| Petrarca
Scrittore italiano (Arezzo, 1304 - Arquà, 1374). L'età nella quale vive e opera Petrarca riflette la crisi tipica delle epoche di transizione. Col passaggio dalla generazione di Dante a quella immediatamente successiva si assiste, infatti, al tramonto delle due grandi istituzioni medievali del Papato e dell'Impero, che culmina nel trasferimento della Chiesa ad Avignone e nel fallimento del sogno imperiale di Arrigo VII; mentre le lotte fra le grandi nazioni europee o la travagliata trasformazione dei comuni italiani in Signorie segnano il trapasso a nuove forme di organizzazione statuale. Testimone partecipe e sensibile di questo processo storico e culturale, oltre che grandissimo poeta, Petrarca si pone come il più significativo rappresentante dell'«autunno del Medioevo» e come precursore dell'età moderna. La vita Figlio del notaio ser Pietro (Petraccolus de Ancisa o Patrarca nei documenti dell'epoca) e di Eletta Canigiani, nasce ad Arezzo il 20 luglio 1304. La famiglia è fiorentina, ma il padre già da due anni è stato bandito da Firenze, dove esercitava la sua professione al collegio dei priori. Incerti sono i motivi della condanna a una multa e al taglio della mano: forse un dissidio personale con il potente Albizzo Franzesi, legato alle sorti dei Neri, forse - come al figlio piacerà ricordare - motivi più strettamente politici, analoghi a quelli di Dante, dopo l'entrata nella città di Carlo di Valois e la rotta dei guelfi di parte bianca. Va però osservato, a questo proposito, che le notizie pur abbondanti sulla sua vita lasciate da Petrarca sono in più occasioni contraddittorie, spesso «romanzate» o aggiustate in modo da supportare l'immagine che il poeta vuole proporre di sé e quindi non sempre affidabili. E comunque certo che anche ser Pietro come Dante, dopo la revoca dell'ingiusta condanna, non ritorna più a Firenze e preferisce una sorta di esilio volontario. Dal 1305 al 1310, la famiglia si trasferisce all'Incisa e successivamente, fino al 1312, a Pisa. Gli anni avignonesi Di quell'anno è probabilmente il trasferimento di ser Pietro in Provenza ad Avignone, dove facili sono le occasioni di lavoro e carriera, conseguenti al movimento di traffici e di uffici portato dalla Curia; la città ne è a tal punto traboccante che è impossibile trovarvi alloggio, e la moglie e i due figli (è nato, nel 1307, Gherardo) devono stabilirsi nella vicina Carpentras. Dodicenne, Petrarca è inviato dal padre a Montpellier, per intraprendervi quegli studi legali che in seguito, morta la madre, continuerà con il fratello a Bologna, il maggiore centro europeo di studi giuridici. Il soggiorno italiano gli permette di ampliare la sua già notevole cultura latina, di entrare in amichevole contatto con studenti e intellettuali, di conoscere i giovani poeti della nuova lingua italiana. Nel 1326, lascia per sempre la città e gli studi svogliatamente seguiti per tornare ad Avignone, quasi certamente in occasione della morte del padre. Avignone, il basso Rodano, il Sorga rimarranno da questo momento per quasi trent'anni il centro della sua vita, sebbene con intervalli più o meno lunghi. Il mondo elegante e affascinante della città gli apre ampie prospettive di cultura e di carriera; d'altra parte lo scrittore pone qualche solida base alla tranquilla agiatezza cui aspira abbracciando lo stato ecclesiastico, che consentiva a quei tempi e in quella particolare situazione l'accesso agli uffici e alle prebende, con la possibilità di inserirsi al seguito di cardinali e dignitari senza impegni pratici di predicazione. Sono gli anni che Petrarca maturo ricorderà con pentimento e amara ironia come perduti in frivolezze e mondanità senza valore, «sub vanitatibus», in una lettera latina al fratello: «Ricordi quale e quanto in noi fosse quel desiderio di elegantissime vesti [...] quante volte al mattino, guardandoci nello specchio, non vedemmo i solchi che la notte aveva