimento ravvicinato, l'orda dei Dervisci è più che alla pari del meglio addestrato esercito europeo.

"Svelti e silenziosi nei movimenti, capaci di coprire distanze ad una velocità di 4 o 5 volte superiore a quelle di truppe addestrate, ... ogni uomo, quando veniva il momento di attaccare, era capace di combattere indipendentemente dagli ordini, svelto, veloce e agile come un gatto e assetato di sangue come una tigre che sta morendo di fame, ... completamente incurante della propria vita, riescono a continuare a colpire e affondare con la lancia e la spada anche con mezza dozzina di ferite, ognuna delle quali avrebbe ucciso un Europeo."

Contro gli Italiani, i Dervisci utilizzarono anche la loro cavalleria Baggàra, una sorta di cavalleria catafratta, perdendo però a Agordàt (1890), Serobèiti (1892), Agordàt (1893), Kassala (1894), Gulasìt (1896), Sabderàt (1896), Monte Mocràm (1896), Tucrùf (1896).

ESERCITO ABISSINO
L'esercito etiopico era un ottima macchina da guerra, in grado di impensierire qualunque potenza europea, con un volume di fuoco, certamente superiore agli zulu e con un numero di componenti che spesso nella sua massima espressione superava abbondantemente i centomila uomini.
Ogni singola parte di questo fiume di uomini aveva una sua denominazione ed un suo particolare compito. In particolare la logistica e la sussistenza dovevano essere curate fin nei loro minimi particolari, per assicurare cibo e ristoro a tutto l'esercito in movimento, che marciava per sole cinque ore al giorno, dedicando il resto alla dislocazione del campo. Il martedì e le prime ore dell'alba erano considerati i migliori momenti per combattere.

La tattica era abbastanza statica e semplice, si trattava di assumere la formazione di marcia a croce greca, cioè con i bracci della croce identiche; la testa della formazione attaccava il nemico, parte del centro e della retroguardia veniva a formare la riserva, mentre le altre due braccia, in maniera veloce, avvolgevano ed annientavano il nemico.

Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, solo due stati africani erano indipendenti, Liberia ed Etiopia.

STALINGRADO
Quando la Germania, l'Italia e la Romania dichiararono guerra all'Unione Sovietica, il 22 giugno 1941, prese corpo il piano tedesco detto operazione Barbarossa. Nel 1942 i tedeschi operarono il loro sforzo maggiore sul fronte meridionale con 66 divisioni tedesche e 17 tra unità italiane, rumene e ungheresi.
La città di Stalingrado (oggi Volgograd), importante centro industriale sul basso Volga, abitata da 500.000 persone, era l'obiettivo del cosidetto gruppo B comandato dal feldmaresciallo Fedor von Bock, poi sostituito (il 13 luglio) dal feldmaresciallo Maximillian von Weichs. Più a sud agiva la IV armata corazzata del generale Hermann Hoth. Sicuri di una facile conquista, i tedeschi investirono Stalingrado con una sola armata, la VI, guidata dal generale Friedrich von Paulus, appoggiata dall'VIII corpo aereo e dalla III armata romena. Il 23 agosto von Paulus raggiungeva il Volga, a nord della città, dove 40.000 civili erano già morti sotto i bombardamenti, 300.000 erano fuggiti oltre il fiume, gli altri collaboravano con i soldati della 62° armata sovietica rimasti al generale Vasili Zulov: tre divisioni di fanti e una brigata di marina da lui trovate disperse nella steppa e riorganizzate, cui si aggiunsero ben presto rinforzi spediti da oltre il Volga dal comando supremo del maresciallo Georgi Zukov.

Hitler avrebbe voluto avere Stalingrado entro il 25 agosto, ma il 3 settembre due quartieri della città resistevano ancora e la lotta si era ridotta a un seguito allucinante di agguati e di cacce all'uomo, di strada in strada, di casa in casa, di stanza in stanza. Scariche di colpi si rovesciavano su ogni centro di resistenza e si combatteva fino all'annientamento dell'una o dell'altra parte. Intanto a nord e a sud della città si registrava un'intensa attività dei sovietici. Il 19 novembre le truppe del generale Nikolai Vatutin varcavano il Don a Kalach e si scagliavano sulla III armata romena,, sull'VIII armata italiana (che doveva tenere un fronte di 300 km, in media con un fante ogni 7 m), e infine sulla II armata ungherese, costrigendole alla ritirata.

