| Boccaccio
Scrittore italiano (Certaldo o Firenze 1313 - Certaldo, 1375). «... Una splendida luce di leggenda romanzesca illumina e deforma favolosamente le prime vicende della vita i primi passi dell'uomo non ancora coronato dalla gloria. Ma per il Boccaccio non è tanto la scarsezza dei dati a rendere incerta la ricostruzione di quel primo periodo di sua vita: quanto, al contrario, la folla di accenni e di riferimenti che egli disseminò - o meglio dissimulò - nelle sue opere giovanili. Perché se confessioni romanticamente abbandonate e travestimenti allegorici di elementi autobiografici urgono insistentemente nei suoi primi scritti [...], queste confidenze sono vaghe e misteriose spesso fino al gioco enigmatico dellanagramma. Si direbbe che quanto più pallido e disadorno fu [...] il mattino di sua vita, tanto più egli [...] Io volle avvivare [...] coi colori più fascinosi. E la critica, specialmente quella del secolo scorso seguita ancor oggi da troppi studiosi, non seppe resistere a queste suggestioni romanzesche offerte specialmente dai personaggi autobiografici del Filocolo e delI'Ameto; e tessé e narrò per il Boccaccio una delle più fiabesche e seducenti "vies romancées". [...]. Ma questa romanticissima storia ha svelato recentemente [....] una costruzione tutta letteraria, tutta ubbidiente agli schemi amorosi e culturali [...] quali li troviamo codificati [. . . ] da Ovidio e dai trattatisti pseudovidiani ad Andrea Capellano e Boncompagno da Signa, dalla poesia [...] provenzale alla nostra lirica amorosa del Duecento [...] fino a Guillaume de Machaut. [...]... Boccaccio sarebbe nato dagli amori segreti del padre mercante con una figlia di re nella lontana e favolosa Parigi, cioè nella cittadella medievale della scienza e nel più grande emporio commerciale dell'Occidente. Ma la candida fanciulla sedotta - una Giovanna da cui il bimbo avrebbe derivato il nome - sarebbe stata ben presto tradita dall'intraprendente mercante fiorentino, che le avrebbe sottratto il frutto delle sue viscere per portarlo a Firenze, dove gli avrebbe dato una matrigna crudele. Da questa atmosfera domestica, livida e minacciosa, per il povero fanciullo, egli sarebbe evaso con il trasferimento a Napoli per apprendere l'arte della mercatura. E a Napoli sarebbe avvenuto il miracoloso incontro che doveva colorare di sé tanta parte della sua opera: l'incontro con Fiammetta, con questa bellissima figlia illegittima di re Roberto di Napoli, che col suo amore avrebbe finalmente riscattato l'oscura e triste sorte del povero bastardo [. . . ]. Per lei e per il suo amore, per la sua incostanza e i suoi tradimenti, il Boccaccio avrebbe gioito e infinitamente sofferto; per lei si sarebbe fatto e narratore e poeta; lei avrebbe portato in cuore [...], fino alla morte, continuamente e quotidianamente, come la sua Beatrice, come la sua Laura» (V. Branca). Cenni biografici - 1325 c.ca-40: il soggiorno a Napoli Uscito d'infanzia, che ha trascorso nella fiorentina casa del quartiere di S. Pier Maggiore dove frattanto Boccaccio di Chellino ha sposato Margherita de' Mardoli, imparentata con i Portinari della famiglia di Beatrice, e lo ha affidato al primo maestro Mazzuoli da Strada, raggiunge Napoli, docile alla volontà paterna: vi si impratichirà di commercio e finanza sotto l'egida della Compagnia mercantile de' Bardi di cui il padre, già rappresentante a Parigi, è ora agente, e che appunto a Napoli ha un Banco, anzi costituisce di fatto il braccio finanziario della corte angioina. La passione per i classici e le letture dantesche, ispiratagli dalla matrigna e da Mazzuoli, consola la routine che l'impiego gli impone e un infelice, mortificante approccio agli studi di diritto; intanto frequenta la corte l'elegante e smaliziata società che vi fa capo, gli eruditi che le danno il lustro dell'intellettualità: tra questi Paolo da Perugia, Andalò da Negro, Barbato da Sulmona, che rivelano a lui e al figlio del suo primo maestro Zanobi da Strada l'ha raggiunto a Napoli, la sempre più luminosa ascesa della poesia petrarchesca e l'humanitas raffinata del cantore di Laura. Sede di una corte illuminata e aperta alle esperienze mondane più sottili e intelligenti anche culturalmente, Napoli è in questa età il crocevia in cui sl confrontano e si misurano cultura occidentale (classicistica e stilnovistica) e civiltà letteraria arabo-bizantina: recettivo com'è, il giovane ne trarrà elementi determinanti per il suo maturare di uomo e dartista. Napoli è anche il teatro del romanzo d'amore con Fiammetta-Maria dei Conti d'Aquino: un amore che impronta di presenza or più or meno palese, ma sempre incisiva, tanti scritti di Boccaccio (dalla Caccia di Diana all'Elegia di Madonna Fiammetta) e si fissa come riferimento ideale e spaziale in un momento inalienabile seppur travestito in diversità di forme - nella totale personalità boccaccesca. Ma la città è anche testimone dei