Giuseppe Mazzini

 

 

TORNA ALLA PAGINA PRECEDENTE

 

Uomo politico del Risorgimento italiano (Genova, 1805 - Pisa, 1872). Giuseppe Mazzini nacque a Genova il 22 giugno del 1805, figlio di Maria Drago e di Giacomo che svolgeva la professione di medico e di professore universitario. Il giovane formò le sue idee politiche dapprima nell'ambito dell'atmosfera liberale della sua famiglia. Ricevette la prima istruzione da un certo Giuseppe Patroni, ex colonnello di artiglieria, e in seguito si laureò in legge.

Instancabile negli studi, si dedicò all'attività letteraria pubblicando articoli sull'indicatore genovese e, dopo la soppressione di questo, sull'indicatore livornese. Nel 1828 si affiliò alla Carboneria di Genova e da questa ricevette il compito di fondare una «vendita» a Livorno, dove conobbe i patrioti Guerrazzi e Bini. Nel 1830 venne arrestato a causa del tradimento di un maggiore dell'esercito che aveva finto di volersi affiliare alla Carboneria. Fu condannato a più mesi di carcere nella fortezza di Savona. Assolto per mancanza di prove, gli venne data la facoltà di scegliere tra la residenza in una dimora di una piccola città dell'interno, escluse Genova, Torino e il litorale ligure, e l'esilio. Mazzini scelse quest'ultimo e si recò a Ginevra dove conobbe Sismondi e Pellegrino Rossi. Dopo aver partecipato a due spedizioni in Italia, una delle quali in partenza da Lione e l'altra dalla Corsica, fallite entrambe, mise in atto il progetto che aveva coltivato fin dai tempi del carcere e cioè quello di fondare la Giovine Italia, associazione il cui articolo 1 diceva:

«La Giovine Italia è la fratellanza degli Italiani credenti in una legge di progresso e di dovere, i quali, convinti che l'Italia è chiamata a essere Nazione, - che può con forze proprie crearsi tale - che il mal esito dei tentativi passati spetta, non alla debolezza, ma alla pessima direzione degli elementi rivoluzionari - che il segreto della potenza è nella costanza e nell'Unità degli sforzi - consacrano, uniti in associazione, il pensiero e l'azione al grande intento di restituire l'Italia in Nazione di liberi e di eguali, Una, indipendente, sovrana».

L'articolo 2 dichiarava: «L'Italia comprende: 1°, l'Italia continentale e peninsulare fra il mare al sud, il cerchio superiore delle Alpi al nord, le bocche del Varo all'ovest e Trieste all'est; 2°, le isole dichiarate italiane dalla favella degli abitanti nativi, e destinate a entrare, con un'organizzazione amministrativa speciale, nell'unità politica italiana. La Nazione è l'universalità degli Italiani, affratellati in un patto e viventi sotto una legge comune» .

Mazzini, in questo periodo, dedicò molto del suo tempo a organizzare una rete di comitati della Giovine Italia nella penisola, aiutato in questo compito da Bini e Guerrazzi in Toscana e dai fratelli Ruffini a Genova. Scrisse il manifesto della Giovine Italia e iniziò a pubblicare clandestinamente in Francia e a diffondere segretamente in Italia il periodico Giovine Italia, raccolta di scritti intorno alla condizione politica, morale e letteraria d'Italia, tendente alla sua rigenerazione.

Un piano insurrezionale organizzato da Mazzini, la cui associazione segreta si era già diffusa massicciamente in Piemonte e nell'Italia centrale, fu sventato nell'aprile del 1833.

Costretto perciò a rallentare il lavoro in Italia, Mazzini strinse lega coi patrioti ed esuli stranieri, con i quali era in contatto in Svizzera, e fondò, nel 1834, l'associazione Giovine Europa. Cacciato anche dalla Svizzera, come lo era stato dall'Italia, Mazzini riparò a Londra nel gennaio del 1837.

Si dedicò, durante l'esilio inglese, alla questione sociale dei poveri e fondò il giornale Apostolato popolare in cui pubblicava articoli dai titoli: Agli operai italiani, Del dovere degli operai italiani di associarsi nazionalmente, Necessità dell'ordinamento degli operai italiani, ecc.

In quel periodo fu in contatto con i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, esuli a Corfù, che preparavano un moto insurrezionale nell'Italia meridionale. Contrario a moti violenti e senza speranza di riuscita, Mazzini cercò di dissuaderli, ma invano. La notte tra il 12 e il 13 luglio 1844, essi sbarcarono alla foce del fiume Neto con l'intento di attaccare Cosenza. Ma furono circondati e arrestati dalle forze dei Borboni e caddero fucilati la mattina del 15 luglio.

Dopo lo scoppio della rivoluzione francese, nel febbraio 1848, Mazzini si recò a Parigi e da lì a Milano, dove si dimostrò contrario all'annessione della Lombardia al Piemonte, dopo la vittoriosa battaglia delle «Cinque giornate» di Milano, perché convinto che l'Italia dovesse prima liberarsi dal dominio straniero e solo in seguito decidere la forma di governo in un'Assemblea costituente raggruppante i delegati del popolo. Per questo Mazzini si aggregò alla colonna di volontari che, capeggiata da Medici, si muoveva contro gli Austriaci per impedire loro il ritorno nella capitale lombarda. A Mazzini fu consegnata la bandiera con l'insegna Dio e popolo.