segnato sulle nostre fronti arrossate [...]». Sempre ad Avignone, l'incontro con l'amore e con la cultura: il 6 aprile 1327, nella chiesa di Santa Chiara, vede per la prima volta Laura, mentre la colta mondanità avignonese lo stimola all'esperienza del rimare volgare, diffuso oltralpe dalla fama di Dante e Cino da Pistoia e incoraggiato dalla presenza di tardostilnovisti come Franceschino degli Albizi e Senuccio del Bene. Mentre compone le rime volgari che in seguito considererà poco più di un errore giovanile e che gli procurano una rapida fama, continua a leggere i «suoi» classici latini, soprattutto Cicerone, Virgilio, Livio, e i Padri della Chiesa, con una predilezione per sant'Agostino, trascurando quei filosofi della Scolastica medievale che erano stati il fondamento del mondo culturale dantesco. Dal 1330, il giovane chierico frequenta assiduamente la potente famiglia Colonna: accompagna a raggiungere la sede di Lombez in (Guascogna il vescovo Giacomo, di fresca nomina, già suo amico negli anni bolognesi; diventa poi familiare del fratello di questi, cardinale Giovanni, presso il quale manterrà un incarico religioso fino al 1347. In viaggio Solo relativamente occupato nei suoi incarichi, Petrarca nel 1333 viaggia a lungo in Francia, nelle Fiandre, in Renania, irrequieto e attento ricercatore di testimonianze del mondo romano; a Liegi, scopre l'orazione Pro Archia di Cicerone, avviando un processo di ricerche e ritrovamenti dei classici che diventerà caratterizzante dell'umanesimo. Intanto legge le Confessioni di Agostino, donategli a Parigi da padre Dionigi da Borgo San Sepolcro e si introduce alle letture sacre. Nel 1335, su intercessione del cardinale Colonna, ottiene da papa Benedetto XII il beneficio di un canonicato nella cattedrale di Lombez e caldeggia con successo la causa di Mastino della Scala perché venga confermato nel diritto alla signoria sulla città di Parma. Di questo periodo sono anche due appassionate epistole al papa, per esortarlo a riportare la residenza pontificia nella sua sede storica, a Roma. Nella città ha occasione di recarsi l'anno successivo, ospite del vescovo Giacomo Colonna, riportandone impressioni di stupore e reverenza, la sensazione che «tra quelle ceneri si covava qualche gloriosa scintilla» e un ulteriore stimolo a impegnarsi nella composizione di opere in latino. Tornato ad Avignone, malcontento e «disgustato» della città «dove il pontefice romano ha tenuto a lungo e tiene in vergognoso esilio la Chiesa di Cristo», matura la decisione di trasferirsi in relativo isolamento in un luogo che sia «un rifugio», «un porto»: lo trova in Valchiusa, nella valle del Sorga, a una quindicina di miglia da Avignone. Il periodo di Valchiusa Lontano dalla folla della corte papale, circondato solo dalla colta compagnia di qualche amico, l'autore attende alla composizione delle sue opere più impegnative. Nel 1337-38 pone mano al De viris illustribus e quasi contemporaneamente, inizia la stesura dell'Africa; per questo poema epico latino propone, come data dell'ispirazione, quella - simbolica del venerdì santo del 1338 o 1339. Agli anni trascorsi in Valchiusa risale anche la stesura di molte Epistolae metricae e di una quarantina di liriche che poi confluiranno nel Canzoniere, insieme al centinaio di poesie composte ad Avignone. La sua esperienza letteraria, la fama di cui gode ormai in Francia e in Italia, leco delle impegnative opere intraprese gli procurano la lusinghiera offerta della laurea poetica, che gli giunge contemporaneamente dal senato di Roma e dall'università di Parigi. Consigliato anche dall'amico Colonna, sceglie «la maestà di Roma» e si sottopone al benevolo «esame» del colto re di Napoli Roberto d'Angiò, che lo proclama «degno dell'alloro». L'8 aprile 1341, in Campidoglio, Petrarca è incoronato «magnus poeta et historicus», col «privilegium laureae», ossia con le prerogative e i privilegi concessi a poeta