vagabondaggi del «curioso» Boccaccio: la rua Catalana, il Malpertagio, Portanova, la Marina non han segreti per lui, che non nasconde, ricambiato, la sua arguta simpatia per il mondo femminile che colora golosamente di sé fondachi, giardini, bassi, rughe e finestrelle. Ma tutto ha un termine: deve abbandonare la «bella gente» e la «bella vita», la corte elegante e i vicoli generosi di sorprese gradevoli alla sua intraprendenza: ed è dolorosa frattura. Il padre è stato coinvolto, ormai «socio» dei Bardi, nella crisi della compagnia finanziaria e lo vuole accanto a nella nuova casa di S. Felicita di d'Arno. Echi di cruccio e testimonianza di strettezze affioreranno, in dispetto di accenti, in non pochi scritti e nelle Epistole. - 1340-62: l'incontro con Petrarca È il periodo del più fruttuoso ripiegamento sull'«io» interiore: se i domestici crucci l'inducono alla riflessione e alla rinuncia del gaio distrarsi così come lo sollecitano a battere alle porte di questa o di quella corte, dai ravvennati da Polenta a Ordelaffi di Forlì (1345-47), in traccia di un'onorevole «collocazione» capace di consentirgli franchigia di assilli e otium di sereni studi, questi sono fatto concomitanti per un consolidamento della sua coscienza d'artista, che giungerà a spiccare il frutto più alt col Decarneron proprio nel «mezzo del cammin della sua vita». Come conseguenza di un riuscito «decantamento», filtrato non solo attraverso lo scorrere banale del tempo, delle esperienze godute e sofferte tra i diciotto e i trentacinque anni. E sono anche gli anni del primo incontro personale con Petrarca, del suo «riconoscersi» in lui (entrambi convinti d'essere seiuncti licet corporibus un animo), del suo goderne per le affinità elettive, del suo ammirarlo per laltezza raggiunta in quella Poesia che per entrambi rappresenta, accanto alle lettere classiche, la più alta valenza spirituale consentita all'uomo, nato di donna; si incontrano per la prima volta nel '50 (a Firenze), l'anno successivo (quando Boccaccio lo raggiunge a Padova per il lusinghiero incarico di offrirgli a nome del Comune una cattedra nello Studio fiorentino), nel '59 a Milano, nel '63 a Venezia: e si intreccia tra loro una corrispondenza d'amorosi sensi, pro motrice affettuosa, per Boccaccio, di nuove conquiste spirituali e culturali. Durante la paurosa «pistolenza» del '48 Boccaccio risulta far parte degli Otto dell'Abbondanza, collegio che ha cura del reperimento di quanto è di prima necessità per malati e superstiti; nel '49 gli muore il padre, angosciato ancora, lui «famigliare e fedele», «consigliere e ciambellano» di re Roberto, per la propria caduta finanziaria e sociale; nel quinquennio successivo lo scrittore attende, nella quiete della sua campagna certaldese, alla forma definitiva del Decameron, pur tra un impegno pubblico e laltro: tra i più graditi quello della consegna a Ravenna nelle mani di suor Beatrice, la figliola di Dante, dei dieci fiorini aurei assegnati dal Comune in risarcimento ai disagi sofferti dagli Alighieri tanti anni addietro. Camerlengo e ambaxiator sollemnis in Tirolo presso Lodovico di Baviera per indurlo all'alleanza contro i Visconti nel '51, ambasciatore ad Avignone presso Innocenzo VI nel '54, nel '55 si ferma a Napoli per un breve soggiorno (che rinnova nel '62); esce indenne - a differenza di alcuni suoi intimi - dalla crisi fiorentina del '60: grazie anche alla sua diffidenza per l'inquieta e instabile linea politica del Comune e, forse, ai consigli del Petrarca. Questo ventennio ha visto la prima redazione o l'elaborazione definitiva di molti scritti: dalla Genealogia al Trattatello. - 1362-75: gli anni della maturità Questi ultimi anni segnano a un tempo la compiuta conquista della più alta e consapevole spiritualità di Boccaccio e il riconoscimento più ampio della sua statura di maestro in hamanae litterae: Petrarca ne è in un senso e nell'altro il promotore, e ciò è quanto s'avverte negli scritti che vien rielaborando Boccaccio, nelle opere che medita, in ansia di progetti, dal De mulieribus claris a quella più ampia e organica vita di Dante che non giunse a scrivere. In questa più accesa e meditata spiritualità certo ha pure la sua parte un'adesione non più soltanto formale al credo religioso, confortato dalla pacata serenità con cui Petrarca sa persuaderlo della liceità, alla luce della charitas di Cristo, di conciliare profanità di studia e professione di credente: in armonica fusione di tutti i valori dello spirito (laddove l'improvvido monaco Ciani, per i suoi malaugurati interventi di «mementomo», per poco non induceva all'estrema disperazione un anziano e per pochissimo non privava il Decameron di una meritata diffusione, quale poi ebbe, tra gli uomini). La casa di Boccaccio si apre ai preumanisti, ai Villani, ai Marsili, ai Salutati, a quanti avvertono l'aurorale indizio di una stagione nuova che avanza e rinnova: siano essi pellegrini