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Il libro nero del comunismo
Usciva nel 1997, ad opera di un nutrito gruppo di storici guidati dal francese Stephan Courtois, un libro destinato a segnare un avvenimento fondamentale nella ricerca storica e nell'informazione sul comunismo come fenomeno storico dalle ben precise radici ideologiche: Il libro nero del comunismo. Nessun cittadino dovrebbe ignorare questa fondamentale presenza bibliografica, a memento perpetuo della più grande tragedia della storia, del più abbietto crimine che sia mai stato compiuto contro l'umanità. E non solo per il conto dei morti, tale da far impallidire perfino l'insensata mattanza nazista: oltre 100 milioni di vite distrutte; ma anche per il movente di questo intollerabile crimine planetario: l'affermazione di un'ideologia che nega l'uomo come persona e lo riduce al rango di mezzo per la produzione di beni o, al più, al livello di «uomo sociale», cioè quella forma di persona dimezzata che si riconosce non come individuo ma come componente di un collettivo. L'identità personale, nella filosofia marxista, è subordinata a quella sociale, così come il livello spirituale e culturale della vita è del tutto subordinato a quello economico, dei rapporti produttivi. In base a un simile cieco meccanicismo la storia, per i comunisti, si sviluppa necessariamente lungo un cammino prestabilito: il destino dell'inevitabile paradiso finale (approdo fatalista di una religione senza dio, priva di ogni spessore spirituale), che è la società comunista senza Stato, senza proprietà privata e senza conflitti, non è una conquista ma una prigione. Niente Stato, niente proprietà privata, niente conflitti solo perché i cervelli (dei sopravvissuti alle persecuzioni e alle stragi) saranno perfettamente omologati e resi incapaci di pensieri originali, di dissidenza: l'avvento del comunismo è la tomba della libertà. Approfondendo con analisi storiche puntuali, con il ricorso a documenti scottanti e spesso raccapriccianti, gli autori del Libro Nero guidano il lettore in un sorta di «viaggio allucinante» nella storia del comunismo: e così veniamo fatti spettatori della realizzazione pratica di un pensiero criminale. L'inferno è sceso sulla terra: dovunque il comunismo si sia affermato come struttura politica e di potere ha portato morte e paura, miseria e sopraffazione. La ricetta di un'ideologia antiumana non poteva non realizzarsi come crimine di fatto. Il più assurdo, il più atroce che l'uomo potesse compiere a danno dei suoi simili. Per questo motivo il Libro Nero dovrebbe figurare nelle biblioteche degli italiani accanto alla Bibbia: utile, anche se scioccante, sarebbe il confronto impietoso fra un messaggio d'amore e una strategia dell'odio realizzata attraverso la più delirante delle malvagità.
Gianni Baget Bozzo L'intreccio. Cattolici e comunisti 1945 - 2004recensione di Fabrizio Gualco - 27 novembre 2004
L'ideologia è una forma mentis che si fonda sulla parzialità e si sviluppa sul piano dell'immanenza. La fede cristiana - il cristianesimo non è un'ideologia - si fonda su di una istanza universale dove è la trascendenza a dar senso all'immanenza. Le intenzioni etiche che dirigono le scelte pratiche non sono disgiunte, ma al contrario fondate, da una vocazione spirituale vissuta non tanto come "liberazione", quanto come libertà. In questo senso, cristiano può essere detto lo stile di vita che prende forma visibile sulla sostanza di ciò che è invisibile: un modo di fare che rispecchia un modo di essere. Noi che viviamo l'inizio del Terzo millennio, questo XXI Secolo in cui è sancita la fine del razionalismo moderno e l'inizio, attraverso il fatto del terrorismo neototalitario, di nuovi problemi teologici e politici, siamo nella posizione migliore per vedere quanto (e come) cattolicesimo e comunismo si siano nel tempo vicendevolmente intrecciati, dando luogo ad interazioni e contaminazioni. Il mondo cattolico ha posto a quello comunista un problema di ordine spirituale e concreto al contempo: quello del suo legame con la religione. Il mondo comunista, a sua volta, ha posto a quello cattolico domande che interessano principalmente la pratica politica, relativa ai rapporti cristiani con le istituzioni e la loro trasformazione. In tal senso, nelle pagine de L'intreccio. Cattolici e comunisti 1945-2004 (Milano, Mondadori 2004), Gianni Baget Bozzo espone la storia del rapporto fra cattolicesimo e comunismo attraverso una prospettiva che unisce la sintesi all'analisi, il particolare all'universale, l'ideale al reale. Don Gianni mostra che il legame fra cattolicesimo e comunismo non possiede solamente tratti politici, ma anche valenze metapolitiche e culturali. Il cattolicesimo ha influito sul comunismo ed il comunismo ha fatto altrettanto nei confronti del cattolicesimo. La liason tra cristianesimo e comunismo rappresenta, insomma, una questione al contempo complessa, delicata ed affascinante: una relazione coltivata in diversi modi, condotta su più livelli, sviluppata in diversi gradi di intensità, essa si compone di radici invisibili che si infiggono nel passato e di frutti che, in varie forme, ancora abitano il presente. Gli antecedenti cristiani del comunismo si possono ritrovare nell'idea di una perfezione ecclesiale e spirituale immanente alla storia sviluppata da Gioacchino da Fiore, nel pauperismo del movimento francescano che assolutizza la scelta di povertà operata da Francesco d'Assisi, nell'Utopia di Tommaso Moro letta ed interpretata a prescindere dalle reali intenzioni del filosofo. Caduto il comunismo e svaporata nel nulla l'idea di rivoluzione, l'influenza del comunismo nel mondo cattolico si rivela attraverso alcuni aspetti fondamentali, il primo dei quali consiste nella tentazione acritica di attribuire al Concilio Vaticano II un'aura "rivoluzionaria": mentre, a ben vedere, il Vaticano II è un Concilio ma non il Concilio. Il secondo è fornito dal potere attribuito agli intellettuali: nel caso specifico ad alcuni teologi, considerati come i possessori unici delle chiavi immateriali adatte a leggere "i segni dei tempi". Il terzo aspetto si rivela nella predisposizione che don Gianni chiama «alienazione di sé nell'altro», che opera nelle forme di ecumenismo superficiale vocate a togliere alla fede cristiana la sua irrinunciabile specificità. Un quarto aspetto è la cosiddetta "opzione per i poveri", tematizzata compiutamente dalla cosiddetta teologia della liberazione (tesa a leggere la realtà ecclesiale all'interno delle categorie marxiste, con il risultato di elevare l'ortoprassi a misura dell'ortodossia), che conduce l'identità cattolica a sminuire l'aspetto personale (centrale, nella fede cristiana) ed a risolverlo in quello comunitario, con il risultato di ridurre la fede a militanza sociale. Del resto, come conclude don Gianni, «In qualunque epoca storica la fede dei cristiani è stata messa alla prova dal comportamento di altri cristiani (...) ma con tutto ciò la fede congiunta nel Mistero e nell'Istituzione ha preservato l'identità della Chiesa cattolica e ne ha fatto sorgere la vittoria nel cuore della sconfitta. Così è accaduto con il comunismo istituzionale, così accadrà con la secolarizzazione della chiesa causata, nel Novecento, dall'inculturazione nel comunismo» .
