Ascesa al Trono di Caterina II

 

 

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(Stettino, 1729 - Pietroburgo, 1796), imperatrice di Russia (1762-96).

Il 28 giugno 1762, una rivoluzione di palazzo detronizzò, quasi senza colpo ferire, Pietro III: questo zar si era reso odioso obbligando il suo vittorioso esercito a un clamoroso voltafaccia per salvare Federico II, che versava in una situazione senza via di uscita, e umiliando la nazione con il suo ostentato disprezzo per le tradizioni del popolo russo. Gli osservatori contemporanei ridussero la portata dell'avvenimento perché alla testa del complotto si era posta proprio la moglie dell'imperatore, Caterina, che aveva usurpato la corona sottraendola al figlio, con l'appoggio della guardia imperiale, sfruttando con grande abilità i sentimenti nazionalisti dei nobili russi.

La grande forza di carattere le permise di farsi tollerare dalla corte di Pietroburgo: figlia di uno sconosciuto principe tedesco, il duca d'Anhalt-Zerbst, sospettato di contatti con il nemico durante la guerra dei Sette anni, si era applicata nello studio del russo e nella pratica scrupolosa dei riti dell'ortodossia, nei confronti dei quali il marito affettava invece un'aperta derisione. Questa deliberata volontà di radicarsi nella terra russa non escludeva affatto, anzi rafforzava la sua fedeltà al carattere intellettuale cosmopolita del tempo, poiché la nobiltà russa cominciava a compiacersi di parlare francese: tenuta in disparte dagli affari politici, la giovane principessa si era consacrata alla lettura e conosceva bene il linguaggio dei filosofi parigini, pur senza approfondirne il pensiero.

Le circostanze stesse della sua ascesa al trono le suggerivano le direttive principali di un programma che la sua formazione culturale le consentì di realizzare con maggior successo dei suoi predecessori: riprendere l'opera di Pietro il Grande legando, come lui, la grandezza della Russia all'inserimento del paese tra le grandi nazioni europee. Certo restava ancora molto da fare per concretizzare gli obiettivi del riformatore, sia all'estero sia all'interno. Se la Polonia, sottomessa a un protettorato di fatto, non procurava più inquietudini, i Tartari di Crimea minacciavano ancora le steppe dell'Ucraina, e l'Impero, rimasto privo di qualsiasi possibilità di accesso al Mar Nero, aveva perduto i suoi sbocchi sul Mediterraneo. Malgrado le recenti vittorie riportate dagli eserciti russi, o forse proprio per questo, le grandi potenze tradizionali, alleatesi tra loro, non avevano rinunciato a tenere in disparte la Russia dal contesto europeo. A dir il vero, era ancora lecito dubitare che essa meritasse di figurarvi, tanto le trasformazioni del paese apparivano superficiali: un regime politico più vicino al dispotismo asiatico che non all'assolutismo illuminato delle monarchie occidentali, un sistema sociale che sembrava, a dispetto del nome. fondato maggiormente su una forma di antica schiavitù piuttosto che sulla servitù medievale. Senza distruggere questa immagine di se stessa, la Russia non aveva alcuna speranza di forzare la porta dell'Europa: ma la clamorosa adesione di Caterina II all'illuminismo doveva portare al conseguimento di questo scopo.

Sulla scia di questa propaganda, sapientemente orchestrata dallo zelo più o meno disinteressato dei salotti parigini, la sovrana attuò, per tutta la durata del suo regno, una politica di forza freddamente realista. Ereditato che ebbe l'esercito più numeroso d'Europa, almeno sulla carta, seppe aggiungervi una flotta sufficientemente forte da neutralizzare i suoi avversari diretti, i Turchi e gli Svedesi. Disponendo tuttavia di limitate risorse finanziarie, Caterina non prese mai volentieri l'iniziativa di aprire le ostilità, preferendo approfittare delle circostanze più favorevoli per trarre rilevanti vantaggi, come dimostra l'esempio delle sue relazioni con l'Impero ottomano. Nel 1768, la dichiarazione di guerra del sultano la prese alla sprovvista, e un'incursione tartara devastò impunemente l'Ucraina. L'audace controffensiva della flotta russa nel Mediterraneo determinò un successo soltanto tattico: l'incendio di una squadra navale turca (1770). All'armata russa furono necessarie parecchie campagne per assicurare i propri confini e costringere i Turchi a firmare il trattato di Küçiük Kainarge (1774).

Questo trattato ripagò l'imperatrice di tutti i sacrifici più per le prospettive che offriva che per i vantaggi immediati. La «questione orientale» non era certamente stata risolta. Caterina, interpretando liberamente una clausola del trattato particolarmente vaga che impegnava il sultano a rispettare la religione ortodossa, sottopose a Giuseppe II un progetto di spartizione, che prevedeva la restaurazione dell'Impero bizantino.

Ma non si risolse ad affrontare direttamente Francia e Inghilterra, non più impegnate nella guerra d'indipendenza americana, e parve rinunciare alle sue ambizioni. Durante gli ultimi anni del regno, difese l'integrità dell'Impero ottomano, per guadagnarlo alla causa della coalizione contro la Rivoluzione francese.

La vittoria procurò comunque alla Russia tangibili vantaggi a lungo termine. Sottomesso dapprima a un protettorato di fatto la cui indipendenza era soltanto nominale, il canato di Crimea fu annesso all'Impero nel 1783. Cancellando quest'ultimo residuo della dominazione turca, Caterina vendicava il popolo russo di un'umiliazione secolare. L'occupazione della penisola, dove fu fondato un porto militare a Sebastopoli, consolidava anche la posizione strategica dei Russi sul Mar Nero, che cominciava ad acquisire una rilevante importanza economica dopo l'apertura degli Stretti ai traffici commerciali dei mercanti di Mosca. La zarina vi faceva grande affidamento, sia per far uscire dall'isolamento l'Ucraina sia per diversificare le relazioni economiche dell'Impero con l'Occidente, spezzando il monopolio quasi totale degli Inglesi sulle rive del Baltico.

