Carlo Magno: l'Imperatore

 

 

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Benché le operazioni di guerra si siano protratte quasi senza interruzioni fino alla fine del regno, la conquista carolingia può dirsi in massima parte compiuta alla fine dell’VIII secolo, e l'opera di unificazione religiosa e amministrativa dei territori occupati ampiamente avviata. Rispettando i particolarismi locali, come testimonia l'attenzione manifestata nel mettere per iscritto le leggi nazionali dei Bavaresi, dei Sassoni e dei Frisoni, non esitando, al fine di soddisfare i più affermati tra di essi, a costituire, a partire dal 781, i regni di Aquitania e d'Italia, dei quali i suoi figli Ludovico e Pipino vengono designati sovrani, Carlo Magno si sforza in realtà di ovviare all'eterogeneità dei territori che ha conquistato; impone ovunque l'applicazione della sua legislazione e delle grandi riforme amministrative, economiche e giudiziarie, contenute nei capitolari elaborati da assemblee generali, perfezionate poi dalla cancelleria, sempre sotto il diretto controllo dell'imperatore, e divenute infine esecutive sotto l'autorità dei conti e dei vescovi strettamente sottomessi al controllo dei missi dominici. I capitolari di Carlo Magno mirano essenzialmente a unificare le istituzioni dell'Impero carolingio, pur comportando talune varianti locali, applicate particolarmente in Longobardia, e vertono sui campi più disparati: riorganizzazione delle strutture amministrative della Chiesa carolingia (Herstal, marzo 779); messa a punto delle regole per una buona gestione dei a territori imperiali (capitolare de villis, tra il 770 e 1'813); determinazione delle modalità per l'arruolamento delle truppe (capitolari dell'800 e dell'807 circa) o per la riscossione delle imposte (capitolare dell'805); decisioni di ordine dogmatico, disciplinare, giudiziario ed economico (capitolare di Francoforte del 794), ecc. Seguendo questa via istituzionale, si rafforza l'autorità universale del sovrano, che trova altresì il modo di rinsaldare ancor più fermamente l'influenza esercitata sui sudditi attraverso il sistema del vassallaggio, che pone tra essi e la sua persona una piramide di giuramenti di fedeltà; Carlo Magno cerca di consolidare ogni fase di questa piramide grazie a un capitolare dell'inizio del IX secolo, con il quale si stabilisce che il vassallo non può più lasciare il proprio signore «dal momento in cui ha ricevuto da lui il valore di un soldo».

Con questi svariati provvedimenti viene dunque preparata la fusione in un solo Stato dei differenti territori posti sotto l'autorità di Carlo Magno. Ma solo alla fine dell’VIII secolo il termine impero farà la sua comparsa per designare questa nuova entità politica. Ha per il

momento esclusivamente un significato territoriale ed è impiegato, anche da Alcuino, per designare una costruzione politica che va al di là del quadro nazionale tradizionale nel quale hanno vissuto i Barbari dal tempo delle invasioni.

Ma nel momento stesso in cui la considerevole estensione geografica del suo dominio fa di Carlo Magno un sovrano senza eguali in rapporto agli altri re del suo tempo, la consacrazione che gli era stata conferita da papa Stefano II nel 754 riveste la sua autorità di un incontestabile carattere sacerdotale. Rex er sacerdos, cioè «nel suo potere… (e) sacerdote nei suoi sermoni», come era stato Davide secondo Alcuino, e come viene proclamato anch'egli dal concilio di Francoforte del 794, e, inoltre, patrizio dei Romani, cioè tutore del papato, che viene accumulando sempre maggiori debiti di riconoscenza nei suoi confronti, come sottolineano i diversi soggiorni a Roma nel marzo del 774, durante la Pasqua del 780 e nel dicembre del 787. Carlo Magno appare sempre più il rappresentante in terra del Cristo, capo di una cristianità i cui limiti manifestano la tendenza a confondersi con quelli del regnum Francorum, anche in ragione della dilatazione geografica di quest'ultimo. Prende quindi forma l'idea di un Imperium christianum, Impero cristiano il cui capo sarebbe il re dei Franchi, guida naturale del populus christianus, come sembra pensare Alcuino nella lettera che indirizza a Carlo Magno alla fine dell'VIII secolo, nella quale gli ricorda che la sua «regalis dignitas è superiore alle altre due dignità (il papato e l'Impero romano, che governano il mondo ma versano in una grave crisi), e le eclissa in saggezza». Acclamato come Augusto, ovvero come sovrano della nuova Roma che stava sorgendo ad Aquisgrana, dove si stabilisce per la prima volta nel 794 e dove decide di costruire un palazzo sacro e, nel suo centro, una cappella palatina circolare somigliante al chrysotriklinos di Costantinopoli utilizzando anche materiali di San Vitale di Ravenna, il monarca, come sottolinea Robert Folz, non si vede mai attribuire, prima dell'800, il titolo di imperator: «Egli non è imperatore, tutt'al più ne ha il rango».

