| Costantino
il Grande
In latino Caius Flavius Valerius Aurelius Costantinus (Naissus [Nis], 280 c.ca - Nicomedia, 337), imperatore romano (306-37). Figlio di Costanzo Cloro, che regnò dal 305 al 306, e di Flavia Elena, fu il primo Imperatore cristiano. Verso il potere Quando Diocleziano proclamò Costanzo Cloro «cesare», tenne il giovane Costantino in ostaggio a Nicomedia e lo condusse con se in una spedizione in Egitto, nel 295-96. Galerio era ostile a Costantino e non gli accordò che la dignità di cesare quando, nel 306, cioè alla morte di suo padre, i soldati lo proclamarono «augusto». L'anno seguente Costantino si fece riconoscere augusto da Massimiano, del quale sposò la figlia Fausta. Gli imperatori riuniti a Carnuntum nel 308 cercarono, ma invano, di persuaderlo ad accontentarsi di essere un cesare. Fu questo l'inizio di una carriera politica che si tradusse nella corrosione progressiva di una tetrarchia in decadenza. Per qualche anno, Costantino governò la Britannia, la Gallia e la Spagna. Si alleò per un periodo con Massenzio, figlio di Massimiano, detentore del potere a Roma nel 306. Ma Massimiano che, nonostante ciò, aveva abdicato contemporaneamente a Diocleziano, cercò di riconquistare il potere provocando una sollevazione contro il genero Costantino. Questi però prevalse e costrinse Massimiano a uccidersi (Marsiglia, 310). Dopo essersi assicurato l'appoggio di Licinio, uno degli augusti d'Oriente, Costantino affrontò Massenzio: attraverso Verona, Aquileia e Modena, giunse a Roma con un esercito non molto forte. Scontratosi con le truppe di Massenzio, il 28 ottobre 312, al Ponte Milvio, sul Tevere, risultò ancora vincitore. Massenzio annegò, mentre Licinio si sbarazzò del collega imperiale in Oriente, Massimino Daia (battaglia di Adrianopoli, 313). Tra Costantino e Licinio, il contrasto, inevitabile, si tradusse in una serie di guerre. Licinio perseguitò i cristiani, considerati alleati del suo rivale. Vinto anch'egli presso Adrianopoli nel 324, si arrese a Costantino, il quale, dopo avergli promessa salva la vita, lo fece giustiziare. Costantino diventò così, da questo momento, l'unico imperatore. Verso il cristianesimo All'origine, benché non sia escluso che già allora fosse vicino al cristianesimo per tradizione familiare, Costantino si era posto sotto la protezione di Ercole, nel quadro delle derivazioni divine della tetrarchia. A partire dal 309, aderì al culto del Sole, che appariva sulle sue monete al posto di Ercole. Nel 310, in Gallia, ebbe una visione, quella di Apollo che gli predisse un lungo regno. Alla vigilia della battaglia del Ponte Milvio, o nel corso stesso della battaglia (le versioni antiche divergono notevolmente su questo punto), avrebbe avuto una nuova visione, quella di un segno, nel cielo, che doveva conferirgli la vittoria (in hoc signo pinces) e la cui effigie doveva essere riprodotta sugli scudi. Certuni ritengono, abbastanza giustamente, che questo racconto sia solo il frutto di una «reinterpretazione cristiana» della prima visione. La comparsa stessa di un segno che ricordasse il monogramma di Cristo è stata giudicata possibile in considerazione dei bagliori cruciformi che i raggi solari, bassi sull'orizzonte, possono produrre se rifranti su nuvole di ghiaccio. Comunque sia, si vide apparire il monogramma di Cristo sugli scudi, sull'elmo di Costantino e sul suo stendardo, il labaro, com'è attestato dalle monete sin dagli anni 314-17. In effetti, simboli di culto solare continuarono a figurare sulle monete fino al 324-25, come se Costantino avesse esitato tra paganesimo e cristianesimo o cercato di non pronunciarsi. Forse professava in questo periodo una qualche credenza in un monoteismo sincretico composto di tradizioni pagane, di qualche idea di derivazione cristiana e di filosofa neoplatonica. Tuttavia, poco più tardi della vittoria al Ponte Milvio, l'editto di Milano (313) accordò ai cristiani il diritto