Alessandro Pertini

 

 

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Uomo politico italiano (Stella, Savona, 1896 - Roma 1990).

Alessandro Pertini trascorre l'infanzia a Stella, piccolo comune nei pressi di Savona, dove il padre conduce la proprietà di famiglia. riuscendo a garantire un discreto agio. Compie gli studi a Varazze nel collegio dei Salesiani e a Savona frequenta il liceo Chiabrera, trovando qui la prima occasione di incontro con gli ideali di un socialismo umanitario e riformista quali gli sono proposti dal suo insegnante di filosofia Adelchi Baratono, e nei contatti che stringe con i portuali e gli operai dell'Ilva.

Attratto dalla personalità di Filippo Turati, di cui si procura gli scritti giovanili che affianca alla lettura delle opere di Andrea Costa, di Antonio e Arturo Labriola, di Cafiero, a diciotto anni, nel 1914, maturala una decisa scelta fra le correnti che si riferiscono al movimento operaio, si iscrive al Partito socialista.

All'università di Genova frequenta la facoltà di legge, ma è forzato a interrompere già il primo anno di studi dallo scoppio della Prima Guerra mondiale. Neutralista, pacifista convinto, viene arruolato e, sostenuto il corso ufficiali, viene mandato al fronte, dove svolge con impegno e coraggio la sua funzione, ottenendone riconoscimenti ufficiali. Alla fine del conflitto, conseguita la laurea in legge, dedica buona parte del proprio tempo all'attività di consigliere del comune di Stella, interessandosi sia ai problemi giuridico-amministrativi di uso e sviluppo del territorio, sia alle minute questioni poste dai contadini del luogo.

Ciò non significa minor attenzione agli avvenimenti della «grande» politica in questa atmosfera di primo dopoguerra caratterizzata dall'incertezza, dalle difficoltà della vecchia classe dirigente liberale, incapace di far fronte alla riconversione produttiva, al problema della disoccupazione, mentre movimenti di pressione emancipatoria percorrono il Paese. In particolare, l'emergere, indisturbato dall'autorità, del fascismo con la violenza delle squadracce, degli assalti a sedi e militanti democratici, vede da subito in Pertini un deciso oppositore, con gli strumenti offerti dalla legalità; poi, quando questa perde di significato dopo il colpo di Stato mussoliniano, della propaganda clandestina.

L'assassinio di Matteotti, di cui apprende la notizia mentre a Firenze sta concludendo gli studi per conseguire la seconda laurea in scienze sociali e politiche, lo decide per la necessità di azioni che, in modo diretto e incisivo, testimonino l'esistenza nel Paese di oppositori che non si piegano al totalitarismo che vede organizzarsi; l'opposizione aventiniana, pur nobile, gli sembra troppo debole da sola a contrastare il passo al fascismo.

Il primo arresto non tarda a prodursi; il 22 maggio 1925, per aver diffuso un foglio di accusa contro il regime, dal titolo «Sotto il barbaro dominio fascista» è portato nelle carceri di Savona. Il processo che segue si risolve, grazie a un'amnistia, senza conseguenze detentive, ma verrà riesumato più tardi dal «tribunale speciale» per dimostrare la decisa e provata pericolosità di Pertini.

All'epoca di questo processo, il primo di una lunga serie, Pertini ha ventinove anni e. secondo un rapporto di polizia che lo riguarda, è considerato non soltanto «un avversario irriducibile dell'attuale regime», ma anche uno dei «principali esponenti del Partito socialista unitario», con «discreto ascendente sulla classe operaia».

L'attività di Pertini comunque non ha battute di arresto, nonostante le aggressioni che subisce da gruppi di fascisti, e nonostante il controllo che l'autorità prefettizia esercita nei suoi confronti.

Con l'istituzione del già ricordato tribunale speciale, dotato anche del potere di rivedere l'operato delle preesistenti corti di giustizia, e con la promulgazione di leggi eccezionali dotate di retroattività, il regime si avvia a sbarazzarsi dei suoi più temibili nemici; i primi a farne le spese sono i dirigenti comunisti Gramsci, Terracini, Roveda e Scoccimarro, ma di lì a poco tocca anche a Pertini.

Le motivazioni che portano alla decisione di assegnarlo al «confino di polizia in una colonia per la durata di cinque anni», indicano non solo il processo per la redazione e distribuzione del già citato manifesto, ma sottolineano la continuità dell'«opera in aperto contrasto con le direttive del governo nazionale».

