La notte della Repubblica
Pietà l’è morta
Trovandosi ad affrontare il controverso argomento delle stragi e dello stragismo, sarebbe assolutamente pretenzioso, e anche un tantino ridicolo, pensare di risolvere, coi poveri mezzi dello storico, misteri che hanno resistito alle indagini di eserciti di magistrati, parlamentari, poliziotti e semplici cittadini.
Questo, tuttavia, non ci impedisce di cercare - col beneficio di quella stessa ragione che non sempre ha accompagnato le ricerche degli eserciti sopracitati - di sciogliere perlomeno i nodi fondamentali di questo terribile fenomeno: di certo, la realtà, almeno in certi casi (ossia quando è stata acclarata), risulterà ai più piuttosto diversa da ciò che è stato fatto passare come verità e che, invece, tanto per cambiare, appartiene ai soliti meccanismi mistificatori che abbiamo visto cancellare tante altre verità storiche, scomode per qualcuno.
Di fatto, possiamo serenamente affermare che, nei riguardi delle stragi avvenute in Italia tra il 1969 ed il 1980, si sia applicata la stessa dizinformacija che ha caratterizzato altri fenomeni salienti della nostra cosiddetta vita democratica. E possiamo, del pari, sostenere che esista un’altra vulgata oltre a quella resistenziale: la vulgata delle stragi di Stato e della cosiddetta strategia della tensione.
Usando uno degli strumenti di base della ricerca storica, ossia l’analogia, non possiamo non sottolineare che le bombe, che sui quotidiani diventavano subito, prima ancora che si fosse stabilito se si trattasse di un ordigno o di una bombola di gas, "bombe fasciste", sono passate attraverso lo stesso tipo di accuratezza giornalistica che faceva scrivere alle penne più brillanti della stampa italiana "sedicenti brigate rosse", sottintendendo (e talvolta intendendo a chiare lettere) che si trattava, in realtà, di brigate nere.
La tristissima verità è che, per i giornalisti, di ora come di allora, il male è, contrariamente a quanto testimoniato dalla tradizione classica, sempre destrorso e non, come sostennero in tanti, mancino. Prova ne sia la bufala costruita ad arte sul Dc9 Itavia (precipitato nel Mar Tirreno la sera del 27 giugno 1980, tra Ponza e Ustica), con tanto di esilarante film-denuncia, che accusava lo Stato di costruire muri di gomma, per evitare che si scoprisse che il jet di linea fosse stato abbattuto da un missile durante una battaglia aerea, mentre contribuiva a costruire una grande muraglia cinese di caucciù!
D’altro canto, ormai certi concetti sono talmente penetrati nell’immaginario collettivo che, anche solo a muovere obiezioni, si è guardati come dei poveri mentecatti: lo stesso accadeva ai tempi di Peppone e Don Camillo a chi sostenesse, in certe illuminate regioni italiane, che l’Unione Sovietica non fosse il paradiso della libertà! A questo ha ampiamente contribuito (e meriterebbe un discorso a parte), per la verità, la storia giudiziaria dei processi infiniti che, invariabilmente, hanno fatto seguito alle principali stragi terroristiche degli anni 1969-1980, partendo da quello per la bomba alla Banca nazionale dell’Agricoltura del 12 dicembre 1969, fino ad arrivare al processo di Bologna per la strage del 2 agosto 1980.
Esaminando gli atti di quei processi, ci troviamo di fronte ad un’incredibile sequenza di teoremi, depistaggi, accanimenti, inspiegabili omissioni e trattamenti di favore, che non possono non lasciarci sbalorditi ed inquieti per i foschi retroscena che talora essi lasciano intravedere. In linea di massima, l’idea animatrice di questi processi è stata quella di dare al Paese dei colpevoli, purchessia, e a condizione di non andare a sfrucugliare i soliti potenti: sarebbe la solita vecchia storia, se non ci fossero di mezzo persone che si son fatte anni di carcere per nulla! L’ultimo di questi bizzarri capri espiatori è Luigi Ciavardini (prima assolto e poi condannato a trent’anni di reclusione, con l’accusa di aver "trasportato" la valigia esplosiva alla stazione ferroviaria di Bologna: la sua odissea giudiziaria è stata rievocata da Area il mese scorso), e a lui va il mio pensiero, mentre scrivo queste pagine.
