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LE GUERRE JUGOSLAVE

 

Per capirci un po’ di più…

Oggi, che nemmeno si parla più di Jugoslavia, ma solo di "ex Jugoslavia", si potrebbe avere l’errata impressione che una nazione degli slavi del sud fosse esistita da tempo immemorabile, un po’ come la "Madre Russia", e che solo il crudele destino che ha travolto i paesi del socialismo reale l’abbia trasformata in tanti staterelli che si guardano in cagnesco.

Nulla di più sbagliato: la Jugoslavia è stata quello che Metternich avrebbe definito un’espressione geografica, un coacervo di popoli, raggruppati da un trattato di pace, ma che mai avevano vissuto insieme né avevano espresso il desiderio di farlo.

Per molti versi, la coabitazione che venne pomposamente battezzata Repubblica federativa socialista di Jugoslavia, e che si resse soprattutto grazie all’enorme carisma del suo presidente, Josip Broz "Tito", e ai dollari che gli Usa versavano nelle sue casse per mantenerla "non allineata", fu uno scherzo di cattivo gusto tirato a sloveni e croati dall’Europa.

Di fatto, un regno di Jugoslavia non era mai esistito: prima della fine della Grande guerra, Slovenia e Croazia facevano parte integrante dell’Impero absburgico (la Croazia, nei secoli, aveva visto il proprio territorio occupato e spartito tra ottomani, austroungarici e veneziani).

La Bosnia era stata annessa all’Austria dopo le guerre balcaniche, la Serbia era un regno legato a doppio filo alla Russia e con grosse smanie egemoniche sulla Balcania, governato da una nuova ed aggressiva dinastia, i Karadjordjevic, che si erano sbarazzati dei loro predecessori, gli Obrenovic, col sistema tipico in vigore nei clan serbi, ossia ammazzandoli.

Il Montenegro era un piccolo regno di pastori, nobilitato dal matrimonio della figlia del capo pastore col Re d’Italia, mentre la Macedonia pencolava tra Serbia e Grecia: taccio della Vojvodina a popolazione ungherese, dell’Erzegovina, del musulmano Sangiaccato, della Slavonia e via discorrendo, perché i destini di queste regioni seguirono quello delle regioni più importanti.

Dopo il trattato di Versailles, si delineò la possibilità di creare, con tutti questi popoli, diversi per lingua, religione, scrittura e tradizioni, un unico regno; i Karadjordjevic non se lo fecero ripetere due volte, e nacque il Regno di Jugoslavia. In realtà, fu un’operazione molto simile a quella che portò all’unità italiana: un re estese la propria dominazione dinastica su dei territori confinanti, mantenendo, tuttavia, le proprie prerogative peculiari.

Aleksandr Karageorgevic governò la Jugoslavia come se si fosse trattato di una Serbia lievitata: inutile dire che le popolazioni più settentrionali e più civilizzate, come gli Sloveni, non gradirono affatto.

Poi, venne il nazismo, che calamitò i nazionalismi dell’Europa centrorientale, e con lui gli ustascia di Ante Pavelic, in Croazia, e i domobranci sloveni; vennero la guerra, la resistenza, Tito e Kardelj, le foibe e la moderna Jugoslavia.

Decine di migliaia di oppositori vennero massacrati, molti di più subirono carcere e torture: ma era periodo di distensione, e qui da noi non se ne parlò, e non se ne parla.

Io, che pure frequento la Slovenia da decenni, ho scoperto solo quest’anno che a Radovlijca, tre o quattro chilometri da dove abito io, a Bled, dopo la fine della guerra sono stati eliminati circa cinquemila (cinquemila!) sloveni "bianchi", che rimpatriavano col treno dall’Austria e venivano portati in una cava, dove dei partigiani li abbattevano.

In Slovenia, ancora oggi nessuno li ricorda ufficialmente: a Klagenfurt, in Carinzia, invece, fuori dal duomo c’è una piccola targa di bronzo, a memoria di tutte le vittime, uomini, donne e bambini, del furore partigiano slavo.

