| Antonio
Gramsci
Pensatore e uomo politico italiano (Ales, Oristano, 1891 - Roma, 1937). Il padre di Antonio Gramsci, Francesco, nato nel 1860 a Gaeta da una famiglia greco-albanese immigrata in Italia quarant'anni prima, si trasferisce ancora giovane in Sardegna avendo vinto un concorso come funzionario del registro a Ghilarza. Qui si sposa abitando fra Sorgono e Ales, dove nasce Antonio, quarto di sette figli. All'età di quattro anni egli cade dalle braccia della domestica e a questo evento deve ricollegarsi la lesione che provoca un irrimediabile ingobbimento. Ma, nota Spriano, «non crebbe, per questo, gracile e malaticcio, né si fece troppo scontroso». Sul suo carattere fiero e introverso influiscono piuttosto l'ambiente sardo, cui resterà sempre legato, e le disagiate condizioni economiche della famiglia, che lo costringono a impiegarsi presso il catasto finite le elementari e a proseguire privatamente gli studi. Gli anni della formazione Successivamente, ultimato il ginnasio a Santu Lussurgiu e ottenuta la licenza a Oristano, Antonio frequenta il liceo a Cagliari, dove vive col fratello Gennaro, attivista sindacale e segretario della locale sezione socialista. In questo periodo, e per la sua influenza, comincia a studiare le opere di Marx. Assai forti, e destinati ad avere una notevole importanza nella sua formazione, sono tuttavia anche l'interesse per la filosofia idealistica di Croce, l'attrazione per il rigore intellettuale e morale di Salvemini, la simpatia per le rivendicazioni autonomistiche sarde. L'attaccamento alla sua terra resta assai vivo anche dopo che Gramsci, avendo vinto nel 1911 una borsa di studio, può iscriversi alla facoltà di lettere dell'università di Torino e trasferirsi in questa città. I suoi primi studi vertono sulla glottologia e sul dialetto sardo. Nel 1912 si dedica a una ricerca sulla struttura sociale della Sardegna condotta insieme a Palmiro Togliatti, con cui stringe amicizia in questa circostanza. Ma già l'anno successivo diventa centrale il rapporto col movimento operaio, particolarmente forte a Torino. Nel 1913 aderisce al Partito socialista e inizia a collaborare col Grido del popolo, di cui diventa direttore nel 1917. Dal 1915, abbandonati gli studi universitari, s'impegna in una intensa attività giornalistica, soprattutto come critico di costume, letterario e teatrale dell'Avanti!, di cui diventa co-redattore nel 1918. Idealismo, positivismo e marxismo nel giovane Gramsci Appartengono a questo periodo le note polemiche stese con stile caustico per la rubrica «Sotto la mole» e pubblicate postume nel volume omonimo. Nel frattempo cura il numero unico La città futura (1917). Già si delinea in questi primi scritti il carattere originale dell'adesione gramsciana al marxismo, inteso come filosofia essenzialmente pratica e come azione politica mirante a produrre una profonda risoluzione sociale, intellettuale e morale. Dominante è in Gramsci l'esigenza di «fare i conti» con l'idealismo crociano, sottoponendolo a critica radicale e insieme derivandone alcuni motivi, quali la valorizzazione dell'elemento soggettivo, cosciente, nella determinazione degli eventi storici. Rifiuta quindi le interpretazioni deterministiche del marxismo, influenzate dalla filosofia positivistica e prevalenti nei partiti della Seconda Internazionale, compreso il Partito socialista italiano. Si riconosce invece nelle posizioni di Lenin, che mettono l'accento sul ruolo della soggettività rivoluzionaria e hanno permesso di attuare una rivoluzione socialista nella Russia «arretrata» senza attendere il graduale determinarsi di tutte le condizioni materiali attraverso una evoluzione di tipo capitalista. Dall'esperienza bolscevica Gramsci deriva anche l'importanza fondamentale dei soviet, come organi di potere attraverso i quali la classe operaia può costituirsi in classe dominante. Quest'idea, già formulata nel 1919 con l'articolo Stato e sovranità, pubblicato sul quindicinale di Piero Gobetti Energie nuove, è alla base del settimanale Ordine Nuovo, fondato nello stesso anno insieme a Togliatti, Umberto Terracini (1895 - 1983) e Angelo Tasca (1892 - 1960). L'«Ordine Nuovo» e il movimento dei consigli di fabbrica