Piazza Fontana: tutto cominciò lì
12 dicembre 1969, ore 16,45: nell’agenzia milanese della Banca nazionale dell’Agricoltura esplode un ordigno a tempo, che causa 16 morti ed 87 feriti. Quasi in contemporanea, esplodono altri ordigni a Roma, all’Altare della Patria e nella sede della Bnl di via Veneto, i feriti furono 16. Nella Banca commerciale di Milano venne rinvenuto un ordigno inesploso, contenuto in una valigetta metallica (questa valigetta sarebbe stata fatta inspiegabilmente brillare nella serata, su ordine del Procuratore capo della Repubblica di Milano De Peppo: poteva fornire elementi interessanti ed era facilmente disinnescabile!). Un’ora dopo l’esplosione, attivisti missini stavano già manifestando di fronte al luogo dell’attentato, in piazza Fontana.
Qualcuno ricordò che, proprio in un teatro di quella piazza, cinquant’anni prima, una bomba anarchica aveva fatto decine di morti; forse per questo, la prima pista seguita dal commissario Luigi Calabresi fu quella di sinistra e, segnatamente, anarchica: due ore dopo la strage, Calabresi perquisì il circolo anarchico "22 marzo" (da non confondersi con il circolo XXII marzo di Roma, frequentato da Valpreda e Merlino), in cui si era infiltrato l’agente di polizia Salvatore Ippolito, ed invitò in Questura un anarchico di quel circolo: il ferroviere libertario Giuseppe Pinelli.
Durante le primissime fasi delle indagini, vennero fermate circa 150 persone, prevalentemente legate agli ambienti dell’estremismo di sinistra. Nell’ambiente politico, tuttavia, i pareri apparvero subito divergenti: Aldo Moro, nel memoriale redatto quando era prigioniero delle Br, sostiene di non aver creduto nemmeno per un attimo alla pista anarchica, essendo per lui evidente la matrice nera dell’attentato; tuttavia, a suo dire, i suoi colleghi erano apparsi alquanto scettici a riguardo. Perfino il ministro Franco Restivo litigò al Viminale, la sera del 13 dicembre, con il Capo della Polizia Angelo Vicari, giacché il primo sosteneva la pista nera ed il secondo quella rossa: le rouge et le noir!
Il 14 dicembre, il settimanale londinese Observer, come già abbiamo scritto in precedenza, fece propria la velina di Giangiacomo Feltrinelli sulla "strategia della tensione", accusando indirettamente il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, di perseguire tale strategia: bisogna però notare che gli inglesi, in quei giorni, non sembravano nutrire cordiali sentimenti nei nostri confronti, per essere stati estromessi in malo modo dalle proprie basi militari in Libia, a tutto vantaggio di Italia e Francia, il che spiegherebbe in parte l’astio britannico.
Proprio Feltrinelli fu oggetto di una ritardatissima perquisizione domiciliare, che non portò, ovviamente, ad alcun risultato; tuttavia, secondo il colonnello dei carabinieri Massimo Pugliese, si parlò insistentemente di un possibile coinvolgimento dell’editore nell’attentato, tesi sostenuta poi anche dal direttore del Borghese, Mario Tedeschi, in un saggio del ’73 sulla strage.
Il 16 dicembre, come è noto, l’anarchico Pinelli precipitò dal quarto piano della Questura di Milano, in circostanze mai del tutto chiarite: questo avrebbe scatenato contro Calabresi (che nemmeno era presente al fatto) una violentissima campagna della sinistra extraparlamentare, che sarebbe culminata con l’omicidio del commissario, il 17 maggio del 1972.
Tra il 16 ed il 17 dicembre, si delinearono due diverse piste: quella anarchica, con i sospetti che si concentrarono sul ballerino Pietro Valpreda, e quella rosso-nera, che puntava sulle due figure di Stefano Delle Chiaie e dell’anarchico (ritenuto un infiltrato) Mario Merlino, che avrebbero agito per fare accusare dell’attentato altri movimenti rivali. Da una dichiarazione spontanea alla Procura di Treviso da parte di un dirigente della DC padovana, partirono, sempre il 17 dicembre, anche le indagini a carico dell’editore di Castelfranco Veneto Giovanni Ventura, la cui abitazione venne perquisita tre giorni dopo.
