Carlo Porta

 

 

TORNA ALLA PAGINA PRECEDENTE

 

Poeta italiano (Milano, 1775 - id. , 1821).

Carlo Porta nasce nell'ultimo quarto del Settecento nella Milano illuminista e absburgica, terzo figlio maschio (nessuna delle molte sorelle nate prima o dopo di lui sopravvive) del funzionario dell'amministrazione austriaca Giuseppe Porta.

La madre, Violante Gottieri, muore nel 1785 e subito il ragazzo è mandato a Monza nel collegio di Santa Maria degli Angeli, dove rimane fino al 1792, distinguendosi negli studi di grammatica, umanità e retorica; l'anno successivo passa al corso di filosofia, corrispondente al liceo, nel Seminario di Milano, aperto anche ai laici.

Di questi anni, immediatamente successivi all'uscita dal collegio, è la stampa di due calendari-almanacchi (per il 1792 e 1793, pubblicati con il titolo El lava piatt del Meneghin ch'è mort) interamente scritti da lui, accolti con qualche successo di pubblico ma che gli attirano invidie e insulti, forse da parte di un almanacchista poco lieto della concorrenza.

Altre amarezze gli vengono dalla decisione del padre (che Porta ricorderà sempre con poco affetto come «il Principale») di non fargli proseguire gli studi per avviarlo, come i fratelli, alla carriera impiegatizia. Nel 1795 ha comunque già intrapreso la traduzione in dialetto milanese dell'ode A Silvia di Giuseppe Parini.

Nel 1796 l'ingresso dei Francesi a Milano e la partenza degli Austriaci troncano la carriera pubblica dei Porta: il padre è esonerato dal suo ufficio mentre Carlo, seguendo il fratello Baldassarre, si rifugia nel 1798 a Venezia, dove ottiene un piccolo impiego all'Intendenza di Finanza che l'Austria riorganizzava dopo il trattato di Campoformio.

Il periodo veneziano è relativamente gaio, nonostante le poco brillanti disponibilità economiche: il giovane Porta ha avventure galanti, intrattiene cordiali rapporti con i poeti veneziani e con i patrioti «Mangio giornalmente alla locanda con una buona compagnia di amici, e patrioti» , compone in dialetto veneziano versi «sopra argomenti festevoli», evidentemente non molto interessanti se l'autore stesso non vorrà conservarli.

Nel 1799, con l'occupazione austro-russa, Porta rientra a Milano, per rimanervi anche dopo il ritorno dei Francesi (1800), nonostante le incertezze politiche e finanziarie, accontentandosi di impieghi saltuari e poco redditizi. Come molti, aveva salutato con speranza l'avvento della prima Repubblica Cisalpina, ma già i sonetti intorno al 1800 denunciano delusione e rabbia contro i soprusi e il tradimento degli ideali rivoluzionari.

Si acuiscono altresì i contrasti con l'ambiente familiare e il disagio di sentirsi estraneo in una casa fin troppo ospitale per altri, aperta dal «principale» a una schiera di parenti ex conventuali, di scrocconi, di musici.

All'inizio del secolo Porta si crea una certa notorietà come attore brillante del Teatro patriottico (poi, dal 1805, Teatro dei Filodrammatici), sorto per iniziativa dei circoli giacobini. Ma anche come poeta il suo nome doveva essere già noto se nel 1800 è ammesso all'Accademia letteraria milanese; riprende quindi a verseggiare, dapprima occasionalmente, poi con sempre maggiore impegno e coscienza.

La scelta del dialetto

La lettura della Gerusalemme liberata tradotta in milanese da Domenico Balestrieri (1714-80) gli ispira la traduzione dialettale di frammenti della Divina Commedia, ricreata «in un mondo municipale contemporaneo, osservato con occhi di popolano» (Barbarisi). Già in queste prime prove si nota l'affinarsi del mezzo espressivo del dialetto. Questi esiti (alcuni dei quali irresistibili come l'episodio di Paolo e Francesca o il geniale attacco del VII canto in cui il criptico «Papé Satàn, papé Satàn aleppe» è reso con l'altrettanto incomprensibile filastrocca fanciullesca «Ara bell'Ara discesa Cornara») non sono da ritenersi «un punto di partenza [...] e sono già invece il traguardo di un tirocinio più che decennale, l'effettivo atto di nascita del Porta maggiore» (Isella).