Nel 1919-20 il giornale si fa animatore del movimento dei consigli di fabbrica eletti da tutte le maestranze, traendo elementi di sempre più precisa elaborazione teorica dal loro concreto sviluppo. Particolarmente col manifesto Per il congresso dei consigli di fabbrica, pubblicato il 27 marzo 1920, Gramsci ne delinea le caratteristiche principali, partecipando attivamente alcuni mesi dopo all'occupazione delle fabbriche durante la quale essi iniziano a funzionare come organi di democrazia operaia e di autogoverno. Contemporaneamente Gramsci si adopera per assicurare al movimento l'attivo sostegno della sinistra socialista, che egli concorre a unificare e organizzare in frazione comunista al congresso socialista di Imola del novembre 1920. Influenzata dal sindacalismo rivoluzionario di Sorel, ma soprattutto, come si è detto, dall'esperienza bolscevica dei soviet, la concezione gramsciana dei consigli tende a configurare una via rivoluzionaria per la presa del potere, antitetica a quella parlamentare praticata dal Partito socialista italiano. Gramsci ritiene infatti che principale terreno di scontro fra le classi sia non il parlamento ma la «produzione» e che solo a partire dal controllo di essa si possa costruire un «ordine nuovo» a livello politico-sociale. Tale controllo, inoltre, può per Gramsci affermarsi solo attraverso organismi che sostituiscano la dittatura del proletariato a quella dello stato borghese e non attraverso una partecipazione parlamentare alla gestione di questultimo. La fondazione del Partito Comunista dItalia Queste posizioni portano Gramsci a scontrarsi sempre più apertamente coi riformisti del P.S.I. contro cui combatte una decisa battaglia, sostenuta e incoraggiata da Lenin. Essa entra in una fase cruciale dal 10 gennaio 1921, quando l'edizione torinese dell'Avanti! assume la testata dell'Ordine Nuovo, trasformato in quotidiano, e Gramsci ne diventa direttore. Dalle sue colonne egli prepara la scissione che ha luogo il 21 gennaio a Livorno durante il XVII congresso del partito, quando la frazione comunista decide di costituire il Partito comunista d'Italia, sezione italiana della Terza Internazionale di cui diventa segretario Amedeo Bordiga (1889- 1970) mentre Gramsci entra nel Comitato centrale. Alla base della scissione c'è il rifiuto della sinistra massimalista di espellere la minoranza riformista, come è richiesto da Lenin per l'adesione alla Terza Internazionale. Ma il dissenso di Gramsci coi massimalisti è ancora più profondo. A essi rimprovera un verbalismo rivoluzionario vuoto di effettivi contenuti programmatici. Siamo all'indomani della repressione governativa contro il movimento consiliare e sta sviluppandosi in Italia una reazione antioperaia che, attraverso il nascente fascismo, raccoglie consensi fra gli strati piccolo-borghesi. In tale situazione Gramsci è ben consapevole che agitare lo spauracchio della rivoluzione senza individuare concreti obiettivi programmatici intorno a cui costruire larghe alleanze, rischia di spingere a destra settori decisivi dell'opinione pubblica, isolando la classe operaia. La lotta contro il settarismo Il rifiuto d'ogni settarismo e la necessità di un rapporto con i settori o gli intellettuali progressisti erano del resto già stati sottolineati qualche mese prima da Gramsci avviando attraverso Ordine Nuovo una stretta collaborazione col giovane liberale Piero Gobetti. Anche all'interno del nuovo partito Gramsci porta l'esigenza di una seria analisi della realtà italiana e di un preciso programma politico suscettibile di estendere le alleanze della classe operaia. Tali posizioni sono però sconfitte nel 1922 al II congresso del P.C.d'I. che, approvando a maggioranza le cosiddette Tesi di Roma proposte da Bordiga, si arrocca in uno sterile estremismo settario nel quale rivive la vecchia tradizione massimalista. Gramsci, che è già fra gli esponenti più prestigiosi del partito, viene tuttavia designato a rappresentarlo in seno al Comitato esecutivo dell'Internazionale e raggiunge poco dopo Mosca. Qui, date le sue precarie condizioni di salute, deve essere ricoverato per alcuni mesi in una clinica dove conosce Giulia Schucht, che sposa poco dopo e da