Claude Debùssy

 

 

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Compositore francese (Saint-Germain-en-Laye, 1862-Parigi, 1918).

Figlio di un commerciante di porcellane originario della Borgogna che aveva partecipato alla Comune di Parigi nel 1871 ed era stato in seguito imprigionato, il piccolo Debussy entra al Conservatorio all'età di dieci anni e vi prende lezioni di pianoforte sotto la guida di Antoine François Marmontel.

La famiglia segue con entusiasmo gli studi del giovane Claude e i primi sei anni di Conservatorio portano risultati assai positivi: a Debussy è riconosciuto un «vero temperamento artistico», ottiene tre medaglie nelle prove di solfeggio e, nel 1877, il secondo premio per le esecuzioni di pianoforte.

Poi l’autore prende il sopravvento sull'interprete: messo costantemente in imbarazzo dalla presenza del pubblico, il giovane pianista fallisce per due anni consecutivi il primo premio. Un insuccesso si rivela anche l’esame di armonia, in quanto egli critica le «formule-tipo» imposte dalla tradizione, così come già aveva fatto (a quattordici anni!) per le «povertà ritmiche» dei manuali di solfeggio. Tuttavia, trovata ormai la sua strada, accede nel 1880 alle classi di accompagnamento e composizione, ottiene brillanti risultati nella prima e inizia a comporre su versi di Gautier, Bourget, Banville. Ad eccezione di una mediocre Danse bohémienne, per una decina di anni il pianista comporrà esclusivamente per la voce, cioè per la donna. Tra queste melodie circa venti non sono state pubblicate o sono apparse soltanto su riviste; tra le altre, molte fra le meglio riuscite sono composte su testi di Verlaine. Pianista personale della baronessa Von Meek, ammiratrice e finanziatrice di Cajkowskij, Debussy si reca con lei in Italia e in Russia (1880-82).

Nel campo della composizione il suo maestro Ernest Guiraud si meraviglia dell'arditezza delle serie di accordi che il giovane è capace di improvvisare e nota che questi «scrive malamente la musica».

Debussy avverte infatti il bisogno di un nuovo linguaggio musicale; lo attesta lo sfavillio di accordi, arpeggi e trilli con i quali egli pare accarezzare il pianoforte davanti ai suoi compagni di Conservatorio, anche se non ritiene ancora possibile che tutto ciò venga fissato dalla scrittura.

Deve piuttosto moderare la sua inventiva per ottenere nel 1883 e nel 1884 rispettivamente il secondo e il primo premio al Prix de Rome (nel 1884 con la cantata L'enfant prodigue [ll fìgliuol prodigo], equilibrata ma già molto originale, che gli vale l’elogio di Gounod: «Tu, ragazzo mio hai del genio!».

Una fase di transizione (1885-87)

Recatosi a Roma nel 1885 compone durante il soggiorno il poema sinfonico Printemps, che però non verrà accolto favorevolmente dall'lstituto di Francia.

Il musicista desidera abbandonare le strade tradizionalmente battute; le sue lettere testimoniano il tentativo di costruire un'estetica e la ricerca del testo in cui egli possa sacrificare l'azione all'«espressione lungamente inseguita dei sentimenti dell’anima».

Gli pare averlo trovato nella Diane au bois di Banville, che tuttavia abbandona, e nella Damoiselle élue di D. G. Rossetti. La melodia Green sarà portata a termine soltanto nel 1888 ed egli confessa di trovarsi «nella necessità di inventare forme nuove».

La maturazione dell'artista (1887-89)

Seguono tre anni di intense ricerche: studi letterari e musicali, incontri con i maggiori uomini di cultura del tempo, nuove amicizie. Debussy rafforza le proprie convinzioni attraverso appassionate discussioni col Guiraud, delle quali Maurice Emmanuel dà un essenziale resoconto nel suo Carnet «La musica è fatta per l'inesprimibiIe; essa deve essere discreta, umana». Recatosi a Bayreuth nel 1888, ammette di non riuscire a immaginare qualche cosa di più grande del Tristano. All'Esposizione universale del 1889 lo attrae la libertà espressiva delle musiche orientali. Rientrato da un secondo viaggio a Bayreuth, manifesta la propria delusione denunciando la vuota complessità dei Nibelunghi wagneriani.