Intanto, nel 1849, governi rivoluzionari venivano istituiti in Toscana e a Roma, e Mazzini pensò di potere unire le due Repubbliche affinché potessero meglio lottare contro gli attacchi dei nemici. Il proposito non ebbe l'esito sperato, ma egli venne eletto deputato a Roma e diventò triumviro del governo assieme a Saffi e ad Armellini. Nel corso della breve vita della Repubblica romana i triumviri attuarono alcune riforme come la diminuzione della tassa sul sale, la concessione di beni rustici alle famiglie povere contro un compenso minimo, la destinazione di locali apostolici ad abitazione per operai. Nel contempo difesero Roma dall'assalto dei soldati francesi che il 4 luglio entrarono vincitori nella capitale.

Dopo questa sconfitta, Mazzini riparò a Losanna, quindi a Parigi e infine a Londra dove fu raggiunto da richieste di aiuto da parte di una società di cospirazione composta da popolani formatasi a Milano allo scopo di cacciare ancora una volta gli Austriaci. Mazzini aveva fondato a Londra e diffuso in Italia un «Comitato nazionale italiano», assieme a un Comitato centrale della democrazia europea, al quale aderirono Ledru-Rollin per la Francia e Arnold Ruge per la Germania.

L'insurrezione, programmata per il 6 febbraio, si tramutò in un insuccesso a causa della defezione dei capi e della mancanza di armi. Solo la sede della gran guardia fu presa d'assalto e i cittadini milanesi vi rubarono alcune armi, ma furono sconfitti dai soldati austriaci che arrestarono un gran numero di insorti, condannandone sedici alla pena di morte. Numerosi altri vennero condannati a lunghi anni di carcere; tra questi, Mazzini stesso e Saffi, per i quali la pena in contumacia decretata dal tribunale svizzero fu di vent'anni di fortezza ciascuno.

Nell'estate del 1856 Mazzini si recò a Genova per concertare assieme a Pisacane una spedizione che avrebbe dovuto dare man forte a una eventuale rivolta nel Regno delle Due Sicilie. A questo scopo Mazzini tornò per breve tempo a Londra dove raccolse gli aiuti necessari in denaro.

Nel maggio 1857 Mazzini tornò a Genova. Il primo tentativo di partenza dal porto ligure di Pisacane e i suoi sulla nave Cagliari fu fermato da una burrasca che costrinse i patrioti a gettare le armi in mare. La seconda spedizione, composta da ventisei uomini, partì da Genova il 25 giugno. Arrivati a Ponza, i patrioti assalirono il forte e liberarono i prigionieri che vi si trovavano. Lo sbarco avvenne a Sapri, dove Pisacane e i suoi non ebbero l'appoggio promesso da tutti coloro che avevano dichiarato di non attendere altro che il loro arrivo per insorgere.

Isolato e costretto a contare unicamente sulle sue forze, l'esiguo drappello di patrioti fu condannato a una strage dalla quale si salvarono solo pochi uomini.

A Genova, intanto, senza attendere notizie sull'esito della spedizione, i patrioti avevano deciso di insorgere e impadronirsi della città, e soprattutto del suo porto, per avere a disposizione navi da inviare nel territorio napoletano, a rinforzo dell'impresa di Pisacane. Ma il tentativo di moto fallì sul nascere, in quanto il governo piemontese, insospettitosi, collocò numerosi soldati in difesa dei punti nevralgici della città. Mazzini si rifugiò per alcuni giorni nella casa del marchese Ernesto Pareto, sottraendosi alle perquisizioni e riuscendo a recarsi nuovamente in Inghilterra.

Il processo per i fatti del 1857 si tenne a Genova l'anno seguente e la Corte d'appello condannò a morte Mazzini in contumacia assieme a Mosto, Mangini, Casareto, Lasartico e Ignazio Pittaluga.