Non sembra infatti che Carlo Magno abbia in origine mai rivendicato altro che l'uguaglianza di titolo, di dignità e di potere con il basileus, del quale negava la qualità d'imperatore e di conseguenza la pretesa alla dominazione universale. Coerente con se stesso, ancora nel 798 rifiuta la corona imperiale che gli viene offerta da un'ambasciata bizantina inviata forse dagli avversari di Irene, che nel 797 ha fatto accecare il figlio Costantino VI piuttosto che essere costretta a cedergli l'Impero.

Ma trasferendogli a poco a poco, come sottolineano Folz e Schramm, i privilegi riconosciuti a Roma all'imperatore bizantino, il papato contribuisce a indurre il re dei Franchi ad assumere la dignità imperiale. Ricevuto solennemente a Roma secondo l'uso di Costantinopoli, constatando che gli atti pontifici erano ormai dati basandosi sugli anni del suo regno non più su quelli del basileus, vedendo le sue immagini ornare le chiese, i sacerdoti pronunciare preghiere pubbliche in suo onore, e papa Leone III indirizzargli il verbale della sua elezione oltre al vexillum Romanae urbis che gli riconosceva nel 795 la sovranità su Roma, Carlo Magno poteva essere naturalmente tentato di trovare un compromesso tra i fatti e il diritto.

Certo la cerchia della corte, e in special modo Alcuino, lo incoraggiò. Tutto sembra provarlo: in primo luogo, la lettera nella quale Alcuino contrappone, nel giugno del 799, la potenza della monarchia franca alla degradazione del potere pontificio e al disfacimento del potere imperiale, toccato nel 797, come abbiamo visto, in eredità alle donne. Altri fatti lo confermano: il ruolo d'arbitro dell'Occidente che gli è stato conferito da Leone III, venuto a elemosinare il suo aiuto a Paderborn durante l'estate del 799; l'esaltazione della sua persona fatta dal poeta Angilberto e dal vescovo d'Orléans Teodulfo; infine l'invito rivoltogli da Alcuino nell'autunno del 799 ad agire come protettore della capitale del nord.

L'occasione di compiere il passo decisivo è fornita dal quarto soggiorno di Carlo Magno a Roma alla fine dell'anno 800, compiuto allo scopo di giustificare il papa dalle accuse di adulterio e di spergiuro rivolte contro di lui dagli autori dell'attentato del quale è stato vittima il 25 aprile 799. Costretto infine a prestare giuramento davanti a un'assemblea di ecclesiastici e di laici riunita sotto la presidenza del re dei Franchi il 23 dicembre dell'800, il giorno stesso in cui quest'ultimo riceve una delegazione del patriarcato di Gerusalemme recatasi a consegnargli un vessillo e le chiavi del Santo Sepolcro, gesto che appare come un omaggio reso dai cristiani d'oriente alla sua persona regale, non rimane altro a Leone III che incoronare il sovrano il 25 dicembre dell'800. Il «popolo romano» acclama il monarca per tre volte: «A Carlo, augusto, incoronato da Dio, grande e pacifico imperatore dei Romani, vita e vittoria». «Adorato» subito dal papa secondo la cerimonia aulica adottata ai tempi di Diocleziano, il re dei Franchi vede finalmente riconosciuta la qualità imperiale del suo potere nell'antica metropoli dell'Impero. Appare incontestabile che l'evento del 25 dicembre 800 non sia stato fortuito, bensì lungamente meditato e infine voluto senza più remore dal suo beneficiario, almeno a partire dal secondo semestre del 799.

Resta da sapere quale significato debba essere accordato a questo titolo imperiale di Carlo. Fa di lui l'unico depositario dell'Impero romano, le cui due parti avrebbero potuto essere riunite sotto la sua autorità, oppure non fa altro che garantirgli l'eguaglianza con il basileus? Se il progetto di matrimonio con l'imperatrice Irene, riferito da un solo storico bizantino, Teofane, sembra dar peso alla prima di queste tesi, e se il titolo imperiale di Carlo Magno si è ormai ben inserito nella tradizione romana, pare che, molto presto, il sovrano abbia concepito quest'ultimo come un mezzo per proiettare la sua autorità, limitata all'Occidente, in un quadro nuovo e prestigioso.