Al 1888 e al 1891 risalgono diversi pezzi per pianoforte di cui ricordiamo la Petite suite (Piccola S.) e Suite bergamasque (S. bergamasca).

In questo periodo Debussy compone inoltre le Ariettes oubliées (Ariette dimenticate, 1888), su testo di Verlaine, e Cinq poèmes de C. Baudelaire (cinque poesie di C. Baudelaire, 1887-89).

La fioritura (1893-1900)

Il vero Debussy si rivela, sia pure ancora con qualche incertezza, con La damoiselle élue, per voce femminile, solo, coro e orchestra. Presentata nel 1893, essa pare vivificare la musica europea ancora dominata da Wagner. La sua vera fioritura artistica si ha però con l’ardente musicalità del quartetto, il primo capolavoro, eseguito alla fine dello stesso anno, ancora classico nella forma ma caratterizzato da una sonorità del tutto nuova e da un andante di una divina tenerezza; sullo stesso piano il Prélude à l'après-midi d'un faune (Preludio al pomeriggio di un fauno), per orchestra, eseguito trionfalmente nel 1894. Le Proses Iyriques (Prose liriche, 1893), composte su testo dello stesso Debussy, sono poca cosa a confronto del Pelléas et Mélisande: profondamente suggestionato dall’intimismo e dall'ispirazione shakespeariana di questo dramma del Maeterlinck, il musicista avverte che la sua arte è destinata a rappresentare le passioni che agitano il poeta e inizia così la stesura dell’pera che porterà a termine con miracoloso fervore in due anni di lavoro (dall’estate del 1893 a quella del 1895). Egli spera di farla eseguire senza indugio ma dovrà sopportare un tormentoso periodo di attesa.

Del 1897-98 sono le stupende Chansons de Bilitis (Canzoni di Bilitis), mentre al periodo 1897-99 risalgono i tre Notturni (Nuvole, Feste, Sirene) per orchestra, abbozzati già nel 1893.

Il trionfo (1901-02)

Nel 1901 Debussy riadatta alcune vecchie composizioni e le pubblica in una raccolta di brani per pianoforte (Preludio, Sarabanda, Toccata). Comincia intanto a esporre in alcune riviste le proprie riflessioni sulla musica, le principali delle quali saranno pubblicate postume nel volume Monsieur Croche antidilettante (Il signor Croche antidilettante, 1921).

Avendo ricevuto dall'Opéra Comique l'assicurazione che Pelléas et Mélisande sarebbe stato rappresentato nella seguente stagione musicale, Debussy riprende febbrilmente a rielaborare la partitura apportandovi numerosi ritocchi, scrivendone l’orchestrazione e ampliando all'ultimo momento di 148 battute gli interludi fra le scene. Tuttavia alcune divergenze con Maeterlinck rischiano addirittura di compromettere la rappresentazione. Se numerose sono le critiche, anche sarcastiche, alla prova generale del 28 aprile 1902, violente polemiche si registrano anche in seguito alla prima del 30 di quel mese: I'atteggiamento dei critici oscilla tra la stroncatura completa («arrivismo», «germi di decadenza e di morte» «vergogna nazionale») e gli elogi entusiastici («artista di genio», «mondo meraviglioso», «evento musicale della più grande importanza», ecc.). Mentre gli ascoltatori abituati alle forme tradizionali non avvertono nell'opera che «noia mortale, stimoli malsani e mancanza di ogni melodia», i critici della nuova generazione sono affascinati dalla profusione melodica, gli accenti vocali, la potenza e lo splendore delI'orchestra.

La conquista (1903-13)

Reduce da questo successo, promosso - sia pur fra vivaci polemiche - a grande personaggio della storia musicale, premiato, invidiato, Debussy si abbandona per un anno al piacere della notorietà. Ciononostante la sua situazione finanziaria continua a essere difficile: nel 1903 deve pubblicare, in una raccolta di Fetes galantes (Feste galanti), tre melodie del 1891 rimaneggiate e una vecchia partitura per pianoforte, mentre accetta di comporre una rapsodia per sassofono che verrà pubblicata postuma. Egli scrive però anche le magnifiche Estampes (Stampe) per pianoforte e inizia la composizione di La mer (Il mare). L'artista compone in seguito Deux danses (Due danze, 1904) per arpa e archi, le due bellissime raccolte di melodie Fetes galantes II (Feste galanti II) e le Chansons de France (Canzoni di Francia, 1904); quindi, per pianoforte, i bizzarri Masques (Maschere, 1904), L'isle joyeuse (L'isola gioiosa, 1904), di una primaverile vivacità, e la prima serie delle Images (Immagini). Presentata nel 1905, quest’opera sconcerta quanti credevano il musicista «prigioniero» della «maniera» del Pelléas: essi ammirano anche qui le sue doti di artista ma non sanno comprendere l'originalità di questo grandioso affresco e rimproverano all’autore di non avere «veramente sentito il mare».