Tutta dialettale sarà la sua produzione, stilisticamente raffinata, di dissacrante comicità e di alta tensione morale. Porta si richiama a quella tradizione vernacolare lombarda, già attiva nel Seicento con Carlo Maria Maggi (1630-99) e continuata da Carlo Antonio Tanzi (1710-62) e da Balestrieri; essa si era distinta per l'impegno morale e civile arrivando interessare marginalmente lo stesso Parini che compone qualche poesia milanese e difende il dialetto nella polemica con Branda.

Dal 1804 alla poesia della maturità

Nel 1804, Porta si avvia a una tranquilla vita borghese, supportata da una sola carriera di impiegato: sottocassiere all'Ufficio di liquidazione del debito pubblico (poi Monte Napoleone); quindi vice ispettore delle Finanze protetto da Prina, infine cassiere generale all'Ufficio di Monte Napoleone, dal 1814, dove aver chiesto di tornare perché le già precarie condizioni di salute (è sofferente di gotta) gli rendono poco agevoli gli spostamenti, pur brevi, connessi alle funzioni ispettive.

Nelle pause del lavoro, compone versi e scrive lettere affettuose agli amici come testimonia l’epistolario Tommaso Grossi (1790-1853): «Anche oggi scrivo nel mio modo solito nel tiretto cioè del mio bancone di Ufficio, e tratto tratto conviene che lasci la penna per servire i bravi buoni reverendoni della campagna che vengono a truppe a riscuotere le loro congrue, ed i redditi de' loro benefici. . . » .

E’ nel frattempo iniziata, dal 1806, una serena vita coniugale con Vincenzina Prevosti, giovane vedova del ministro delle Finanze della Cisalpina, Raffaele Arauco.

Nel 1812, diventa famoso con i Desgrazzi de Giovannin Bongee, cui seguono la Ninetta del Verzee, nel 1814 e El lament del Marchionn di gamb avert, nel 1816.

Il mondo della poesia portiana

I tre componimenti costituiscono una sorta di trilogia ormai concordemente apprezzata dalla critica che ha visto nell'autore «il solo diretto e schietto pittore della vita plebea, il solo che abbia rappresentato il più umile popolo con quella capacità di immedesimarsi che si chiama verismo» (Momigliano) e nei tre protagonisti («i primi tre vinti della letteratura italiana» secondo Bassani) un’epopea di umiliati e offesi.

Ognuno racconta in prima persona la propria storia di «poveri cristi» in vario modo tiranneggiati dalla vita; l'espediente della scelta del duplice piano narrativo (l’«io» che vive la propria storia e l'«io» narrante) consente l'identificazione dell'autore con i suoi personaggi senza filtri culturali e permette «a una materia dolorosa di depositarsi in immagini ferme, perfettamente oggettivate, senza che la carica emotiva ne scapiti in intensità» (lsella).

Giovannin Bongee, vittima dei prepotenti, dei furbi, della moglie, del padrone, è ingenuo e maldestro. debole. ignorante, perfino vile, con qualche tratto di comicità teatrale e meccanica da Meneghino che lo rende forse il meno riuscito della triade. Tuttavia, nota Isella, «insieme al riso si sente circolare tra i versi un pathos sommesso, un fraterno senso di pena per quella esistenza schiacciata dalla fatica [...] provi una simpatia istintiva per i suoi affetti semplici», perfino per le sue debolezze che sono comunque più rispettabili dei vizi e delle prepotenze altrui.