La continuità dei comunistidi Fabrizio Cicchitto - 26 febbraio 2005 La carta di identità della sinistra di oggi, protagonista di un'opposizione urlata e senza contenuti programmatici apprezzabili, porta la fotografia del partito comunista più importante dell'Occidente europeo. Il fallimento delle strategie della sinistra è nelle ragioni del fallimento del sistema comunista, alla cui ideologia l'Unione odierna è ancora in gran parte intimamente legata. Per quanto gli storici e i dirigenti comunisti e post comunisti si siano affannati a dimostrare l'autonomia del PCI da certe inclinazioni e scelte del Partito Comunista Sovietico, una vera indipendenza sostanziale da Mosca non c'è mai stata; ha semmai sempre prevalso l'organicità e il fedele sentimento verso la centrale sovietica del comunismo internazionale. Il mito della rivoluzione bolscevica internazionale era giunto anche da noi, nella prima metà del '900; e si incamminava verso la sua probabile realizzazione storica con la resistenza comunista nell'ultima guerra. Il sogno dei comunisti di allora era vedere l'Italia nella sfera sovietica del Patto di Varsavia. Lo stesso comportamento di Togliatti parla chiaro, nonostante la vulgata storica di parte che si è stratificata sui fatti di quegli anni fino ad occultarne almeno parzialmente la verità sostanziale. Proprio su Togliatti potremmo aprire un capitolo vasto e interessante; per quanto i comunisti di oggi si dicano progressisti e aperti al confronto, difendono Togliatti e ne sostengono un'interpretazione "autonomista". Ma l'ex "compagno Ercoli", fin dai tempi del suo soggiorno moscovita, in cui faceva parte del gruppo dirigente del Comintern, fu uomo di fede stalinista rigidamente ortodossa, condividendo anche la correponsabilità di "grandi processi". La stessa "svolta di Salerno", presentata nei libri di storia come una coraggiosa e autonoma scelta di Togliatti, fu in realtà un decisione imposta da Stalin. Il dittatore sovietico, nel rispetto della geopolitica di Yalta, fece presente la necessità di lasciare l'Italia fuori dalla strategia rivoluzionaria comunista: l'alterazione dell'equilibrio internazionale che ne sarebbe conseguita non sarebbe certo stata gradita agli americani. Dunque anche la tanto decantata strada democratica non fu che il frutto dell'ennesimo atto di obbedienza al partito guida (buon per l'Italia!). L'ortodossia di Togliatti, inossidabile fino all'ultimo, è ravvisabile anche nella pressione da lui esercitata su Mosca in favore dell'intervento in Ungheria. Nel '68 questo comunismo ancora organicamente legato a Mosca e che cercava di utilizzare il concetto gramsciano di egemonia in una duplice versione (conquista delle "casamatte" politico-culturali del sistema: scuola, giornali, TV, magistratura; politica delle alleanze: il compromesso storico, per conquistare il sistema dall'interno, fu scavalcato a sinistra dal movimentismo prima studentesco ('68) poi operaio ('69). In quel movimentismo dapprima furono prevalenti elementi di liberazione personale (fra cui quella sessuale) poi prevalsero in esso tutte le componenti ereticali della storia della sinistra (maoismo, trotskismo, guevarismo). Anche per risposta allo stragismo rapidamente in quelle derive estremiste prevalsero le componenti da cui derivarono forti correnti terroriste (BR, Prima Linea) che si proponevano di costruire il partito armato per la rivoluzione. Uno dei retroterra di quel terrorimo fu la componente partigiana di origine secchiana che coltivava la teoria (e poi la pratica) della "resistenza tradita". Quel movimento tutto era fuor che pacifista, fuor che democratico. Questa è stata la stagione che ha formato buona parte della classe intellettuale di oggi, ancora prona ai miti internazionalisti del comunismo tradizionale, riciclati in salsa terzomondista, filoaraba, pacifista e ambientalista; estendendosi perfino ad interessare il cristianesimo sociale. Le Brigate Rosse ebbero rapporti con i Palestinesi e con i servizi cecoslovacchi, con Carlos. La stagione violenta del terrorismo è figlia di quella rivoluzionaria che l'ha preceduta. Il messaggio totalitario si è affievolito man mano che ci si addentrava negli anni '80, fino alla caduta del muro di Berlino e dell'impero sovietico. Quegli avvenimenti, liberatori per l'umanità, rappresentano il crollo dei riferimenti storici del comunismo italiano. In quel momento la storia rigettava l'ideologia comunista come un pensiero totalitario che sapeva produrre solo dittature sanguinarie. Il cambio del nome, da PCI a PDS, non fu il frutto di una conversione democratica della sinistra comunista, ma di un'operazione politica e tattica, di un preciso calcolo strategico: come salvare il partito nella nuova situazione mondiale. Infatti il cambio del nome non avvenne prima, bensì dopo il crollo del muro: fu la conseguenza di una necessità strategica nel quadro politico improvvisamente mutato. Da allora, non potendo più sperare nella realizzazione del socialismo storico con i mezzi tradizionali, è apparso utile il ricorso alla rivoluzione giustizialista: questa è stata Mani Pulite, che fra il 1992 e il 1994 ha fatto tabula rasa di un'intera classe politica italiana che poteva essere in qualche modo di ostacolo alla conquista del potere da parte dei comunisti (riciclati o meno). Adesso che anche quel progetto si è impantanato, alla sinistra di matrice comunista è rimasto solo il pensiero negativo, accompagnato dalla retorica della demonizzazione. La sinistra è solo anti-qualcosa, perché non sa più cosa deve pensare nemmeno di se stessa. Le resta l'odio per Berlusconi e per tutto ciò che è diverso da lei: in questa chiave si possono intendere l'antiglobalismo, l'ambientalismo integralista, lo stesso filoarabismo portato alle estreme conseguenze. Ma sotto a tutte queste posizioni, complessivamente antioccidentali e antidemocratiche, c'è il DNA del comunismo, la sua propensione utopistica e rivoluzionaria, la sua anima totalitaria e intollerante. Il comunismo sembra morto, e di certo le sue terribili forme storiche non sono oggi riproponibili; ma l'idea è viva e produce odio misto ad una pratica politica inaccettabile fatta di calunnia e slealtà, di menzogna e progettualità antidemocratica. Ad un periodico come Ragionpolitica è affidato il compito di formare una specie di "diga culturale" contro le ricette e i messaggi di una diffusa retorica negativa; la missione di fungere da autentico polo innovatore contro le armi dei veri conservatori, che non stanno certo nella Casa delle Libertà.