Pertini riesce tuttavia a sottrarsi all'arresto, trovando rifugio a Milano, in casa di Carlo Rosselli con il quale organizza la fuga che lo porterà, insieme allo storico esponente del Partito socialista, Filippo Turati, in Francia.

Qui Pertini rimane per circa tre anni, compiendo per sopravvivere i più disparati lavori e operando per mantenere i collegamenti tra i fuoriusciti, e organizzare dall'esterno l'opposizione al regime.

Il 14 settembre 1927, mentre nell'esilio di Nizza già è stato individuato dagli informatori dell'ambasciata italiana per la sua attività nella concentrazione antifascista in via di formazione, viene formulata di fronte a un tribunale italiano la sua seconda condanna, questa volta per l'espatrio con Turati. Il verdetto è relativamente mite, limitandosi a comminare dieci mesi di reclusione, ma non è certo questo il problema più grave per Pertini che si vede resa difficile la vita nell'esilio stesso.

Nell'ottobre del 1928, a seguito di una denuncia «anonima», viene incriminato dal governo francese per avere installato una stazione radio a Eze: il pericolo dell'espulsione è certamente il più grave. Assolto nel gennaio grazie alla mobilitazione dei sindacati e dell'intellettualità democratica, è ora Pertini stesso a pensare in modo sempre più pressante al rientro in Italia, ansioso di intervenire in una situazione che gli sembra degenerare in un pericoloso adattamento; scrive infatti a Turati: «Si ha come la sensazione che il popolo italiano, dopo tanti anni di tensione e di nervi, stanco e sfinito si sia piegato su se stesso e vada oggi adattandosi alla nuova situazione creata in Italia. Forse questo è il pericolo maggiore per il movimento antifascista». Nel 1929 rientra quindi nel Paese, mettendosi in contatto da subito con gli antifascisti italiani, e riuscendo a sfuggire al controllo degli agenti fino all'aprile, quando, individuato, viene arrestato dalla questura di Pisa.

A Roma dove viene tradotto di fronte al tribunale speciale ascolta la sua condanna per aver svolto propaganda antifascista all'estero e per essere rientrato nel territorio nazionale con passaporto falso: dieci anni e nove mesi di reclusione, l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, tre anni di vigilanza speciale oltre al pagamento delle spese processuali.

Prima tappa della sua lunga detenzione è l'ergastolo di Santo Stefano, dove le inumane condizioni imposte ai reclusi, sono mitigate dalla presenza di compagni antifascisti con cui intrattenere una discreta forma di rapporto e da un sistema ormai sperimentato per mantenere contatti con l'esterno. Grazie a questi la notizia delle cattive condizioni di salute di Pertini può giungere alla Lega dei diritti dell'uomo che organizza una campagna di mobilitazione perché gli sia concessa l'interruzione del periodo di segregazione, accertamenti diagnostici e cure.

Nel carcere di Turi in Puglia, dove a questo scopo è trasferito, incontra Antonio Gramsci, con cui ha modo di intrattenere un rapporto personale di stima e di amicizia che supera nei fatti gli antagonismi che contrappongono in questi anni socialisti e comunisti nell'ambito della sinistra, e che si combattono a colpi di accuse di tradimento.

Al tubercolosario di Pianosa, dove Pertini viene successivamente inviato, i dibattiti, meglio le accese polemiche fra i detenuti antifascisti sono una costante, favorite dalla maggior relativa facilità nell'avere notizie dall'esterno, ma anche segno di un desiderio di mantenersi vivi e legati agli avvenimenti del mondo, oltre che con lo studio e la riflessione, anche con la volontà di un agire pratico.

Per Pertini, nei rapporti con la direzione del carcere, sono gli anni peggiori; i pretesti più vari sono accampati per comminargli punizioni, sottrargli la corrispondenza, sequestrare il denaro che la madre gli invia.

Nel 1932, inoltre, alla notizia di riduzione della pena a sette anni grazie all'amnistia concessa per il decennale del regime, fa da contraltare per Pertini un motivo di profonda amarezza personale: la madre vivamente preoccupata per le condizioni di salute del figlio che non paiono migliorare in modo soddisfacente, ha presentato per lui domanda di grazia. Pertini rifiuta decisamente di riconoscere una simile scelta che significa subordinazione e avallo del regime.