laureato. La spettacolare e pomposa cerimonia non sancisce solo un personale e ambito trionfo, ma è il riconoscimento ufficiale della possibilità di riproporre la figura pubblica del grande letterato e di restaurare i prestigiosi modelli degli uomini di cultura del mondo classico. Al ritorno da Roma, dopo una breve sosta a Parma presso il nuovo signore Azzo da Correggio, ottiene dal nuovo papa Clemente VI un canonicato a Pisa. Nel 1342, ritornato in Provenza, stringe amicizia con Cola di Rienzo in missione ad Avignone; a questa fase corrisponde un intensificarsi del suo interesse politico e delle sue pressioni per il ritorno del papato a Roma. Di poco successivi sono due avvenimenti privati destinati a turbare il suo spirito già tormentato: la conversione repentina del fratello Gherardo, che entra nel convento di Montrieux come frate certosino, e la nascita di una seconda figlia naturale, Francesca (il primo, Giovanni, era nato nel 1337). La monacazione del fratello segna certamente anche l'inizio di un'evoluzione culturale: dall'ammirazione pressoché esclusiva per l'antichità romana, Petrarca passa ad accogliere altre voci. Lo testimonia il Secretum, il suo libro di confessione intima, nel quale, pur prevalendo l'amore per lantico, è già evidente il desiderio di conciliare la cultura classica con la cristianità. Contemporanea al Secretum e indicativa della stessa crisi spirituale è la composizione di sette Psalmi poenitentiales. Negli ultimi mesi dell'anno, incaricato di una ambasceria a Napoli per conto del papa, Petrarca parte per l'Italia recando con sé due sue opere non finite: l'Africa e il Rerum memorandarum libri, un trattato sulle virtù cardinali iniziato forse insieme al Secretum. La complessa missione diplomatica fallisce per i dissidi fra i successori di re Roberto e per le mire sul regno da parte del papa e dell'Ungheria, ma i due mesi napoletani consentono a Petrarca di stringere e consolidare amicizie con studiosi e umanisti. Di lì si reca a Parma, dove lavora all'Africa, alle Epistolae metricae, al Rerum memorandarum e ad alcune liriche, fra le quali la celebre Canzone all'Italia, ispirata ai drammatici avvenimenti politici in corso. La signoria parmense dei da Correggio, nei quali Petrarca identifica i suoi protettori ideali, sta infatti crollando sotto l'urto espansionistico dei Gonzaga e dei Visconti; al precipitare della situazione nel febbraio 1345 Petrarca, ferito, ripara fortunosamente a Verona. Nella città veneta ha luogo la seconda «scoperta»: nella cattedrale, egli rinviene i primi sedici libri delle Epistolae ad Attico e quelle a Quinto e a Bruto di Cicerone, confermando la sua abilità e la sua fortuna di umanista e traendo ispirazione dal ritrovamento per una raccolta organica delle sue lettere. Raggiunta Valchiusa, vi trascorre il biennio 1345-47, allietato dalla compagnia dell'amico Philippe de Cabassoles; progetta e compone il De vita solitaria, il Bucolicum carmen, il De otio religioso. Nel 1347, si entusiasma per il tentativo di rivoluzione popolare di Cola di Rienzo a Roma e invia al tribuno «vindex libertatis» una lettera di caloroso appoggio e di esortazione ln nome dei classici ideali libertari e del primato culturale di Roma, attirandosi l'aperta disapprovazione dei protettori Colonna. Ma verso la fine dello stesso anno, quando già è partito per l'Italia, i sogni petrarcheschi di rinnovamento cadono col degenerare della situazione a Roma e il poeta invia a Cola una celebre epistola che suona come un accorato rimprovero e una angosciata rinuncia: «Guardati, te ne supplico, dal deturpare con le tue stesse mani la bella faccia della tua fama [...] Le cose andranno come una legge eterna ha stabilito: pure, se io non posso cambiarle, posso fuggirle. Da una non piccola fatica tu mi hai liberato: con tutta lanima io venivo a te; cambio strada, perché non voglio vederti così mutato. E anche a te, o Roma, un grande