dalla Padania come vecchi «fedeli» del gaio tempo napoletano. L'anziano li accoglie felice, discute, ammaestra sempre da compagno, spesso da discepolo; è orgoglioso del «suo» greco che a poco a poco ha saputo dominare anche a prezzo della non facile convivenza con l'irascibile Leonzio Pilato: quel monaco calabrese che aveva accolto tra le sue pareti con la speranza, ora realizzata, di avvicinare senza diaframmi Omero e Platone. E si può dir fin questo, che Boccaccio sopravanzò il venerato Petrarca, il suo pater et magister, per quel suo intuire, a differenza di lui, che tutt'una è la civiltà delle lettere greche e delle latine, e che il recupero della civiltà classica non deve mettere in ombra la poesia romanza e il culto per Dante. E proprio a Dante dedicò le sue ultime energie con le pubbliche «letture» in S. Stefano di Badìa, presto interrotte per la precaria salute. Ritornato in Certaldo, percosso nel profondo dalla scomparsa del «suo» Petrarca - che gli aveva legato in affettuosa eredità la sua calda sopravveste di vaio perché lo riscaldasse nelle notti di studio - si spense il 21 dicembre 1375; e come a Sacchetti, parve a molti che con la sua vita fosse spenta la Poesia stessa. Cronologia delle sue opere Caccia di Diana: anteriore al 1334. Forse il primo scritto del periodo napoletano; poema in diciotto canti. Le terzine hanno per tema di fondo il contrasto tra Diana e Venere: le fedeli della prima defezionano dalla dea della caccia e le preferiscono Venere, dalla quale potranno ottenere la felicità amorosa. Vi compare, durante la rassegna delle belle cacciatrici, «la bella donna di cui si tace il nome»: l'amata del poeta. L'attribuzione di questo scritto giovanile fu a lungo discussa e contestata: si deve a Branca la risoluzione, definitiva, per la paternità boccaccesca. Filostrato: 1334-35 c.ca. Poemetto in ottave in nove parti. Il titolo, debitore di un approssimativo greci-latinismo, intenderebbe significare «il prostrato d'amore». Nella scia dei poemi omerici, e nove parti risentono molto delle letture ovidiane del giovane Boccaccio, soprattutto delI'Ovidio erotico: e vi si avverte la presenza vivace di «un'altra e più umile tradizione», quella dei cantari del primo Trecento. Naturale, destinato a ritrovarsi nelle Rime e nel Decameron e ad affinarsi artisticamente, è un «ritratto» femminile: Criseida, simbolo della sentimentale labilità femminile; così come in Troiolo si fissa quel carattere di amante dolente e appassionato che si incontra più compiutamente delineato nelle novelle di Nastagio e di Federigo degli Alberighi. Filocolo: 1336... (iniziato). Romanzo in sette libri, in una prosa «numerosa, sollevata e mormorante in un gioioso e voluttuoso respiro lirico» (Mattalìa). Anche in questo caso il titolo comprova sia la mania ellenizzante di Boccaccio sia la rudimentalità delle sue nozioni etimologiche (più pertinente infatti ai suoi fini sarebbe stato il termine Filopono, che effettivamente appare in una edizione del '500, se voleva riferirsi alle fatiche che l'amore impone). Boccaccio raccoglie l'invito di Fiammetta - che così compare nell'Introduzione - a riscrivere la bella vicenda finora deturpata dai «fabulosi parlari degli ignoranti». La narrazione degli amori di Florio e di Biancifiore, già presente in un cantare popolaresco, risale a elementi di materiale narrativo di origine bizantina che ebbe larga e lunga vitalità in molte versioni (in Spagna e in Scandinavia, in Inghilterra e in Germania). Teseida: 1339-41 c.ca. Poema in ottave; nei dodici canti propri della stesura virgiliana dell'Eneide, accompagnati dalle chiose che Boccaccio vi appose a chiarimento, è evidente l'intento di cimentarsi nell'epica, per aspirare a una «alta retorica»; oltre all'ispirazione virgiliana, connotano il poema richiami alla Tebaide di Papinio Stazio e al Roman de Thèbes, nonché - per esplicita dichiarazione dell'autore - la nozione mediata di una fonte bizantina: «istoria antica.., non è stata di greco traslatata in latino» (I, 2 e ch.). Comedia delle Ninfe: 1341-42. Altrimenti nolo come Ameto, o Ninfale d'Ameto. Romanzo composito, quasi «un piccolo Decameron» secondo i critici cinquecenteschi, nel quale sono intercalati brani in terzine; dedicato all'amico Niccolò di Bartolo del Buono: «E tu, o solo amico, e di vera amistà veracissimo essemplo, o Niccolò.... prendi questa rosa, tra le spine della mia avversità nata, la quale a forza fuori de' rigidi pruni tirò la fiorentina bellezza me ne l'infimo stante delle tristizie» (L 3). Apre la serie delle opere che segnano la definitiva conclusione dell'esperienza napoletana: quest'opera «affronta risolutamente - seppure con intonazione e sviluppi nuovi e singolari - il grande tema della tradizione letteraria toscana, cioè quella di Amore nobilitante e trasfigurante; e immette energicamente nella trama paesaggi, vicende, personaggi della vita fiorentina contemporanea. Oltre