Insomma, da queste premesse nacque la Rfj, la Jugoslavia di Tito; essa mantenne un carattere sostanzialmente serbocentrico, nonostante che Tito fosse croato, e, soprattutto, si mantenne pacifica e compatta in virtù delle enormi doti di leader del Maresciallo, che, peraltro, fin dagli anni Settanta aveva introdotto un lento processo di emancipazione delle repubbliche confederali.

Non si creda che la Rfj fosse una dittatura più all’acqua di rose delle altre dittature comuniste: nemmeno per sogno! Solo che, data la contiguità con l’Europa occidentale, venivano salvate le apparenze.

In pratica, la Rfj poggiava su di un asse economico e politico in cui la Slovenia rappresentava la regione industriale, la Croazia garantiva valuta pregiata col suo turismo e la Serbia forniva i burocrati e gli ufficiali dell’esercito, la Yugoslavija Narodna Armada.

Tutto questo procedette senza grossi scossoni, finché, nel giro di un paio d’anni, prima Kardelj (il numero due del regime, sloveno) e poi Tito stesso passarono a miglior vita.

Superato lo shock per la morte del padre della Patria (che ci fu davvero, e fu sentito dalla gente comune in modo per noi impensabile), la Jugoslavia si dotò di un direttorio di burocrati, provenienti dalle varie repubbliche, in cui già si metteva in mostra un signore serbo che, allora, si mostrava moderato, ma che divenne poi il feroce saladino dei Balcani, Slobodan Milosevic (la pronuncia corretta, onde evitare di sentire gli orrori ragliati dai vari mezzibusti televisivi è, più o meno Milouscevic), che recitò la parte del conciliatore, quando gli studenti kosovari dell’università di Pristina insorsero, li placò, e poi li fece arrestare in massa, secondo il collaudato metodo Tien An Men.

Questo sistema, però, non attaccava più; e sloveni e croati erano stanchi di produrre ricchezza che finiva nelle tasche dei capataz serbi, di una classe dirigente arrogante ed improduttiva, che sosteneva, secondo la lezione di Karadjordjevic, che "dove c’è un Serbo, lì è Serbia".

Cominciarono a soffiare venti di separatismo: a Ljubljana e a Zagabria fecero timidamente capolino fogli apertamente critici nei riguardi del regime e favorevoli ad una scissione.

Ci si avviava (anche se mai nessuno l’avrebbe previsto), verso una delle più terribili guerre che l’Europa moderna abbia conosciuto, e in cui l’Unione europea, la Nato e gli Usa ebbero, come vedremo, molte e terribili responsabilità.

Nella primavera del 1991, unilateralmente, Slovenia e Croazia proclamarono la propria indipendenza: nelle caserme della Yna fu proclamato lo stato di massimo allerta.

I turisti italiani continuavano a prenotare le loro camere negli alberghi di Rovigno e di Dubrovnik, ma sarebbe stata un’estate movimentata!

 

Samostojna Slovenija!

La Slovenia è un bel Paese, ricco di foreste e di fiumi, stretto tra le Karavanke e le Alpi Giulie, tra la Croazia e l’Ungheria: la gente slovena è laboriosa e mite, come una specie di austriaci senza puzza sotto il naso.

Fino al 1991, però, pochissimi, anche a livello di diplomazia internazionale, sapevano cosa fosse e dove si trovasse esattamente la Slovenia: non c’è pertanto da stupirsi se, in Occidente, nessuno comprese il dramma della gente slovena, che si vedeva sempre più attratta nel levante balcanico dalle pretese egemoniche della Serbia di Milosevic.

A questo si aggiunga la conserteria filoserba dei diplomatici americani a Belgrado, legati, attraverso il solito Kissinger, ad interessi economici serbi: la trimurti Zimmermann, Eagleburger e Scowcroft rappresentavano un perenne coro anti-indipendentista alle orecchie del presidente degli Stati Uniti.

