il tritacarne delle intercettazioni telefoniche
Una multa o un flirt, anche così finisci nel "tritacarne" delle intercettazioni
martedì 10 giugno 2008

Per qualcuno è stata fatale
una multa, per altri una pistola da collezione. Oppure un
articolo di giornale, una chiacchierata da interpretare,
un’avventura galante. Nell’Italia del Grande orecchio si
finisce sotto controllo anche per cose del genere, con i
telefoni intercettati e un maresciallo che ti segue con un
microfono direzionale, casomai scappasse qualche
”rivelazione” al bar, all’ora del cappuccino. Tre italiani
su quattro sono ”ascoltati”, calcolava l’Eurispes nel 2005.
E a leggere le relazioni ufficiali del ministero di
Giustizia, la tendenza non è diminuita.
Ci sono avvocati che, con un filo di ironia, le misurano in
centimetri, anzi in metri: quelli che corrispondono
all’altezza dei faldoni che contengono gli atti. Come Paolo
Gentiloni Silverj, noto penalista della Capitale, che
ricorda la gran mole di intercettazioni ambientali e
telefoniche messe in piedi dopo che un suo cliente, un
pilota di una compagnia aerea e collezionista di armi, era
stato trovato in possesso di una pistola rara che aveva
acquistato negli Stati Uniti e aveva portato in Italia senza
passare dalla dogana, utilizzando i privilegi della divisa
di pilota. «Era una pistola particolare, roba da
collezionisti di armi. Eppure gli misero i telefoni sotto
controllo», ricorda il penalista. E siccome il pilota era
appassionato di armi, qualche chiacchierata se la faceva
anche con persone del settore, ex militari e gente del
genere. Ne venne fuori una mega inchiesta in cui i
magistrati credettero di trovarsi di fronte ad un gruppo di
golpisti pronti a marciare sulla sede Rai di Saxa Rubra, ad
espugnarla e a lanciare messaggi alla nazione a reti
unificate. Furono fatte centinaia e centinaia di
intercettazioni telefoniche, che - appunto - una volta
depositate «erano alte un metro e mezzo da terra».
L’inchiesta si concluse e il processo fu celebrato.
Esito: una condanna a pochi mesi (con pena sospesa) al
pilota per l’importazione clandestina dell’arma, condita da
un fascicolo processuale in cui, praticamente, era
raccontata la vita privata del pilota, comprese le beghe con
la fidanzata.
A leggere i dati Eurispes non c’è nemmeno da stupirsi: in
dieci anni, hanno calcolato, sono stati intercettati trenta
milioni di italiani, che sono più della metà della
popolazione. Il conto è presto fatto: sulla base dei decreti
di autorizzazione a mettere sotto controllo una linea
telefonica, gli esperti Eurispes hanno calcolato che ognuno
di quei telefoni ha parlato almeno con cento persone, tra
parenti, amici, colleghi di lavoro e fornitori di servizi.
Succede che ognuno dice qualcosa; e all’altro capo della
linea ogni frase viene soppesata e può dare l’avvio a nuove
intercettazioni.
Una sorta di effetto domino che gli avvocati chiamano
”intercettazioni a rete” (come spiega Giulia Bongiorno
nell’intervista qui sotto). E che, ad esempio, conosce bene
il consuocero di Clemente Mastella, Carlo Camilleri, 58
anni, finito nell’inchiesta su presunti favoritismi nella
zona di Ceppaloni. Aveva telefonato ad un sindaco locale,
suo amico, senza sapere che la procura lo stava
intercettando. Gli aveva chiesto se poteva fare qualcosa per
una multa che avevo preso con la macchina e subito partì una
richiesta di autorizzazione per intercettare anche lui,
visto ”il livello di collusione” dimostrato con quella
richiesta. Può succedere anche di peggio: finire nel
tritacarne con tutta la famiglia per aver scritto un
articolo più informato degli altri. Com’è accaduto a
Gianmarco Chiocci del Il Giornale, oppure a Liana Milella de
La Repubblica e a tanti altri. Chiocci aveva rivelato i
luoghi della latitanza di Gelli in Francia ed è finito sotto
intercettazione per tre anni, più di mille giorni, centinaia
di milioni buttati. Anzi no, direbbe qualche esegeta del
diritto: perchè un reato, almeno, quelle intercettazioni lo
scoprirono. Non lo aveva commesso il Chiocci giornalista ma
suo fratello: aveva buttato l’ancora del gommone in una
caletta dell’isola di Ponza senza sapere che era zona
interdetta all’ormeggio.
Solo storia di famiglia anche nelle migliaia di
intercettazioni di Claudio Vitalone, indagato a Perugia per
il caso Pecorelli: due anni sotto controllo, soldi spesi a
cascata e una grande sequenza di vicenda familiari,
privatissime, comprensive di guai di salute. Il risultato fu
che il pm preferì non depositarle nemmeno al processo.
Stessa sorte per Vittorio Emanuele, l’ex regnante con la
passione per le belle donne, almeno così hanno rivelato le
migliaia di intercettazioni disposte dalla procura di
Potenza sul suo conto. Passioni private e null’altro, perchè
le inchieste sul suo conto sono state archiviate. Chissà se
il pm sarà stato soddisfatto ugualmente: almeno l’ha fatto
litigare con la moglie.
da QUOTIDIANO IL MESSAGGERO
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