l'accettazione - che ha il carattere di un tributo - di una tradizione letteraria fino allora ignorata, oltre l'omaggio alla favola etiologica su Firenze [...], il Boccaccio presentando volti e casi di attualità, accentua il carattere militante delle sue opere. Anzi, per la prima volta la dedica [...] non è rivolta alla mitica Fiammetta [...] o ad altre donne altrettanto vaghe o letterarie ("la bella donna il cui nome si tace" della Caccia o la Filomena del Filostrato)» (Branca). Nella struttura e nella finalità ricalca il De consolatione philosophiae di Boezio, con echi da Marziano Capella: vi è del resto, pure evidente, l'inevitabile influenza della dantesca Vita nova. Sarà opportuno notare come alcune delle protagoniste dei racconti possono certamente riconoscersi con donne e madonne della florida borghesia dell'epoca; e come d'altro canto si attenui la rude immediatezza dell'autobiografismo tipico del periodo napoletano, non ancora filtrato dalla sapiente maturazione artistica che si vien qui rivelando. Amorosa visione: 1342-43 (la redazione successiva fu presumibilmente condotta nel quinquennio '55-60). Poema in cinquanta canti, oltre che nella raffinata tecnica d'impiego della terzina riecheggia per gli altri aspetti la Divina Cornmedia. «Per la prima volta», nota Branca, «avvertiamo [...] un tentativo di ordinamento sistematico della erudizione affannosamente accumulata negli anni napoletani: ordinamento storico, morale, provvidenziale attraverso la serie dei cinque trionfi, e ordinamento letterario e culturale attraverso le rapide caratterizzazioni dei personaggi disposti in prospettive ideali. La stessa estrema stilizzazione allegorica della bella fiaba di Fiammetta e la cristallizzazione della sua figura negli acrostici iniziali rappresentano la vittoria dell'ordine retorico [...], la riduzione cioè del mito ai moduli della lirica e della trattatistica amorosa, che proprio accanto alla moda degli acrostici, dominavano allora in Toscana. Ogni eccesso di biografismo è composto nell'universale moralità della leggenda di ognuno: il poeta contempla così, oggettivate [...], le passioni che avevano tumultuato nelle opere napoletane». L'intento allegorico-didattico è ancora più scoperto che nella Comedia delle Ninfe: nel fittizio espediente di un sogno passano dinanzi agli occhi di Boccaccio i trionfi della Sapienza, della Gloria, della Ricchezza, dellAmore, della Fortuna; attraverso questa esperienza catartica l'innamorato sarà degno dell'amore celeste di Fiammetta; nello sfondo si muovono i personaggi più cospicui del mito, della storia antica, dell'età presente e fiorentina: ché all'insegna del Marzocco campeggiano anche, acutamente e vivamente delineati nella loro concreta umanità, Giotto e Dante. Elegia di Madonna Fiammetta: 1343-44 c.ca, romanzo. La prosa dei nove capitoli in cui è diviso supera i limiti «mitici» del Filocolo come quelli frequentemente «crittografici» della Comedia delle Ninfe e della Amorosa visione, come pure le cristallizzazioni didattico-allegoriche dei precedenti filoni narrativi. Ed è anche la rivalsa del maschio (Panfilo = Boccaccio) che, nella finzione, tradisce e non, come nella realtà avvenne, è tradito dalla femmina (Fiammetta = Maria d'Aquino). I personaggi sono colti nella loro consistenza borghese, senza i consueti travestimenti idealistici. La critica vi ha notato un abbozzo di quegli elementi basici nel romanzo psicologico e realistico dell'Otto-Novecento . Ninfale fiesolano: 1344-46 (la collocazione temporale, presuntiva, è molto incerta), poemetto in 473 ottave. Si può definire come «favola» etiologica, che svolge il mito delle origini di Firenze e di Fiesole sulla trama di una prevalente storia d'amore: tema idillico e pastorale con echi, ancora, ovidiani e staziani (Achilleide), ma aperta anche a suggestioni non esclusivamente erotiche: come all'amore materno e agli affetti familiari. La narrazione è agilmente vivace: in varietà di toni descrive le fresche immagini della visione georgica; al Ninfale guarderanno con simpatia e indubbio profitto Poliziano, Pulci, Lorenzo il Magnifico. Decameron: 1348-53. Queste cento novelle con il loro proemio e la conclusione sono «l'opera che corona splendidamente le sue esperienze giovanili, e conclude i suoi saggi narrativi e romanzeschi in una grandiosa summa della novellistica medievale» (Branca). Buccolicum Carmen: 1349-67 (dalla prima redazione del Faunus alI'ultima dell'Aggelos). Silloge di sedici ecloghe in lingua latina (altrimenti «bucoliche»), di impronta virgiliana e ispirate dagli omologhi danteschi e petrarcheschi; il proposito è di introdurre nella vivacità dialogica intrinseca al genere personaggi del proprio tempo opportunamente «travestiti» (peraltro una chiave per il riconoscimento è data da Boccaccio stesso nell'epistola a fra' Martino da Signa ep. XXIII); ma non mancano delicati e patetici accenni ad affetti