Croazia e Slovenia, pertanto, furono viste come nazioni antidemocratiche e misoneiste, che volevano staccarsi dalla Serbia per odi razziali e per amore del bel tempo andato: tra coloro che la videro in questo modo ci fu l’allora nostro ministro degli Esteri, Gianni De Michelis, che allora dichiarò che l’Europa non avrebbe mai accettato la nascita di nuovi staterelli nei Balcani, mostrando chiaramente da che parte stava il governo italiano.

Comunque sia, il 26 giugno del 1991, a Ljubljana, di fronte al monumento a Franc Preseren, poeta nazionale sloveno, fu proclamata l’indipendenza slovena, con tanto di nuova bandiera, su cui spiccava il profilo inconfondibile del Triglav: presidente della repubblica venne eletto un ex comunista, Kucan.

Il presidente del consiglio federale, Ante Markovic, intanto, aveva già predisposto l’attacco ai secessionisti. I carri serbi si mossero dalle caserme, l’armata occupò le frontiere, ma la Slovenia aveva una guardia nazionale (detta Difesa territoriale) efficiente ed agguerrita, e moltissimi riservisti si presentarono volontari nel neonato esercito: il ministro della Difesa sloveno era il trentenne Janez Jansa, che da tempo predicava, a ragion veduta, la debolezza intrinseca dell’esercito federale.

E i fatti gli diedero ragione. Degli oltre cento carri armati serbi, molti nemmeno riuscirono ad entrare in azione, sfasciandosi prima, nella gioia sarcastica degli sloveni; gli altri ebbero vita grama (ben 31 ne furono catturati intatti dagli sloveni), specialmente dalle parti di Brnik, l’aeroporto internazionale di Ljubljana, epicentro degli scontri.

I Mig federali attaccarono anche il viadotto delle Karavanke, ma lo mancarono clamorosamente (la maggior parte dei piloti dell’aviazione jugoslava era composta da sloveni!); la guerra, pur con i suoi morti e le sue distruzioni (minime, per la verità) si avviò a diventare una sorta di guerra farsesca.

Ancor meno successo ebbe la cosiddetta troika, spedita a Belgrado per cercare di gestire la crisi e nome della Comunità europea: De Michelis, con l’olandese Van der Broek ed il lussemburghese Poos andarono a farsi prendere in giro dai serbi. In realtà, a Belgrado si era già decisa la cosiddetta "amputazione", ossia il distacco dalla madrepatria di Slovenia e di parte della Croazia.

Dopo il contraddittorio memorandum di Brioni (7 luglio), che, di fatto, congelava per tre mesi la situazione dello status quo ante, giunsero segnali sempre più forti da parte dell’establishment serbo circa un disimpegno in Slovenia, finché, il 29 luglio, fu annunciato l’inizio del ritiro dell’armata nazionale dalle caserme slovene, in un tripudio popolare senza precedenti: la gente gridava Samostojna Slovenija, Slovenia indipendente; e Samostojnost (L’indipendente) si chiamò una nuova marca di spumante.

La guerra slovena era durata dieci giorni, ed era costata agli sloveni 74 morti e 280 feriti; dei 25.000 soldati federali, 8.000 si erano arresi o avevano disertato, ed erano tornati a casa: gli altri se ne scapparono dopo il 29 luglio, inseguiti dai clacson e dai lampeggi dei fari degli sloveni, che scorrazzavano per le strade dopo avere cancellato dalle proprie targhe l’odiata stella rossa.

 

Tocca alla Croazia

La Croazia si era proclamata indipendente insieme alla Slovenia, ma la sua posizione era assai diversa da quella del governo di Ljubljana: innanzi tutto, la Croazia faceva parte in maniera geograficamente più determinante del corpus nazionale jugoslavo, inoltre al suo interno erano presenti forti enclave serbe, come in Krajina, senza contare il fatto che tra Serbia e Croazia correva un lungo confine.