di praticare liberamente il loro culto. Non si trattava, tutto sommato, che della riedizione di quello che Galerio aveva accordato, alla sua morte, nel 311. A partire dal 321, Costantino sembrava essere divenuto ormai cristiano. La sua legislazione si ispirava direttamente al cristianesimo: legge sulla sacralità della domenica, diritto di esercitare la giustizia accordato ai vescovi, diritto, per la Chiesa, di affrancare gli schiavi, proibizione dell'usanza di obbligare i cristiani a celebrare i sacrifici. L'imperatore mantenne il titolo di gran pontefice e continuò ad ammettere le cerimonie pagane, solo se pubbliche. Fece costruire chiese, e accordò a questo scopo ampi crediti alla madre. Intervenne negli affari della Chiesa, definendosi «vescovo esterno». Dopo essersi occupato una prima volta della questione donatista, convocò il concilio di Nicea del 325 per tentare di conciliare le posizioni dei sostenitori dell'eresia ariana con quelle dei loro avversari. Ma lo si accusò di aver concepito questo concilio come un congresso di filosofi. Lo si rimproverò anche di imporre alle chiese che faceva costruire nomi che non erano specificamente cristiani: la «saggezza», la «pace». Infine, se anche alcune monete lo raffigurano nell'atto di pregare, Costantino non si mostrò restio a farsi onorare come un dio, né fece nulla che potesse essere interpretato come un atto definitivo di rinuncia al culto imperiale. Ancora nel 326, autorizzò una municipalità a dedicare un tempio alla famiglia imperiale, a condizione che non vi fossero praticati sacrifici cruenti. Ma in quello stesso anno, a Roma, avversò le cerimonie pagane ufficiali. La sua evoluzione verso il cristianesimo sembrava dunque proseguire. Nel 331, Costantino ruppe con i filosofi: uno di essi, Sopatro, fu decapitato. In quella stessa epoca, ordinò la distruzione dei libri del neoplatonico Porfirio. Alla vigilia della morte, si fece battezzare, ma nello stesso giorno prese disposizioni relative all'organizzazione del culto imperiale. Gli eruditi hanno potuto perciò mettere in dubbio la profondità delle sue convinzioni cristiane. Molti non hanno visto in lui che un freddo calcolatore, che ha trovato nel cristianesimo un efficace alleato contro Licinio e un pretesto per confiscare i beni dei templi. Altri l'hanno detto rassegnato al cristianesimo a dispetto delle sue stesse vocazioni, o l'hanno definito un imperatore volubile. Molti vedono in lui, oggi, un cristiano sincero, ma esitante ad attaccare brutalmente le tradizioni pagane. Questo atteggiamento si spiegherebbe con la considerazione che i cristiani erano ancora in minoranza nell'ambito dell'Impero. Un fatto appare comunque certo, e cioè che l'avvento di Costantino ha segnato una svolta decisiva nella storia di una Chiesa che converrà ormai definire «costantiniana», titolo attribuito all'istituzione cristiana quando il suo potere si esercita anche nelle questioni temporali. Verso l'impero bizantino La corte diventò ufficialmente cristiana con il suo trasferimento a Costantinopoli, nodo di comunicazioni sulla via che collegava tra loro le diverse residenze imperiali. Costantinopoli, la nuova capitale, era destinata, nei disegni di Costantino, il suo fondatore, a rivaleggiare con Roma, la capitale dell'Occidente. L'imperatore si allontanò così da Roma e dalla sua aristocrazia pagana, dalla Roma che egli aveva abbellito facendovi innalzare nuovi monumenti, ma nella quale il suo soggiorno era stato travagliato da eventi sinistri: vi aveva condannato a morte il figlio Crispo e la sua sposa Fausta a seguito di intrighi dei quali sappiamo poco; forse queste tragiche circostanze rafforzarono l'ostilità dei Romani nei suoi confronti. Quali sono le ragioni della nuova fondazione? «Enigma politico», scrive F. Lot. Come l'altra capitale, anche a Costantinopoli facevano capo quattordici regioni; anche qui si elevavano sette colline; l'imperatore le conferì un