familiari e a domestici dolori: come il ricordo della figliola morta in acerba età. Dell' Olympia un poeta del nostro tempot Quasimodo, ha tradotto con fedele felicità di resa la zona più liricamente commossa. Genealogia deorum gentilium: 1350-60 e sgg. (rielaborazione e labor limae impegnarono Boccaccio fino alla morte). Trattato in lingua latina; i quindici libri sono dedicati al re di Cipro e Gerusalemme, Ugo da Lusignano. L'autore applica all'interpretazione critica dell'ampia materia - paternità e discendenza delle divinità «gentili» (= pagane) - i criteri correnti ai suoi tempi e propri della esegesi biblica: i testi classici vengono da lui interpretati, raffrontati, discussi alla luce della cultura contemporanea. E interessante notare come in più casi Boccaccio privilegi l'interpretazione «evemeristica», per la quale dèi e semidei tali son divenuti da comuni mortali che erano dopo che leggenda popolare, o cosciente e interessata finalità, ne aveva enfatizzato attraverso il gigantismo le imprese di per sé già notevoli. Gli ultimi due libri sono un'appassionata difesa della Poesia: che è per Boccaccio, ancora una volta, la Verità celata sotto il velo della «bella immagine». Trattatello in laude di Dante: 1351 -54; 1360 c.ca (tre redazioni: impegnarono l'autore per un decennio). La biografia dell'Alighieri avvia un nuovo genere letterario che troverà attraverso Villani e Vasari grande fortuna nell'età dell'Umanesimo e del Rinascimento, ma anche la discussione, fervidissima tra gli umanisti, del perché Dante abbia privilegiato per la Commedia il volgare e non il latino, confermando la già nota giustificazione dantesca del Convivium (inaridimento degli studi liberali; la lingua dei padri ormai patrimonio culturale di pochi eletti; volontà di «edificare» anche chi non la conosce): Dante del resto si era proposto di scrivere effettivamente il suo poema «in stile atto a' moderni sensi». «L'elogio non cade nel panegirico», scrive Grabher, «e nella esercitazione retorica; l'amore e la reverenza dettano, più che una vera e propria biografia, un vivo e commosso ritratto spirituale di Dante, che appare sì idealizzato, ma in sobrietà di linee e secondo una felice intuizione di certi suoi fondamentali caratteri: la concentrazione, la solitudine, la pensosità, la disdegnosa alterezza, la spirituale aristocrazia, che si manifesta pur nei costumi, il fervente amore per gli studi e quel suo astrarsi in alti pensieri che Boccaccio, con bellissima immagine, chiama contemplazioni [...]. Un candido e commovente candore è in tutto il trattatello, dove attraverso il ritratto di Dante ne affiora uno nascosto, indiretto e vivissimo, di Boccaccio: nella sua calda umanità, oltre che in certi atteggiamenti del suo pensiero o della sua personalità di artista e di letterato». De casibus virorum illustrium: 1355-60; 1373-74 (la prima redazione fu successivamente rielaborata e ampliata). Nove «libri» in lingua latina inquadrano le vicende di personaggi leggendari, antichi, contemporanei: da Adamo al duca d'Atene e al re Carlo IV. Essi entrano, nella finzione epico-drammatica, nella stanza raccolta e silenziosa del meditativo Boccaccio per «narrarsi» con tristezza paradigmatica, che sottolinea la caducità e la vanità delle glorie terrene attraverso l'esperienza delle loro vicende. L'opera è dedicata a Mainardo Cavalcanti. De montibus, silvis, fontibus, lacubus, stagnis vel paludibus et de nominibus maris Liber: 1355-57; 1374 (riveduto e ampliato). Orografia, vegetazione, idrografia e relativa nomenclatura sono oggetto del trattato, considerabile come un complemento didascalico della Genealogia e, anche, come un sussidio per l'interpretazione degli argomenti specifici degli antichi testi in genere; dimostra un'attenta, non cursoria lettura dell'opera di Plinio il Vecchio. Boccaccio definì questo saggio di dizionario geografico, il primo del suo tempo, «giocosa fatica». Sono ovviamente tra le più vivaci le pagine dedicate a località note e molto care all'autore, come la terra campana e la campagna toscana. De mulieribus claris: 1361... (la rielaborazione e le successive redazioni impegnarono Boccaccio fino alla morte). Le centosei biografie tracciate in lingua latina - ma presto tradotte in volgare da Albanzani, il che è indice di più ampio se non «allo» gradimento - vogliono essere in certo modo il parallelo del De viris illustribus dell'amico Petrarca; Eva apre la serie che la regina Giovanna conclude, in una gamma che abbraccia fasti e nefasti, miserie e nobiltà dell'eterno femminino e anche, più asetticamente, delle donne più genericamente note. Affine, come è naturale nelle zone che consentono più ampio campo alla fantasia - quando la tradizione è più avara di riferimenti precisi e univoci - è questo «novellare» al «novellare» del Decameron: soprattutto perché lo spirito dell'artista non è mortificato nella capacità creativa e ricreativa dalla