Nel 1908 pubblica - per pianoforte - la seconda serie delle immagini, in cui il suo stile appare ulteriormente modificato, e il commosso Children's corner (L'angolo dei bambini) . Nel 1909 entra a far parte del Consiglio superiore del Conservatorio, conquista più significativa che non quella delle sue Immagini per orchestra sulla materia sonora, «quelle povere Immagini», dice egli stesso, sulle quali si arrovella fin dal 1906; certamente le Gigues (Gighe), terminate nel 1911, e le Rondes de printemps (Rondes di primavera), nonostante qualche tratto particolarmente riuscito, appaiono piuttosto incerte e laboriose. Tra queste ultime composizioni, Iberia è senz’altro la migliore.

Nel 1910 troviamo però due capolavori: la raccolta di melodie Trois ballades de François Villon (Tre ballate di François Villon) e Le promenoir des deux Amants, opere sgorgate dal profondo dell’anima dell’artista e che figurano tra le sue più perfette creazioni.

Al periodo 1909-13 risalgono i due libri dei Dodici preludi per pianoforte, sobri capolavori poetici pieni di sogni e nei quali l’allusione crea l'illusione.

Dopo il successo del Pelléasn Debussy cerca un testo letterario che gli permetta di rinnovarsi; in particolare pensa a Come vi piace di Shakespeare o alla Rovina della casa degli Usher di E. A. Poe. Inizia a lavorare su quest'ultimo, allorché D’Annunzio gli propone nel 1911 il suo Le martyre de S. Sébastien (Il martirio di San Sebastiano). Il musicista vi si dedica con il più grande fervore e nel giro di quattro mesi stende una splendida partitura. Purtroppo, come già per il Pelléase i suoi programmi vengono ostacolati: la ballerina che dovrà impersonare la figura del santo è ebrea e l'arcivescovo di Parigi raccomanda ai cattolici di disertare la rappresentazione. Il commento musicale del Debussy - umile e commosso e nello stesso tempo grandioso - della vivace opera dannunziana suscita grande stupore. Non diversa è la reazione alI'impostazione orchestrale e alla mobilità ritmica di Jeux (Giochi, 1912), che rappresentano un ulteriore passo avanti dell'artista nella conquista del mondo dei suoni. Molti ravvisano inoltre un semplice gioco superficiale nel balletto La boite à joujoux (La scatola dei balocchi) scritto nel 1913, in cui il musicista sa invece cogliere meravigliosamente la profondità dell’anima del bambino. Le melodie dei Poèmes di Mallarmé e una Syrinx per flauto solo rappresentano le ultime opere di Debussy prima della Grande Guerra.

Gli ultimi anni (1914-18)

Alla vigilia del primo conflitto mondiale la carriera artistica di Debussy si avvia alla conclusione: I'orrore della guerra e le sofferenze fisiche l’opprimono gravemente: egli soffre di un tumore di cui sarà operato alla fine del 1915. Nel 1914 egli compone soltanto una Berceuse héroique per pianoforte, in omaggio al Belgio invaso, e trasforma una musica di scena del 1900 in pezzi a quattro mani (Epigraphes antiques [Epigrafi antiche]).

Nel gennaio del 1915 assume revisione dell'opera pianistica di Chopin e, durante i tre mesi di serenità che trascorre a Pourville, sul mare compone in rapida sequenza quattro fra i suoi capolavori: i capricci En blanc et noir (In bianco e nero) [per due pianoforti], la Sonata per violoncello e pianoforte, i Douze Étude (Dodici studi) e la malinconica Sonata per flauto, viola e arpa. L’anno si conclude con il Noel des enfants qui n'ontplus de maisons, su testo letterario di sua composizione.