Dall'Impero romano (e non «Impero dei Romani»), che gli permette di sovrapporre al legame personale che l'unisce ai suoi sudditi quello di un nuovo giuramento prestato nell'802 alla sua persona in quanto incarnazione dell'interesse pubblico, Carlo Magno massa molto rapidamente alla nozione di Impero franco e cristiano. Questo gli consente di far riconoscere la sua nuova dignità nell'812 anche dal basileus Michele I Rangabé, di decidere della sua successione in conformità con la tradizione franca della spartizione territoriale tra i figli (ordinatio imperii dell'806), di associare in seguito al suo potere imperiale l'ultimo sopravvissuto tra questi, Ludovico I, in qualità di consor regni, nell'813, e infine di facilitare la nascita di un ordine politico-religioso che risponda alle concezioni avanzate da Alcuino dell'agostinismo politico.

Detentore di un potere che va ormai al di là della sua stessa persona reale, «il carolingio», come ha notato Louis Halphen, «ha preso coscienza, sotto l'azione della Chiesa, dei doveri che incombono su di lui in quanto capo della comunità dei popoli sottomessi al suo governo». Rivestendo ormai un valore esemplare sul piano morale, la vita dell'imperatore deve essere interamente consacrata all'esaltazione della legge di Dio per il bene dei popoli dei quali è sovrano e per la salvezza dell'anima dei suoi sudditi. Contenuto già nell'Admonitio generalis del 789, capitolare che riassume i principi d'azione del suo governo, tale programma viene ripreso nelle istruzioni indirizzate nell'802 ai missi dominici, incaricati di raccogliere il nuovo giuramento di fedeltà dei sudditi di Carlo Magno, tra i quali egli vuoi veder regnare la pace, la concordia e soprattutto la unanimità. La realizzazione di quest'ultima comporta allo stesso tempo il rispetto dell'ordine costituito, la reciproca collaborazione dei membri del popolo cristiano nell'esecuzione degli ordini ricevuti, così come l'appoggio materiale e morale accordato da ciascuno di essi all'imperatore allo scopo di aiutarlo a compiere la missione di cui Dio l'ha investito nel rispetto dei principi della carità, della solidarietà e dell'equità.

Preoccupato dunque in primo luogo di fare della città terrestre il riflesso più fedele possibile di una città celeste, come era stata definita da Sant'Agostino, ma mal compresa dai pensatori carolingi, Carlo Magno si trovò naturalmente portato a non subordinare il potere temporale a quello spirituale, bensì a confonderli e, di conseguenza, a conferire la priorità alla propria azione religiosa, che finì per diventare per lui l'azione politica per eccellenza, quella da cui dipendevano la prosperità e la perpetuazione dell'Impero. Così, non contento di sollecitare dal clero preghiere espiatorie o azioni di grazia a seconda delle esigenze contingenti, Carlo Magno si crede in diritto di sorvegliare la formazione del clero, di consigliare i suoi vescovi per il compimento dei doveri pastorali e perfino di presiedere i concili. A questo proposito, la sua azione consiste dapprima nell'assicurare la difesa della purezza del dogma, e quindi nel badare a condannare tempestivamente ogni eresia, circostanza, questa, che lo conduce a giocare un ruolo decisivo al concilio di Francoforte del 794, che condanna tanto l'iconoclastia e l'iconofilia quanto l'adozionismo, e uno dei teorici, Felice d'Urgel, viene in seguito invitato a giustificarsi al suo cospetto al concilio di Aquisgrana nel1'800. Ma l'azione conciliare del sovrano consiste anche nell'imporre il rispetto della disciplina ecclesiastica tanto al clero secolare che al clero regolare; al concilio di Aquisgrana, che presiede nell'802, invita il primo a osservare strettamente i canoni della Chiesa e il secondo a conformarsi alla regola di san Benedetto; progetta, nell'813, di procedere a una riforma sistematica della Chiesa dopo la consultazione di cinque assemblee conciliari, le cui tesi, fatalmente più o meno divergenti, devono avergli lasciato la più completa libertà di decisione.

Dall'applicazione di quest'ultima escono fatalmente avvantaggiati i chierici, in qualità di agenti privilegiati. Non appare perciò sorprendente che il sovrano vegli sulla loro formazione, constringa i vescovi ad assicurare funzioni pubbliche tanto alla corte (arcicappellani) che in provincia (missi dominici), e quindi imponga, di fatto, al clero la nomina all'episcopato dei chierici fedeli, la maggior parte dei quali usciti dal suo palazzo, e la dignità di reverendo, fonte di ricche prebende, sia per sua volontà molto spesso riservata ai laici fedeli. Vescovo di Roma e capo della Chiesa cristiana, la cui opposizione al regime ecclesiastico carolingio risulterebbe fatale per il successo di quest'ultimo, il papa si vede ridotto, come gli altri religiosi, al rango di fedele collaboratore del sovrano. Questo atteggiamento spiega in anticipo le lunghe lotte che opporranno, nel corso del Medioevo, il papato all'Impero.