vincolante concordanza delle fonti più note. Corbaccio: 1365 (o comunque posteriore al '55). Nota anche, dal sottotitolo, come Laberinto d'Amore, questa prosa è stato definita un «singolare pamphlet misogino»; ma è misoginia non astratta né programmatica anche se per un aspetto può ricondursi a una tradizione antifemminista che ha grande fortuna nel Medioevo (si pensi al Romanzo della Rosa, ai favolelli, a certa tematica della poesia dei goliardi) e si può far risalire a uno scritto di san Girolamo (Ad Jovinianum), quindi al IV secolo d.C. Rende vivace questo Corbaccio l'esperienza vissuta dall'autore sulla propria pelle e rivissuta nella fictio artistica non però del tutto decantata del sofferto e acre umore dell'occasione che ha ispirato l'operetta. Il titolo può ricondursi sia alla voce spagnola El Corbacho, Lo staffile, sia al corvo, come uccello del malaugurio, come al verbo (s)corbacchiare (= (s) beffeggiare). Esposizioni sopra la Divina Commedia: 13 72-74. I ventiquattro quaderni e i quattordici quadernucci in carta bambagina rappresentano la propedeutica coscienziosa e necessaria del commentatore del Poema, chiamato per pubblica investitura a legger Dante nella chiesa di Santo Stefano di Badìa dal 23 ottobre del ' 73 al settembre dell'anno successivo (che è anche l'anno della scomparsa del Petrarca); ma è anche - e soprattutto - un'ampia silloge di elementi utili per un'opera che l'anziano Boccaccio si prefiggeva di comporre in onore di chi ben poteva condividere per lui con Petrarca l'appellativo di pater et praeceptor come di prima fax et prima lux, in omaggio di quel Grande che aveva sempre riconosciuto Maestro tam in fuga vitiorzzm quam in acquisitione virtutum. Le Esposizioni si interrompono bruscamente all'inizio del diciassettesimo canto dell'lnferno. Si raccolgono qui, a conclusione solo apparente di questo prospetto, alcune notizie relative alle Rime e alle Epistole; perché queste ultime non furono mai ordinate da Boccaccio in un organico corpas (ne tentò, forse, un abbozzo e solo per le più antiche) a differenza di quel che aveva fatto Petrarca; quanto alle Rime, esse accompagnano, si può dire, tutta la vita dello scrittore, e in ogni caso - salvo quelle poche che sono almeno approssimativamente databili per l'argomento trattato - non offrono elementi probanti per una collocazione temporale non di fantasia. Epistole. Non raggiungono la trentina: venticinque in latino, tre in volgare; appunto perché non rielaborate per la pubblicazione, come avveniva per antico costume, or più or meno fin dalle epoche di Cicerone e Plinio il Giovane, offrono elementi che consentono di apprezzare al giusto valore calore di sensibilità e cultura non mediata - fattasi succo e sangue spontaneamente - di Boccaccio; queste lettere toccano argomenti letterari, politici, morali, e le più notevoli, sotto l'aspetto etico, sono quelle indirizzate a Petrarca. Rime. Alla critica contemporanea ne sono giunte, con quelle di non sicura attribuzione, quasi duecento: e come le Epistole, neppur esse furono riordinate e raccolte dall'autore, che probabilmente le considerò, più che opera di impegno d'arte, liberazione delI'ego, sfogo esistenziale. In effetti ha ragione la critica più autorevole a considerarle ai margini delle opere giovanili: almeno quelle più legate al periodo napoletano, di cui rappresenterebbero la «raffinata cornice» decorativa. Per quelle dell'età matura si può affermare col Sapegno che sono «documento dell'ampliarsi e arricchirsi della sua mente e del vario formarsi e organizzarsi della sua cultura» e definirle con Branca «itinerario ad una conquista di tecnica e di linguaggio [...] testimonianza dell'itinerario spirituale [...] da una visione [...] mondana della vita a una coscienza intima e pensosa dei valori umani commisurati a quelli universali ed eterni». Il capolavoro L'lncipit, premesso al Proemio, suona esattamente nella sua completezza: Comincia il libro chiamato Decameron, cognominato Prencipe Galeotto, nel quale si contengono cento novelle, in dieci dì dette da sette donne e da tre giovani uomini. È, decameron, locuzione greca in genitivo plurale, vale di dieci giornate, sottintende un sostantivo in caso diretto, per esempio opera o. meglio nel nostro caso, narrazione; quindi: Narrazione di/in dieci giornate; è evidentemente esemplato su Exameron (= di sei giorni), titolo pertinente a molti trattati del Medioevo sulla Creazione (il mondo fu infatti opera di sei giorni: il settimo il Creatore si riposò). Quanto a Prencipe Galeotto: è allusione a quell'amico di Lancillotto del Lago - dell'omonimo romanzo che ebbe larghissima fortuna nella mondana società del tempo - che si prestò a conciliargli disinteressatamente l'amore della regina Ginevra, e si comportò quindi da confidente sentimentale, testimone, consigliere, confortatore in un momento difficile per l'amico (del resto Boccaccio dichiara esplicitamente