Giuseppe Gioachino Belli

 

 

TORNA ALLA PAGINA PRECEDENTE

 

Poeta italiano (Roma 1791 - id., 1863).

Col milanese Carlo Porta è il poeta dialettale più noto e più letto, costantemente riconsiderato dalla critica con motivazioni via via più ampie e impegnative, che tendono a ritenerne determinante la presenza per certe peculiari caratteristiche che contrassegnano, secondo alcuni critici, il romanticismo italiano; così, se si riconosce l'esigenza realistica continuamente presente nelle diverse fasi di sviluppo delle istanze romantiche all'interno delle letterature europee, l'interpretazione del fenomeno romantico italiano va incentrato sul particolare rilievo assunto dal realismo: punta di diamante del movimento contro la tradizione aulica ed elitaria della letteratura post-rinascimentale, esso si palesa con i suoi primi vitali valori nelle poesie dialettali di Porta e. subito dopo, di Belli. Si può pertanto affermare che, come non sempre accade, l'ampia simpatia e la felice notorietà con cui i contemporanei letterati e illetterati salutarono la poesia di Belli, ha trovato dopo oltre un secolo convalida nella critica più tecnicamente agguerrita, e non solo nell'ambito della cosiddetta «poesia minore».

Dell'infanzia di Belli non si sa molto, oltre alla perdita precoce del padre, politicamente sospetto al governo del papa e alla sua frequenza per pochi anni dei corsi umanistici presso il Collegio Romano. Nato nella parrocchia di S. Maria in Monterone crebbe emotivo e scontroso tra coetanei che non ne potevano comprendere il carattere e ne sentivano, oscuramente ma con fastidio, la superiorità dell'ingegno. Se soffrisse di questa solitudine e quanto poi essa incidesse sulla peculiarità del suo pessimismo esistenziale e della sua arte, è difficile dire: ma certamente l'implacabilità e il distacco con cui i suoi Sonetti guardano alle tristezze dell'esistenza muovono da una rassegnata e convinta accettazione, come frutto di ineluttabilità, della condizione umana: «... v'è nella poesia migliore del Belli una pesantezza plumbea, che grava sui personaggi e le cose, il senso di un disfacimento irrimediabile. Le ingiustizie, il lavoro, la fame, il vizio, il governo, la morte, l'inferno medesimo appaiono come un destino immutabile, come una catena che gli uomini, o meglio i plebei (la minutaglia senza nome), trascinano sin dalla nascita. Tra tutte quelle immagini religiose non coglie mai una sola consolazione dalla fede, una voce di speranza: le cose e gli eventi giacciono immobili, in un'atmosfera di fissità grandiosa e allucinante. Non sussiste perciò neppure la possibilità di un confronto con Carlo Porta, dalla cui poesia derivava almeno una volontà di progresso e di riforma [. . . ]. Egli non vive a Milano, nella capitale della cultura e delle esperienze più avanzate, ma nella Roma della Restaurazione, impermeabile ad ogni novità intellettuale, ferma agli splendori superficiali della erudizione archeologica, agli esercizi spenti degli Arcadi» (Pasquali).