Importanza e attualità dell'anticomunismo in vista del 2006di Gianteo Bordero - 2 aprile 2005 Con un'efficace espressione Sandro Bondi li ha definiti, durante l'ultimo Consiglio Nazionale di Forza Italia, i «signori col ditino alzato». Faceva riferimento, il coordinatore nazionale degli «azzurri», ai rappresentanti dei Ds, che proprio in quei giorni - eravamo agli inizi dello scorso febbraio - celebravano al Palalottomatica di Roma il loro Congresso. Un Congresso da molti definito come momento della «svolta riformista» del partito erede del Pci. Come non ricordare - ad esempio - le affermazioni di Fassino su Craxi e sulle elezioni irachene? Molti quotidiani che «guardano a sinistra», allora, titolarono entusiasti che era fiorito anche in Italia un partito della «moderna socialdemocrazia», che i conti col passato comunista erano definitivamente chiusi e che, di rimando, erano ormai privi di significato gli «allarme rosso» lanciati dal presidente del Consiglio Berlusconi. Sempre in quei giorni, però, noi di Ragionpolitica assumemmo un'altra lettura dell'assise diessina, dicendo che quella del Palalottomatica era stata l'ennesima operazione di maquillage politico, l'ennesima «svolta linguistica» cui, nei fatti, non sarebbe seguita alcuna svolta politica reale. E solo pochi giorni dopo fummo confermati, in questa convinzione, dal voto contrario dei Ds al rifinanziamento della missione irachena «Antica Babilonia»: le belle parole di Fassino erano rimaste, appunto, solo belle parole. A fine febbraio, poi, ospitammo sulle pagine della nostra rivista un intervento di Fabrizio Cicchitto, intitolato «La continuità dei comunisti». In esso, il vice-coordinatore nazionale di Forza Italia affermava che «la carta di identità della sinistra di oggi [...] porta la fotografia del partito comunista più importante dell'Occidente europeo». Dopo aver ripercorso, con dovizia di particolari storici e politici, la vicenda del Pci e del suo legame con l'Unione Sovietica, Cicchitto concludeva: «Il comunismo sembra morto, e di certo le sue terribili forme storiche non sono oggi riproponibili; ma l'idea è viva e produce odio misto ad una pratica politica inaccettabile fatta di calunnia e slealtà, di menzogna e progettualità antidemocratica». Sarebbe dunque una lettura errata, oggi, quella che applicasse il termine «anticomunismo» soltanto in riferimento a Rifondazione Comunista e al suo leader, Fausto Bertinotti. Sarebbe un errore politico e prospettico non da poco, una sorta di scambio di persona che comporterebbe una legittimazione «moderata» di coloro che, invece, rimangono i protagonisti indiscussi dell'eredità comunista in Italia, ossia i Ds. Di là dai cambi di nome (Pci-Pds-Ds) vi è una incontestabile continuità tra quella che fu la classe dirigente del Partito Comunista italiano e quella che è la classe dirigente del maggior partito dell'attuale opposizione italiana. Ma vi è, oltre a tale continuità, un dato politico e culturale ancora più interessante, che segna come il filo rosso che percorre tutta la storia del comunismo italiano dal dopoguerra in poi. E' quella che potremmo chiamare la «cultura del potere». Ed è proprio su questo punto che è importante non lasciarsi trarre in inganno dalle «svolte» annunciate, dai cambiamenti di nome, dagli editoriali dei giornali che fanno opinione. E' su questo punto che è teso il tranello da chi vorrebbe mettere al bando, nella politica e nella cultura italiane, il termine «anticomunismo». Il pericolo non sta soltanto nel dichiarato ed esplicito desiderio di Bertinotti di «rifondare» il comunismo, quanto piuttosto nel nascondimento dei «veri» comunisti sotto le maschere del «riformismo», della «moderna socialdemocrazia», della «sinistra europea di governo». Proprio lo stesso Bertinotti è stato a modo suo illuminante durante l'ultimo Congresso di Rifondazione, tenutosi a Venezia poche settimane fa. Nel suo intervento conclusivo, rispondendo alle critiche dell'opposizione interna trozkista-leninista, egli ha fatto riferimento alla «critica del potere» come elemento essenziale del suo partito: «Che cosa saremmo noi oggi - ha detto Bertinotti - senza quelle che sono chiamate le svolte, senza la rottura contro lo stalinismo, senza la scelta di Genova e il movimento, senza la critica del potere, senza la non-violenza, senza la sinistra europea, senza la proposizione della sinistra alternativa?». Quello del segretario di Rifondazione dunque, si configura piuttosto come una sorta di «comunismo eretico» rispetto a quella che è stata ed è l'«ortodossia» comunista così come l'ha conosciuta il nostro Paese. Un'ortodossia che trova nella «cultura del potere» la sua ragion d'essere, il motivo fondante della lotta politica. Questa «cultura del potere» è ciò che segna ancora oggi nel profondo i DS, veri eredi del Partito Comunista italiano. Ogni «svolta linguistica», ogni dichiarazione apparentemente aperta ad accogliere le ragioni dell'avversario politico, ogni apparente ripensamento non corrisponde all'abbraccio definitivo e maturo con la cultura della libertà, della sussidiarietà, del primato della persona, ma è come il cavallo di Troia con cui i diessini tentano di varcare la soglia del potere, di assumerne tutti i gangli e controllarne tutte le sfaccettature. Per cui Fassino si può permettere, come ha fatto di recente in una sua intervista a La Stampa, di criticare il relativismo culturale e di cogliere alcuni aspetti positivi della politica estera di Bush, senza che questo comporti un cambio netto nella rotta politica, un riconoscimento genuino dei propri errori storici, una disponibilità a un confronto leale e civile con l'altra parte politica. Loro restano, come ha detto Sandro Bondi, i «signori col ditino alzato». Proprio per la cultura del potere per il potere, che è l'ultima cosa reale che gli resta dopo l'implosione del sistema sovietico, continuano a ritenersi i depositari politici di una verità superiore, legittimati a dare una patente di cittadinanza politica e culturale a ciò che in un determinato momento può essere funzionale alla presa del potere da parte loro . Come ha scritto Angelo Panebianco (citato da Antonio Socci in un suo recente articolo) facendo riferimento agli intellettuali comunisti: «Dopo l'89, crollato il comunismo sovietico, tutti quelli che avevano avuto torto [...] hanno per lo più fatto finta di niente, non si sono dati pena, pur essendo di solito molto ciarlieri, di sottoporre a riesame critico i propri giudizi e pregiudizi di allora. Non è facile indicare, e comunque si contano sulla punta delle dita, gli intellettuali di sinistra che abbiano fatto pubblici conti con il proprio passato di fiancheggiatori di quel movimento politico. I più [...] hanno preferito soprassedere, fingere di non ricordare». Per avere conferme su queste cose, basta chiedere ai rappresentanti di Forza Italia nei Comuni, nelle Province, nelle Regioni amministrate dai diessini e dai loro alleati. Basta ascoltare le parole che testimoniano ancora di un modo di gestione del potere fine a se stesso, più o meno silenziosamente invadente, pervasivo, cinico, spregiudicato. Questa stessa gestione spregiudicata, cinica e pervasiva è ciò che attenderebbe l'Italia in caso di una vittoria elettorale dell'Unione alle elezioni politiche del 2006. Per questo è importante portare avanti con decisione la battaglia anticomunista avendo ben presente in riferimento a chi e a che cosa oggi si può parlare di «comunismo». La sfida per Forza Italia, ancora una volta, starà nella sua capacità di saper parlare agli italiani il linguaggio della vera libertà, dei veri valori, della vera politica, intesa come impegno genuino per il bene comune.