che con l'opera sua intende alleviare le pene e gli affanni - appannaggio di ogni amore - di chi ama). Le sette donne - di fatto esistenti - sono per discrezione galante ribattezzate Pampinea, Filomena, Neifile, Fiammetta, Elissa, Lauretta, Emilia (allusivamente e rispettivamente: la rigogliosa, l'amante del canto, l'amorosa giovinetta, l'amorosa fiamma, la tradita, la timida come Dafne, la lusinghiera); i tre giovani, Panfilo, Filostrato, Dioneo (cioè il tutto amore, il prostrato d'amore, l'allegro seguace di Venere: e parrebbe lecito specchiarvi tre aspetti della vita sentimentale di Boccaccio, amante felice, amante sconfitto, amante spregiudicato). La cornice: consente l'inquadramento delle novelle in una desiderata unità organica che si giustapponga a compenso alla molteplice varietà tematica delle stesse; è espediente ricorrente in non poche sillogi narrative di origine orientale, che in Occidente riaffiora, tra l'altro, in Il Libro dei Sette Savi e ricorrerà frequentemente nella novellistica italiana posteriore a Boccaccio. Nel Decameron «ha indubbie ragioni d'arte, [...], e ragioni morali, in quanto giustifica l'andatura spregiudicata di certi racconti, collocandoli in una atmosfera d'eccezione; e ragioni decorative, come quella che racchiude in un vasto e sobrio affresco le singole storie e ne accresce il rilievo: ha poi soprattutto», sostiene Sapegno, «il compito di esprimere, incarnandoli nelle figure dei narratori, l'atteggiamento insieme distaccato e cordiale dello scrittore dinanzi alla materia viva della sua arte, il suo giudizio morale equanime e benevolo ma pur superiore, e talora persino le sue riflessioni autocritiche. [ . . . ]. Così la cornice è veramente cornice, in quanto racchiude e dà rilievo con la sua grazia tenue ed evanescente all'umanità delle singole novelle, ma in quanto crea l'atmosfera di alta e commossa e pur distaccata umanità che a tutto il libro presiede, essa è più propriamente architettura» . La pestilenza, il ritrovo, la partenza, il soggiorno: «Che più si può dire [...], se non che tanta e tal fu la crudeltà del cielo [...] che infra 'I marzo e il prossimo luglio vegnente, tra per la forza della pestifera infermità e per l'essere molti infermi mal serviti o abbandonati ne' lor bisogni per la paura ch'aveano i sani, oltre a cento milia creature umane si crede per certo dentro alle mura della città di Firenze essere stati di vita tolti... [...]. Dico che.... stando in questi termini la nostra città, d'abitatori quasi vota, addivenne [...] che nella venerabile chiesa di Santa Maria Novella, un martedì mattina, non essendovi quasi alcuna altra persona, uditi gli divini uffizi in abito lugubre, quale a sì fatta stagione [= circostanza] si richiedea, si ritrovarono sette giovani donne, [...] delle quali niuna il venti e ottesimo anno passato avea, nè era minor di diciotto, savia ciascuna e di sangue nobile e bella di forma e ornata di costumi e di leggiadria onesta. [...] ...ed ecco entrar nella chiesa tre giovani, [...], assai piacevole e costumato ciascuno; e andavano cercando per loro somma consolazione, in tanta turbazione di cose, di veder le lor donne, le quali, per ventura, tutte e tre erano tra le predette sette [...]». La peste si è abbattuta sull'Europa, non ha risparmiato l'Italia, nel 1348 sta funestando Firenze; la «congiuntura» eccezionale che i superstiti vivono, se ha alterato i valori del vivere civile e sconvolto le menti degli uomini, d'altro canto affranca i cittadini, in certo modo, dalle solite norme di vita, dalle «regole del gioco», dai rispetti umani; è così possibile che abbandonati gli scrupoli «poi ché là dov'io onestamente viva, né mi rimorda d'alcuna cosa la coscienza, pensi chi vuole in contrario», all'alba dell'indomani mattina, mercoledì «fatta ogni cosa opportuna apparecchiare» - per fuggir contagio e «tristizie» la comitiva lasci Firenze e raggiunga (dalle parti di Fiesole) la villa sorgente sul colmo «di una piccola montagnetta», tutta verde «di vari albuscelli e piante», che con altri due luoghi, il «bellissimo e ricco palagio» dal meraviglioso giardino, prossimo alla villa dei primi due giorni, e la «valletta delle donne» (vi trascorreranno la settima giornata), accoglierà le gaie conversazioni, le piacevoli tavolate, le eleganti «carole». Il soggiorno durerà quattordici giorni: ma le giornate del «novellare» saranno tuttavia dieci, perché si dovrà sospenderne la piacevolezza il venerdì e il sabato per rispetto della religione. Si conviene che a turno ciascuno eserciti la funzione di «principale» e disponga il ritmo dell'esistenza quotidiana della piccola comunità: Pampinea sarà la regina della «prima giornata», come ognuno dei successivi designati suggerirà il tema delle novelle da narrare nella giornata stessa; i giovani così si ritrovano all'ora «nona», col sole alto nel cielo e la calura che tedia i viventi «né altro s'ode che le cicale