cui avrà i figli Delio e Giuliano. L'opposizione al fascismo Il 28 ottobre 1922, quando il fascismo prende il potere in Italia con la marcia su Roma, Gramsci è ancora a Mosca. L'anno dopo è a Vienna per tenere i contatti con gli altri partiti comunisti europei e di qui collabora alla fondazione del quotidiano l'Unità e alla creazione di l'Ordine Nuovo quindicinale, che escono fra febbraio e marzo. Rientrato a maggio in Italia, dove viene eletto deputato, abbandona il parlamento e aderisce all'Aventino come tutti gli esponenti dei partiti d'opposizione dopo il delitto Matteotti. Sostiene però la necessità di mobilitare le masse contro il fascismo e si fa interprete della richiesta che viene da numerose assemblee locali unitarie perché l'Aventino si costituisca in «antiparlamento», criticando l'atteggiamento legalitario o di pura resistenza passiva in esso prevalente. Al tempo stesso si batte nel Partito comunista contro le tendenze settarie e per l'unità di tutte le forze operaie, imponendo questa linea e venendo eletto ad agosto segretario del partito. Ma nel frattempo il fascismo, superata la crisi, si accinge a imporre definitivamente la dittatura. Il Partito comunista, dopo aver abbandonato in ottobre l'Aventino, tenta inutilmente di condurre da solo la sua battaglia in parlamento e di sostenerla attraverso un diretto appello alle masse. Fra la fine del 1925 e l'inizio del 1926 vengono emanate le leggi speciali che mettono fuori legge tutti i partiti d'opposizione. Le «Tesi di Lione» Gramsci, che può riunirsi per breve tempo alla moglie Giulia venuta in Italia durante il 1925 con la sorella Tatiana e il piccolo Delio, si dedica a riorganizzare il partito nella clandestinità. Nel gennaio 1926, a Lione, si tiene il III congresso che approva la linea politica affermatasi nell'ultimo biennio respingendo definitivamente le posizioni settarie di Bordiga. Gramsci svolge la relazione sulla situazione politica generale, nota come Tesi di Lione e preparata in collaborazione con Togliatti qualche mese prima. Essa rappresenta il primo tentativo di analisi organica del fascismo, identificato col grande capitale, ma senza sottacere il ruolo che giocano in esso le componenti piccolo-borghesi. Le Tesi danno anche formulazione organica alla linea politica gramsciana consistente da un lato nella «bolscevizzazione» del partito, ossia nella sua trasformazione in un'avanguardia centralizzata e disciplinata come il partito bolscevico, dall'altro nell'assegnargli come obiettivo centrale la costruzione dell'alleanza fra operai e contadini. Quest'ultima è vista come il perno di un nuovo «blocco storico» esteso anche ad altri strati intermedi o settori intellettuali e capace di sconfiggere il «blocco agrario» impostosi col Risorgimento alla direzione del paese. Classe e partito È qui già delineato il ruolo assegnato da Gramsci alla classe operaia e che egli andrà approfondendo negli scritti del carcere esprimendolo col concetto di «egemonia». Compito preliminare della classe operaia è conquistare l'egemonia, cioè l'adesione attiva di larghi strati popolari alla propria visione del mondo e al proprio progetto rivoluzionario. Porre come preliminare questo obiettivo significa rifiutare ogni concezione meramente coercitiva della «dittatura del proletariato», configurandola come risultato di un allargamento del consenso e legittimata da esso. In modo analogo Gramsci tende a impostare già nelle Tesi, approfondendolo successivamente, il rapporto fra la classe operaia e il suo partito. Per influenza del leninismo, egli individua adesso il partito come l'avanguardia della classe assai più nettamente di quanto facesse nel periodo consiliare. Ma al tempo stesso insiste sul legame «organico» fra intellettuali e operai, dirigenti e militanti, fra il partito in quanto «intellettuale collettivo» o «moderno principe» e la classe che rappresenta. Ciò comporta la polemica contro ogni tendenza del partito a distaccarsi dalle masse, a burocratizzarsi, a soffocare il libero dibattito che deve precedere le decisioni prese ed eseguite unitariamente. Il dissenso con l'Internazionale Muovendo da questa impostazione, Gramsci guarda con preoccupazione a come la dittatura