Quale storia per gli italiani?di Stefano Doroni - 14 ottobre 2005 Ci stiamo avvicinando a passi decisi verso il 60° anniversario della nascita della Repubblica. Avremo tempo di tornare sull'argomento prima del 25 aprile 2006, ma l'uscita del nuovo libro di Giampaolo Pansa, Sconosciuto '45, ci impone una riflessione fin da ora. Al di là della quantità impressionante di delitti commessi nel famigerato «triangolo della morte» (fra Bologna, Reggio Emilia e Ravenna) dai partigiani e dagli attivisti comunisti negli anni 1945-'47 (quindi anche dopo che la guerra era finita), che Pansa puntualmente ricorda come già aveva fatto con coraggio nel suo Il sangue dei vinti, bisogna ragionare sulla mitologia antifascista che è stata arbitrariamente posta a fondamento dell'Italia libera e repubblicana. Innanzitutto perché un Paese moderno, libero, liberale e democratico non può non dirsi antitotalitario e perciò ugualmente antifascista e anticomunista: ma questa paroletta non figura nella retorica politica e nella cultura ufficialmente riconosciuta del nostro Paese. E poi perché è l'ora di una salutare ventata revisionista che spazzi la storia vulgata che ci fanno studiare fin da ragazzini dalle scorie ideologiche e quindi dalle menzogne propagandistiche spacciate per sacrosante verità. Affermazione eretica, questa, per la gran quantità di tromboni accademici che difendono una storia fatta di dogmi intoccabili come una sacra e immodificabile scrittura e per i loro obbedienti scolaretti che gli fanno da assistenti, insegnano nelle scuole o riempiono libri e giornali di una retorica nemica della verità. Ma i fatti cantano al posto loro. Siamo abituati da decenni a sentir ripetere, come una melensa giaculatoria, che l'Italia libera e repubblicana nasce dalla Resistenza. Come a dire che prima non c'era niente, tabula rasa: un Paese rozzo, ignorante e violento schiacciato sotto il peso di una feroce dittatura (quella fascista), che per un benedetto miracolo vede compiersi la saga fondatrice di una nuova e migliore civiltà grazie alla sollevazione compatta di un popolo antifascista che fa giustizia delle angherie del suo vecchio oppressore. E questa nuova civiltà, spuntata nel deserto della barbarie, porta sulla fronte il marchio dell'antifascismo, mette il fazzoletto rosso al collo e strizza l'occhio a Stalin, il grande uomo che guida il Paese dove brilla il «Sol dell'avvenire». Sfrondata degli orpelli retorici, che fanno da schermo ipocrita alla realtà dei fatti, la verità sta tutta qui. La maggior parte della Resistenza non era comunista, ma comunque i comunisti si sono impadroniti di tutta la storia partigiana, anche di quella che comunista non era stata, per ergersi a paladini e costruttori della democrazia italiana. L'antifascismo come discriminante morale fra uomini degni e indegni di considerazione e rispetto serviva a qualificarsi in senso positivo ricordando solo quello che essi non erano: ma mai hanno detto la verità né sull'Unione Sovietica e sui suoi infiniti orrori né sui crimini di cui la Resistenza comunista si era macchiata nell'immediato dopoguerra. Nel disegno rivoluzionario stalinista che ispirava la Resistenza comunista la lotta antifascista era la fase preliminare della rivoluzione bolscevica: dalla lotta di liberazione alla lotta di classe il passo doveva essere breve, e lo fu, in quei mesi terribili nel triangolo comunista emiliano. La Resistenza era in mano a chi voleva far transitare l'Italia dal nero al rosso, senza passare per la libertà. L'«alt» staliniano alla rivoluzione comunista in Italia, ben recepito dal fedele Togliatti, ruppe i «sogni di gloria» dei resistenti. Del resto, l'amnistia voluta dallo stesso Togliatti aveva contribuito ad etichettare questi crimini infami, almeno quei pochi che si conobbero subito, come atti di «giustizia popolare». Buon per noi che l'Italia libera e repubblicana che abbiamo oggi è piuttosto frutto della lungimiranza e dell'equilibrio di uomini come De Gasperi e dell'intelligenza degli elettori nel chiuso delle urne (a cominciare da quell'aprile del 1948 in cui gli italiani dissero «no» alle sirene staliniste), che delle azioni dirette di quella Resistenza che si pretende fondamento e atto legittimatorio di ogni forma di democrazia. Perché se l'Italia odierna fosse veramente nata dal fondamento di quella Resistenza avremmo avuto anni e anni di regime sovietico alle spalle e oggi saremmo nelle stesse condizioni dell'Ucraina o della Romania; avremmo avuto sul collo il fiato opprimente di Stalin, e nelle orecchie il rombo dei carri armati dell'URSS se ci fossimo azzardati a ribellarci, piuttosto che la presenza discreta e protettrice (come è stato) degli USA. La Resistenza degli «eroi» che si resero protagonisti dei delitti orrendi del «triangolo della morte» avrebbe contribuito alla rivoluzione comunista facendo dell'Italia un Paese satellite dell'URSS: e meno male che questo, anche per quanto fu deciso a Yalta sulla cartina geopolitica del mondo, non fu possibile. L'Italia nata dalla Resistenza sarebbe dunque stata un regime opprimente e criminale quanto quello che ne incarnava, oltre la cortina di ferro, i lugubri miti di origine marxista. A dire il vero un regime è nato comunque: un regime subdolo e bugiardo che si è espresso in particolare nell'omologazione delle voci della cultura. In pratica, se non eri un intelettuale organico all'impostazione gramsciana e marxista della cultura imperante eri squalificato: cosa che, anche se con minore intensità e maggior discrezione, accade ancora oggi. Grazie alla sistematica occupazione dei mezzi di informazione e dei gangli della produzione culturale (università, editoria, giornali, televisione), nonché dei centri di formazione (atenei e scuole di ogni tipo), i comunisti hanno potuto contare sulla diffusione di una vulgata storica filoresistenziale e moralmente antifascista che oggi ha bisogno di una profonda revisione: non per fare una propaganda opposta, ma per ristabilire, con sufficiente onestà intellettuale, il rispetto della realtà dei fatti e considerare il peso delle loro conseguenze. Per comprendere che se l'Italia è libera e democratica non è certo per merito di chi voleva sovietizzarla. Anzi: la cultura guerraiola dell'odio di classe che animava quel mito partigiano, passando per l'esperienza della cosiddetta «resistenza tradita» (proprio a causa del mancato sbocco rivoluzionario) forma una specie di «fiume carsico» che attraversa la storia del dopoguerra italiano, per riaffiorare nelle violenze del Sessantotto e nelle atrocità del terrorismo rosso degli anni di piombo; fino a sfociare nel mare torbido degli attuali movimenti dell'estrema sinistra parlamentare, li si chiami come si vuole: disobbedienti, no global, pacifisti ideologici antioccidentali e filojihadisti. Dalla cultura comunista che riempì di sé anche la Resistenza rossa parte una storia di antagonismo verso la democrazia occidentale, di un disprezzo verso le strutture politiche e le istituzioni liberali sempre presente nella vicenda del Pci, anche se ora si chiama in gran parte Ds e si è appiccicato addosso una vernice liberal che non gli si addice. Senza la riscoperta di queste realtà di fatto gli italiani non potranno mai liberarsi dalla cappa di menzogne che decenni di imperante cultura comunista gli hanno imposto, fin dai banchi delle scuole elementari. Ma non c'è da illudersi: anche nel prossimo aprile le voci fuori dal coro giubilatorio della mitologia resistenziale saranno una minoranza demonizzata dai guru dell'intellighenzia di sinistra e incompresa dai tanti italiani ancora legati alla conoscenza di una storia scritta a servizio di una parte politica. Non per questo però sarà lecito tacere, a meno di non rendersi complici di un gigantesco raggiro.