Il Marchíonn di gamb avert è un personaggio elegiaco di sciancato che si apre, come poi la Ninetta, a un interlocutore amico e confidente: la cerchia da osteria dei «moros dannaa, tradii de la morosa, / pien de loeuj, de fastidi e pien de corna» («innamorati fino al danno e alla dannazione, traditi dall’amorosa, pieni di noia, di fastidi e pieni di corna»); a loro racconta la sua storia di «pover Marchionn» («povero Melchiorre») un tempo sereno e mattacchione e ora stregato e deriso, dopo l’adescamento e il matrimonio dalla diciottenne traditrice Tetton.

Il Marchionn che pure nella chius, del poemetto chiede ai suoi ascoltatori di piangere con lui, compatirlo consolarlo perché «striaa e tiraa, bordel / da la cappa de tucc i bolgironn» («stregato e tirato alla malora, dalla capa di tutte le buggerone» ) « ancora commoventemente naif e poeticissimo nell'amore per il «suo» bambino, nato neanche settimino, ma che «par squasi d’on ann, tant che l'è bell» («che sembra quasi di un anno tanto è bello»).

In questa elegia del dolore e del l'ingenuità il Marchionn riecheggia il migliore personaggio portiano, la Ninetta del Verziere, che narra la sua vicenda squallida e drammatica con estrema dignità di sé, senza vittimistici compiacimenti e senza risparmiarsi alcuna crudezza di linguaggio, proprio perché non le manca, come all storpio Melchiorre, lucidità raziocinante.

A un cliente la piccola prostituta del Verziere racconta, senza ma compiacersi nel linguaggio dell’oscenità subite, senza falsi pudori né speranze di riscatto, la sua disavventura d’amore per un disgraziato che le ha tolto tutto: onore, speranze, denaro, e che l'ha ridotta a vendersi.

La satira contro la nobiltà e il clero

Variamente datati, Porta scrive anche altri celebri componimenti-affreschi di eredità pariniana, che hanno per oggetto la società milanese del suo tempo. Bersagli preferiti della satira sono il clero e la nobiltà: ignorante, ruffiano, ipocrita l'uno: arrogante e in rovina l’altra; entrambi percepiti, «come un mondo in disfacimento, di sopravvissuti» (Petronio).

Dal pariniano mondo dei nobili, immorale ma fascinoso, sembra passato un secolo e non solo pochi decenni, tanta è la distanza che separa le belle dame del Giorno dalle vecchie caricature delle «damazz» portiane.

In tali forme satiriche si muovono quasi tutti i personaggi, dalla protagonista della Nomina del cappellano (che sceglie, per l'ambìto incarico, il più laido e miserabile pretendente solo perché la cagnetta preferita, attirata dal salame che quello si porta in tasca, gli si struscia addosso) alla celebre Donna Fabia Fabron de Fabrian della Preghiera che, in un raffinato pastiche linguistico, recita a Dio un'impudente orazione per mostrare la sua riconoscenza di averla fatta nascere «nel ceto / distinto della prima nobiltà, / mentre poteva a un minim cenno vostro / nascer plebea, un verme vile, un mostro».

La «cameretta»

Intanto, il ritorno degli Austriaci a Milano, nel 1814, e il clima della Restaurazione, ben diverso da quello illuminato di Maria Teresa e Giuseppe II, attivano in città il formarsi di circoli intellettuali in cui si va concretando l’opposizione liberale.

Porta, filonapoleonico ma disponibile a una collaborazione progressista con l'Austria che riporti a una sorta di autogoverno. inizia nel 1816 il sodalizio amichevole e culturale con gli amici della «cameretta»: una, poi due volte alla settimana Berchet, Torti, Bernardoni, Carlo Cattaneo, Tommaso Grossi, Ermes Visconti, il pittore Giuseppe Bossi, Luigi Rossari si riuniscono in casa Porta a discutere i temi del giorno o a leggere le proprie pagine, con spirito ben diverso dalle Accademie settecentesche. Ma proprio Grossi gli procurerà involontariamente non poche noie.

Nella primavera del 1816, un anonimo poemetto satirico antiaustriaco, la Prineide (anche nota col titolo di Vision o El sogn del Prina) diventa popolare a Milano, dapprima copiata clandestinamente, poi recitata perfino nei palchi della Scala. Porta ne viene ritenuto l'autore ed è lo scandalo. Da Vienna si chiede la punizione dello sleale funzionario.