del proletariato viene esercitata nell'U.R.S.S. dopo la morte di Lenin, al restringersi del consenso e all'inasprirsi della repressione, al suo trasformarsi in dittatura del partito e alle limitazioni che il dibattito subisce nel partito stesso, per effetto dei metodi con cui Stalin liquida gli oppositori. Pur condividendo le sue posizioni nell'aspra polemica contro Trockij, Gramsci manifesta nettamente il proprio dissenso sul metodo. In una lettera inviata nell'ottobre 1926 al Comitato centrale del Partito bolscevico a nome del Partito comunista d'Italia, sostiene che le forme assunte dalla lotta politica nel P.C.U.S. rischiano di annullare la funzione dirigente che esso aveva saputo esercitare in seno al movimento comunista internazionale «sotto la direzione di Lenin». Ma Togliatti, temendo un aggravamento dei rapporti col P.C.U.S., ne blocca l'inoltro. In carcere Gramsci intanto, che si è rifiutato di espatriare nonostante le insistenze dei compagni di partito, viene arrestato. Comincia da questo momento una penosa peregrinazione attraverso le carceri fasciste. Dapprima condannato a cinque anni di confino da trascorrere a Ustica, poi trasferito a Milano e a Roma in base a un nuovo ordine di cattura, Gramsci viene processato e condannato il 4 giugno 1928 a oltre vent'anni di reclusione da scontare nella Casa penale speciale di Turi in provincia di Bari. Nel 1929 riesce a ottenere il permesso di scrivere in cella e comincia a redigere il primo dei Quaderni del carcere, ordinati e pubblicati in sei volumi solo a partire dal 1947. Essi sono il documento più rilevante del suo pensiero e attestano la molteplicità dei suoi interessi. Successione frammentaria ma estremamente viva di appunti, riflessioni generali o su singoli problemi e personaggi, commenti a fatti del giorno, i quaderni affrontano, spesso col ricorso a circonlocuzioni o a un linguaggio criptico per eludere la censura, non solo problemi politici ma filosofici, letterari, culturali. I «Quaderni del carcere» Particolarmente importante, oltre alle pagine in cui viene rielaborata e approfondita la sua concezione filosofico-politica, sono quelle dedicate a Gli intellettuali e l'organizzazione della cultura, le Note su Machiavelli, gli spunti per una nuova letteratura e una nuova metodologia critica contenute in Letteratura e vita nazionale. La critica dell'estetica crociana e il «ritorno a De Sanctis», nel concepire l'arte come espressione provvista di una propria specifica autonomia ma insieme riflesso d'un mondo culturale-morale, hanno una particolare importanza nella più recente storia letteraria italiana. Soprattutto nel periodo neorealista esse si tradurranno nell'esigenza di dar vita a una nuova letteratura «nazional-popolare». Le «Lettere» A questo incessante lavoro intellettuale si affiancano le Lettere dal carcere, dirette ai familiari e pubblicate postume. Esse testimoniano dimensioni, affetti, ansie private vissute con altrettanta intensità delle cure politiche, e sostenute da una stessa concezione rigorosamente storicistica che gli permette di considerare con serenità e con distacco la sua vicenda individuale. «Ero un combattente», scrive per esempio alla madre, «che non ha avuto fortuna nella lotta immediata, e i combattenti non possono e non debbono essere compianti, quando essi hanno lottato non perché costretti, ma perché così essi stessi hanno voluto consapevolmente». Pesano tuttavia a Gramsci in questi anni, affrontati con grande forza morale, la lontananza della moglie, rientrata nell'U.R.S.S. pochi mesi prima del suo arresto e che non potrà più tornare in Italia; l'impossibilità di veder crescere il piccolo Delio e il secondo figlio Giuliano, nato dopo il rimpatrio di Giulia e che non conoscerà mai. Mentre è in carcere verrà anche a mancargli la madre, cui lo lega un rapporto assai profondo, al punto che gli viene tenuta nascosta la notizia. Solo le frequenti visite del fratello Carlo e l'affettuosa solidarietà della cognata Tatiana alleviano in questi anni la sua solitudine. La rottura col partito A ciò si aggiungono il continuo aggravamento delle condizioni di salute, anche per le privazioni della vita carceraria, e la rottura col partito