Anni Settanta: piani sovietici d'invasionedi Gianni Donno - 2 aprile 2005 Nelle numerose rievocazioni del Presidente Cossiga sulla storia del primo cinquantennio repubblicano apparse nel tempo in diverse sedi, vi sono importantissimi elementi di conoscenza e di comprensione per molte delle vicende, ma anche alcune zone d'ombra. Che sarebbe molto utile che il Presidente contribuisse ad illuminare. Iniziando dalle sue dichiarazioni nell'audizione in Commissione stragi del novembre 1997, durante la quale Cossiga affermò testualmente: «nel 1966, quando divenni sottosegretario alla Difesa ebbi un briefing con un funzionario, che mi riferì che a quell'epoca il Partito comunista italiano era ancora strutturato su tre livelli. La struttura del Partito comunista vera e propria entro cui, come poi ha dichiarato con molta onestà ed ha confermato Zagladin, esisteva la cosiddetta amministrazione speciale di cui erano al corrente in un secondo momento solo il segretario del Partito e il capo della segreteria (quindi prima Longo e Cossutta, poi Berlinguer e Cervetti). Esistevano due altre strutture. La struttura paramilitare, sia ben chiaro, nulla ha a che fare con il cosiddetto Triangolo rosso. Tant'è vero che, come è noto, Togliatti, quando accaddero questi episodi, si precipitò a parlare in quelle Federazioni [Cossiga parla a questo punto dell'omicidio di don Pessina, n.d.r.].[Si ponga attenzione a quest'ultima succinta affermazione sull'esistenza della "seconda struttura" del Pci, su cui Cossiga non ritornerà più nell'audizione! n.d.r.]. «L'altra struttura [quindi la terza, n.d.r.] era quella di cui avete senz'altro letto, perché se ne può trovare traccia in qualunque testo sulla storia del Partito comunista: si trattava di una struttura clandestina, un partito parallelo, che veniva tenuto dormiente per il caso che il Partito comunista venisse dichiarato illegale, in modo che potesse essere subito sostituito da una struttura in grado di funzionare...Si trattava di una struttura difensiva del partito comunista, organizzata certamente dal Comitato per la politica estera del partito comunista dell'Unione sovietica con l'aiuto del Kgb. Non è stata considerata illegale in quanto era una struttura puramente difensiva: una Gladio [Stay behind, n.d.r.] alla rovescia, dotata di stazioni trasmittenti. Mandarono in Unione sovietica a fare dei corsi quindici o venti persone, come risulta dagli atti della Procura della Repubblica, nell'eventualità che il Partito comunista legale fosse dichiarato illegale.» Presidente Pellegrino: «e anche nell'ipotesi in cui potesse verificarsi una involuzione autoritaria della situazione italiana?». Cossiga: «sì certamente. Tant'è vero che, benché si trattasse di una struttura clandestina, l'autorità giudiziaria di Roma ha chiesto l'archiviazione anche dopo aver accertato che i fatti contestati erano veri: si trattava infatti di un'attività non rivolta contro lo Stato italiano, perché prepararsi a far fuggire persone dall'aeroporto dell'Urbe, addestrarsi a truccarle o altre attività del genere non vedo in quale altro modo potessero esser giudicate». Come si può leggere, quindi, sul secondo livello organizzativo del Pci, cioè sulla struttura paramilitare, che è quella che giornalisticamente è stata definita "Gladio rossa", Cossiga dice poco o niente. Fra le due strutture menzionate da Cossiga (quella paramilitare e quella clandestina) si è fatta una voluta confusione in questi anni, da studiosi vicini alla sinistra nonché da magistrati. Ma è proprio sull'Apparato paramilitare riservato (e non certo sulla struttura clandestina del Pci, che avrebbe svolto il semplice compito di protezione e di fuga per i dirigenti), che si son particolarmente soffermati la ricerca nelle Commissioni Stragi e Mitrokhin, nonché il dibattito storiografico e politico e le testimonianze di questi anni. Per la semplice ragione che le ipotesi giudiziarie di "organizzazione di banda armata", "spionaggio", "intelligenza con una potenza straniera ostile" (se mi è consentita questa semplificazione terminologica) non possono che riguardare la struttura paramilitare e non certo quella clandestina di protezione, o "difensiva" che dir si voglia. Ed insieme alle ipotesi giudiziarie, tutto il dibattito storico-politico è ruotato intorno al fatto che se il Pci avesse in effetti avuto una struttura armata illegale, con collegamenti con l'Urss (istruttori, piani insurrezionali, campi di addestramento nei paesi dell'Est e via dicendo), sarebbe risultato assai difficile sostenerne la "democraticità" e la sua fedeltà alla Costituzione. Come dire che, alle origini dello Stato repubblicano, alcuni dei suoi promotori al contempo ne organizzavano in armi la più seria minaccia all'esistenza. La minaccia consistette nella ipotesi di uno scatto rivoluzionario per impadronirsi del potere (e portare a compimento il moto resistenziale dei comunisti) o, tramontata questa eventualità, a seguito delle elezioni del 18 aprile 1948, per sostenere, in funzione di "quinta colonna" nelle retrovie occidentali, un eventuale conflitto fra i due blocchi nello scenario europeo. Questa seconda ipotesi, affacciata nel mio lavoro in Commissione stragi e adesso resa molto fondata dal Presidente della Commissione Mitrokhin, senatore Guzzanti, è stata a lungo negata da storici e politici vicini alla sinistra. Un negazionismo che in questi anni si è venuto incrinando, di fronte all'evidenza della nuova, crescente documentazione disponibile, ma che ha visto molti anziani esponenti del Pci saldamente attestati nel rifiuto. Tant'è che lo scorso anno, in Senato, in