Giuseppe Saragat

 

 

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Uomo politico italiano (Torino, 1898 - Roma, 1988).

La famiglia Saragat, originaria della Catalogna, dove portava il nome di Savarat, si era stabilita in Sardegna fin dai tempi del dominio spagnolo. Di qui Giovanni Saragat si trasferisce a Torino, dove si laurea in giurisprudenza e collabora come cronista giudiziario a «La Stampa» firmandosi con il cognome quasi anagrammato di «Togarosa». Dal suo matrimonio con la torinese Ernesta Stratta nascono Giuseppe e altri due fratelli.

Gli anni giovanili

Amico d'infanzia del futuro ministro, ambasciatore e segretario della N.A.T.O. Manlio Brosio (18971980), Giuseppe Saragat segue un regolare corso di studi conseguendo il diploma di ragioneria e iscrivendosi alla facoltà di scienze economiche e commerciali dell'università di Torino.

Qui segue le lezioni di Luigi Einaudi, che ricorderà sempre come un maestro «per la serietà dell'insegnamento, per il contenuto rigore dei suoi sentimenti, per la celata propensione verso soluzioni di buon senso in tutte le cose, per il suo limpido giudizio morale».

Ma, trascorsi alcuni mesi, l'Italia interviene nella Prima Guerra mondiale e Saragat deve interrompere gli studi e partire per il fronte, dove frequenta il corso di allievo ufficiale, diventa tenente di artiglieria da campagna e combatte sul Carso, sull'altopiano di Asiago, sulla Bainsizza, ottenendo una croce di guerra.

Dopo il conflitto, si laurea in economia e commercio, si impiega presso la Banca Commerciale Italiana e aderisce nel 1922 al Partito socialista, mentre nel Paese sta ormai affermandosi il fascismo.

Dalla militanza socialista alla lotta antifascista

«Sono entrato nella vita politica», dirà più tardi, «quando vidi a Torino che i figli di papà bastonavano la povera gente.» Tale ispirazione populista si riflette nell'adesione alla corrente di destra del partito, rappresentata da Filippo Turati, Claudio Treves (1869- 1933), Giacomo Matteotti.

Siamo all’indomani del congresso di Livorno del 1921, in cui il rifiuto dei massimalisti di espellere la destra riformista era sfociato nella scissione e nella fondazione del Partito comunista; vivi sono ancora i contrasti interni quando il P.S.I. tiene il XVIII congresso nella capitale (ottobre 1922), qualche settimana prima della marcia su Roma.

Ai massimalisti, che sostengono l'inevitabilità della lotta di classe, anche condotta con mezzi illegali, e non escludono una intesa con i comunisti, si contrappongono i riformisti, decisi fautori di una prospettiva democratico-parlamentare e della collaborazione con i partiti borghesi. Posti in minoranza, essi provocano una nuova scissione del P.S.I., fondando il Partito sociale unitario (P.S.U.), di cui è eletto segretario Giacomo Matteotti, che si dà come organo ufficiale il quotidiano «La Giustizia» e al quale aderisce anche Saragat.

Vicino agli intellettuali antifascisti torinesi che fanno capo a Gobetti, e al pari di loro sorvegliato o fermato dalla polizia fascista, egli non modifica queste posizioni neppure quando l'inasprirsi del regime, il brutale delitto Matteotti del giugno 1924 e il fallimento dell'opposizione democratica condotta dai partiti antifascisti che danno vita all'Aventino fanno cadere le speranze di rovesciare la dittatura con i mezzi legali.

Nel marzo 1925 Saragat (che intanto ha sposato Giuseppina Bollani, dalla quale ha subito un figlio) partecipa come delegato torinese al congresso del P.S.U., venendo eletto nella direzione e più tardi nell'esecutivo del partito.

Poco dopo si trasferisce a Milano, presso l'ufficio studi della banca in cui lavora, per meglio dirigere la battaglia politica, condotta principalmente attraverso articoli sulla stampa di partito nelle difficili condizioni della clandestinità fino al novembre 1926, quando la direzione del P.S.U. decide di trasferirsi all'estero.

Gli anni dell'esilio

Turati va esule a Parigi, Saragat emigra attraverso il comasco recandosi di lì a Vienna, dove l'Internazionale socialista gli assicura un modesto lavoro in organismi cooperativi e dove la moglie e il figlio lo raggiungono nella primavera del 1927. Nei tre anni trascorsi a Vienna, durante i quali ha una figlia, stringe amicizia con il leader dell'Internazionale socialista Otto Bauer (1881-1938) e studia il cosiddetto «austromarxismo», da cui trae nuovi argomenti per la sua concezione gradualistica e riformista. In seguito Saragat si trasferisce a Parigi.

