Giuseppe Parini

 

 

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Poeta italiano (Bosisio, Como, 1729 - Milano, 1799).

Giuseppe Parino (che preferirà poi il nome Parini) nasce da una modesta famiglia brianzola di probabile origine contadina. E’ ultimo di quattro figli e le precarie condizioni economiche inducono il padre Francesco Maria, piccolo commerciante di seta, a garantirgli un avvenire inviandolo a Milano, all'età di dieci anni, per essere allevato da una prozia relativamente benestante.

La formazione

Tre anni dopo la morte di questa, per poter fruire di una disposizione testamentaria che gli assicuri una piccola rendita annua, prosegue negli studi intrapresi e si fa sacerdote frequentando la celebre Università di Santo Alessandro de' chierici regolari di San Paolo (più nota a Milano come «Scuole Arcimbolde», dal nome del fondatore), tenuta dai Barnabiti.

Sono gli anni in cui frequentano i corsi superiori della stessa scuola due futuri rappresentanti dell'illuminismo lombardo: Pietro Verri e Cesare Beccaria.

Parini non è precisamente un allievo modello, come dimostra un polemico scambio di lettere con padre Onofrio Branda, suo maestro di retorica. D'altra parte, oltre a una antipatia istintiva nei confronti degli antiquati metodi pedagogici del tempo, lo studente deve sobbarcarsi l'onere di modesti lavori (copiatura di carte forensi, lezioni private) per le continue difficoltà economiche della famiglia.

La produzione giovanile

Nel 1752, compiuti gli studi, pubblica con uno pseudonimo, secondo l'usanza dell'Arcadia di cui riflette anche il gusto, la raccolta di versi Alcune rime di Ripano Eupilino (Ripano è anagramma del cognome Parino; Eupili il nome greco del lago di Pusiano, presso Bosisio).

Questi novantaquattro componimenti giovanili «sacri e morali e amorosi e pastorali e pescatori e piacevoli e satirici e di molte altre guise», di varia matrice, denotano già «troppo liberi modi» insieme a «vezzo e leggiadria e naturalezza», secondo la critica, peraltro elogiativa, che ne fa padre Francesco Antonio Zaccaria sulla rivista «Storia letteraria d'Italia»: caratteristiche queste che permarranno nella produzione matura.

Il volumetto gli procura una certa fama e gli apre le porte dell'Accademia dei Trasformati, già attiva per mezzo secolo nel Cinquecento e risorta nel 1743 per opera del conte Giuseppe Maria Imbonati.

La dotta Accademia, moderatamente progressista e illuministicamente onnicomprensiva, si occupa di poesie e prose, di scienze e filosofia, spaziando dalla tradizione arcadica alla poesia milanese, ai sermoni sulla decadenza delle lettere, sulla giustizia sociale, sull'allevamento del baco da seta, sui viaggi, sulla botanica; e qui Parini entra in contatto con le istanze culturali più vivaci del suo tempo, formandosi nel contempo all'esercizio di una lingua e di uno stile classici, «puliti» e raffinatissimi e all'ideale del «bello» poetico.

Nel 1754, è ordinato sacerdote ed entra come precettore nella casa dei duchi Serbelloni, dove rimane per otto anni circa ispirandosi probabilmente a questa esperienza per il suo Dialogo sopra la nobiltà (1757-59).

Si tratta di un colloquio immaginario fra due morti, un nobile e un poeta, sepolti l'uno accanto all'altro. Rispondendo al nobile borioso, che lamenta la sua forzata vicinanza al plebeo, il poeta stigmatizza la nobiltà di casta, pronunciandosi per l'uguaglianza fra gli uomini e rivendicando un ruolo critico e vitale alla poesia. «Or bene» dice il poeta rivolto al nobile, «io farovvi adunque quell'onore che fassi agli usurpatori, agli sgherri, a' masnadieri, a' violatori, a' sicari, dopoiché cotesti vostri maggiori [...] furono per lo appunto tali [...] Riposatevi, Eccellenza, sul vostro letame. La lingua de' Poeti è sempre l'ultima a guastarsi [...]».

L'influenza delle nuove idee illuministiche si manifesta anche con i due scritti polemici sulla questione della lingua in cui si rifiuta l'assoluta superiorità del toscano (1756) o si difende l'uso del dialetto in campo poetico (1760), e col Discorso sopra la poesia (1761) in cui si auspica che essa, pur senza rinunciare all'eleganza e musicalità della forma, sappia darsi una funzione educativa.