occasione del dibattito sul libro di Zaslavsky sullo stalinismo nella sinistra italiana, Emanuele Macaluso ha riconfermato con nettezza il suo diniego circa l'esistenza della "Gladio rossa", mentre immediatamente prima il Presidente Cossiga aveva ricordato a chiare lettere che quella struttura non solo esisteva, ma, con ogni evidenza, era illegale, anticostituzionale. Qualche giorno addietro, finalmente, nuova luce ha illuminato la importante questione. Nella sua lunga lettera il Giornale (16 marzo), in risposta alle dichiarazioni del senatore Guzzanti, che alcuni giorni prima aveva parlato di piani militari sovietici d'invasione dell'Europa, nei primi anni Settanta, con ricorso anche a ordigni nucleari di bassa portata, Cossiga precisa: «durante la politica di solidarietà nazionale il primo punto all'ordine del giorno del Comitato di Sicurezza dell'Alleanza Atlantica, cui parteciparono i nostri servizi di sicurezza, riguardava la forza e la possibilità di dispiegamento politico e militare dei Partiti comunisti d'Italia, di Francia e degli altri Paesi occidentali e la valutazione della loro capacità di sostegno politico militare ad una eventuale forza d'invasione». Con ogni evidenza, Cossiga si riferisce al Comitato Speciale della Nato, i cui archivi sono ancora di fatto inaccessibili, ma di cui, per puro caso, ho trovato tra le carte del Ministero dell'Interno e pubblicato nella mia Relazione-libro sulla "Gladio Rossa" (editore Rubbettino) un importante documento in minuta (pp. 484-97). Si tratta dei periodici questionari di informazioni sul tema "Attuali minacce alla sicurezza in dipendenza dell'attività comunista nei paesi della Nato", che il Comitato speciale, presieduto da D. L. Stewart, inviava ai Ministeri degli Interni dei paesi alleati. La data è luglio 1959. La risposta del ministero dell'Interno italiano è dello stesso mese. Il Comitato speciale Nato, fra l'altro, chiede notizie sul "Valore dei partiti comunisti e delle organizzazioni paracomuniste come strumento di infiltrazione, di sovversione, di spionaggio e di sabotaggio; di propaganda, di azione di massa", con due domande precise: «esistono indizi di reclutamento di spie e di sabotatori in seno al partito o alle sue "filiali"?»; «esistono indizi di un piano di azione predisposto dal partito in caso di guerra?». Le risposte italiane sono: «il partito ha istruito i propri attivisti per la raccolta di notizie ed informazioni». E sul secondo quesito: «per il caso di guerra il partito, mobilitando tutti i suoi attivisti, è in grado di iniziare movimenti di reazione, destinati a trascinare le masse. Si ritiene che il partito, per tale eventualità, abbia predisposto piani di azione che dovrebbero essere attuati localmente a mezzo di squadre speciali: dal successo che si ripromette di ottenere inizialmente, il partito potrebbe attuare, opportunamente adattandoli, i ben noti piani insurrezionali che fanno parte della tecnica comunista di ogni paese». Quindi, sin da pochi anni dopo la costituzione del Patto di Varsavia (novembre 1955), la Nato svolgeva le indagini di cui Cossiga parla per il periodo successivo, cioè per gli anni Settanta. Le "squadre speciali", di cui fa menzione la risposta italiana, erano gruppi di armati del Pci, già da tempo rilevati dai servizi italiani in diverse province del Centro-nord, per il cui addestramento (a tre livelli: guerriglia, sabotaggio, intercettazione) le informative sul via-vai di centinaia di militanti del Pci (non una ventina), dai campi di addestramento cecoslovacchi, sono numerosissime sin dal 1956 (dopo i fatti d'Ungheria). E che non si trattasse di semplici "guardie del corpo", a protezione dei dirigenti, o di vigilantes delle federazioni e delle sezioni del Partito, sta a dimostrarlo il tipo di addestramento avuto nei campi dell'Est e il timore che la Nato avanzava - a detta di Cossiga - sulla "capacità di dispiegamento politico e militare dei partiti comunisti d'Italia e di Francia" (con la relativa risposta che avrebbe dato il Ministero dell'Interno italiano). Anche Giuliano Ferrara non parla affatto di strutture "difensive" (comprendendo che una struttura paramilitare clandestina è sempre illegale e anticostituzionale), ma di "Struttura paramilitare riservata": «quando la dissidenza cinese, il mito guevarista e le prime agitazioni studentesche e operaie del 1967 crearono il rischio di mobilitazioni incontrollate, fu proprio Luigi Longo, il più prestigioso leader della Resistenza armata, a ordinarne lo smantellamento» (Il Foglio, 6 marzo 2001). Dalle parole di Ferrara, che l'illustre giornalista non ha mai voluto ulteriormente articolare, si comprende facilmente come non si sia riferito a strutture di "body guards" o di "vigilantes"! Insomma, il "secondo livello" organizzaztivo del Pci (la struttura paramilitare), di cui così poco abbiam saputo da Cossiga, era presente ed attivo anche dopo gli anni Cinquanta (morte di Stalin e allontanamento di Pietro Secchia) e per gran parte degli anni Sessanta. (Tralasciamo il fatto che da quell'addestramento, militare ed ideologico, sarebbero fuorusciti diversi esponenti delle Brigate rosse). Oggi, le dichiarazioni del Presidente della Commissione Mitrokhin, senatore Guzzanti, circa i Piani di invasione sovietica dell'Europa negli anni Settanta, e le rievocazioni del Presidente Cossiga sullo stesso tema, riaprono il discorso sulla "Gladio rossa", cioè sulla struttura paramilitare del Pci, che in quei Piani d'invasione avrebbe avuto il ruolo di "quinta colonna". E sarebbe oltremodo utile che il Presidente intendesse riprendere questo discorso ed approfondirlo.