addio». Fra il 1347 e il 1350, Petrarca soggiorna ancora in Italia: a Verona, Parma, Padova e Mantova. Qui lo raggiunge la notizia della morte di Laura, vittima della spaventosa epidemia di peste del 1348; Petrarca annota brevemente l'avvenimento sul primo foglio del suo prezioso codice di Virgilio, di fronte alla pagina dove Simone Martini aveva miniato un ritratto di lei: «Ho ritenuto di scrivere questa nota, ad acerbo ricordo di tale perdita, e tuttavia con amara dolcezza [...] affinché mi venga l'ammonimento, dalla frequente vista di queste parole e dalla meditazione sul rapido fuggire del tempo, che non c'è nulla in questa vita in cui io possa ormai trovar piacere e che è tempo, ora che è rotto il legame più forte, di fuggire da Babilonia». Negli anni precedenti aveva scritto il Trionfo di Amore e il Trionfo della Castità; ora il senso di abbandono e il dolore gli ispirano il Trionfo della Morte. Il giubileo del 1350 lo vede a Roma, poi i soggiorni sono a Firenze (dove conosce Boccaccio) e a Padova. Di qui lo sollecitano a partire sia il papa, che lo rivuole in Provenza, sia Boccaccio che si fa latore di un invito di Firenze a ritornare, con promessa di asilo, di una cattedra universitaria e delle restituzioni dei beni già confiscati al padre. Ritorna in Valchiusa, per riprendere in tranquillità la sua attività revisione e composizione (di molte rime, dei De viris illustribus), rifiutando anche l'offerta di un posto di segretario apostolico e l'investitura vescovile. La sua polemica contro la corruzione della «nuova Babilonia» si fa più violenta: sono di questo periodo alcune epistole poi pubblicate nelle Sine nomine e la polemica con un medico della corte pontificia che dà origine alla Invectiva contre medicum quendam. La morte di Clemente VII e la successione al soglio di Innocenzo VI, che già lo aveva pubblicamente accusato di magia, lo spingono a stabilirsi definitivamente in Italia, dove vivrà fino alla morte. In Italia Dal 1353 al 1361, è a Milano, presso i Visconti, compiendo missioni diplomatiche a Venezia, a Parigi, a Praga; a Milano scrive la sua opera più lunga, il De remediis utriusque fortunae, nuove poesie e molte lettere, mentre attende alla revisione del Canzoniere e delle Familiari. Dal 1361 al 1370 è in Veneto, per sfuggire alla peste dilagante nel Milanese di cui rimane vittima il figlio; soggiorna a Padova, nella casa presso la cattedrale che gli spettava come canonico, godendo della protezione dei Da Carrara, e a Venezia, in una casa sulla riva degli Schiavoni offertagli dalla Repubblica. Dal 1370, riunita la famiglia (la figlia, il marito di lei, la nipotina Eletta), si stabilisce ad Arquà sui colli Euganei, in una casa fattagli costruire da Francesco Da Carrara dove lavora infaticabilmente benché ormai stanco e malato, continuando a mantenere i contatti con intellettuali e potenti. Nel luglio 1374, scrive l'ultima lettera, a Boccaccio, con il quale è rimasto in affettuoso contatto e del quale ha appena liberamente tradotto in latino l'ultima novella del Decameron. Nello stesso mese muore. Nuova figura di intellettuale Con Petrarca si afferma una nuova figura di intellettuale, inserito nella società signorile del tempo in un rapporto di scelta personale e reciproca con la classe dirigente. Il «mestiere» di letterato Significative, per comprenderne alcuni caratteri di fondo, sono l'affermazione dell'assoluto primato della professione «liberale» sulle «professioni meccaniche» e la dignità che Petrarca conseguentemente rivendica agli incarichi ottenuti o alle cariche più volte sollecitate come pubblico, doveroso tributo al nobile «mestiere» di letterato. Nel De vita solitaria è eloquente l'invito all'amico de Cabassoles ad abbandonare la città «ai mercanti, agli avvocati, ai sensali, ai medici, ai beccai, ai fornai e ai salsicciai» che «non sono della nostra razza»; «seguano essi i desideri della carne e i guadagni [...] noi gli