Nel frattempo, tanto per pararsi le spalle, L’Unità e L’Avanti scaricarono Valpreda, definendolo uno spostato facilmente manovrabile (18 dicembre). Il 25 dicembre del 1969, scomparve Armando Calzolari, amministratore del Fronte nazionale: qualcuno disse che era uno che "parlava troppo" e che, forse, sapeva troppo; Calzolari fu ritrovato cadavere in un pozzo il 28 gennaio 1970. Intanto, il processo per la strage venne trasferito per competenza a Roma.
Nel gennaio del 1970 si cominciò a parlare di un sosia di Valpreda: si tratterebbe dell’ex legionario Nino Sottosanti, molto simile fisicamente a Valpreda, che pranzò a Milano, a casa di Pinelli (!) proprio il giorno della strage; questo suggerì l’ipotesi di un omicidio di Pinelli per tappargli la bocca. Comunque, la pista anarchica era ancora ben individuata, se, nel marzo del 1970, veniva spiccato mandato di cattura contro Valpreda e Merlino, ed il Msi organizzava a Milano una manifestazione contro gli anarchici stragisti.
Nel giugno 1970, il lavoro della controinformazione sulla strage, che comprendeva il comitato "Strage di Stato" (Autonomia operaia, Lotta Continua, PotOp, Collettivo Lenin, Gruppo Gramsci, Manifesto, eccetera), il Partito marxista-leninista ed il Movimento giornalisti democratici (?) culminò con l’edizione del libro, edito da Samonà & Savelli (trotzkysti), La strage di Stato, che vendette mezzo milione di copie e che cominciò a puntare il dito contro le istituzioni, viste come mandanti delle stragi, in combutta con elementi manovrati della solita destra radicale.
Questa posizione sarebbe stata duramente contestata dall’autore della requisitoria contro Valpreda, il giudice Vittorio Occorsio, che scrisse: "La favola dell’istruttoria a senso unico, diretta a colpire un solo settore politico come vittime predestinate è un falso creato da chi ha interesse a confondere le idee sugli attentati del 12 dicembre e a colpire le istituzioni dello Stato (…)": più espliciti di così! Intanto, Ventura pubblicò un saggio in cui si indicava la Cia, che avrebbe approfittato di mitomani pazzi e cretini, come responsabile degli attentati , volti a fare cadere la colpa sulla destra e metterla nell’angolo.
Nel 1971, vennero arrestati per la prima volta Franco Freda e Giovanni Ventura (associazione sovversiva): fu l’inizio della pista nera, che avrebbe ruotato in seguito (secondo arresto) intorno all’arsenale scoperto a Castelfranco il 5 novembre e all’acquisto fatto da Freda di timer uguali a quello che avrebbe provocato lo scoppio di piazza Fontana; in una cassetta di sicurezza intestata a Ventura vennero trovati dei documenti sui servizi segreti Usa di mano dell’agente Sid Guido Giannettini. Questo episodio inaugurò la pista Giannettini-Sid.
Il 23 febbraio 1972, a Roma, si aprì il primo processo per la strage di piazza Fontana: imputati Valpreda e Merlino. Tuttavia, il dibattimento durò poco, ossia solo fino al 6 marzo: il 4 marzo i magistrati di Treviso arrestarono Pino Rauti (che l’Observer indicava, velatamente, come responsabile della strage) e spiccarono un nuovo mandato di cattura nei riguardi di Freda e Ventura, che vennero per la prima volta collegati alla bomba del 12 dicembre: questo causò la sospensione del processo romano. Il 21 marzo 1972 il processo tornò a Milano, mentre il 24 aprile Rauti venne scarcerato per insufficienza di indizi; il 28 agosto si formalizzò l’accusa per piazza Fontana a Freda e Ventura; il 29 dicembre Valpreda uscì di galera, grazie ad una legge stralcio sulla custodia preventiva.