Sulle coste meridionali la Russia non possedeva un buon porto commerciale. Una manovra azzardata dei Turchi permise di porre rimedio a questa situazione: nel 1786, il sultano, preoccupato della potenza militare russa, tentò di prevenire un'eventuale attacco. La Russia fece fronte con una certa difficoltà alla nuova minaccia, poiché l'appoggio militare degli Austriaci si rivelò deludente, mentre il re di Svezia organizzava una manovra diversiva contro Pietroburgo. Ma quando l'energico Suvorov prese il comando dell'esercito, il sultano si ritirò, e il trattato di lassi (1792) spostò la frontiera fino al Dnestr. Nel territorio annesso doveva essere ben presto fondata la città di Odessa, il cui porto attirò subito le eccedenze dei cereali prodotti nell'Ucraina polacca. Ma i Turchi, ancora una volta, avevano rifiutato l'accesso agli Stretti alle navi da guerra russe. La formazione di una coalizione internazionale contro la Francia fece sperare in una prossima risoluzione di questo problema per mezzo di un' intesa intesa amichevole.

L'imperatrice poteva dunque vantarsi di un successo completo, proprio nel campo in cui Pietro il Grande aveva fallito. In compenso, le circostanze la obbligarono a rinunciare alla politica del suo predecessore che mirava a neutralizzare la Polonia piuttosto che a combatterla. Agli inizi, installando sul trono della vicina nazione Stanislao Poniatowski, Caterina aveva sperato di potervi esercitare la sua influenza. Ma questo significava non tenere nel giusto conto le ambizioni di Federico II, che voleva riunire i due pezzi del suo Stato: il re di Prussia seppe approfittare delle difficoltà della Russia, sempre alle prese con i Turchi, per imporle una parziale spartizione della Polonia (1772). Dopo questo passo falso, la zarina tentò di ritornare alla sua vecchia politica, e il suo ambasciatore a Varsavia dichiarò di voler proteggere i dissidenti contro la maggioranza cattolica. Ma l'élite intellettuale del paese preparava l'insurrezione al fine di dotarlo di istituzioni stabili: nel 1791, riuscì a promulgare una costituzione liberale.

L'imperatrice ruppe gli indugi: accusando di giacobinismo quei nobili che avevano conservato il regime signorile, preparò un intervento armato. Questa volta, gli avvenimenti volgevano a suo favore, poiché l'imperatore e il re di Prussia erano impegnati in una guerra contro la Francia rivoluzionaria: la seconda spartizione della Polonia (1793) fu molto più favorevole alla Russia che non la prima. Due anni più tardi, gli ultimi tentativi dei patrioti non ebbero altra conseguenza che condurre alla totale scomparsa dello Stato polacco. Alcuni storici hanno accusato la zarina tedesca di aver posto in secondo piano i veri interessi nazionali sacrificando un paese slavo alla politica di espansione della Prussia. Ma non si tratta che di un singolare anacronismo: a quel tempo infatti i Russi non separavano il concetto di nazionalità da quello di religione, e approvarono perciò il ritorno in seno alla nazione delle popolazioni dell'Ucraina e della Bielorussia, rimaste fedeli all'ortodossia o convertite con la forza alla Chiesa uniate. I Russi salutarono in Caterina l'erede degli unificatori della nazione, degli «zar di tutte le Russie», titolo ufficiale che aveva cessato di essere una mera formula senza riscontri nella realtà.

Se gli stranieri mal comprendevano questi risvolti della politica imperiale, erano tuttavia sensibili al crescente prestigio della potenza russa. All'inizio del regno, la zarina aveva dovuto accettare gli aiuti che le venivano offerti: l'alleanza poco sicura di un Federico II, l'interessata simpatia di un'Inghilterra preoccupata prima di tutto di allargare i suoi privilegi commerciali. Ma le sue prime vittorie le fornirono il mezzo di emanciparsi. La pace di Teschen (1779), per la cui stipulazione, assieme a Luigi XVI, funse da mediatrice tra l'imperatore e la Prussia, le riconosceva un'influenza di primo piano per quello che riguardava gli affari di Germania. Nel 1780, la sua dichiarazione sulla neutralità armata sfidò apertamente le ambizioni britanniche di egemonia marittima. In apparenza, non si tratta che di mere prese di posizioni verbali, poiché le mancavano i mezzi per condurre una tale politica: la sua flotta era debole, la sua marina mercantile inesistente. Ma la dipendenza economica doveva rivelarsi un'arma a doppio taglio: quando Pitt minacciò di dichiarare la guerra nel 1791 per fermare la marcia dei Russi verso Costantinopoli, gli ambienti d'affari londinesi fecero recedere il governo da questa estrema decisione.

Dopo la Rivoluzione francese, Caterina rinviò il momento di impegnarsi, preferendo regolare innanzitutto la questione polacca. Avendo conservate sempre intatte le proprie forze, appariva come l'ultima risorsa della coalizione sul continente e si apprestava a intervenire in Occidente quando la morte la sorprese. La sua politica di prestigio aveva dunque raggiunto il proprio obiettivo: sebbene denunciassero ancora il carattere artificiale della potenza russa, gli altri Stati non osavano comunque più contestarne l'eguaglianza dei diritti.

Fonte: Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo Informatica