studi liberali e nobili». Coerente con questa concezione è l'immagine di sé che Petrarca costruisce e tramanda nella famosa lettera latina Ai posteri (ma è solo un'occasione fra le tante), composta prima del 1367 e successivamente rimaneggiata. Qui l'autoritratto proposto è quello di un uomo orgoglioso del suo «grande disprezzo per il denaro e per il lusso» (che «è complicato e non lascia in pace»), che ha vissuto la sessualità come «atto osceno» e «libidine», «servitù bassa e odiosa», e che ha avuto «la fortuna di godere la familiarità dei principi e dei re, e l'amicizia dei nobili», con reciproco vantaggio. Egli si configura come modello di intellettuale «libero, indipendente e disinteressato», superiore alle bassezze del denaro e del potere, che è stato in grado di crearsi un rifugio solitario e privilegiato grazie all'isolamento e nell'esercizio letterario. Le contraddizioni che la storia proposta dell'epistola presenta rispetto alla storia reale si spiegano appunto con l'esigenza di dare un'immagine monumentalizzata di sé e con il prevalere dell'ideologia e del ruolo sull'intento realistico; dove, semmai, l'autobiografia non è quella dell'uomo, ma quella della sua anima. L'umanesimo di Petrarca Nuovo è, d'altra parte, anche il significato attribuito da Petrarca alla vita umana, che nel Medioevo era interpretata alla luce della storia sacra e di Dio, e che si presenta ora sotto il profilo dell'avvenimento psichico e dell'uomo. Ne derivano il significato personale della sofferenza, il costante colloquio interiore dell'anima con se stessa, il valore lirico dei sentimenti. Nasce con Petrarca, come nota Bernard Groethuysen, «una forma di meditazione antropologica su di sé, orientata sul sentimento che prova l'individuo al contatto dei fatti della vita [...] che riceve il suo vero senso solo in funzione di questo sentimento». Permane, di medievale, il dissidio fra tensione verso la perfezione cristiane e una sensualità vissuta come peccato e devianza, dal Bene e dalla Verità, ma lo scavo interiore cui tale dissidio dà occasione soddisfa solo o, prima di tutto, un'esigenza psicologica e privata. Petrarca e Dante Tutto ciò segna una irrimediabile distanza da Dante, di cui Petrarca è d'altra parte ben cosciente. Lo sottolinea, con riferimento al differente valore assegnato dai due poeti al volgare, una celebre lettera familiare a Boccaccio, che più volte aveva difeso lo stile della Commedia. Replicando all'accusa di denigrare Dante e di esserne invidioso, Petrarca scrive: «Io l'ammiro e l'amo, non lo disprezzo [...] Ma, dimmi, come è mai possibile che io invidi uno che dedicò tutta la vita a quegli studi cui io sacrificai appena il primo fiore della giovinezza, sì che quella che per lui fu [...] suprema arte, fu da me considerata uno scherzo, un sollazzo, un'esercitazione dell'ingegno?». La distanza dal mondo dantesco è già avvertibile nella sua formazione letteraria. La cultura di Petrarca è ristretta e selettiva rispetto a quella di Dante, e molto meno legata all'aspetto teologico. Non è più la cultura onnicomprensiva di politica e religione, scienza e moralità, poesia e teologia, né ha più significati di salvazione collettiva: il dramma dello scrittore è individuale e la sua meditazione soggettiva e psicologica. Anche per questo a Petrarca non interessa più una lettura allegorica dei classici, dei quali cerca piuttosto di cogliere il valore di autentica e privata esperienza umana. Gli autori latini più amati sono Virgilio (per la poesia), Cicerone e Seneca (per la prosa morale ed epistolare); ma anche i poeti Orazio e Ovidio, Persio, Giovenale, Lucano, Stazio, Claudiano; i comici Plauto e Terenzio; gli storici Livio, Sallustio, Svetonio, Floro, Eutropio, Giustino, Orosio, Valerio, Massimo; gli scrittori eruditi o moraleggianti Quintiliano, Plinio, Apuleio, Cassiodoro, Boezio. Non meno divergenti sono le scelte linguistiche (il latino anziché il