Il processo per la strage milanese del 12 dicembre 1969, dopo lunghe ed estenuanti polemiche, passò alla Corte d’Assise di Catanzaro, il 18 marzo 1974: il 10 giugno dello stesso anno, la Cassazione stabilì l’unificazione dei processi Valpreda e Freda-Ventura, accusati tutti del medesimo reato. Nel frattempo, ne erano successe di tutti i colori: il Sid aveva mescolato le carte, facendo espatriare degli indagati (Marco Pozzan), Giannettini aveva subito una perquisizione, ma, soprattutto, c’era stata un’altra strage, mai del tutto chiarita, quella di via Fatebenefratelli…
Anarchico sì, anarchico no
Gianfranco Bertoli, l’autore reo confesso della strage del 17 maggio 1973 davanti al portone della Questura di Milano che causò quattro morti e 36 feriti, è scomparso di recente: dopo decenni trascorsi in carcere, egli continuava ad autodefinirsi anarchico, mentre tutti lo indicavano come infiltrato dei servizi segreti, informatore della polizia e neofascista. A chi si debba credere è problema complesso. Di fatto, durante la cerimonia per il primo anniversario della morte del commissario Calabresi, Bertoli lanciò una bomba a mano contro il gruppo delle autorità, con l’intento probabile di colpire l’ex presidente del Consiglio, Mariano Rumor, e fece una strage: oltre a questo, si va nel campo delle ipotesi e delle congetture. Sia nel processo di primo grado che di secondo (che si sta celebrando davanti alla Corte di Assise di Appello di Milano), i responsabili dei due rami dei nostri servizi di sicurezza hanno confermato, davanti ai giudici e sulla base di materiali d’archivio, che l’anarchico era una fonte sia della polizia che dei carabinieri (o dell’allora Sid) e che – prima di tornare in Italia per compiere l’attentato davanti alla Questura meneghina – aveva trascorso un periodo sabbatico in un kibbuz, in Israele.
Bertoli, di certo, fu personaggio dai molti volti, il che offre il destro ad una sua collocazione di comodo: prima simpatizzante del Pci, poi aderente al movimento anticomunista Pace e Libertà (quello di Edgardo Sogno), Bertoli fu confidente di polizia e Sifar, nonché frequentatore della libreria "Ezzelino" di proprietà di Franco Freda. Divenne poi anarchico e frequentò ambienti vicini alle Brigate Rosse. Ciò nonostante lavorò in un kibbutz israeliano, presumibilmente sotto la copertura del Mossad, il servizio segreto israeliano.
Il processo per la strage si concluse il 19 novembre 1976, con la condanna all’ergastolo del Bertoli: emerse, inoltre che egli aveva agito con dei complici, mai identificati, che ricevette la bomba in Italia da mandanti mai identificati e che mancò volontariamente Rumor e non per errore.
Il risultato della recente indagine che ha riaperto il caso è che l’attentato sarebbe stato organizzato dalla cellula di ordinovisti veneti, imputati oggi anche per piazza Fontana, sostenuti da esponenti dei servizi deviati (Amos Spiazzi), che avrebbero voluto la morte di Rumor per punirlo di non aver proclamato lo stato d’assedio all’indomani della strage del 12 dicembre 1969. Da questo momento in poi, tutta la vicenda che ruota intorno a piazza Fontana tende a complicarsi enormemente. Aspettiamoci, perciò, di sentirne riparlare: è poco probabile che Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi, attualmente indicati come i colpevoli della strage, rimangano a lungo in questa scomoda pole position, che ha visto alternarsi una vera sarabanda di nomi e di motivazioni.
Il 27 giugno 1973, i magistrati che indagavano sulla strage di piazza Fontana chiesero che il Sid riconoscesse a Guido Giannettini, non ancora formalmente inquisito, la qualifica di "agente" o fonte privilegiata del nostro servizio militare: i vertici decisero di dare parere negativo. Qualche mese dopo, l’ex capo del Sid, Eugenio Henke, negò addirittura di aver mai conosciuto Giannettini; questi, all’inizio del 1974, fuggì a Parigi e poi in Spagna, sottraendosi alla cattura per l’accusa di strage ed associazione sovversiva: solo nel 1982 Giannettini venne prosciolto dall’accusa di strage con sentenza definitiva.
Intanto, Giannettini ne aveva un po’ per tutti: in un’intervista a L’Espresso, ventilò, per esempio, che Calabresi fosse stato ammazzato su indicazione dei servizi segreti tedeschi (Bnd), che armarono un killer di estrema destra (poi identificato in Gianni Nardi, ma l’indicazione non superò mai la soglia dell’illazione) per fare tacere un uomo che era "sulla pista giusta". Il Bnd avrebbe aiutato, fra gli altri, gruppi d’estrema destra, il Mar di Carlo Fumagalli (d’ispirazione resistenziale: il suo leader era, infatti, un pluridecorato partigiano bianco), seriamente sospettato di una serie di gravi attentati nel Nord Italia, soprattutto ai tralicci dell’Enel.