A questo si aggiunse da subito, da parte di Belgrado, il richiamo costante alle atrocità commesse nell’ultimo conflitto mondiale dagli ustascia di Pavelic, con un vero e proprio festival delle fosse comuni, scoperte improvvisamente dappertutto, e con la relativa esposizione dei macabri resti delle vittime del poglavnik.

Il piano serbo era semplice: sarebbe bastato premere sul tasto dello sdegno popolare contro il regime "fascista" di Zagabria per causare la caduta del neoeletto presidente croato Tudjman e il ritorno alla federazione della repubblica ribelle.

D’altra parte, la recente batosta subita in Slovenia sconsigliava il comando supremo della Yna di tentare un’offensiva radicale in Croazia: meglio, piuttosto, sembrava battersi solo in quelle zone a forte presenza serba, con l’evidente scopo di ricollegare le enclave alla madrepatria.

Si trattava, in buona sostanza, del riciclaggio del vecchio concetto di "Grande Serbia", che datava addirittura al Patto di Londra del 1915 e che prevedeva un deciso incremento territoriale del regno di Serbia, proprio a spese della Croazia, allora regione dell’impero danubiano.

Il piano concepito dal comando supremo serbo (generale Kadijevic) prevedeva appunto una prima fase, con sommosse popolari, attentati e disordini, per fare intervenire gli ustascia e giustificare l’intervento federale; la seconda fase, invece, prevedeva la divisione della Croazia in quattro settori, l’occupazione di piazzeforti di garanzia, l’isolamento aeronavale della repubblica ribelle e, infine, la marcia, previa occupazione della Slavonia, sulla capitale croata.

La prima parte di questo piano ebbe inizio quando ancora non era risolta la questione slovena: il 29 giugno 1991, con un tentativo dei cetnici (nazionalisti serbi) di Tenja di occupare le città di Osijek e di Vinkovci: i cetnici furono respinti dall’esercito croato, ma questo permise alle truppe federali di Osijek di aprire il fuoco dalle caserme sulla città e, di fatto, di dare inizio alle ostilità.

Qualche giorno dopo, i marticevci, ossia la milizia della regione autonoma della Krajina (serbi), attaccarono una stazione di polizia croata a Glina: la polizia li respinse, ma dopo pochi giorni venne sloggiata dai mezzi corazzati federali, creando un precedente che sarebbe stato, in seguito, spesso imitato.

Più o meno con queste modalità, nel periodo immediatamente successivo, il conflitto si estese a otto diverse zone della Croazia: la Slavonia orientale ed occidentale, la Banija, il Kordun, Lika, la Dalmazia settentrionale, la zona di Dubrovnik, e le isole, mostrando come, in realtà, trattandosi di territori assai diversi storicamente uno dall’altro, quello della difesa delle enclave fosse solo un pretesto.

Purtroppo, il disperato bisogno di truppe dell’armata nazionale, sotto organico del 300 per cento, provocò la nascita, in questo periodo, di brutali milizie volontarie, che si distinsero durante tutto il conflitto per la loro ferocia e per il loro odio fanatico: le Tigri, la Guardia di Vuk Draskovic, il Corpo di Avala di Vojislav Seselj, le aquile bianche e quelle azzurre (cetnici), le truppe di Dusan il Forte eccetera.

Nonostante i nomi altisonanti, si trattava in gran parte di delinquenti comuni e di rozzi fanatici, provenienti dagli strati più bassi della popolazione, che commisero un’inverosimile serie di atrocità, oltre a rubare a mani basse e ad arricchirsi notevolmente.

Tra i comandanti, divennero assai noti quello dei knjindje (marticevci), noto come il "capitano Dragan" e il comandante delle tigri, Darko Raznatovic-Arkan, vero capostipite di una dinastia di bulli criminali.

Non tutti i serbi, però, erano di quella pasta: l’opposizione si faceva sentire e le prime notizie di efferatezze ed eccidi provocarono la reazione della migliore gente di Belgrado: ad Arkan e alle sue nefandezze possiamo contrapporre il piccolo grande eroe Vladimir Sivkovic, che lasciò il fronte col suo blindato e lo guidò fino davanti al Parlamento serbo, al grido di "Ecco il carro armato: fatevela da soli questa guerra!".