L'anno dopo, l'insofferenza morale del poeta nei confronti del vecchio mondo sfocia nel celebre episodio degli schiaffi di casa Serbelloni. La duchessa, in un accesso di collera, schiaffeggia per un futile motivo la figlia del maestro di musica Sammartini e Parini, che assiste al fatto, interrompe le relazioni coi suoi protettori e datori di lavoro.

E’ in condizioni di vera indigenza quando pubblica, nel 1763, il Mattino, prima parte della sua opera maggiore cui segue due anni dopo il Mezzogiorno.

Il «Giorno»

Composto di quattro parti (il Mattino, il Mezzogiorno, il Vespro, la Notte), le cui ultime due apparse postume (1801) e l'ultima incompleta, il Giorno è un poema satirico in endecasillabi sciolti, di forma didascalica.

Esso s’immagina scritto dal precettore di un nobile «Giovin Signore», che gli insegna l'arte della vita mondana, guidandolo, durante l'arco di una giornata-tipo, a seguire i dettami della moda.

La voce narrante, con la quale l'autore evidentemente si identifica, ha così agio di mettere spietatamente in luce l'ozio, il vuoto spirituale, la degenerazione di una classe sociale. L'ironia è la figura retorica dominante, e si attua enfatizzando le piccole e sciocche vicende della giornata con iperboli e similitudini grottescamente classicheggianti.

La motivazione ideologica dell'opera è riassunta nella favola mitologica del Piacere, d'ispirazione chiaramente illuministica e sviluppata nella sezione del Mezzogiorno con un sarcasmo amaro: c’è stato un tempo in cui gli uomini furono uguali ed ebbero pari dignità «Forse vero non è; ma un giorno è fama/ che fur gli uomini eguali; e ignoti nomi/ fur plebe e nobiltade. . . »).

Ma l’uguaglianza dispiacque agli dei, che inviarono sulla terra un giovane dio, il Piacere, col compito di distinguere chi fosse fisiologicamente predisposto a godere, e chi no. «Così l'uom si divise: e fu il signore/ dai volgari distinto...».

Presunzione sciocca, reale incapacità di godere le gioie della vita, tedio, tracotanza sono le caratteristiche di questa nobiltà insulsa e immorale, riassunta In un suo esemplare.

La giornata del Giovin Signore inizia tardi, perché, a differenza di quanto «dannato è a far l'umile vulgo», il nobilotto non si è coricato «al lume dell'incerto crepuscolo», «in male agiate piume», ma si è addormentato solo al canto del gallo.

Dopo la ricca colazione di caffè e cioccolata delle Indie, la tarda mattinata trascorre occupata da futilissime occasioni: dalla vezzosa toeletta con la cipria ai preparativi per l'uscita in carrozza, fra uno stuolo di servi.

Il Mezzogiorno è consumato nel pranzo che si tiene in casa della dama di cui il Giovin Signore è lezioso cavalier servente, tenuto a ripetere un annoiato cerimoniale di comportamenti codificati e di complimenti «che amor dimostri, o che lo finga almeno», sotto lo sguardo compiacente del marito.

In una galleria di commensali grotteschi, fra un voracissimo carnivoro e uno schifiltoso vegetariano, si svolge il pranzo, inframmezzato dai discorsi di maniera dei convitati. Qui compare anche il celebre episodio della «vergine cuccia», i cui toni sono simili alla moralità umanitaria già espressa nella favola del Piacere.

La dama ricorda con emozione il giorno crudele in cui la sua cagnetta «vergine cuccia de le Grazie alunna», si è presa una pedata da un servo. Tutta la pietà è naturalmente riservata all'animale, superbo della sua ripicca sul sacrilego «piede villan del servo». Non giova a quest'ultimo una ventennale fedeltà: come pena per il «misfatto atroce» viene messo sul lastrico insieme alla sua sciagurata famiglia.

Il caffè, il gioco, il passeggio in carrozza, le visite di cortesia alle amiche della dama occupano il primo pomeriggio e il Vespro, mentre la Notte cala sul Giovin Signore in uno sfarzoso scenario di festa a palazzo.

Classicismo e illuminismo in Parini

Nell'opera la critica concordemente riconosce una delle più alte espressioni del Settecento italiano, pur avanzando qualche riserva sulla omogeneità d'insieme e sul rigore ideologico.