A sud di Stalingrado il generale Andrej Eremenko sfondava a sua volta e puntava a nord. Von Paulus chiese a Hitler il permesso di lasciare Stalingrado. Gli fu negato. Così il 23 novembre il cerchio attorno alla città si chiudeva e la VI armata, con i suoi 300.000 uomini, era in trappola, stretta in una sacca di 50 km di diametro. Hoth, con la IV armata, tentò di sfondare l'anello russo tra il 12 e il 21 dicembre, poi dovette ritirarsi e lasciare von Paulus al suo destino. La battaglia di Stalingrado era finita. Cominciava l'annienta-mento della VI armata, che aveva ricevuto per due volte, direttamente da Hitler, l'ordine di resistere fino all'ultima cartuccia, insieme con la notizia che von Paulus era promosso feldmaresciallo. Era una promozione che equivaleva a una condanna a morte, poichè nessun feldmaresciallo tedesco era mai caduto vivo nelle mani del nemico.

Rompendo la tradizione, il 2 febbraio 1943 von Paulus si consegnava prigioniero. A un generale nemico che gli chiedeva perchè non avesse abbandonato in tempo Stalingrado, egli rispose con una domanda passata alla storia: "Lei è un soldato e non capisce ?"

CONTROGUERRIGLIA
Dopo la fine della seconda guerra mondiale e del conflitto coreano, abbiamo assistito ad un profondo cambiamento degli eserciti di terra. Organizzati in divisioni, in reggimenti contrapposti con altri corpi d'armata, con altri battaglioni, le guerre del passato oppongono disciplina a disciplina, regole dell'arte della guerra a regole dell'arte della guerra. Schierati faccia a faccia gli avversari si assomigliano come guanti, come riflessi in uno specchio, ad eccezione dei colori delle uniformi ...
Più tardi, con le guerre di liberazione comunemente chiamate di decolonizzazione, queste grandi unità di fanteria non troppo dissimili da quelle napoleoniche, hanno dovuto affrontare i piccoli gruppi della guerriglia, la piccola guerra, meno ordinata, in cui la frazione partigiana gioca un ruolo centrale nel condurre l'offensiva contro un nemico tecnicamente e numericamente superiore. Di fronte a questo mutamento dell'avversario, le grandi unità militari classiche sono ricorse ai commandos della controguerriglia; in altre parole, il soldato regolare è progressivamente diventato un partigiano, un guerrigliero, nel tentativo di battere la guerriglia sul suo stesso terreno.

Ma il movimento di decomposizione istituzionale, questa sovversione delle forze armate legali, non si è fermato qui. Infatti con il recente sviluppo del terrorismo internazionale, alle forze armate nazionali s'impone una riconversione radicale. Da qui la creazione di forze di rapido intervento, negli USA, in Francia e altrove, dove si prepara un terrorismo strategico di Stato, non più fondato soltanto sull'organizzazione di gruppi d'unità ristrette, simili ai commandos di caccia ormai tradizionali tra i paracadutisti, tra i marines, o nella legione straniera, ma costituito di individualità specializzate. Infatti, così come l'equilibrio del terrore tra i blocchi, ha contribuito a moltiplicare, da una trentina d'anni, le guerre convenzionali locali in Asia o in Africa, allo stesso modo il prolungarsi del deterrente nucleare contribuisce oggi a moltiplicare all'infinito i crimini politici ed il terrorismo individuale. Terrorismo di minoranze oppresse o terrorismo della forza pubblica, i cui effetti devastanti sullo stato di diritto, nazionale e interna-zionale, sono assolutamente catastrofici.

A questo proposito, va ricordata la dottrina della "guerra libera" in vigore nelle organizzazioni difensive di alcuni paesi nordici, dove ogni coscritto, ogni richiamato si trasforma automaticamente in partigiano. L'avvenire della difesa nazionale, dunque, non è più la guerra di liberazione di resistenti ad un invasore numericamente superiore e meglio armato, ma la liberazione del crimine, la formazione di killer di massa, di assassini paramilitari, criminali patentati, ingaggiati nelle unità terroristiche come soldati di leva nei reggimenti del genio o della fanteria.

Tutta l'evoluzione tecnologica degli armamenti leggeri porta a questo ultimo tipo di guerriero: cittadino-soldato, sopravvissuto solitario delle grandi unità smembrate, di un'armata nazionale decimata, prodotto non tanto dalla disfatta (coloniale o altro) ma dalla "non guerra". La miniaturizzazione delle armi portatili ad alta prestazione balistica (fucili d'assalto, lanciamissili individuali...), la sofisticazione degli esplosivi ad alto potenziale ma scarsamente ingombranti, così come le nuove capacità di telecomunicazione istantanee, tutto questo contribuisce all'avvento di un nuovo tipo di soldato da guerra, sorta di angelo sterminatore. Come non vedere, dietro le ultime rappresaglie di stato, un adeguamento della violenza legittima alla violenza illeggittima? L'attentato di stato non è mai un successo politico, ma sempre una sconfitta del potere pubblico, la prova di una debolezza congenita della violenza legale, del giusto diritto democratico che tenta di opporsi alla violenza del non diritto.