Da quel momento le sue condizioni di salute registrano fasi alterne. Delle sei sonate in progetto riesce a comporre soltanto la terza, per violino e pianoforte; essa gli costa una dura fatica fino al novembre del 1917. Da allora le sue condizioni si aggravano rapidamente. Debussy muore il 25 marzo del 1918.

L'ideale e la riforma di Debussy

Nella storia della musica raramente accade di incontrare artisti liberi e geniali quanto Debussy, o dotati di così originale sensibilità, di tanto gusto e di simile ispirazione. Nella sua intelligenza artistica sembrano convergere, sul finire del secolo XIX, tutti i fermenti culturali di un'epoca giunta alla sua piena fioritura e nella quale trova posto, senza perciò limitarsi, I'originalità della personalità e dell'opera di questo grande musicista.

Nella figura del Debussy troviamo sintetizzati i caratteri della terra che lo ha generato, quella nazione francese che sa equilibrare alla perfezione il fascino e la grazia sensuale propri di un paese di tradizioni cattoliche e il senso critico e razionale che le giungono attraverso la riforma protestante.

Anche la musica, come ogni forma d’arte, rispecchia le condizioni storiche della propria epoca: la religiosità caratterizza le effusioni di Bach, la monarchia il repertorio di Gluck, la Rivoluzione i sentimenti umanitari di Beethovren, l'espansionismo tedesco la musica di Wagner. Debussy invece non pare influenzato dai fermenti politici e sociali del suo tempo, che si colloca tra le due guerre del 1870 e del 1914: né l’esperienza storica della Comune, né il colonialismo, I'affare Dreyfus o le nuove scoperte scientifiche e tecnologiche paiono lasciar traccia nella sua musica, ed è altresì evidente che opere come Pelléas et Mélisande, Il mare o Il martirio di S. Sebastiano non mostrano punti di contatto con lo spirito della Belle Epoque. Non più impressionista che simbolista, egli è il musicista «puro» per eccellenza che si ricollega piuttosto a Mozart e a Chopin.

Egli può ricordare Bach per il suo fervore o anche Beethoven per la sua ricerca di universalità, che il musicista tedesco proclama in un arena e che il francese mormora in un giardino.

Debussy non accetta leggi, né se ne impone alcuna. Prende in considerazione l'uomo per se stesso, con tutto il suo imperscrutabile destino: per accettare la vita è necessario dimenticarne l'«assurdità» affidandosi alle passioni dell’amore e alle bellezze della creazione, cercare una consolazione tra le meraviglie della natura e uno stimolo nel perfezionamento della propria missione. Di qui il misticismo dell’artista: la musica rappresenta il suo tempio e la sua morale. Con il suo atteggiamento antidottrinario egli ci propone discretamente una sorta di metafisica dell'esistenza; edonista ed eudemonista, pare riallacciarsi ai cirenaici e a Epicuro. Ma se egli è il fauno che ride in mezzo alle radure, è anche il lirico solitario che avverte le pulsazioni dell’avvenire: è infatti il primo ad avere evocato con la musica il mistero del mondo. Le sue opere sono la rappresentazione della sua vita più intima, e in esse egli filtra i propri sogni e le proprie emozioni. Prive di retorica, di atteggiamenti provocatori o ribelli, le sue composizioni, che non ammettono facili concessioni al gusto del pubblico, vivono di quella sottile e serena malinconia che è caratteristica dell'uomo che cerca di afferrare il senso della vita: sospiri, sorrisi, allusioni, accenti tragici e vigorosi, essenzialità di stile.

Sotto il profilo tecnico, la sua riforma musicale si articola in cinque punti fondamentali: egli ha rivoluzionato le regole arbitrarie della successione degli accordi; ha sostituito la scala di 7 gradi dalle proprietà distinte con quella di 12 semitoni tutti uguali; ha arricchito gli accordi liberando le armoniche dal suono fondamentale; ha abolito tutti gli esercizi scolastici (motivi, sviluppi, variazioni, ripetizioni, riprese) e soprattutto a melodia «prefabbricata», simmetrica, facile, danzante; ha restituito ad ogni strumento musicale la sua intrinseca virtù. Una sonorità e una sensibilità nuove rappresentano i frutti di questa riforma. Le innovazioni di Debussy non vanno però tanto ricercate nei mezzi tecnici di aggregazione delle quinte sovrapposte e altre appoggiature non risolte, pur necessarie alla sua espressione artistica, quanto nel possente spirito di libertà che ha introdotto nel mondo della musica.