Il «modello» Bolognadi Carlo Zucchi - 17 giugno 2005 «Città modello»! Così per anni i post-comunisti hanno definito Bologna, salvo dire che era avvilita quando il «macellaio usurpatore» Giorgio Guazzaloca ha osato insediarsi a Palazzo D'Accursio, violando il sancta sanctorum della sinistra italiana e forse mondiale. Sempre tra le prime città italiane quanto a reddito pro-capite, Bologna sembra davvero aver brevettato il modello per una città felice nei secoli. Denaro e divertimento compongono un binomio spesso difficile da coniugare. Il borghese felsineo, allegro e consumistico, sembra essere l'esatto contrario del borghese weberiano, parco e austero. Per capire qual è il segreto, occorre soffermarsi sull'elemento che maggiormente contraddistingue Bologna, ossia l'università. Una popolazione universitaria di 100.000 persone su poco meno di 400.000 abitanti è una bella cifra, che ci dice che l'università non può non condizionare fortemente la vita e l'economia cittadina. Naturalmente, avere un cospicuo numero di iscritti al proprio ateneo non può che essere un motivo di orgoglio, ma il fatto che l'università venga pagata solo in minima parte con le tasse degli iscritti crea gravi distorsioni e iniquità. Il malinteso senso solidaristico di stampo statalista presente in Italia fa ritenere che la possibilità di accedere all'università pagandone in minima parte i costi dell'iscrizione avvantaggi chi non se lo può permettere, quando proprio i poveri sono i più penalizzati da questo sistema. Infatti, oltre quello delle tasse, fra i costi universitari va incluso il costo-opportunità relativo al mancato percepimento del salario di chi, rinunciando a lavorare, prosegue gli studi; e questo è dimostrato dal fatto che anche in Italia (e non solo nell'America del «liberismo selvaggio») l'università è frequentata in prevalenza da persone di classe agiata che possono permettersi di non percepire uno stipendio per diversi anni. Ebbene, in nome del progresso sociale, in Italia abbiamo gli operai che pagano l'università a figli di ricchi professionisti che, una volta laureati, non dovranno nemmeno sobbarcarsi la fatica di cercarsi un lavoro, dato che gli aspetta l'ufficio di papà con tanto di norme che li proteggono dalla concorrenza di potenziali nuovi entranti nel mercato delle professioni. Poiché l'economia non è un'opinione, a bassi prezzi (delle tasse di iscrizione) corrisponde un'alta domanda (di iscrizioni all'università), ma questi prezzi non sono bassi in virtù di una maggior efficienza, bensì in virtù del fatto che lo Stato copre la maggior parte dei costi che gli iscritti dovrebbero sostenere. Da ciò consegue che l'economia bolognese poggia su basi assistenzialistiche. Se ogni studente dovesse pagare per intero il costo dell'università, gli iscritti sarebbero molto meno dei centomila, specie quelli fuori sede diminuirebbero considerevolmente. Certo, la vulgata dice che l'università è il motore dell'economia bolognese, il che è vero, ma mentre gli onori piovono a cascata su molti bolognesi, gli oneri vengono addossati alla collettività nazionale, il che non è affatto giusto. Inoltre, la scelta delle attività commerciali presenti a Bologna viene indirizzata da scelte di tipo politico e non da criteri di mercato. Nell'ultimo quarto di secolo Bologna ha visto un proliferare continuo di pub e locali di svago, dato che la sempre crescente clientela universitaria incentiva gli operatori a investire in questo ramo. Il fatto che negli ultimi anni a Bologna non si siano sviluppate aziende hi-tech con business considerevoli non è un caso. Causa l'alto numero degli studenti fuori sede, poi, sia i prezzi delle case che quelli degli affitti sono aumentati a dismisura, se si pensa che a Bologna gli affitti costano circa il doppio di Modena. La distorsione del mercato operata dal finanziamento delle iscrizioni fa sì, quindi, che i proprietari di case si arricchiscano sempre di più, mentre chi cerca casa (anche in affitto) deve andare in provincia, a meno che non sia sufficientemente benestante da potersi permettere l'acquisto o l'affitto di una casa a prezzi alti. Tutto questo favorisce chi campa di rendita, il che non è molto progressista. La presenza di molti studenti fuori sede provenienti dal Sud fa sì che a Bologna ci sia un numero particolarmente alto di laureati che, una volta terminati gli studi, non tornano nelle regioni d'origine, ma rimangono a lavorare a Bologna, di modo che i tassi salariali tendono a comprimersi per effetto del marxiano esercito industriale (in questo caso professionale) di riserva, mentre i datori di lavoro ringraziano per la quantità di lavoratori qualificati a basso costo. Anche questo mi sembra assai poco progressista. Naturalmente, non c'è nulla di male nel fatto che i laureati provenienti dal Sud decidano di stare a Bologna; quello che è ingiusto è il fatto che il costo dei loro studi venga sostenuto per la maggior parte dalla collettività. Se pagassero per intero il costo dei loro studi non ci sarebbe nulla da ridire. Inoltre, chiunque si trovi in condominio degli studenti, oppure abiti in zona universitaria, all'arrivo dell'estate si può scordare di dormire, tanto, con l'università pagata da pantalone si può gozzovigliare fino a notte fonda e, se si va fuori corso, poco male. Naturalmente, dato il grosso numero di laureati, gli operai scarseggiano, così l'immigrazione si rende necessaria, con tutti i disagi che essa crea in un paese nel quale gli incentivi a comportarsi in malo modo sono senz'altro maggiori di quelli volti a incoraggiare un comportamento onesto. Bologna, in sostanza, è diventata una città sempre meno operosa (come la sua indole le imporrebbe), con un numero sempre crescente di persone che campa di rendita e con un'economia sempre meno produttiva e sempre più orientata a un consumo finanziato dal pubblico denaro erogato per la copertura di gran parte delle spese universitarie. Ciò che può essere vero per il Sud, altrettanto lo si può dire per Bologna: una città che consuma di più di quel che produce. Tra l'altro, il modello di sviluppo di Bologna, teso a favorire rentiers di ogni tipo, tende ad escludere dal corpo cittadino proprio quegli strati più poveri che le amministrazioni rosse dicono di aver tanto a cuore. Bologna sta diventando, quindi, una città a misura di ricco, spesso annoiato e vandalo, e tutto questo grazie al fatto che il tesoro nazionale copre buona parte di quello che costituisce il motore dell'economia cittadina. I segni di un certo declino cominciano a intravedersi e benché la situazione sia decisamente rimediabile sul piano economico, lo è meno su quello morale, se pensiamo a quel grido d'allarme per nulla fuori luogo lanciato anni orsono dall'allora cardinale Biffi per una «Bologna sazia e disperata». Guazzaloca ha orgogliosamente rivendicato cinque anni di amministrazione «leggera». Mal gliene incolse. I ricchi rentiers bolognesi non hanno gradito. Di avere le strade pulite non frega nulla a nessuno, forse perché con lo strato di sporcizia che contraddistingue le strade della Bologna cofferatiana siamo tutti più alti di qualche centimetro. Dopo decenni di regime comunista, Bologna la grassa di «leggero» non vuol sentir parlare e di mettersi un po' a dieta non ne vuol sapere. Ma quando si diventa obesi, poi non ci si muove e, se si cade, poi non ci si rialza più.
Emilia-Romagna: un'invenzione degli ultimi decennidi Paolo Gambi - 17 giugno 2005 L'Emilia-Romagna in realtà non esiste. Altro che modello politico-economico di successo, altro che luogo dell'ideale che si incarna in istituzioni funzionanti. Mettiamoci il cuore il pace: l'Emilia-Romagna non è altro che un'invenzione degli ultimi decenni. Ed è la storia a raccontarcelo con una nitidezza impressionante. Gli italiani sono probabilmente propensi a credere che l'Emilia-Romagna sia una realtà da sempre esistente e da sempre unita, che emiliani e romagnoli siano in fondo la stessa cosa, che non ci siano poi tutte queste differenze fra le terre che vanno da Bologna verso ovest, e quelle che vanno verso est. E questo accade perché da qualche decennio gli apparati del potere locale hanno deciso: unifichiamo le due realtà e facciamone un unico modello di successo. E così seguono intellettuali di ogni sorta che osannano l'unità della regione, studiosi che scrivono monografie ad hoc e le divulgano nelle aule universitarie per dimostrare l'indimostrabile, e politici che si riempiono la bocca con le lodi di questa bella e grande regione. Insomma, da qualche anno è in atto un tentativo dirigistico - da parte della Regione e dei partiti che la governano imperituramente - di annullare le identità locali e stemperare tutti in un'indistinta identità emilianoromagnola, che si fonda sul risorgimento e la resistenza, sui valori della cooperazione e del sindacalismo. Quello che c'era prima del 1860 sembra non interessare i politici emilianoromagnoli, e quello che sta sotto la crosta della recentissima istituzione regionale pare interessare ancora meno. Il fatto è che la storia non si cancella con un colpo di spugna e le identità non si impongono dall'alto. La Romagna e l'Emilia vennero accorpate in maniera dirigistica da Augusto, in un esperimento di duemila anni fa che fallì di lì a breve. Già nel III sec. d.C. i territori delle attuali Emilia e Romagna erano divisi in Emilia e Flaminia. E dal III sec. d.C. fino all'unità d'Italia, Emilia e Romagna rimasero due spazi contigui, ma distinti. La Romagna ebbe di certo nei secoli maggiori relazioni con i territori umbri, marchigiani e veneti; l'Emilia con i territori lombardi, liguri e toscani. Come Augusto dirigisticamente mise insieme questi territori eterogenei, ugualmente si fece con l'unità d'Italia. E lo si fece "per stemperare il rivoluzionarismo romagnolo nel moderatismo dei ducati", come si ebbe a dire già allora. Dunque, l'Emilia-Romagna, di fatto, non è mai esistita come regione prima dell'unità d'Italia e questo non possono negarlo neppure gli intellettuali più prostrati al potere regionale. Inoltre, se nominalmente esiste una Emilia-Romagna dalla seconda metà dell'800, nei fatti non esiste che dagli anni '70 del 1900, quando le regioni ideate dalla Costituzione repubblicana vennero alla luce. Quindi, per riassumere, l'Emilia-Romagna non esiste come istituzione di governo se non dagli anni '70. E non esiste né geograficamente, né etnicamente, né culturalmente come territorio unitario. Ma se non esiste se non sulla carta e nella mera superficie degli ultimi decenni, come può essere tanto sbandierata come modello di successo?