Il bilancio del regno

Pur concordi nel riconoscere l'eccezionale potenza di cui Carlo Magno è stato detentore, le opinioni degli storici divergono tuttavia quando si tratta di tracciare un bilancio del suo regno. Ma, a parte alcune sfumature, tre sono le tesi principali avanzate.

Per i sostenitori della prima, gli aspetti positivi del regno sono senza dubbio predominanti rispetto a quelli negativi. Di tale avviso sono stati anche i sovrani del Medioevo, poiché, fossero francesi o tedeschi, cercarono tutti di dimostrare i vincoli di sangue che li legavano alla persona di Carlo Magno, nel quale vedevano il lontano e prestigioso fondatore del Sacro Romano Impero germanico, e del quale uno di essi, Federico Barbarossa, intese esaltare la memoria ottenendo dall'antipapa Pasquale la sua canonizzazione, celebrata ad Aquisgrana il 29 dicembre 1165. Questo è anche il parere dello storico Joseph Calmette, che sottolinea come l'impero fondato dal re dei Franchi sia stato non soltanto il crogiolo dell'Europa feudale nel seno della quale furono elaborate le nazioni italiana, francese e tedesca, ma anche come i suoi confini, stabiliti nel IX secolo, e talvolta cancellati al ritmo delle pulsazioni della storia, riappaiano oggi per segnare la chiara linea di demarcazione che separa l'Occidente dall'Oriente.

Meno entusiasti e forse anche più prudenti, Ferdinand Lot e Louis Halphen riconoscono l'efficacia del governo imperiale, ma negano che Carlo Magno possedesse il genio politico dell'uomo che prevede gli avvenimenti; l'imperatore appare loro, al contrario, come un sovrano che si è lasciato troppo spesso trascinare dagli eventi.

Molto più pessimisti, Francois L. Ganshof e soprattutto Heinrich Fichtenau pensano che il regno di Carlo Magno si sia concluso con un fallimento al termine di una crisi datata da Fichtenau dall'806 e di cui enumera con precisione tutti gli aspetti: crisi economica, che si preannuncia con il cattivo raccolto e la pestilenza dell'806 e di cui la peste facilita l'estensione nell'808; crisi militare, provocata in parte dalle incontrollabili incursioni dei Normanni, segnata dal rifiuto di servire alle armi a partire dall'808, poi dalle diserzioni intorno alla fine del regno che si traducevano infine nella conclusione di numerosi accordi di pace con Bisanzio nell'812, con i Danesi nell'813 e anche con l'emirato di Cordoba; crisi politica e di conseguenza religiosa, dovuta alla mediocrità e alle prevaricazioni di un numero eccessivamente elevato di amministratori laici e religiosi; infine crisi dinastica, dovuta alla malattia che indebolì Carlo Magno a partire dall'inizio dell'anno 810 e alla morte dei suoi figli, Pipino (810) e Carlo il Giovane (811), decessi che sembrano testimoniare il mancato favore divino e rendere necessario il ricorso a provvedimenti e penitenze spirituali (digiuni di tre giorni decretati nell'807 e nell'810; memorandum dell'810 che invita abati e vescovi a ricercare la causa dei propri errori e a ovviarli; decreti del sinodo di Chalon-sur-Saone che facevano dei peccati commessi col pensiero oggetto di confessione). si può così spiegare la ragione per cui l Impero carolingio si sia sfaldato già a partire dal regno di Ludovico il Pio, al quale il vecchio padre ha ceduto, dal settembre dell'813, la corona, al fine di facilitarne la trasmissione.

Certo non si può negare che il regno di Carlo Magno si sia risolto in un fallimento se si considera il progetto del sovrano di fondare un impero cristiano e unitario basato su istituzioni stabili e nuove; essendo infatti inadeguate rispetto alle strutture economiche e sociali del tempo, tali istituzioni hanno potuto funzionare solo grazie alla forte personalità di Carlo Magno e ai frequenti viaggi e sopralluoghi, ai quali la vecchiaia gli impone di rinunciare nell'808.

Ma se la costruzione politica definita dal restauratore dell'Impero in Occidente è fallita perché ancora prematura, non si può tuttavia dimenticare che, modellando gli insiemi territoriali dell'Occidente, contribuendo alla sua prima fioritura culturale in campo religioso, intellettuale e artistico, a prescindere dalle riserve che è possibile avanzare sulla nozione di «rinascimento» carolingio, Carlo Magno ha aperto le porte al futuro. E non fosse altro che per questo motivo, merita l'appellativo di Magno che gli è stato conferito.

Fonte: Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo Informatica