| Giacomo
Puccini
Compositore italiano (Lucca, 1858-Bruxelles, 1924). Il giovane Puccini, quinto e ultimo discendente di una famiglia di musicisti lucchesi che si tramandavano la professione di organista di padre in figlio, ricevette le prime nozioni di tecnica musicale alla Schola cantorum della cattedrale di San Martino di Lucca, seguendo nel contempo i corsi d'organo all'Istituto musicale Pacini. Nel 1876, assistendo a una rappresentazione dell' Aida verdiana, sentì il prepotente richiamo del teatro lirico. Nel 1880 riuscì a entrare al conservatorio di Milano, dove seguì i corsi di Antonio Bazzini (1818-97) e Amilcare Ponchielli (1834-86). Alla fine del corso di studi, Puccini presentò a un concorso musicale indetto dalla casa editrice Sonzogno un'opera in un atto, Le Villi, respinta dalla giuria, ma capace di attrarre l'attenzione di Arrigo Boito (1842-1918), che nel 1884 la volle rappresentare. Questo primo saggio compositivo rivelava già notevolissime doti musicali: un innato senso della scena, una buona esperienza di orchestrazione e una perizia tutta particolare nel trattamento delle parti vocali. L'editore Giulio Ricordi (1840-1912), attirato dalle evidenti capacità del giovane autore, gli ordinò una nuova opera; questa commissione fu per Puccini l'inizio di una fortunata e ricca carriera. Tuttavia Edgar (1889), tratta dal dramma di Alfred de Musset La coupe et les lévres, ottenne solo un successo di stima e venne severamente contestata dalla critica. Puccini attribuì il proprio passo falso al libretto, e negli anni seguenti scelse solo testi semplici e accattivanti, privi di connotazioni metafisiche e di psicologismi, e privilegiò il contenuto emotivo e l'elemento umano dei personaggi, inserendoli in un ambiente preso dalla vita comune, mentre il linguaggio espressivo si avvicinò a un realismo senza compromessi. Stabilitosi a Torre del Lago, vicino a Massaciuccoli, scrisse Manon Lescaut (1893). Il soggetto era già stato utilizzato da J. Massenet per un melodramma, ma Puccini era affascinato dal libretto dell'abate Prèvost: la storia dell'eroina e del cavaliere Des Grieux che precipitano verso la tragedia finale fornì al musicista toscano lo spunto per un'intensa progressione drammatica in grado di esaltare le capacità evocative e creative della sua personalità. Anche se ancora parzialmente sottomesso all'influenza di Verdi e Wagner, Puccini coltivò con grande generosità lirica una propensione innata al naturalismo; egli seppe dipingere l'amore tenero o violento alternando tratti marcati di facile presa ad arabeschi aerei. Avvicinatosi al pensiero verista ne divenne, insieme a Ruggero Leoncavallo e a Pietro Mascagni, il più illustre rappresentante. Nel 1896 scrisse Bohéme, ispirato al dramma Scénes de la vie de bohéme di Henry Murger. Il testo narra la vita di artisti parigini poveri, intorno al 1830; il libretto di Giacosa e Illica non trascrive l'intero svolgimento della novella di Murger, ma ne astrae alcuni quadri fondamentali, rappresentati con grande senso teatrale, alternando scene di contenuto contrastante. La trama musicale pucciniana riflette appieno l'avvicendarsi di gioia e tristezza del dramma letterario ed esprime con sincerità e partecipazione la genialità e l'umanesimo del musicista. La Bohéme divenne in breve un caposaldo del repertorio lirico universale. Ispirandosi a un soggetto decisamente moderno, il compositore dimostrò il proprio gusto romantico e impressionista, mediato da un'indubbia perizia artistica e da una sintassi musicale al servizio dell'espressività. L'opera suscitò una vivace ondata di polemiche; alcuni ambienti snobistici e antipucciniani opponevano al successo che il dramma otteneva presso il grande pubblico severe accuse di eccessivo verismo e di compiacimento nell'esporre temi volgari ed effetti di opposizione grossolani, pur riconoscendo all'autore un'indubbia perizia nel trattare l'ambientazione e l'orchestrazione scenica. Tali accuse erano in parte giustificate dalla mancanza di gusto e di misura dimostrata da molti interpreti impegnati nelle prime realizzazioni teatrali dell'opera. Nella Bohéme, Puccini esibì uno stile assai inventivo e spesso la sua scrittura armonica si dimostrò piuttosto audace. Tosca (1900), composta su un libretto tratto dal dramma di V. Sardou, si rivela un'opera violentemente espressionista. Subito i critici accusarono il lavoro di presentare un'ambientazione volgarmente patetica. La celebre preghiera dà un'idea limitata dell'audacia che permea anche i momenti meno importanti dell'opera; il linguaggio espressivo si accosta a quello di Wagner con intelligenza misurata (Tristano e Isotta), utilizzando con discrezione il leitmotiv e liberandosi dal sistema tonale stretto. Le critiche alla Tosca, sovente portate senza alcuna coscienza delle grandi qualità dissimulate dall'eccesso di italianismo, non risparmiano alcuna scena-madre (scena della tortura, morte di Scarpia), eppure, la violenza delle situazioni è dipinta da Puccini con sfumature orchestrali sorprendenti e di potenza inusitata; per molti non era vera arte, ma solo un tentativo poco elegante di abbindolare il pubblico naüf dei loggioni. Gli attacchi dei denigratori spinsero Puccini a ritornare a uno stile più lirico e poetico. Con Madama Butterfly (1904) egli riuscì a divenire tenero e sorridente senza rinunciare ad alcuna delle innovazioni espressive a cui teneva. Preoccupato di conservare uno stile naturale, egli abbandonò il bel canto (vi è, nell'opera, una sola grande aria) e utilizzò abbondantemente il parlando, di cui è un esempio la conversazione in musica del primo atto. L'esotismo del soggetto, consono all'uso discreto del pentatonismo, spinse il musicista a cercare un proprio linguaggio originale, liberandosi della matrice wagneriana e dell'influsso di Debussy, oltre che dello spirito italiano. La Butterfly, musicata su un libretto di Giacosa e Illica, ispirato a un testo drammatico che David Belasco aveva tratto da una novella di John Luther Long, incorse alla prima rappresentazione scaligera (17 febbraio 1904) in un clamoroso (e rumoroso) insuccesso: il pubblico milanese considerò il melodramma troppo temerario e ne disapprovò la struttura formale e l'impiego delle voci. Puccini modificò alcune parti strutturali dell'opera e, nel mese di maggio dello stesso anno, la versione riveduta della Butterfly ottenne un notevole successo a Brescia. Comunque, la lunghezza inusitata dei due atti che la compongono non deve aver suscitato l'approvazione dell'ala più tradizionalista del pubblico lombardo. Con il tempo l'opera venne apprezzata e oggi rappresenta una pagina insostituibile nel repertorio lirico internazionale. Il pubblico moderno si commuove di fronte allo svolgersi di quest'opera nostalgica, senza rendersi conto che dietro all'immediatezza del contenuto sentimentale si celavano sperimentalismi e innovazioni musicali quasi temerarie. Grazie alle tre opere sopra citate, Puccini raggiunse in breve tempo il successo internazionale. Musicista sicuro delle proprie capacità, non si fermò ad assaporare la gloria, ma continuò nella ricerca espressiva, senza tenere in eccessivo conto le reazioni del pubblico, prigioniero di troppe formule e schematismi. Nel corso di un viaggio negli Stati Uniti, il compositore scoprì la poesia del Nuovo Mondo, che lo ispirò moltissimo, consentendogli di scrivere pagine eccelse; La fanciulla del West (1910) è una grande opera dalla storia complessa e violenta, tale da spingere alcuni critici ad assimilarla a un western. Cosciente del clima epico che permeava lo svolgimento drammatico, Puccini utilizzò soprattutto lo stile parlando, limitando a sporadici interventi il bel canto; la musica è libera da servitù tematiche e si esprime attraverso insiemi strumentali movimentati, sostenuti da un colore orchestrale di rara intensità. Dopo questo capolavoro, rimasto unico nel suo genere e ancora attualissimo, il musicista scrisse la commedia musicale La rondine (1917), costruita su una sceneggiatura leggera, che non si adattava alla sua indole. L'occasione per scrivere un'opera leggera si presentò per caso, dopo alcuni dissapori tra Puccini e l'editore Giulio Ricordi; il musicista accettò la proposta di un editore viennese che gli offrì 200, 000 corone austriache per musicare un testo di Wilner, librettista di Lehár. Il traduttore italiano, Adami, stava lavorando alla trasformazione del testo per adattarlo a una vera opera buffa, quando la guerra interruppe il