Ma la guerra, comunque, sarebbe andata avanti.

Molto avanti.

 

 

Vukovar e le altre

 

Almeno all’inizio, l’esercito croato era piuttosto debole e male armato. Questo consigliò il governo di Zagabria di mantenere un atteggiamento piuttosto passivo ed attendere le decisioni internazionali. I serbi, però, con un forte contingente di carri, posero l’assedio all’importante città di frontiera di Vukovar, un porto sul Danubio la cui popolazione era composta per quasi il 40% da serbi: per Vukovar, poi assurta ad immagine dell’orgoglio nazionale croato, iniziò un tragico calvario.

Intanto, nel settembre del 1991, si apriva la Conferenza dell’Aia, sul futuro dei popoli jugoslavi: tra conferenza ed Onu, le guerre jugoslave videro nascere e poi morire decine e decine di risoluzioni, che non portarono mai a nulla, mentre la gente moriva.

Ormai l’operazione "Ram" (cornice), ossia la creazione della grande Serbia era in atto, e neppure un ordine diretto del presidente del consiglio federale, Stipe Mesic, che chiese l’intervento dei caschi blu, servì ad interrompere l’offensiva della Yna, che, anzi, tra il 4 ed il 12 settembre occupò due punti strategici fondamentali: lunghi tratti dell’autostrada Zagabria-Belgrado ed il ponte di Maslenica, vicino a Zara.

Dopo le offensive settembrine, anche i croati si diedero una mossa: l’esercito venne organizzato, e comparvero le solite organizzazioni paramilitari, come le Zebre, le Legioni Nere e l’Associazione croata di difesa. Si trattava in tutto di una decina di migliaia di uomini, che, con le insegne degli ustascia, si macchiarono di delitti atroci, esattamente come le milizie cetniche serbe.

Nel frattempo, il governo serbo decise di liberarsi dell’ingombrante presenza di Mesic, che venne defenestrato; per conseguenza, l’Yna colpì con grande energia Zagabria (perfino l’ufficio di Tudjman fu raggiunto da due missili aria-terra), Dubrovnik (colpita selvaggiamente con bombe al fosforo), Sebenico, Spalato ed altre località dalmate, con lo scopo di fare cedere la Croazia prima che si riprendesse e diventasse un nemico davvero pericoloso.

Si rinnovarono anche gli assalti a Vukovar, circondata da circa 600 blindati serbi; ma possiamo dire, in generale, che tutti gli obiettivi "sensibili" croati, come infrastrutture, depositi militari, monumenti e perfino bellezze paesaggistiche (si pensi ai laghetti di Plitvice) subirono un durissimo attacco.

La Croazia si rivolse disperatamente alle nazioni occidentali, agli Usa e alla Russia di Gorbaciov perché intervenissero a fermare l’aggressione serba: ne sortì l’ennesimo cessate il fuoco, firmato a L’Aia e, il 10 ottobre, la Yna iniziò a ritirarsi da Karlovac e da Zagabria. Nel frattempo, le forze croate stavano per rompere l’assedio di Vukovar, ma Tudjman ordinò loro di sospendere l’azione, giustificando la cosa con il presunto passaggio di un convoglio umanitario di Médicines sans frontières, permettendo, di fatto, ai serbi di chiudere di nuovo il cerchio intorno alla città.

Sulle presunte attività umanitarie durante le guerre jugoslave, ci sarebbe molto da dire: si tratta di una pagina davvero vergognosa della storia del ’900. Posso solo dire che chi scrive, nel 1992 era dalle parti di Karlovac e di Zagabria e gli unici medici senza frontiere che vide viaggiavano su di una Bmw bianca, targata UN, per una Zagabria deserta, di sabato pomeriggio, a caccia di prostitute.