La via dell'intransigenza nell'opposizione del resto riveste oltre che un significato morale, anche una funzione politica come segno nei confronti di un Paese che apparentemente sembra adattarsi al consolidamento del regime, e costituisce, in più, una delle poche forme in cui può manifestarsi l'attività dei reclusi. Il governo per contro, se pure sta cercando di allargare il consenso con una. politica che si dimostra sensibile a eventuali atti di subordinazione e di pentimento, nel caso dell'istanza della madre di Pertini risponde con un deciso rifiuto: il ministro degli Interni, confortato dal parere dell'arma dei carabinieri e della pubblica sicurezza, è fermamente contrario.

Nel settembre del 1935 è trasferito a Ponza, nel 1939 al confino di Ventotene che, scampata la decisione punitiva di tradurlo alle Tremiti fra i detenuti comuni, e quindi privo di possibilità di collegamenti politici, grazie a una campagna di mobilitazione, è riuscito a farsi assegnare.

Il «pericolosissimo confinato tubercolotico, Pertini Alessandro», secondo le parole di Bocchini, «elemento capace di evadere», ritorna quindi a Ventotene dove già aveva subito il carcere, nell'isola considerata un luogo di domicilio coatto fra i più sicuri perché si giudica che da qui sia impossibile fuggire. Qui sono rinchiusi circa ottocento confinati, fra i quali i sorvegliati speciali Rossi, Bauer, Fancello animatori di «Giustizia e Libertà», Terracini, Secchia e Scoccimarro del comitato centrale del Partito comunista, l'anarchico Domaschi, il gruppo cioè dei più rappresentativi oppositori del regime in Italia.

Secondo la legge, l'8 settembre 1940 dovrebbe terminare la pena comminata a Pertini; l'attesa è grande e i preparativi per metterlo in salvo all'estero già avviati; ma in data 10 agosto 1940, il prefetto da cui dipende l'isola invia a Roma la seguente segnalazione: «Il Pertini è considerato elemento tuttora pericolosissimo per l'ordine pubblico, e come tale lo si propone per la riassegnazione al confino». Naturalmente ha risposta affermativa: Pertini ha ora quarantaquattro anni, ne ha già trascorsi undici fra carcere e domicilio coatto; se non sopraggiungeranno altri avvenimenti, dovrebbe lasciare Ventotene nel 1945. Sarà la guerra e con la guerra la caduta del regime, a trarlo dal confino nel 1943, con due anni di anticipo sul previsto.

Già dal luglio 1943, a Roma, riprende l'attività politica; con Nenni e Saragat forma il primo esecutivo del partito riservandosi i compiti dell'organizzazione militare, studiando con Giuseppe "Peppino" Gracceva la costituzione di una forza armata antitedesca. Il 30 agosto i partiti della sinistra danno vita a uno speciale «Comitato militare interpartitico» nel quale a fianco dell'azionista Bauer, del comunista Longo, è Pertini rappresentante dei socialisti.

Il 10 settembre partecipa agli scontri a porta San Paolo, i Tedeschi hanno comunque la meglio e occupano la città; Pertini sotto falso nome resta a Roma con l'intento di intensificare l'attività politica e organizzativa del partito; il 18 settembre, tuttavia, viene arrestato. Lo stesso giorno viene catturato anche Giuseppe Saragat, insieme vengono tradotti a Regina Coeli. E un grave colpo per il ricostituentesi partito e la prospettiva della condanna a morte per i due viene confermata da una sentenza del 15 novembre. Vi si sottraggono grazie all'organizzazione militare del partito che riesce a mettere a punto una serie di falsi ordini di scarcerazione, il 14 febbraio 1944.

Con la libertà riprende l'azione clandestina. Ma è a Milano adesso che l'organizzazione socialista, dopo l'arresto di alcuni compagni e l'espatrio forzato di altri verso la Svizzera, attraversa un periodo di crisi. In una riunione dell'esecutivo socialista, viene deciso di inviare proprio Pertini al nord, a Milano, quale rappresentante nel C.L.N.A.I. (Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia) e segretario del Partito socialista per le province settentrionali.

Pertini raggiunge Milano sul finire di maggio, giunge in una città sconvolta dagli attentati e dalle rappresaglie più brutali quali quella di piazzale Loreto del luglio 1944.