volgare) e di stile (l'eloquenza o la poesia epica dell'Africa). Sono evidenti in tutte le sue opere il carattere quasi di «fede» che Petrarca pone nella sostanza verbale e una particolare idea del latino (come perfezione e immutabilità) che lo colloca fra gli scrittori in assoluto meno realisti, classici e atemporali. La lingua volgare che egli rifiuta è la lingua del popolo, dei «meccanici», strumento quotidiano e mutevole, cui oppone l'uso aristocratico del latino o lepurazione del volgare della sua poesia italiana. Secondo il Contini «lepisodio di Petrarca che volge in latino la novella boccaccesca della Griselda non ha bisogno di commento. Il volgare è solo sede di esperienze assolute, la sua pluralità e curiosità Petrarca le sposta verso il latino». Lo dimostra la scelta linguistica operata anche scrivendo il Canzoniere, cioè un uso del volgare che Contini contrappone a quello dantesco. Al «plurilinguismo» e allincessante sperimentalismo di Dante, alla molteplicità di toni, registri e strati lessicali, all'interesse teoretico, fanno da contrappunto l'«unilinguismo» di Petrarca, ossia l'unità di tono e di lessico, l'assenza di giustificazioni teoriche al proprio operare, il disinteresse per ogni sperimentazione. Diverso è, di conseguenza,, anche il pubblico cui le opere dei due autori sono dirette: al popolo in senso lato la Commedia, che ebbe in effetti larga diffusione; ai dotti umanisti quelle di Petrarca. Profondamente lontani fra loro sono infine gli ideali politici, dettati non solo dal diverso temperamento, ma dalla mutata realtà storica oggetto della loro attenzione. L'uomo politico Privo di qualsiasi sentimento patriottico, municipale o regionale, Petrarca loda imparzialmente qualsiasi città o signore italiano da cui abbia avuto ospitalità e onori (Milano e i Visconti, Parma e i da Correggio, Venezia, ecc.), preferendo all'analisi del reale (che presupporrebbe un incontro-scontro, una presa di posizione) il vagheggiamento di un'Italia classica, che si identifica con Roma, e limitandosi a deplorare gli antagonismi interni come «guerre civili», un tempo causa della rovina dell'Impero antico, ora responsabili del suo mancato risorgere. La sua ammirazione non è più diretta alla Roma imperiale vista come premessa al Sacro Romano Impero medievale, bensì all'età repubblicana degli «optimi viri» esemplari. Petrarca «sogna» un'Italia ideale ormai autonoma dall'Impero universale di Dante; il suo pensiero politico appare dunque poco storicizzato, se si eccettua la breve parentesi di entusiasmo per Cola di Rienzo, ricollegabile anche questa, del resto, al fatto che il «tribuno» pareva voler rinverdire i fasti dell'antica Roma. Tuttavia sembra troppo drastico, e condizionato dalla funzione assegnata all'intellettuale nel corso del Risorgimento, il giudizio di De Sanctis sul Petrarca «politico». Egli imputa allo scrittore «di non essere abbastanza immerso nella realtà politica, di guardarla da lontano, senza confondersi e senza parteciparvi, ma dandovi tutta l'apparenza d un appassionata partecipazione: onde nasce quel fittizio e rettorico che ti rivela un'ispirazione poco seria, e in gran parte letteraria». Ora, se è vero che il pensiero politico di Petrarca può apparire contraddittorio, privo di rigore sistematico, dettato spesso dall'emozione o da interessi personali, è anche vero che le sporadiche prese di posizione del poeta non suonano però artificiose né gli tornarono sempre «comode». Le Opere latine L'«Africa» LAfrica, poema in esametri, è l'opera alla quale Petrarca delegava la conquista della fama maggiore e più duratura presso i posteri, ai quali il poema viene dedicato nel congedo. La prima idea del poema storico venne al poeta in Valchiusa, nel 1338 o nel 1339, stando a quanto ci riferisce nella lettera Posteritati: «Un Venerdì Santo camminavo per quelle colline quando mi venne l'idea imperiosa di scrivere un poema epico su quel primo