su per gli ulivi», all'ombra degli alberi che la brezza trascorre. È inteso che «dilicate vivande» e «finissimi vini» allieteranno i pasti né mancheranno gli strumenti di invito, «con lieto passo, a carolar»: la viola di Fiammetta e il liuto di Dioneo. Le «giornate» si concludono sempre con una «canzonetta» (o ballata) intonata dal novelliere di turno. L'ultimo reggitore, quello della «decima giornata», lo stesso Panfilo che aveva aperto il «novellare» della «prima giornata», propone il ritorno a Firenze: se ne discute a lungo, si decide; s'intrecciano le consuete «carole» e come sempre la gaia brigata accompagna nel canto la ballata intonata da Fiammetta, «S'amor venisse senza gelosia, io non so donna nata lieta com'io sarei...». Dopo di che «tutti s'andarono a riposare. E come il nuovo giorno apparve [= mercoledì] [...], dietro la guida del discreto re verso Firenze si ritornarono. E i tre giovani lasciate le sette donne in Santa Maria Novella, donde con loro partiti s'erano, da esse accomiatatisi, a loro altri piaceri attesero; ed esse, quando tempo lor parve, se ne tornarono alle loro case». I «temi» delle «dieci giornate»: I: libero; II: «chi da diverse cose infestato, sia, oltre la sua speranza, riuscito a lieto fine»; III: «di chi alcuna cosa molto da lui desiderata con industria acquistasse, o la perduta ricoverasse»; IV: «di coloro i cui amori ebbero infelice fine»; V: «di ciò che ad alcun amante, dopo alcuni fieri e sventurati accidenti, felicemente avvenisse»; VI: «di chi con alcuno motto leggiadro tentato, si riscotesse, o con pronta risposta o avvedimento fuggì perdita o pericolo o scorno»; VII: «delle beffe, per le quali per amore o per salvamento di loro, le donne hanno già fatto a' suoi mariti»; VIII: «di quelle beffe che tutto il giorno o donna a uomo o uomo a donna, o l'uno uomo a l'altro, si fanno» IX: libero; X: «di chi liberalmente o vero magnificamente alcuna cosa operasse». Citiamo qui, per ogni tema, i personaggi più vivaci, e figure più note di questo autentico caleidoscopio della vita umana osservata con spregiudicato realismo e all'insegna dell'«intelligenza»: Ser Cepparello, Bergamino, Alberto da Bologna; Martellino, Andreuccio da Perugia, Madonna Beritola; Masetto, Ferondo, Alibech; frate Alberto, Isabetta, Guglielmo Rossiglione; Ricciardo Manardi, Nastagio degli Onesti, Federigo degli Alberighi; Cisti fornaio, Chichibio cuoco, Madonna Filippa, frate Cipolla; Peronella, frate Rinaldo, Tofano; il prete da Varlungo, Calandrino, Bruno, Buffalmacco; mastro Simone, Cecco di messer Fortarrigo, Biondello, Ciacco; Ghino di Tacco, Madonna Dianora, il Saladino. «Nessun altro libro come questo ci offre, alle soglie della civiltà moderna, una così ampia documentazione di fatti, di figure, e di costumi; un quadro così pittoresco e variato, così mobile e profondo della società e della storia di un'epoca. Ma poiché questa disposizione realistica e questo rigore di documentazione si schiudono al vertice di una tormentata esperienza personale, essi comportano ad ogni momento una intensa partecipazione umana e si risolvono, senza residui, in poesia. Così ricca ed intensa era stata nell'autore del Decameron la ricreazione poetica di una civiltà, la quale contiene in germe tutto lo sviluppo della storia moderna, che l'Europa intera poté lungamente riconoscersi in essa e muoversi a suo agio in quell'orizzonte di idee e di sentimenti, e ricavarne infiniti spunti per nuove creazioni fantastiche, determinando la fortuna, che dura in interrotta da secoli, del libro più vivo della nostra letteratura» (N. Sapegno). Le fonti Il «problema» a esse relativo fu posto come fondamentale e determinante, quasi che potesse spiegare di per se stesso, se risolto, le «ragioni» dell'opera d'arte - fosse il Decameron o qualsiasi altra - dalla critica postdesanetisiana del tardo Ottocento, ispirata al positivismo (e quindi feticista del «documento»), in sottintesa polemica con gli epigoni desanetisiani autodefinitasi «storica». E indubbiamente un problema, ma non «il problema»: soprattutto dopo l'esperienza crociana, che ne ha ridimensionato l'importanza o quanto meno l'incidenza delle fonti - risolte o non risolte che siano nell'opera darte - sull'economia estetica della stessa. Senza entrare nei particolari si possono tuttavia rintracciare almeno alcuni filoni culturali: da collocare accanto al libero gioco della fantasia dell'autore (che privilegia i tre motori della vita degli uomini: Intelligenza, Fortuna, Amore), ai fatti della cronaca quotidiana a lui contemporanea, ai ricordi di vita napoletana, ai pettegolezzi e alle storielle con cui lo intrattengono gli amici (elementi tutti che incentivano singolarmente la «materia» del narrare): la Bibbia; Apuleio di Madaura; Pseudo-Egesippo; Paolo Diacono; novellistica d'Oriente, romanzi bizantini, fabliaux». Fonte: Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo Informatica |