Qui nel frattempo si sono costituiti la Confederazione generale del lavoro in esilio, diretta dal suo compagno di partito Bruno Buozzi (1881-1944), il movimento di «Giustizia e Libertà» e la Concentrazione antifascista fra socialisti e repubblicani, guidata da Pietro Nenni, che è attivamente impegnato anche a promuovere la riunificazione socialista e diventa segretario del nuovo Partito socialista unificato, costituito nel 1930 con l'adesione di Saragat e degli altri capi riformisti.

Convinto fautore dell'unificazione, ma anche della necessità di armonizzare «classismo» e democrazia borghese, egli continua a rappresentare in seno al P.S.I. la tendenza più ostile all'intesa con i comunisti sostenuta da Nenni.

Le posizioni di Saragat, esposte per tutto il periodo dell'esilio in numerosi articoli su giornali e riviste («Quarto Stato», «Rinascita socialista», «Il Nuovo Avanti», ecc.), si modificano nella seconda metà degli anni Trenta, quando anche i comunisti adottano al VII congresso della III Internazionale la politica dei «fronti popolari», e durante la guerra di Spagna, che vede combattere fianco a fianco socialisti, comunisti, repubblicani. Nel 1937, al III congresso del P.S.I. in esilio, Saragat sostiene come Nenni l'inevitabilità dell'unità d'azione con i comunisti, nonostante le profonde divergenze ideologiche.

Dopo il «patto di non aggressione» del 1939 fra Hitler e Stalin tornano in primo piano le divisioni fra Nenni, costretto a lasciare le cariche dirigenti per la sua costante difesa della politica d'unità d'azione, e Saragat, che sostiene l'identità di nazismo e comunismo. Ma dopo l'aggressione tedesca contro l'Unione Sovietica (giugno 1941), i due massimi dirigenti socialisti ritrovano un accordo e firmano in ottobre a Tolosa, con il gruppo «Giustizia e Libertà» e con i comunisti, quel patto d'unità d'azione che Saragat sosterrà anche durante tutta la guerra e la Resistenza.

Dalla Resistenza alla Costituente

Intanto, lasciata Parigi nel 1940 dopo l'occupazione tedesca, si trasferisce nel sud della Francia, a Saint-Gaudens, entrando in contatto con i locali capi partigiani e vivendo in clandestinità fino alla caduta del fascismo (25 luglio 1943).

Subito dopo, rientrato in Italia e arrestato dalla polizia a Susa, è liberato per l'intervento di Buozzi durante i 45 giorni del governo Badoglio e raggiunge Roma, dove, sotto la direzione di Nenni, si è già ricostituito il Partito socialista (con il nome di P.S.I.U.P.), nella cui direzione viene eletto.

Il 10 settembre, all'indomani della costituzione del Comitato di liberazione nazionale, partecipa con Nenni e altri dirigenti socialisti alla sfortunata difesa di Roma, abbandonata dal re e dal governo Badoglio in mano ai Tedeschi. Due mesi dopo è arrestato e tradotto a Regina Coeli insieme ad altri antifascisti, fra i quali Pertini, con cui riesce a evadere alla vigilia del processo.

All'inizio di giugno Roma è liberata e, mentre i nazisti in fuga portano con sé e giustiziano alcuni prigionieri politici scelti a caso, fra i quali Bruno Buozzi, si costituisce il primo governo dell'Italia libera, presieduto dal conservatore Ivanoe Bonomi (1873-1951); Saragat entra a farne parte come ministro senza portafoglio per sostenervi la linea del P.S.I., che chiede l'immediata convocazione dell'Assemblea costituente.

Deciso fautore della scelta repubblicana e critico verso le incertezze manifestate al riguardo dalla Democrazia cristiana, Saragat non entra invece nel secondo gabinetto Bonomi cui, per la sua linea moderata, rifiutano l'appoggio sia i socialisti sia il Partito d'azione.

Nel 1945 è nominato ambasciatore a Parigi, dove resta fino al 1946 per essere poi eletto quasi all'unanimità (401 voti su 468) presidente dell'Assemblea costituente, insediata dopo il referendum del 2 giugno. In tale veste partecipa con il presidente del consiglio De Gasperi e Ivano Bonomi alla conferenza di pace che si svolge in agosto a Parigi.