Non oso pensare all’affare cospicuo degli aiuti umanitari senza provare un brivido di disgusto: i caschi blu Neozelandesi che si facevano dare, a Serajevo assediata, oggetti d’oro in cambio di medicine, sono una macchia indelebile sulla coscienza dell’Occidente (ammesso che la Nuova Zelanda possa dire di farne parte).

Il 18 novembre cadde Vukovar, dopo una resistenza indomita: in quasi tre mesi d’assedio erano morti più di 4.000 civili; ma la sorte dei difensori fu certamente peggiore.

A Vukovar si ebbe la prima grande prova di pulizia etnica del conflitto: nessuna pietà per i difensori, avviati a campi di concentramento e, in seguito, per buona parte scomparsi: 261 feriti e medici dell’ospedale furono giustiziati con un colpo alla nuca e gettati in una discarica.

Alla televisione di Stato di Belgrado venne annunciato: "Vukovar è oggi una città distrutta, ma libera!".

Restò nell’opinione pubblica internazionale l’impressione che Tudjman avesse, consapevolmente, sacrificato Vukovar, per ottenere il riconoscimento dell’indipendenza croata. E, forse, c’è del vero.

Il 13 gennaio 1992, la Santa Sede riconobbe la Slovenia e la Croazia: si trattò di un gesto piuttosto spregiudicato, se confrontato con gli usi diplomatici vaticani, ma sbloccò una situazione di stallo vergognosa ed intollerabile e diede il via ai riconoscimenti unanimi di tutto il mondo civile.

In vista delle elezioni del 1992, Tudjman scatenò una controffensiva massiccia, che investì la zona del ponte di Maslenica, di Zara, di Spalato e della diga Peruca, che garantiva una grande provvista energetica: all’inizio l’offensiva, fidando sul fattore sorpresa, ebbe un certo successo e fece impennare la popolarità del presidente (che aveva, peraltro, infranto l’ennesimo cessate il fuoco).

L’azione di Tudjman allarmò l’opinione pubblica straniera, tanto che inglesi e francesi mandarono portaerei (Clemenceau e Ark Royal) e navi di scorta nella zona.

La situazione, tuttavia, si mantenne più o meno stabile per un paio d’anni: vi furono le solite inutili risoluzioni dell’Onu, l’Unprofor venne schierata in zone cosiddette protette, ma soprattutto, scoppiò un nuovo conflitto in Bosnia, tra croati, serbi e musulmani, che, come vedremo nel prossimo inserto, distrasse i contendenti dal territorio croato.

Fu solo nel 1995 che la situazione si sbloccò, avviandosi ad una soluzione.

Innanzi tutto venne creata una commissione, detta Z-4, composta dai quattro ambasciatori a Zagabria di Usa, Inghilterra, Unione europea e Nazioni unite, che iniziarono ad adoperarsi per evitare che l’occupazione serba dei territori occupati nel 1991 diventasse definitiva annessione.

Inoltre, l’amministrazione Clinton si mostrò sempre più favorevole ad una soluzione del conflitto che favorisse la Croazia, stabilendo perfino un rapporto di collaborazione militare col ministro della difesa di Zagabria, Susak: a questo punto, il vodz Milosevic cominciò a pensare che, forse, forse, gli sarebbe convenuto cedere qualcosa in Croazia per ottenere qualcosa di più in Bosnia.

Questo appoggio, ovviamente, ringalluzzì Tudjman, che cominciò a protestare per l’inutilità della presenza Unprofor, che, a suo dire, non aveva evitato pulizie etniche nelle zone protette, e che cominciò a preparare la riscossa croata.

Con il pretesto di una serie di disordini che avevano infranto il cessate il fuoco, il primo maggio del 1995 l’esercito croato lanciò l’operazione "Fulmine", che permise di liberare 27 km dell’autostrada Zagabria-Belgrado, in Slavonia occidentale nel giro di 24 ore.

Questo blitz mise in evidenza l’estrema fragilità delle difese della Repubblica serba di Krajina, uno delle enclave autoproclamatesi indipendenti nel ’91, nonché il sostanziale disinteresse di Belgrado per i destini dei "fratelli serbi di Krajina".