Scipione l'Africano, la cui fama straordinaria mi fu cara sin da quand'ero ragazzo; dal nome del soggetto lo intitolai Africa [...] Lo incominciai con grande lena, ma presto distratto da varie occupazioni lo misi in disparte». Anche qui l'opera di revisione e di arricchimento, con lunghissimi tempi di composizione, non giunge mai a termine (lAfrica, pubblicata nel 1396, comprende nove libri sui dodici del progetto iniziale, dei quali il IV e il IX molto lacunosi); anche qui l'ispirazione è letteraria, tanto che si possono agevolmente rintracciarne le fonti: le Storie di Livio, Virgilio, Cicerone, Ennio e gli storici minori. Materia del poema è la seconda guerra punica e la celebrazione di Scipione lAfricano, attraverso i fasti del quale Petrarca si propone di rinverdire quelli di Roma antica e dell'Italia intera, che con Roma deve identificarsi. Da questo nucleo narrativo si diramano digressioni, rievocazioni, profezie che permettono all'autore di scorrere tutte le vicende passate e future di Roma; ma, ciò che è più interessante, da esso si dipartono spesso le eonsidera7ioni private e sentimentali, i malinconici squarci lirici che poco si adattano alla «cornice» bellica e denunciano chiaramente la scarsa propensione all'epica di Petrarca e il prevalere di una poesia di «stati d'animo». Ne è eloquente e famosa testimonianza il «Lamento di Magone morente», dove il dolente monologo del vinto ferito a morte ripropone temi tipici della sensibilità poetica petrarchesca: «Ahimè, comè vacillante la sommità dei grandi onori, e fallace la speranza umana, e vana la nostra gloria [...] come incerta è la nostra vita, schiava di un incessante travaglio [...] O morte, ottima tra le cose, tu sola sveli i nostri errori e disperdi i sogni della vita trascorsa. Misero, vedo ora quante cose mi sobbarcai invano, quanti travagli che avrei potuto e dovuto tralasciare [ ]» I «Secretum» Il Secretum meum (chiarito in alcuni codici dalla didascalia: De secreto conflictu mearum curarum) è una confessione intima destinata dall'autore a non essere divulgata, «per non smentire il suo titolo». Testo fondamentale per la comprensione di Petrarca, risente da vicino della crisi morale che lo travaglia intorno al 1340 e della lettura di Sant'Agostino, con il tentativo conseguente di conciliare cultura classica e cristiana. Composto in prima stesura fra il 1342 e il 1343, viene ripreso dieci anni dopo durante il soggiorno a Milano ed è completato solo nel 1358. I tre libri dell'opera corrispondono a tre giorni di colloquio che l'autore immagina di aver avuto con Sant'Agostino, alla presenza della Verità, e sono occasione dl introspezlone e di lucida autocritica; lo schema dialogico svolge la funzione simbolica di denunciare il contrasto interiore filtrando gli slanci della confessione diretta. Nel I libro Petrarca dichiara la sua segreta malattia: la mancanza di volontà, che gli impedisce la decisa rinuncia al peccato e lascensione a Dio. Nel II si interroga sui sette peccati capitali, per riconoscersi, illuminato da Agostino, colpevole di tutti, tranne che dell'invidia; celebri sono le aerate pagine finali che trattano dell'accidia, «funesta e rovinosa malattia dell'anima», delusione vitale che invita alla voluttà del dolore e vanifica ogni possibilità non solo di reazione, ma anche di salvezza. Nel III libro, il più tormentato, Petrarca tenta di difendere, pur riconoscendole peccaminose, le due grandi passioni della sua vita (I'amore per Laura e il desiderio della gloria), negando la volontà e la capacità di liberarsi di esse: «Quando mai ho meritato che tu mi voglia strappare i due più luminosi sentimenti e condannare a perpetue tenebre la più serena parte dell'anima mia?». L'ultima parte del dialogo è essenziale: nonostante le appassionate perorazioni di Agostino, Petrarca non «può» rinnegare se stesso e la sua umanità; continuerà, ancora colpevole di accidia, a non «volere» fermamente