Alle accuse che ritiene fortemente lesive della sua dignità e della sua onestà il poeta reagisce fermamente con tre sonetti dai versi come sempre spiritosi, ma indignati.

Nel gennaio 1817 Grossi confessa apertamente la paternità delle 41 sestine definite da Stendhal «la migliore satira che alcuna letteratura abbia prodotto da un secolo a questa parte»; Porta, che si era difeso ma senza mai sconfessare il contenuto polemico della Prineide col quale presumibilmente si trovava d’accordo, rafforza l’amicizia con Grossi. Tuttavia amarezza per l’ingiustizia e la volgarità delle accuse anche anonime, lo porta ad abbandonare per due anni la letteratura.

Porta e il romanticismo

Fiancheggiatore del «Conciliatore» nel 1818, Porta partecipa attivamente alla battaglia classici-romantici in una chiara e vigorosa difesa della nuova scuola che si riassume nella poesia ll Romanticismo (1818).

Interlocutrice immaginaria del discorso portiano è una «madamm Bibin» scandalizzata dalle nuove teorie romantiche; a lei l'autore si rivolge per spiegare che «el gran busillis de la poesia / el consist in de l'arte de piasè/ e st'arte la sta tutta in la magia / de moeuv, de messedà, come se voeur / tutt i passion che gh'emm sconduu in del coeur» («el gran busillis della poesia consiste nell'arte di piacere, e quest’arte sta tutta nella magia di muovere. di rimescolare, come si vuole, tutte le passioni che abbiamo nascoste nel cuore») e che l’arte soffoca se costretta entro le regole di unità aristoteliche, col risultato che «si aggrinzano i temi, si stringa l’azione, tutto diventa zuppa e pan bagnato, si stringe. si irrita l'immaginazione e il campo della natura così spazioso va tutto a finire in un guscio di noce». Particolarmente significativa è la scelta di sviluppare la polemica letteraria in dialetto, rivendicando così a questo strumento linguistico uno spazio fino ad allora riservato all'italiano attribuendogli la massima dignità letteraria.

La polemica classico-romantica è dunque per Porta una ulteriore occasione per professare esplicitamente, quasi alla fine della sua carriera e della sua vita, i principi che erano stati all'origine di tutta la sua poesia e di «tradurre in termini di poetica riflessa il credo letterario già immanente nella direzione delle sue ricerche e nei risultati raggiunti» (Isella). E la satira contro il vizio classicistico della nostra letteratura si affianca all’altra contro la nobiltà e il clero, tutti simboli della Restaurazione.

La fortuna

Il 5 gennaio 1821 muore tra il compianto degli amici della «cameretta» e le testimonianze di stima e rispetto degli intellettuali del suo tempo; l’amico Manzoni, nel darne l'annuncio a Fauriel in una lettera, acclude il discorso funebre di Grossi, aggiungendo: «il suo ammirevole talento, che si perfezionava di giorno in giorno e al quale non mancava che l'esercitarlo in una lingua colta per porre assolutamente ai primi posti chi lo possedeva, lo fa rimpiangere da tutti i concittadini: il ricordo delle sue qualità e per i suoi amici causa di un rimpianto ancora più doloroso».

Il limite del verseggiare in dialetto che qui Manzoni sottolinea dovrà rivelarsi discriminante per la valutazione di Porta nell'ambito della letteratura nazionale. La fortuna del poeta cresce infatti dalla Scapigliatura in poi, cioè dal momento in cui la nuova cultura italiana si scuote dalla soggezione a Manzoni per ammettere forme alternative e meno canoniche di espressione letteraria.

Oggi la critica è pressoché unanime nel rivalutare la sua stessa scelta linguistica come segno di profonda adesione al suoi personaggi e al tempi nuovi e nel ritenerlo, con Belli, il maggior poeta dell'Ottocento italiano dopo Leopardi.

Fonte: Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo Informatica