In effetti, si può aggiungere che questo sentimento di dolente passività nel ritrarre (ma non manieristicamente) persone e ambienti permea ogni verso di Belli, non rimane mai accampato al margine della rappresentazione ed è tutt'uno con la vivida, contrastata nella resa visiva, plasticità realistica della stessa. Nella giovinezza il poeta mantenne il suo atteggiamento schivo e amante della solitudine: ma è anche vero, sulla testimonianza dell'amico Spada (un'amicizia che durerà fino alla morte di Belli, la cui tomba al Verano reca l epigrafe dettata proprio da Spada, erudito e non volgare verseggiatore), che il poeta sapeva a tempo e a luogo uscire dalla sua corazza se infastidito dall'ipocrisia; e anche divertire il suo prossimo con tratti d'arguto umorismo d'attore estemporaneo: «... alla maniera poi de' più valenti caratteristi, che fanno ridere altrui senza rider essi, egli sapeva atteggiare la sua fisionomia e la sua persona a così comiche scene, che, se prendeva a contraffare pur colla voce un qualunque che fosse noto, parea di vedere e di udire quel desso». Si sa anche, da altre fonti, come si compiacesse, durante il carnevale, di percorrere mascherato il Corso recitando le sue strofe d'occasione; come amasse la compagnia dei «teatranti», per i quali scrisse più di un «bollettone», cicalata d'imbonimento per attirare il pubblico; e come le giovani attrici gli toccassero spesso la fantasia. Sono anche note le sue curiosità di poliedrico interesse: musica e architettura, chimica e fisica, astronomia e ottica; anzi, in qualche caso egli valicò i limiti dell'interesse passivo, e fu un discreto flautista e un buon dilettante di fotografia, alla quale era arrivato (fino al punto di costruirsi una camera oscura) attraverso la sua curiosa passione di costruttore di caleidoscopi, che amava poi donare agli amici.

Ampie tracce di questi suoi interessi rimangono in molti appunti. che rivelano spirito d’osservazione e una notevole conoscenza delle tecnologie contemporanee: tutto ciò è la spia per capire come Belli osservasse il mondo affidato ai suoi versi.

Ventenne e orfano ormai anche della madre risposatasi nel 1807 dopo un breve soggiorno presso; Cappusculi di piazza Barberini e un altrettanto breve esperienza di segretario presso il principe Ponialowski. cominciò a lavorare nella biblioteca di casa Albani, alternando la copia di inediti di B. Baldi all'insegnamento privato delle discipline umanistiche: ma anche e soprattutto si faceva conoscere nella società letteraria con un componimento di ispirazione ossianea, le Lamentazioni, nelle quali svolge la patetica vicenda di Elisa, la promessa defunta alla vigilia delle nozze.

Nel 1817 appare la prima prova dialettale di Belli, otto ottave burlesche a intenzione della moglie dell'amico Spada, e col '18 si apre la stagione trentennale di quei 2 279 sonetti romaneschi che rappresentano il corpus più ampio di tutta la poesia dialettale della penisola, fisiologicamente ordinato e illustrato esemplarmente per la prima volta in modo compiuto da G. Vigolo, critico sensibilissimo e perseverante, che ha dedicalo si può dire l'intera esistenza al mondo belliano. Quando si sciolse anche per iniziativa del 8elli l'Accademia degli Elleni, in cui i motivi polemici personalistici prevalevano ormai sulla «innocenza» delle poetiche disinteressate, il poeta si fece promotore della fondazione dell'accademia della «Tiberina», che tuttora sopravvive. Nello stesso anno 1818 fu ammesso in Arcadia col nome di Linarco Dirceo, e nel '51 potrà scrivere con una punta della sua disincantata consuetudine: Sonmi un arcade insieme e un tiberino, senza pur ombra di prosopopea.

Si era intanto sposato con la vedova del conte Pichi, Maria Conti, assai più anziana di lui: fu matrimonio, se non d'amore, quietamente vissuto (il poeta era ancora innamorato della marchesina Roberti, forse vagheggiata anche dal Leopardi, la Cencia [Vincenza] cantata anche classicamente in uno stucchevole canzoniere amoroso del tutto estraneo alla genuina ispirazione belliana) e confortato nel '24 dalla nascita di Ciro, al quale nel '49 il padre avrebbe affidato, perché li bruciasse in caso di morte improvvisa, non pochi manoscritti. Palazzo Poli, la dimora della moglie dove Belli andò ad abitare, vide aprirsi con la collaborazione degli amici Spada, Biagini, Silvagni una società di lettura: e ogni giovedì per molti anni, vi si discusse delle novità letterarie, e più genericamente culturali, presentate dalla fiorentina Antologia e dalla parigina Revue Encyciopédique; ma vi si leggeva anche Dante e nel salotto facevano la loro comparsa anche personaggi di diverse estrazione come il patriota Tullio Dandolo Torricelli e Lorioli con i quali era possibile discutere pacatamente anche di politica perché non faziosi e unilaterali nelle conclusioni, che per Belli voleva significare di moderata ragionevolezza riformista.