La scissione di palazzo Barberini

Intanto si riacutizzano nel P.S.I.U.P. i contrasti tra a maggioranza di sinistra, facente capo a Nenni e Morandi (che dalla fine del 1945 ha sostituito Saragat alla direzione della rivista ufficiale «Socialismo»), e la destra del partito, facente capo allo stesso Saragat e alle riviste «Critica sociale» di Ugo Mondolfo e «Iniziativa socialista» di Mario Zagari e Matteo Matteotti.

Al centro delle divergenze vi sono ancora il rapporto con i comunisti e l'ipotesi, verso cui va orientandosi la sinistra, di presentare liste comuni alle elezioni del 1948. Ma il nucleo ideologico e teorico del dissenso sta nel modo di concepire il rapporto fra socialismo e democrazia borghese, che la destra del partito ritiene, come scrive Saragat, «un fatto semplicemente umano, che può colorirsi dei sentimenti della classe che se ne fa banditrice, ma che nella sua natura profonda trascende ogni limite di classe e permane come insopprimibile esigenza di giustizia».

Ciò, come nota lo storico del P.S.I. Valerio Strinati, porta «a ridimensionare il carattere antagonistico dell'iniziativa di classe» assegnando come compito al proletariato la difesa della democrazia borghese e «di quei valori d'integrale umanità» (Saragat) che la borghesia tende ad abbandonare. Il marxismo viene così a essere visto come un «umanesimo», che difende generali idealità umane, secondo la teorizzazione del filosofo Ugo Mondolfo (1875-1958), ripresa e condivisa in varie occasioni da Sararagat.

Coerente con questo umanesimo interclassista è la critica, da parte di Saragat, di «un irrigidimento operaistico che ha privato il partito di quel soffio d'universalità» e il tentativo di trasformarlo anche dal punto di vista della sua composizione sociale in un partilo di tutti i lavoratori e dei ceti medi pur «senza perdere la sua necessaria base operaia».

Sono questi i nodi del dibattito sviluppatosi nel XXV congresso del Partito socialista (che riassume in questa occasione il nome di P.S.I.) e sfociato nella scissione di palazzo Barberini. Qui Saragat, abbandonati i lavori del congresso, riunisce la minoranza di destra che con lui dà vita al Partito socialista dei lavoratori italiani (P.S.L.I.), più tardi denominato Partito socialista democratico italiano (P.S.D.I.).

Alla scissione Saragat giunge, come scrive un suo agiografo, «per intima coerenza, per fedeltà a quegli ideali di libertà e di giustizia che per lui sono sempre stati indissolubilmente uniti» (Vittorio Statera), e tale coerenza vuole sottolineare dimettendosi dalla presidenza della camera, cui era stato eletto in differenti circostanze.

E’ tuttavia indubbio che la scissione risulta anche funzionale alla formazione di un governo filoccidentale, richiesta negli stessi giorni a De Gasperi dagli Stati Uniti come condizione per fornire gli aiuti economici necessari alla ricostruzione postbellica. L'adesione al P.S.L.I. di 50 dei 115 parlamentari socialisti favorisce infatti la successiva rottura del tripartito D.C.-P.S.I.-P.C.I. (maggio) e la formazione, dopo un governo «monocolore» democristiano, del quarto governo De Gasperi (dicembre), di cui entrano a far parte repubblicani, liberali e socialdemocratici inaugurando la formula del quadripartito e la politica centrista.

A facilitare questa svolta concorre inoltre il rapido attestarsi del P.S.D.I. su posizioni moderate e apertamente filoatlantiche, anche nel tentativo di compensare con il consenso dei ceti medi le scarse adesioni operaie: «I socialdemocratici di Saragat», scrive lo storico Giuseppe Mammarella, «nati su una posizione tipicamente ‘’terzaforzista’’, l'abbandoneranno nel giro di pochi mesi, per diventare il "partito americano" gravitante nell'orbita della D.C.».

Dal centrismo al centro-sinistra

Negli anni successivi Saragat, vicepresidente del Consiglio nel quarto e quinto gabinetto De Gasperi (194750) e poi ancora dal 1954 al 1957 durante i governi dei democristiani Mario Scelba (nato nel 1901) e Antonio Segni (1891 - 1972), condivide tutte le scelte di fondo della Democrazia cristiana, dall'entrata nel Patto Atlantico (1949) alla cosiddetta «legge truffa», ossia alla legge tendente ad assicurare un premio di maggioranza alla D.C. e ai suoi alleati di governo nelle elezioni del 1953, infine alla politica di repressione degli scioperi e di discriminazione verso gli operai comunisti in fabbrica, particolarmente dura durante gli anni in cui è Primo ministro o ministro degli Interni Mario Scelba. Si accentua anche il tentativo del P.S.D.I. di estendere i propri consensi grazie al potere di cui dispone, con il conseguente profilarsi di alcuni caratteri clientelari e il frequente coinvolgimento nella pratica del sottogoverno. Ciononostante, Saragat non abbandona le ipotesi di un graduale superamento del centrismo e di una riunificazione col P.S.I., su basi socialdemocratiche.