il bene, rimandando ad altro tempo il «retto cammino della salute». Accettando le proprie contraddizioni e le tempeste dell'anima, sa solo confidare nella Verità e nell'aiuto di Dio promettendo: «Sarò presente a me stesso quanto potrò; raccoglierò gli sparsi frammenti dell'anima mia e diligentemente vigilerò su di me». Gli epistolari Delle numerosissime lettere scritte da Petrarca ci restano quattro raccolte. I ventiquattro libri delle Rerum familiarium sono dedicati all'amico Ludovico di Campinia («Socrate») e comprendono 350 lettere; secondo il progetto iniziale le epistole sarebbero dovute essere tutte anteriori all'anno della morte dell'amico (1361), mentre ne vennero poi comprese alcune fino al 1366. Un gruppo di esse ha destinatari simbolici e comprende epistole dirette a grandi scrittori dellantichità classica: Orazio, Virgilio, Cicerone . Dalle Familiari l'autore preferì staccare un corpus di 19 epistole di polemico contenuto politico e religioso, che avrebbero potuto imbarazzare i destinatari e che vennero riunite sotto il titolo Sine nomine. Le Seniles, divise in 17 libri, comprendono 125 epistole dedicate all'amico fiorentino Francesco Nelli («Simonide»). Alla raccolta si sarebbe dovuto aggiungere un diciottesimo libro consistente in un'unica epistola autobiografica che invece rimase incompiuta e venne pubblicata a parte con il titolo Posteritati (o Ad posteros). La quarta raccolta, come il titolo sottolinea, comprende le 65 Variae non ammesse nelle sillogi perché ritenute dall'autore inadatte stilisticamente o contenutisticamente; fu pubblicata più tardi in una edizione ottocentesca. Di diverso tenore, scritte in esametri, sono le 66 Epistolae metricae, dedicate a Barbato di Sulmona, databili fra il 1331 e il 1355, che spaziano fra argomenti vari: dalle descrizioni di ambiente agli sfoghi politico-letterari, dalle confessioni intime ai giochi poetici, dalle lodi all'Italia agli aneddoti privati. Dal «Bucolicum carmen» alle invettive Del 1346 è l'idea compositiva del Bucolicum carmen: 12 egloghe continuamente rimaneggiate fino al 1364. Il pretesto pastorale ha una funzione allegorica e i componimenti sono di varia ispirazione, trattando argomenti disparati: avvenimenti storico-politici, considerazioni personali sulla religiosità e sulla gloria, il valore dei poeti antichi. Affini fra loro come tematica sono i due libri De vita solitaria e De otio religioso, composti fra il 1346 e il 1347, nei quali Petrarca vagheggia il suo ideale di «ozio» letterario e sereno, sdegnosamente appartato dal volgo e inteso anche come tranquillità dell'anima e contemplazione religiosa. Le «opere storiche» hanno analoghe date di composizione (ma vale anche per esse il criterio della continua elaborazione). Nel 1338, in Valchiusa, Petrarca inizia la stesura dell'ambizioso progetto del De viris illustribus, che avrebbe dovuto comprendere una storia delle vite illustri di tutti i tempi. L'opera, rimasta incompiuta, consta di 23 biografie romane, da Romolo a Cesare, cui furono aggiunte le 12 dell'Antico Testamento e le 2 mitologiche (da Adamo a Mosè, Ercole e Giasone). Incompiuta è anche l'altra opera storica, il Rerum memorandarum libri, che avrebbe dovuto configurarsi come una sterminata raccolta di aneddoti, ma che si limitò a quattro libri, composti fra il 1343 e il 1345. Poco noti i trattati e le opere polemiche: il De remediis utriusque fortunae (sui rimedi che l'uomo, seguendo la dottrina stoica, può adottare per far fronte agli ostacoli della cattiva sorte e alle lusinghe della fortuna) le invettive contro l'ignoranza dei filosofi che non sanno riconoscere la vera scienza dei saggi e classici e cristiani e le riflessioni strettamente personali. Quasi ignorati dalla critica l'ltinerarium Syriacum (una guida alla Terra santa) e i sette Psalmi poenitentiales in versetti prosastici. Fonte: Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo Informatica |