Egli ha condannato la musica «fatta in serie», denunciandone i procedimenti, la grammatica, i programmi prefabbricati. Egli stesso afferma: «Avevo in odio il procedimento classico nel quale la bellezza è soltanto tecnica...». E ancora: «Due battute possono offrirmi la chiave di una Sinfonia... ». E, quasi come conclusione: «E’ necessario cercare la disciplina nella libertà».

La musica di Debussy e come un giardino in cui la poesia e la ragione si congiungono per offrire all'uomo una visione del mondo depurata da ogni bruttura, da ogni eccesso e da ogni menzogna; è un paesaggio idealmente libero dove si possono rinvenire meravigliose corrispondenze con il divino e affrontare così l’avventura della vita.

L'artista ha vissuto la musica nella sua stessa esistenza, senza eccessive illusioni sul futuro: «Temo che la musica continuerà a mandare odore di chiuso» .

Le fonti artistiche di Debussy

Fin dai primi anni di studio Debussy contesta l’insegnamento del Consenvartorio, soprattutto per quanto riguarda il solfeggio e l’armonia, ma ne segue i corsi fino in fondo, padroneggiandoli e superandoli. Lo stesso atteggiamento tiene nei confronti dei musicisti del passato, così come dei contemporanei: egli li ha studiati, sensibile dapprima alle carezzevole melodie di Gounod, Franck e Massenet, più tardi affascinato da Wagner al punto da conoscere a memoria il suo Tristano; in seguito apprezza la musica orientale e quella russa attraverso cui riesce a trovare un proprio linguaggio e un proprio stile. Straordinario è il fatto che già i suoi primi capolavori, composti intorno ai trent’anni segnino una rottura radicale con la musica del tempo se non, almeno inizialmente, nella forma, certamente nella tecnica e nell’ispirazione: il Quartetto e il Preludio al pomeriggio di un fauno appaiono ancora più affascinanti che risalgono al 1892 e al 1894 e che in quel tempo Brahms era ancora in vita. Difficile se non impossibile, è ravvisare quali musicisti abbiano esercitato la propria «influenza» su Debussy, se con tale termine si intende l’azione determinante che un artista esercita su un altro e che si rivela in modo evidente nelle sue opere. Se Debussy appare indipendente dai suoi predecessori e dai contemporanei, numerose sono però le suggestioni che gli sono giunte da ogni dove e che egli stesso ha sovente ricercato. Pochi musicisti si sono rivelati così attenti alla produzione artistica della loro epoca, facendone un uso tanto sapiente per quanto riguarda sia l’ispirazione sia le tecniche espressive. Egli stesso afferma che la musica è «un insieme di forza disperse». Nelle sue prime opere e fino al Pelléase troviamo Liszt, Franck, Wagner, Massenet, Chaibrier, Balakiver, Mussorgskij, Borodin, Rimskij-Korsakov e Johan Svendsen; più tardi tracce della musica di Ravel. Si chiama Wagner «gran raccoglitore di formule», egli stesso si dimostra gran ricercatore di sensazioni, captandole, godendone, facendole agire nel suo spirito e riversandole, più o meno modificate con gusto incomparabile, in un contesto musicale che è soltanto suo. Questa sintesi del mondo sensibile rappresenta l’essenza della sua arte ed egli vi giunge con quella precisione formale tanto ammirata nell’opera di Rameau e per la quale si rivela francese e classico. Vanno ricordati anche gli influssi e le suggestioni da lui esercitati sulla musica del suo tempo e su quella successiva. Su Ravel, innanzitutto, e poi su Bartok, Stravinskij e Honegger che muovono i primi passi nell’atmosfera del Pelléas e del Mare sia pure per allontanarsene in seguito. E’ certamente difficile dire in quale misura l’influsso di Debussy abbia condizionato i compositori più recenti. Gli effetti della sua esperienza musicale sono tuttavia innegabili e numerose scuole si sono ormai affrancate dalla tradizione austro-tedesca. Se egli raccomandava i francesi: «Non affatichiamoci più a comporre sinfonie; se necessario preferiamo loro l’operetta», sembra siano stati piuttosto i musicisti inglesi e americani a raccogliere la sua lezione, come testimoniano autori quali Gershwin e Cole Porter.

Fonte: Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo Informatica