Anche nello Zibaldone undici grossi brogliacci compilati tra il 1824 e il 1840 è traccia di tutto questo, accanto alle disparate annotazioni delle letture collettive e individuali alle memorie di questo e quel viaggio a Napoli (che non incontrò il suo gusto) e a Milano dove ammirò la poesia di Porla). Nel 1837 gli muore la moglie mentre è assente da Roma: sincere, nella loro desolazione. sono le sue parole: «... qual dolore! ella mi era tutto: moglie, amica, madre, consolatrice amorosissima. Tutto mi è mancato con lei. E nel mio temperamento cupo, concentrato malinconico [...] figuratevi il mio stato d'isolamento come debba essere insopportabile [...] Povera donna, morir senza né il figlio né il marito vicini [...], non aver potuto io prometterle piangendo, di vegliar sempre al bene del figlio!».

Difficoltà finanziarie l'inducono a lasciare il lusso di palazzo Poli e a ritirarsi presso i cugini Mazio; turbato ed esaurito - si rinnovavano in forma più acuta le crisi depressive della giovinezza - cerca una soluzione ai suoi crucci con l'impiego al dicastero del Debito pubblico, come capo della corrispondenza: senza molta soddisfazione, soprattutto per la sua apprensiva ipersensibilità, poco duttile e diplomatica in un ambiente dove gelosie e meschinità burocratiche avvelenavano rapporti che Belli avrebbe gradito almeno solo l'aspetto formale corretti.

Fu dunque indubbiamente grato al pontefice regnante che probabilmente motu proprio, gli ottenne una sostanziosa pensione quando dopo un solo triennio si dimise dall'ufficio (1844). Il figlio si laureò in Utroque, cioè in diritto nel '45 e il suo matrimonio apportò con la nascita del primo nipotino un motivo di felicità e di quel buon umore che parevano ormai dimenticati. Del piccolo scriveva alla nuora che villeggiava a Frascati: Giacomino sta come lo lasciasti. Ieri lo condusse la balia alla processione del Carmine. Si divertì molto, specialmente con le bandiere e coi ragazzi muniti di candele. Quando alfine passava un cardinal-vescovo con la mitra in capo egli gridò: c'è pure Pulcinella! e ne risero gli astanti». Ma non conoscerà altre gioie: gli ultimi anni sono rattristati da lutti particolarmente sofferti per la sensibilità dell'uomo: scompaiono la nuora, tre nipoti, gli amici carissimi Biagini e Ferretti che sono stati tanta parte della sua esistenza. Né la situazione politica del decennio 1850-60 giova alla serenità del suo spirito al quale già gli eventi del '48-49 erano stati motivo di indignazione e di sgomento. Da essi era nata quella sua schietta avversione per l'idea liberale concretatasi nelle parole dedicate alla Repubblica Romana: «.., breve periodo vi si è compendiato quanto di fellonesco, di barbaro e di abbietto abbia mai saputo osare la depravata coscienza dell'uomo...».

Il triste tramonto del poeta ebbe fine il 21 dicembre del 1863. Egli forse non seppe mai che a rivelarlo all'Europa attraverso il Sainte-Beuve fu un russo Nicola Gogol che ne aveva dalla viva voce ascoltati non pochi sonetti di Er Commedione a palazzo Poli. E certo per singolare ventura, i primi studi seriamente critici linguistici e filologici sulla poesia belliana si debbono a studiosi stranieri dal tedesco Schuchardt a Vossler. dal francese Haguenin al Zacher: solo con Trompeo (1886-1958) s'inizia in Italia la corretta impostazione del problema critico proposto dall'arte belliana.

Fonte: Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo Informatica