senato, un foro, un campidoglio. Vi fece costruire inoltre molte grandi chiese, e forse anche qualche tempietto. Con tutto ciò, non bisogna credere che Costantinopoli sostituì o addirittura eclissò Roma. Era soltanto una seconda capitale, ma posta strategicamente in una posizione più favorevole. Era anche, in secondo luogo, una città di lingua greca. Ma questo elemento ha minore importanza perché Costantino non parlava greco, né intendeva ellenizzare le istituzioni. La città rappresentò tuttavia il centro di un futuro Impero greco, duraturo, medievale. Verso il Medioevo Costantino contribuì ampiamente al rovesciamento delle istituzioni tradizionali. L'imperatore Giuliano l'aveva abbastanza giustamente definito «innovatore» e «perturbatore delle vecchie leggi». A corte, la maestà imperiale s'impose e tutto ciò che la circondava fu considerato sacro. Nel consiglio imperiale, denominato concistoro perché vi si restava in piedi dinanzi all'imperatore, le sedute erano chiamate silenzi (silentia), poiché vi si subiva, senza opporre resistenza alcuna, la volontà di Costantino. Gli incarichi affidati ad alcuni funzionari erano caratteristici di una monarchia assoluta e centralizzata: il gran ciambellano (praepositus sacri cubiculi), il conte delle elargizioni sacre e quello del tesoro privato, gli agentes in rebus, a un tempo corrieri e ispettori. I conti (ovvero comes, compagni) si moltiplicarono, dotati di mansioni inedite che si innestarono con difficoltà sulle gerarchie anteriori. La classe senatoriale decadde al rango di nobiltà asservita: costituita ancora dall'aristocrazia tradizionale, aumentò le proprie file con l'introduzione, a titolo onorifico, di vari funzionari. Così, l'ordine equestre scomparve quasi completamente. Tutti questi personaggi appartenenti all'ordine senatoriale erano detti clarissimi. Al di sopra di quest'ordine fu creato il titolo di patrizio, distinzione rarissima. La prefettura del pretorio diventò interamente civile: i pretoriani furono soppressi. L'esercito continuò a evolversi secondo l'impulso dato da Diocleziano: le truppe interne (comitatenses) si accrebbero a scapito dell'esercito delle frontiere (limitanei), mentre i Barbari occupavano ranghi di grado sempre più alto. Il carico fiscale si appesantì: alla capitazione di Diocleziano si aggiunsero la gleba, imposta speciale sulle proprietà dei senatori, il crisargirio, che colpiva i commercianti, e l'oro coronario, prelevato saltuariamente dai decurioni municipali. I membri del clero, che del resto beneficiavano di numerosi privilegi, non si sottrassero tuttavia alla capitazione; essi erano però dispensati dagli oneri di decurionato. Questa fiscalità era assai pesante. Gli abitanti dei villaggi, le corporazioni e i collegi erano solidarmente responsabili dell'imposta. L'obbligatoria eredità delle funzioni si generalizzò a scopo fiscale. Ma le enormi spese dell'Impero condussero all'inflazione. Costantino fu l'inventore del celebre soldo (solidus), moneta d'oro che sostituì l'aureus e che si volle mantenere assolutamente stabile. Costantino impose all'Impero notevoli cambiamenti che non potevano certo realizzarsi senza incontrare reazioni; da questo dipendono con ogni probabilità i ritratti, molto dissimili l'uno dall'altro, che i coevi hanno tracciato di lui. Se Eusebio di Cesarea, affascinato dalla sua figura, lo chiama «il prediletto di Dio, partecipante del regno celeste», l'imperatore Giuliano lo considera un pessimo amministratore, mentre lo storico Zosimo, pagano, riflettendo senza dubbio l'opinione di una parte dei contemporanei, non vede in lui altro che «malizia»: la sua conversione non sarebbe stata altro che uno stratagemma per espiare i suoi crimini. Gli storici moderni, perplessi di fronte a testimonianze tanto discordanti, non hanno saputo delineare con maggior precisione la sua personalità. Fonte: Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo Informatica |