L'urgenza dell'ispirazione polemica e fustigatrice sembra infatti venir meno con il passaggio dal Mezzogiorno al Vespro e alla Notte, che risulta poco più che accennata e dove la linea narrativa si perde nella figurazione di affresco. Ciò avviene in concomitanza con l'inasprirsi, dopo il 1780, delle vicende politiche e. ancor più, in seguito alla Rivoluzione francese.

Dante Isella nota che l'incompiutezza del poema indica «come ormai [...] le forze centrifughe di un'ispirazione lirica sensibile alle illuminazioni del 'particolare' avessero il sopravvento sulla forza centripeta dell'ispirazione unitaria del Giorno; la disposizione satirica da cui il poema era nato verso il 1760 era venuta, via via, a mancare per lasciar posto a una diversa disposizione d'animo; quella da cui nascono a un tempo le grandi odi [...] e i grandi frammenti della Notte, renitenti al primitivo impianto del poema didascalico. Frammenti, pertanto, che sarebbe falso, ancor più che arrischiato, volere organizzare in una qualsiasi unità».

Anche dall'andamento contraddittorio del poema emergono le caratteristiche e i limiti dell'illuminismo di Parini, come di tutto l'illuminismo lombardo, riflesso di una società ancora profondamente influenzata dalla nobiltà, riformatore più che rivoluzionario.

L'influenza della tradizione è avvertibile, sul piano letterario, nel persistente legame con la lingua e la letteratura classiche, nella ricchezza di reminiscenze mitologiche, di vocaboli colti o arcaici, di costrutti elaborati che caratterizzano il dettato poetico pariniano.

La stessa scelta dell'aristocrazia come interlocutore, sia pure con un dialogo portato al limite di rottura attraverso l'ironia e la satira, non è un semplice espediente letterario ma esprime la speranza di una sua «riforma», o perlomeno di un trapasso graduale e pacifico a un diverso ordine sociale.

Nonostante questo l'opera di Parini rivela in più occasioni il tendenziale superamento dei limiti classici, in una direzione fermentata dalle idee moderne. All'inizio del poema, per esempio, dove si confrontano i «due mattini» della plebe e della nobiltà, il ricorso a figure retoriche o al linguaggio aulico ha lo scopo di suscitare un contrasto e un effetto comico.

L'innalzamento del «Giovin Signore» al livello delle grandi divinità mitologiche fa meglio risaltare la vacuità della «celeste prole» e delle sue oziose giornate; mentre il recupero della vena pastorale propria all’Arcadia serve a dare un quadro partecipe dell'alacre operosità contadina. All’interno di forme ancora legate al mondo classico, Parini opera un rovesciamento dei significati che quel mondo attribuiva al labor, disprezzata fatica degli schiavi, e all'otium, sinonimo dell'attività puramente intellettuale riservata agli uomini liberi.

La vita pubblica

Un riformismo di fondo, che intende affermare le istanze di rinnovamento ideologico e sociale senza rotture traumatiche, caratterizza anche l'attività pubblica di Parini che, dopo aver rifiutato nel 1766 la cattedra di eloquenza all'Università di Parma, diventa due anni dopo poeta del Regio ducale teatro adattando per la scena lirica la tragedia Alceste di Ranieri de' Calzabigi e componendo, nel 1771, il melodramma Ascanio in Alba, musicato da Mozart, in occasione del matrimonio dell'arciduca Ferdinando con Beatrice d'Este.

Nel 1768 il conte Carlo Firmian, ministro plenipotenziario dell'Austria in Lombardia, gli affida intanto la redazione della «Gazzetta di Milano», che pubblica settimanalmente la cronaca cittadina e, sotto forma di corrispondenza, notizie comunicate dal governo o tratte da altri giornali.

E’ questo un incarico poco redditizio ma prestigioso, grazie al quale Parini può diffondere le idee riformatrici del governo, meritandosi stima tale che sempre il Firmian gli assegna la sospirata cattedra di belle lettere prima nelle Scuole palatine e poi all'Accademia di Brera.

I Principi generali e particolari delle belle lettere applicate alle belle arti, pubblicati postumi su appunti rielaborati delle sue lezioni, sono frutto di questa esperienza.

Dal 1791, lo stesso anno in cui esce la prima raccolta delle Odi, diventa sovrintendente superiore delle scuole pubbliche in Brera.

Quando, nel 1796, i francesi entrano in Milano e vi creano una municipalità repubblicana Parini, esponente prestigioso degli ambienti più progressisti, è quindi chiamato a far parte, con Pietro Verri, del terzo comitato, e diventa membro della commissione che si occupa degli affari, delle finanze, del censo, degli archivi, della pubblica istruzione e dei teatri.