contatto tra la committenza austriaca e gli artisti italiani; le cose si complicarono ulteriormente quando un editore acquistò la versione riveduta e (parzialmente) corretta dell'operina. La prima rappresentazione di La rondine si tenne a Montecarlo e costituì un'indubbia affermazione. Ma in realtà l'essenza della partitura è di vena mediocre, manca di carattere e, pur essendo briosa ed elegante, non è all'altezza del genio pucciniano; del resto egli stesso la giudicò un errore da non commettere più. In quegli anni ebbe l'idea di comporre opere in un atto, secondo il modello di R. Strauss. Nel 1918 presentò il Trittico, che riuniva tre atti assai diversi tra loro, destinati a essere rappresentati in un'unica serata: Il tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi. Il primo, pieno di contenuto e di colore, si ispira a un avvenimento accaduto e viene trattato in modo realista e pittoresco, in una fusione di poesia e di senso tragico, come in Tosca. Il secondo atto, più convenzionale, rappresenta una storia fiorentina che si svolge in un convento e termina con un miracolo. Infine Gianni Schicchi racconta una vicenda da commedia: si tratta di un'eredità contesa da ladri che vengono derubati; il compositore dimostra di possedere uno spirito arguto e umoristico, vicino allo stile dell' opera buffa; la declamazione ricorda quella di Rossini e a volte, quando adotta uno stile demoniaco e caustico, ha notevoli somiglianze con quella di Musorgskij: il tessuto dell'opera, che si avvale di un'armonia aggressiva, termina con un testo declamato. Gianni Schicchi, caso eccezionale nella storia artistica di Puccini, venne lodato dai critici, ma il grande pubblico non lo avrebbe mai conosciuto, se non fosse stato per le incisioni discografiche. Negli ultimi anni di vita il musicista toscano tornò alla grande opera con Turandot (1926), il cui libretto si ispirava a una leggenda italiana di Carlo Gozzi. L'opera, scritta in un momento tragico della storia di Puccini, non risente della prostrazione fisica che minava il musicista, affetto da un tumore alla gola in fase terminale; la sua visione musicale si conserva chiara e limpida, priva di patetismi crepuscolari e di rimpianti. Egli stava lavorando all'ultimo duetto quando venne sottoposto a intervento chirurgico a Bruxelles; l'operazione alla gola riuscì, ma il cuore non più giovane del musicista non resse al trauma e cessò di battere il 29 novembre 1924. Turandot, melodramma esotico, unisce ai tratti costanti dell'estetica pucciniana parecchie innovazioni moderne. Per quanto il discorso musicale si dimostri fermo e naturalista, la costruzione generale dell'opera è fedele alle basi storiche del teatro lirico e privilegia la funzione mediale della melodia come tramite tra il compositore e il pubblico; tuttavia, testimonia anche il rifiuto del musicista di sottomettersi alle mode. Questo capolavoro incompiuto è uno dei vertici universali dell'arte lirica. L'opera venne conclusa da F. Alfano, che riuscì a conservare intatto lo spirito del maestro; il 25 aprile 1926 fu rappresentata alla Scala sotto la direzione di Arturo Toscanini. Puccini, autore di pagine espressioniste e campione del verismo lirico, fu probabilmente meno realista di quanto non si pensi. Egli tentò di sintetizzare l'arte sinfonica e il melodramma del XIX secolo lottando, dopo Verdi, contro il bel canto. I suoi sforzi si concentrarono paradossalmente più sulla melodia che sul recitativo, a differenza dei tentativi compiuti nella stessa direzione da Wagner, Musorgskij e Debussy. Malgrado l'apparente trasporto emotivo della sua musica, che a volte rasentava la demagogia, Puccini riuscì a mediare presso il grande pubblico procedimenti assai arditi, paragonabili a quelli di Debussy, Schönberg e del giovane Stravinskij: quinte parallele, falsi bordoni, scale per toni congiunti (Tosca), armonie impressioniste in Madama Butterfly e nella Fanciulla, dissonanze non risolte, bitonalismi nel Trittico e in Turandot. Sensibile e aperto alle innovazioni, Puccini è stato egli stesso fautore di novità, e ha precorso i tempi sviluppando l'espressività teatrale e le forme moderne del linguaggio musicale. Fonte: Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo Informatica |