Tale obiettivo sembra realizzabile dopo il 1956, quando la crisi del movimento comunista conseguente al XX congresso del P.C.U.S., alla «destalinizzazione» e ai fatti d’Ungheria, porta al prevalere nel P.S.I. delle tendenze autonomiste e alla fine dell’unità d’azione con il P.C.I.

L'incontro con Nenni a Pralognan, nel 1956, pur non avendo immediati risultati, favorisce la ripresa di un dialogo che si sviluppa negli anni del boom economico, quando le esigenze di una razionalizzazione neocapitalistica della società italiana e di conseguenti riforme spingono a maggioranza della D.C. a promuovere un graduale inserimento dei socialisti nell'area di governo.

Questa politica, cautamente condivisa da Saragat e dai socialdemocratici, porta alla formazione dei primi governi di centrosinistra, presieduti da Moro (1963-64). Con Nenni vicepresidente e Saragat ministro degli Esteri; la comune partecipazione al governo accelera l'avvicinamento dei due partiti socialisti. mentre si riducono le distanze anche con i comunisti, che teorizzano in modo sempre più convinto una «via democratica al socialismo», limitandosi a una opposizione «di stimolo» verso il centrosinistra.

Ciò favorisce, intorno alla metà degli anni Sessanta, prima l’elezione di Saragat a presidente della Repubblica, poi la riunificazione socialista.

Il settennato presidenziale

La candidatura di Saragat alla più alta carica dello Stato si profila già nel maggio 1962, quando sul suo nome confluiscono tutti i voti delle sinistre in contrapposizione alle resistenze moderate contro il nascente centrosinistra, che si raccolgono intorno al nome del democristiano Antonio Segni, riuscendo a imporlo soltanto al nono scrutinio, dopo numerose pressioni dello stesso «Osservatore Romano» sulla sinistra democristiana e grazie anche ai voti missini.

La successiva elezione presidenziale, nel dicembre 1964, vede le sinistre ulteriormente rafforzate, per cui la candidatura di Saragat è inizialmente sostenuta dalla stessa D.C. e dai partiti laici in opposizione a quella di Nenni, candidato dei socialisti e dei comunisti. Ma al 21 ° scrutinio, avendo ottenuto una maggioranza insufficiente a dargli il quorum (385 voti contro 323), Nenni ritira la candidatura consentendo una larghissima confluenza su Saragat (646 voti su 937), votato anche dai comunisti mentre si astengono o disperdono i voti le destre.

Inizia così un settennato nel quale Saragat conferma i suoi orientamenti politici di fondo sia sul piano internazionale, privilegiando i viaggi negli Stati Uniti e in Canada e rifiutando i ripetuti inviti a Mosca, sia sul piano interno, dove condivide l'orientamento prevalso nei vertici dello Stato di ricercare a sinistra gli artefici della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, oggi abbastanza concordemente ritenuta di matrice fascista e intesa a favorire una reazione conservatrice.

Dalla riunificazione alla nuova scissione socialista

Parallelamente, mai del tutto estraneo alle vicende di partito, Saragat si adoperai pur con interventi generalmente misurati, per favorire la riunificazione socialista, realizzata nel 1966 ma risoltasi dopo tre anni in una nuova scissione fra il P.S.I. e il P.S.D.I.

Poco dopo, concluso il settennato presidenziale, torna alla vita di partito continuando a sostenere la necessità della politica di centro-sinistra e mantenendo un atteggiamento diffidente se non ostile verso un inserimento dei comunisti nel governo, nonostante il loro «strappo» con l'U.R.S.S.

Eletto presidente del P.S.D.I. nel 1975, quando assume per alcuni mesi anche la segreteria sostituendo Mario Tanassi (nato nel 1916), coinvolto nello scandalo Lockheed, viene costantemente riconfermato nei successivi congressi in questa carica, che esercita nonostante l'età. Muore l'11 giugno 1988.

Fonte: Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo Informatica