Solo pochi mesi dopo, però, è sollevato dall'incarico nel quale si è dimostrato «uomo di somma virtù», «illuminato sui principi della scienza sociale», «fermo ed energico», secondo il ritratto che ce ne ha lasciato Verri, ma scomodo al nuovo governo, i cui interessi sono rivolti a Parigi più che a Milano e che vede con sospetto il suo moderatismo.

Torna quindi all'insegnamento, mentre si aggravano le sue già precarie condizioni di salute, e assume posizioni sempre più critiche verso l'esperimento rivoluzionario.

Le «Odi»

Tale evoluzione già avvertibile, come si è detto nel passaggio dalle prime alle ultime parti del Giorno, è ancora più visibile nelle Odi.

Composte parallelamente al poema, in un arco di tempo che copre più di vent'anni, esse sono fondamentali per situare correttamente Parini nell'ambito della cultura settecentesca lombarda.

Si tratta di venticinque componimenti poetici di vario metro, non disposti cronologicamente e raggruppabili per temi: le odi «civili» (L'innesto del vaiuolo, 1765; La salubrità dell'aria, 1759; La vita rustica, 1758; Il bisogno, 1766); le odi «giocose» (Il brindisi, 1778; La impostura, 1761; Il piacere e la virtù, 1774; La primavera, 1765 o 1769); quelle che esemplificano la sua concezione della cultura (L'educazione, 1764; La laurea, 1777; La musica, 1762-63; La recita de' versi, 1783-84); quelle autobiografiche (Le nozze, 1777; La caduta 1785; Il pericolo, 1787); quelle polemiche (La tempesta, 1786; A Silvia, o Sul vestire alla ghigliottina, 1795).

In esse, al di là dell'occasione compositiva, è possibile rintracciare motivi tutti «pariniani», svincolati dalla cornice narrativa che, soffocando a tratti la personalità del poeta, costituisce il pregio e insieme il limite del giorno. Tra questi, il rapporto natura-scienza affrontato con chiarezza e fiducioso riformismo, in una visione progressiva e illuministica che risente dell'influenza dell'Accademia dei Trasformati; o la proposta di ideali morali e civili di impegno, cultura, onestà; o la nuova concezione della poesia come «utile», cioè intesa a giovare «alla civile conversazione, alla comune benevolenza degli uomini, alla probità, alla virtù e allo stesso eroismo del cittadino».

Si veda l'ode Il bisogno, dove si ritrova un argomento caro alla sensibilità di Parini e già trattato in campo giuridico da Beccaria, cioè la povertà e le sue nefaste conseguenze che sono la rottura del patto sociale e il reato: «Al misero mortale / ogni lume s'ammorza: / ... ei di sé stesso in bando / va giù precipitando. / Ahi l'infelice allora / i comun patti rompe; / ogni confine ignora; / ne' beni altrui prorompe; / mangia i rapiti pani / con sanguinose mani...».

Scrive a questo proposito Petronio: «Così, ancora una volta, dietro l'ode vi è il vagheggiamento, tutto pariniano e settecentesco, di una società solidamente umana, di una umana città mantenuta dalle leggi e dal costume, da un comune patto sociale universalmente accettato».

Ma istanze egalitarie e tensione civile vengono sostituite nei componimenti più tardi da una poetica sempre più apertamente neoclassica, che assume come motivi centrali la celebrazione della bellezza femminile e dell'amore (Il pericolo, Il dono, Il messaggio); o dalla polemica contro i metodi del Terrore e i costumi licenziosi favoriti dal diffondersi delle idee rivoluzionarie (A Silvia).

Quando muore, solo alcuni mesi dopo l'arrivo delle truppe austriache a Milano, nell'agosto 1799, Parini ha terminato di comporre un sonetto in cui saluta positivamente, pur non risparmiando ammonimenti, il ritorno della dominazione absburgica.

Tale parabola testimonia un disorientamento comune a molti intellettuali illuministi di fronte alle forme radicali assunte dal processo rivoluzionario, e anche al prevalere in esso degli interessi nazionali francesi.

Ma non altera il valore della sua lezione poetica e morale, determinante per la nascita della nuova letteratura italiana moderna che si riferirà a Parini, con Foscolo, come a un maestro e a un esempio morale; o riproporrà con Manzoni e coi romantici lombardi la sua concezione circa il ruolo civile ed educativo della poesia.

Fonte: Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo Informatica