fra il 1930 e il 1932. Essa trae origine dalla decisione di Stalin di abbandonare nel 1929 la tattica del «fronte unico» e di indicare nella socialdemocrazia, definita «socialfascismo», il nemico principale. Ciò si collega all'analisi che Stalin fa della situazione politica generale: ritenendo imminente la crisi del capitalismo, il crollo del fascismo e la ripresa del movimento rivoluzionario anche in Italia, egli ritiene la socialdemocrazia il principale ostacolo a uno sbocco di tipo rivoluzionario. Dando prova d'indubbia acutezza Gramsci critica questa linea, sconfessata qualche anno dopo dalla stessa Internazionale, ritenendo che porti all'isolamento del movimento comunista. Suggerisce che si assuma invece in Italia un obiettivo di medio periodo suscettibile di unire un vasto schieramento di forze contro il fascismo e lo indica nella lotta per una costituente repubblicana. Ma nel clima instaurato da Stalin e già criticato da Gramsci, il dissenso viene ritenuto un tradimento. Gramsci deve interrompere le discussioni che aveva cominciato a organizzare in carcere con alcuni compagni ed è messo al bando dal partito. La morte Cade intanto l'ipotesi di una scarcerazione di Gramsci mediante lo scambio di prigionieri politici fra Italia e U.R.S.S., mentre le sue condizioni fisiche si fanno sempre più preoccupanti. Nel 1933, la visita di un medico di fiducia sollecitata da Tatiana ne documenta l'allarmante stato di salute portando a una mobilitazione dell'opinione pubblica internazionale per la sua liberazione. Nell'ottobre del 1934 Gramsci, che ha già ottenuto il trasferimento in una clinica di Formia e poi di Roma, ottiene la libertà condizionale cui deve seguire la libertà completa alla fine dell'aprile 1937. Ma il 25 aprile è colpito da un'emorragia cerebrale e muore due giorni dopo, alla vigilia della scarcerazione. Gramsci nel dibattito marxista Figura di grande rilievo nella cultura italiana del Novecento, Gramsci è stato oggetto nel dopoguerra di una stima incondizionata e di altrettanto controverse interpretazioni. Se soprattutto da parte degli studiosi del P.C.I. si tende a sottolineare l'ideale continuità fra Gramsci e Togliatti, teorici di altra tendenza contrappongono spesso i due maggiori esponenti del comunismo italiano, anche fondandosi sui differenti atteggiamenti assunti di fronte all'Internazionale. Il dibattito teorico si è centrato particolarmente su alcuni concetti gramsciani come quello dell'auspicata «riforma intellettuale e morale» che secondo alcuni rivelerebbe una concezione del marxismo come «umanesimo», volto all'instaurazione di più autentici «valori». Ne deriverebbe la proposta di un programma rinnovatore più che radicalmente alternativo. A ciò si legherebbe anche l'esigenza di una «cultura nazional-popolare», nella quale al concetto di «classe» viene sostituito quello più ampio e ambiguo di «popolo». In questa stessa chiave viene interpretato uno dei più fecondi e discussi concetti gramsciani, quello di «egemonia», che secondo alcuni segna l'abbandono della nozione leninista di dittatura del proletariato e prelude all'accettazione del pluralismo politico borghese. Altri sottolineano invece come il concetto di «egemonia» anticipi il tentativo fatto da Mao Tse-tung con la rivoluzione culturale di sviluppare la dittatura del proletariato in forme nuove, liberandola dai limiti dell'esperienza staliniana e fondandola su un largo consenso di massa. Il carattere rivoluzionario del pensiero gramsciano sarebbe inoltre confermato, secondo questa interpretazione dall'adesione alle concezioni politico-organizzative leniniste in opposizione al modello di partito e alla pratica delle socialdemocrazie. In ogni caso, Gramsci resta il pensatore italiano e uno degli intellettuali europei che con più rigore ha tentato di rielaborare il pensiero marxista in rapporto al problema della rivoluzione nelle società capitalistiche occidentali. Ciò ne fa un punto di riferimento obbligato nel dibattito marxista contemporaneo e spiega la ripresa d'interesse nei suoi confronti che si registra nel maggiori paesi europei, nel Giappone e negli U.S.A. Fonte: Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo Informatica |