Nelle condizioni della più rigorosa clandestinità si sposta fra i centri del settentrione, a riannodare collegamenti e creare nuovi punti di forza, fino a che non viene richiamato da Nenni a Roma, che dal giugno è stata liberata.

Le difficoltà di attraversamento delle linee, il mancato aiuto di Edgardo Sogno che avrebbe dovuto favorire il suo spostamento, finiscono col consentirgli di giungere fortunosamente a Firenze proprio nelle giornate dell'insurrezione della città, e di contribuire a redigere e stampare il primo numero dell'«Avanti!» nella città liberata.

Pochi giorni dopo gli Inglesi, che non hanno ancora varcato l'Arno mandano una camionetta militare a prelevare Pertini per condurlo a Roma, da dove poi tornerà al nord per restarvi fino all'insurrezione del 25 aprile 1945.

Rappresentante per i socialisti nel Comitato militare insurrezionale, costituito dal C.L.N.A.I. per organizzare le fasi della liberazione nell'Italia del nord, il 1° maggio può con il comunista Longo e l'azionista Valiani finalmente celebrare a Milano, per la prima volta dopo gli anni della dittatura, la «festa del lavoro», in un comizio che raccoglie la popolazione della città.

Comincia da ora l'attività di ricostruzione e di nuova organizzazione dell'azione politica per un Paese che deve svolgere le sue sorti in nome degli ideali della democrazia.

Segretario del Partito socialista nel 1945, cosa che gli vale per statuto l'elezione in ogni comitato centrale in prima linea nella battaglia per la Repubblica, nel 1946 deputato alla costituente, nel 1948 è a palazzo Madama come senatore e presidente del gruppo parlamentare socialista.

Fra il 1945 e il 1946, poi ancora dal 1950 al 1952 è alla direzione dell'«Avanti!»; in modo più duraturo e continuo dirige «Il lavoro» di Genova, e dall'osservatorio di giornalista, oltre che dai banchi del parlamento segue con puntuale attenzione le vicende del Paese, o sottolinea quei momenti che vive come di acuta crisi all'interno del partito, quali per esempio la scissione saragattiana del 1947, senza mai rinunciare a rigore e a indipendenza di giudizio.

Con le elezioni del 1953 passa dal se nato alla camera, dove rimane ininterrottamente per tutte le successive legislature, dapprima come vicepresidente della commissione Interni e della commissione Affari costituzionali, poi vicepresidente del gruppo parlamentare socialista e dal 1963 vice presidente della camera. Nel 1953, l'anno del suo passaggio alla camera, gli viene conferita la medaglia d'oro al valor militare per la sua partecipazione alla lotta partigiana.

Lo eleggono alla presidenza della camera con dieci anni di anticipo sulla presidenza della Repubblica, quando Pertini ha già settantadue anni. È il primo socialista, nella storia del dopoguerra, che prende possesso della poltrona di Montecitorio. In buona parte l'incarico è il risultato del clima di apertura a sinistra che si è già realizzato nelle coalizioni governative cui partecipano i socialisti, pure Pertini riesce anche qui a caratterizzare in modo personale e ineccepibile la funzione che ricopre. Messo di fronte a una serie di prove indubbiamente difficili riesce a svolgere con imparzialità e correttezza il proprio compito, meritandosi stima e rispetto anche dagli avversari, senza per questo mai venir meno a quella che è la sua scelta di indirizzo politico.

L'8 luglio 1978, Pertini viene eletto alla presidenza della Repubblica con 832 consensi su 995 votanti, cioè con l'unanimità dei rappresentanti del cosiddetto arco costituzionale: solo i rappresentanti della destra più reazionaria non l'hanno votato.

Conduce da questo momento un settennato che fa rapidamente dimenticare le ombre che sulla funzione presidenziale aveva gettato il suo predecessore, il discusso, ormai senatore a vita, Giovanni Leone; ridà significato alla carica e non solo per gli atteggiamenti aperti e spregiudicati, ma per la sensibilità di cui dà prova verso i problemi del Paese, intervenendo a portare la propria opinione e presenza nelle questioni più scottanti o controverse, non sottraendosi mai, anzi auspicando il confronto con le più diverse realtà sociali.

Senatore a vita dal 1985, Pertini ha rievocato i momenti salienti della sua vita nel difficile clima del fascismo e della guerra partigiana nel volume Sei condanne, due evasioni, pubblicato nel 1970.

Fonte: Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo Informatica