Nonostante ciò, il presidente della piccola repubblica, Mile Martic, mantenne la linea dura, lanciando i suoi missili "Orkan" su varie città croate, come Karlovac, Sisak, Novska e perfino su Zagabria.

Ma, ormai, l’esercito croato era il più forte, e Tudjman voleva per il suo Paese una grandeur vecchio stile: ignorando le minacce che venivano da Knin (capitale della Krajina), nella festa del 30 maggio, "giorno della Patria", fece sfilare per Zagabria una spettacolare parata militare, che servì a mostrare i muscoli delle sue nuove truppe.

Certo, la guerra non era finita per nulla: ancora il 3 agosto i serbi bosniaci colpirono Dubrovnik, uccidendo tre poveri bagnanti; però, si sentiva che ci si avviava verso una conclusione, che non poteva che essere favorevole a Zagabria.

Infatti, il 4 agosto del 1995, 150.000 soldati croati, con 200 carri armati (l’armata più potente apparsa in Jugoslavia dal 1991), diedero il via all’operazione "Tempesta", decisi a dare il colpo di grazia ai serbi di Knin.

Truppe speciali si erano infiltrate nel dispositivo nemico, marcando i bersagli importanti: in particolare le rampe di missili a lunga gittata Sam-6 e gli aerei dell’aeroporto di Udbina; così, le artiglierie croate colpirono a colpo sicuro, paralizzando le armi più efficaci su cui potessero contare i serbi.

Gli Usa, scioccati dal recente massacro di Srebrenica (di cui parleremo nel prossimo inserto), appoggiarono l’operazione con il loro supporto tecnologico (aerei spia, in particolare), mentre le truppe Unprofor mostrarono una certa simpatia per i serbi, il che fruttò un paio di morti ai parà canadesi.

Alle 11 del 5 agosto, le truppe d’élite croate entrarono a Knin vincitrici: Martic non aveva ricevuto alcun aiuto dal suo compare di Belgrado!

Fuggirono dalla sacca circa 200.000 profughi serbi, privi di tutto, che furono male accolti in Serbia ed avviati a "serbificare" il Kosovo ed il Sangiaccato, mentre le soldataglie ubriache del generale Ante Gotovina si davano alle violenze ed ai massacri (si contarono quasi 450 civili inermi assassinati) su quei serbi che erano rimasti nell’enclave.

L’operazione "Tempesta" rappresentò il trionfo politico di Tudjman: gran parte del territorio nazionale era stato liberato, al costo piuttosto contenuto di 409 morti e di 2.460 feriti.

Si trattava ora di risolvere l’ultima voce del contenzioso, ossia il possesso della Slavonia orientale, ancora in mano serba.

Per fortuna, stavolta bastò la diplomazia: una prima conferenza di pace, a Ginevra (7/9/1995), venne fatta fallire dal generale Mladic (di cui avremo modo di parlare ancora), mentre il convegno di Roma (5/10/1995) servì solo a migliorare le relazioni internazionali e a calmare un po’ la rabbia dei contendenti.

L’epilogo si dovette agli accordi di Dayton (1-21/11/1995): durante quella maratona diplomatica, Serbia e Croazia ristabilirono i rapporti diplomatici e si accordarono per uno sgombero pacifico della Est-Slavonia da parte della Yna.

A Zagabria, le madri dei desaparecidos di Vukovar avevano eretto il loro "muro del pianto", ma ormai i giochi erano fatti: Tudjman aveva cinicamente cancellato il problema della giustizia internazionale a favore di un epilogo vittorioso dei colloqui.

Si stabilì che la Slavonia Orientale sarebbe stata amministrata dall’Onu per un anno, a partire dal 1/12/95, per poi riunirsi alla Croazia; e così, fortunatamente, avvenne.

Nella soddisfazione dell’opinione pubblica di tutto il mondo, il conflitto tra Croazia e Serbia si era concluso.

Ma non si erano certo concluse le guerre jugoslave.

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