Sacerdoti vittime del comunismo. Martiri nell'obliodi Vincenzo Merlo - 1 luglio 2005 Ragionpolitica ha già doviziosamente trattato il problema dei libri scolastici in uso nelle scuole secondarie italiane. Quasi tutti riconducibili all'ideologia marxista, i testi su cui studiano i nostri adolescenti risultano spesso intrisi di faziosità, bugie, omissioni. Tra le tante pagine mai scritte della nostra storia recente vi è sicuramente quella che attiene alla vera e propria strage di sacerdoti operata da bande di partigiani comunisti, in particolare nel "triangolo rosso" emiliano, tra l'8 settembre 1943 (giorno dell'armistizio) e il 18 aprile 1948 (data delle elezioni politiche vinte dalla DC). Alcuni di questi religiosi furono uccisi per vendetta personale o perché avevano criticato ruberie, eccessi ed eccidi compiuti dalla "Resistenza rossa"; qualcuno era cappellano dei partigiani cattolici e si opponeva alle infiltrazioni comuniste. Quasi tutti furono "prelevati" di notte e mai più ritrovati; pochissimi hanno avuto giustizia in tribunale e molti sono stati diffamati. Si può certamente affermare che questi sacerdoti immolarono la vita per restare fedeli alla loro missione di apostoli di Cristo. A distanza di 60 anni il saggista Roberto Beretta prova a squarciare il velo di silenzio su queste efferatezze con il libro Storia dei preti uccisi dai partigiani (Piemme, Casale Monferrato 2005), volume che si consiglia a tutti i docenti di storia di buona volontà. Si propongono di seguito 120 nomi, ma certo i sacerdoti uccisi da componenti le bande partigiane, o presunti tali, sono di più. (Fonti della presente ricerca: Il Timone; Chiesa viva; Il mascellaro).
Dalla Cina un po' di sano revisionismo su Maodi Stefano Doroni - 10 giugno 2005 Va a ruba, in quel di Hong Khong, l'ultimo libro della scrittrice cinese Jung Chang, Mao, the unknown story (Mao, la storia sconosciuta). In queste pagine, ancora non disponibili in italiano (ma ci auguriamo che in breve tempo compaia una traduzione nella nostra lingua) il despota cinese viene presentato come il più grande assassino di massa della storia. Certo forma una coppia terrificante con il suo collega Stalin, questo è fuori dubbio. Un libro che evidentemente rende giustizia alla storia; è curioso constatare come si scorgano segnali di un'analisi non pregiudiziale del passato in paesi come la Cina, quando invece da noi il condizionamento intellettuale marxista riesce ancora ad operare una sorta di censura di massa sulla storia criminale del comunismo. Colui che fu il segretario personale di Mao Tsedong, l'ormai quasi novantenne Li Rui, sostiene che proprio la mancanza di un serio revisionismo storico ha impedito fin qui alla Cina di fare i conti con il proprio passato ed esprimere così tutto «il proprio potenziale» (Corriere della Sera dello scorso 3 giugno). In particolare, il vecchio Rui dice del tiranno: «Mao era troppo autocratico. Non sopportava dissensi. Aveva la convinzione superstiziosa di essere sempre e assolutamente nel giusto». Sarà pure un efficace e lapidario ritratto del despota cinese, ma è anche l'immagine di un comunista vero. Li Rui continua: «Mao cercava di controllare le menti delle persone». Si può immaginare qualcosa di più coerentemente marxista? Non credo. La teoria comunista di Marx prevede necessariamente un'educazione che aliena le menti umane da se stesse: è il prezzo inevitabile per accettare la realizzazione della perfetta uguaglianza omologante del mondo senza classi e senza movimento, dopo che il materialismo dialettico ha scippato l'uomo della sua dimensione spirituale negandogli la costruzione di una civiltà dell'amore e degradando il paradiso a dimensioni politiche. La «rivoluzione culturale» lanciata da Mao serviva a questo scopo: a creare nei cinesi la fallace illusione della giustizia collettivista. Come può Sergio Romano considerare gli orrori criminali di Mao come «follia romantica»? (È scritto sul Corriere della Sera del 7 giugno). Come può dubitare in merito al comunismo di Mao? L'ortodossia comunista del tiranno cinese è cristallina: fu semplicemente sua l'intuizione che la rivoluzione avrebbe avuto un futuro in Cina solo mobilitando le masse contadine piuttosto che la classe operaia; adattamento intelligente alle condizioni socio-storiche di quel Paese. Inoltre, rompendo «le catene del colonialismo», Mao non ha affatto «restituito al Paese la dignità perduta», come sostiene ancora Sergio Romano nel suo sorprendente (o dovremmo dire sconcertante) articolo; ha piuttosto consegnato la Cina al terrore di un profondo inferno. Se Romano pensava di sorprendere con questa sua analisi del fenomeno Mao, di certo ha mancato il bersaglio. Una simile pianificazione di terrore e di morte (il libro della Chang parla di 70 milioni di vite umane distrutte) non può essere spacciata per una mezza virtù o per una genialoide facoltà creativa (si legga bene quanto è scritto nel Libro nero del comunismo a proposito delle malefatte di Mao). Questo libro di fresca uscita sugli orrori maoisti ci rimanda, ironicamente, con il pensiero, ai tarantolati sessantottini che, strologando di «fantasia al potere» e di «lotta al sistema», sbandieravano come un piccolo blasfemo vangelo il famigerato «libretto rosso». Ed ora, proprio un'ex guardia rossa (ché tale fu l'autrice Jung Chang) ci svela un pezzo di verità importante sul sanguinario comunista cinese. Il lavoro, perché la verità trovi il suo posto, è ancora lungo.
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