Nel 1858, gli accordi intercorsi tra Napoleone III e Cavour a Plombières in vista di una guerra contro l'Austria, suscitarono la dura opposizione di Mazzini che fin dall'inizio della sua attività di cospiratore per la libertà e l'unità d'Italia aveva invitalo i patrioti a non contare sull'aiuto straniero, bensì a insorgere con le loro sole forze allo scopo di creare una Repubblica e non un regno satellite della potenza straniera. L'intento di Mazzini era infatti quello di affidare il compito della liberazione della penisola alle sole forze delle masse popolari e della gioventù italiana. La monarchia piemontese con il suo governo moderato e le sue mire espansionistiche non era, secondo lui, garanzia sufficiente di libertà e unità per gli Italiani. Così scriveva infatti nel novembre del 1858: «L'idea di una Italia non ebbe e non ha, nel consiglio degli alleati [Francia e Piemonte] l'onore di una discussione. I meno arditi fra i primi settatori della Monarchia farneticano di un ingrandimento parziale del Piemonte e di confederazione con gli altri padroni d'Italia, quali oggi sono; i più arditi propongono a un programma di un lontano avvenire tre Italie: il papa al centro, il francese Murat al sud, la Monarchia piemontese, dove si può, al nord. Quindi la politica piemontese, posta a cardine la negazione dell'unità nazionale, doveva diventare più sempre politica di ingrandimento e non altro... Il pensiero della guerra appartiene al Bonaparte. La Monarchia sarda segue, apprestandosi ai casi probabili, il concetto altrui. - La guerra è pel Bonaparte, non scelta, ma necessità... Bonaparte si trova oggi di fronte a una Francia ridesta, davanti a una moltitudine di operai delusi, con un tesoro esaurito... e non avendo a tutela che l'esercito... La vita dell'esercito è la guerra... A serbarsi dunque proprio l'esercito, l'unico mezzo a Bonaparte è la guerra». Mazzini rimproverava a Cavour, a Vittorio Emanuele, ai ministri piemontesi, di non aver fiducia nel loro popolo, e di unirsi a un usurpatore straniero per costituire un regno piemontese nell'Italia settentrionale. E infatti, come aveva previsto Mazzini, l'aiuto dei Francesi non fu sufficiente: l'armistizio di Villafranca, stipulato all'indomani del ritiro delle truppe del Bonaparte, lasciava Venezia sotto il dominio austriaco e sanciva la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia. Si allontanava così sempre di più la speranza dell'unità.

Mazzini, che aveva contribuito a organizzare la spedizione, così scriveva a proposito dell'impresa dei Mille di Garibaldi: «Vivaddio, l'Italia non è spenta! La lenta, assidua, codarda predicazione di una scuola di materialisti idolatri ha potuto traviarne l'intelletto, non corromperne il cuore. Il guasto non è sceso fin dove si maturano i destini dell'avvenire. E appena un grido di popolo, una virile e spontanea parola di libertà e di battaglie cittadine, suonarono dall'estrema Sicilia, un palpito, un fremito ignoto al periodo dell'iniziativa regio-imperiale, corsero le membra della giacente. Una mano di prodi, raccolti da tutte le province d'Italia, simbolo vivente della solidarietà nazionale, veleggia verso i luoghi ove si combatte. a rappresentarvi il pensiero della patria comune. Migliaia avrebbero voluto seguirla: non potevano, ma lo potranno ben presto...».

Mazzini si era intanto recato a Napoli insieme a Carlo Cattaneo. Aurelio Saffi e altri suoi amici. Qui perseverò nell'impegno di teorizzare e operare concretamente per l'unificazione dell'Italia. Fu proprio in quel periodo che scrisse le sue Parole ai giovani, componimento indirizzato a stimolare nei giovani italiani il desiderio di compiere l'unificazione della loro patria e a non arrestarsi a metà strada. Intanto si dedicava attivamente alla promozione di un'opera destinata a far insorgere Roma e Venezia, che ancora non erano state liberate. A tale scopo fu creata una «Associazione unitaria nazionale» che aprì sottoscrizioni a favore della liberazione. Ritornato ancora una volta in Inghilterra, continuò nella sua attività politica volta alla liberazione dell'Italia intera e, come aveva già altre volte fatto, si dedicò anche allo studio delle questioni sociali, pubblicando un libro intitolato I doveri dell'uomo.

Mazzini mise ancora una volta da parte le sue aspirazioni repubblicane per offrire il suo contributo alla terza guerra d'indipendenza e vi si adoperò caldeggiando l'alleanza con la Prussia di Bismarck in funzione antiaustriaca, con l'attività politica presso i Comitati nazionali del Veneto e del Trentino, e con il contrabbando di armi che egli fece entrare in quelle regioni malgrado la vigilanza austriaca. Deluso ancora una volta dallo svolgersi degli avvenimenti, egli decise di dedicarsi principalmente al cambiamento dell'istituzione monarchica, e cioè alla lotta politica per la repubblica.

Chiamato a Palermo nel 1870 da un Comitato rivoluzionario che lo aveva assicurato di insorgere al suo arrivo, Mazzini vi fu arrestato e condotto nel forte di Gaeta dove rimase fino al settembre di quell'anno. Grazie a un'amnistia generale, poté essere liberato e tornare in esilio dove si impegnò immediatamente nella fondazione di un nuovo giornale, La Roma del popolo, dalle cui colonne si batté per vedere affermato il suo ideale di democrazia e di repubblica. Portando alle estreme conseguenze il suo pensiero e per unire la teoria alla pratica, convocò, nel 1871, un Congresso di società operaie italiane, per discutere su quali fossero i mezzi più adatti da adottarsi per l'emancipazione delle classi lavoratrici, per l'affermazione dei loro diritti e la vittoria delle loro rivendicazioni.

Il 10 marzo 1872, il patriota moriva a Pisa, dove si era recato segretamente presso la famiglia Rosselli per motivi di salute.

Fonte: Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo Informatica