Insomma, quasi tutti i protagonisti di queste drammatiche pagine di storia, compresi i servizi segreti, continuavano a dare versioni diverse, intricate e, spesso, disvianti, su quanto era accaduto a piazza Fontana; la sola certezza erano i poveri morti, il sangue: il resto era una cortina fumogena, che pareva avvolgere tutto e tutti. Il quadro creato dai servizi sulla strage si complicava: vennero indicati, come esecutore materiale della strage, Massimiliano Fachini, estremista di destra, e, come mandante, Stefano delle Chiaie: entrambi furono assolti con formula piena (20 febbraio 1989).
Mentre lo scenario delle indagini si complicava sempre più, venne un’altra bomba. E fu la strage di piazza della Loggia. Siamo al 28 maggio 1974. Il processo per questo attentato ebbe una storia ancora più inverosimile di quello per piazza Fontana: si pensi che, oggi, giugno 2002, dopo 28 anni, le indagini sono ancora alla fase preliminare, con tutte le difficoltà a ricostruire eventi tanto distanti nel tempo, e con il sospetto che anche questa strage resterà sostanzialmente impunita.
La strage di Brescia
A Brescia, nel marzo del 1974, due neofascisti erano stati trovati in possesso di esplosivo: dall’indagine avviata in seguito al fermo dei due emerse l’esistenza di una vasta organizzazione eversiva (Mar) guidata da Fumagalli, che fu arrestato insieme ad altri 21 militanti. In questa operazione venne sequestrato molto esplosivo, armi, targhe false, addirittura due bazooka, divise militari e timbri e documenti in bianco. Furono inoltre scoperte due prigioni insonorizzate che fecero pensare a sequestri politici. Brescia, ossia la laboriosa provincia lombarda, apparve al Paese un luogo assai meno pacifico di quel che si potesse pensare, crocevia di attività pericolose e di trame terroristiche.
Il 19 maggio del 1974, a meno di dieci giorni dalla strage, il giovanissimo neofascista bresciano Silvio Ferrari saltò in aria insieme alla sua motocicletta, carica di tritolo: si trattava di un ennesimo segnale inquietante, cui non seguì una risposta efficiente da parte delle forze dell’ordine. Il 28 maggio, in piazza delle Loggia, durante un pacifico comizio organizzato dai sindacati contro la violenza e contro il terrorismo, una bomba nascosta in un cestino dei rifiuti esplose uccidendo nove persone e ferendone 88: pochi minuti dopo era già iniziata la gazzarra inquirente, che avrebbe portato all’annullamento dei processi e alla sostanziale povertà di prove concrete, visto che – su ordine delle autorità cittadine, con una fretta imbarazzante – venne fatta pulire la scena dell’orrendo delitto con gli idranti, cancellando ogni possibile traccia dell’attentato. Questa "ipercinesi" non permise alla perizia balistica del 1976 di stabilire neppure la natura e la quantità dell’esplosivo utilizzato per l’attentato: quando si dice eccesso di zelo!
Il 2 luglio 1979, la Corte d’Assise di Brescia condannò all’ergastolo per la strage Ermanno Buzzi, pregiudicato per reati comuni e seminfermo di mente: era stato chiamato in correo nel 1975 da Angiolino Papa, che si era autoaccusato dell’attentato. Delle quattrodici persone rinviate a giudizio, tutti saranno prosciolti, tranne Buzzi, Papa (10 anni) e Nando Ferrari, fratello di Silvio (10 anni). Nel castello accusatorio del giudice istruttore Domenico Vino, Silvio Ferrari sarebbe stato ammazzato dai suoi complici poiché si era dissociato dal progetto eversivo.
A proposito di regolamenti di conti, Buzzi, trasferito contro la sua volontà nel supercarcere di Novara, venne strangolato durante l’ora d’aria: Mario Tuti e Pierluigi Concutelli rivendicarono l’omicidio come "esecuzione di una sentenza del tribunale nazionalrivoluzionario". L’avvocato di Buzzi avrebbe poi dichiarato che il suo cliente era deciso a fare i nomi dei veri mandanti della strage. Il 2 marzo 1982, nel processo d’appello, tutti gli imputati vennero mandati assolti. E sulla scorta di questo, si cercò di riabilitare la torbida figura di Buzzi. La Cassazione, tuttavia, invalidò la sentenza del 30 novembre 1983, rinviando il processo ad altra sede.
Il 19 aprile 1985, la Corte d’assise d’appello di Venezia assolse tutti gli imputati per insufficienza di prove. Tuti e Concutelli ebbero l’ergastolo per l’omicidio Buzzi. Il 4 novembre 1985, tre settimane dopo essere stato "visionato" da personale del Sisde, un detenuto comune riferì al Giudice inquisitore di Bologna di alcune confidenze fattegli da due detenuti di estrema destra nel carcere di Paliano, che indicavano tra i responsabili della strage di Brescia Tuti e Concutelli, che, insieme ad altri tre estremisti vennero rinviati a giudizio. La sentenza definitiva della Cassazione, nel 1989, assolse gli imputati per non aver commesso il fatto. Dunque, chi mise la bomba in piazza della Loggia?
Fin dal giorno dell’attentato, venne diffuso un identikit del presunto bombarolo, che pareva corrispondere a quello di un estremista di destra già inquisito per attentati dinamitardi, rivendicati dalle Squadre d’Azione Mussolini (Sam) a Milano e a Brescia: Giancarlo Esposti. La mattina del 29 maggio, il giovane cadde in uno scontro a fuoco con i carabinieri, che lo avevano sorpreso insieme a tre altri estremisti in un campo d’addestramento paramilitare a Pian del Rascino (Rieti): il sottufficiale che lo uccise era certamente un uomo del Sid, mentre il cadavere di Esposti fu frettolosamente identificato, nonostante che mostrasse una lunga barba, che nell’identikit non compariva affatto, e che difficilmente avrebbe potuto crescere in 24 ore.
Ci fu chi parlò di mandanti all’interno dei servizi e chi attribuì al fuggiasco Esposti (che lasciò Milano alla notizia della strage) la frase: "I carabinieri ci hanno tradito!". Le figure che appaiono più inquietanti in questo scenario sono quelle degli uomini del Sid: il generale Gianadelio Maletti ed il capitano Antonio Labruna (risultati ambedue "antenne" dell’intelligence israeliana) vengono citati spesso come eminenze grigie e burattinai di tutte queste trame, in cui, spesso, i militanti sono solo marionette, pilotate e, all’occorrenza, sacrificate ad un progetto tanto vasto quanto, in definitiva, occulto: la morte di Esposti è stata spesso attribuita ad un ordine di Maletti, che avrebbe, così, fatto tacere un possibile capro espiatorio. È davvero molto difficile orientarsi in questa girandola di nomi e di date, tuttavia, proveremo, prima di concludere questa prima parte dedicata alle stragi, a fare un tentativo di ricostruzione degli scenari in cui maturarono le bombe di piazza Fontana e di piazza della Loggia.
Cui prodest?
La prima cosa che i nostri antenati si chiedevano, di fronte ad un delitto di cui era difficile ricostruire la dinamica ed individuare i colpevoli,era "cui prodest?": a chi conviene? Proviamo a chiedercelo anche noi. La storia recente del nostro Paese è piena di trame bizantine, di zone oscure, di aeroplani che cadono senza un ragionevole perché, di ragionieri impiccati, di banchieri avvelenati, di manager suicidati. Ed è zeppa anche di giovani mandati allo sbaraglio, di gente prezzolata, di delinquenti travestiti da patrioti. Ma chi volle che l’Italia fosse per decenni una democrazia sotto tutela: chi cercò l’emergenza permanente?
Forse non qualcuno in particolare, ma tutti quelli che avevano interesse a mantenere in vita un sistema che faceva acqua da tutte le parti. Ora, gli scenari sono diversi: cerchiamo di ipotizzarne qualcuno, dal più vasto al più ristretto.
Il primo scenario è quello che vede l’Italia baricentro politico del Mediterraneo, in un periodo di enormi tensioni nello scacchiere, che vanno dalla rivoluzione dei Garofani in Portogallo al golpe dei Colonnelli greci, dalla Libia alla guerra dello Yom Kippur: forse, l’Italia è stata vittima (cosapevole o inconsapevole) di questi giochi di potere su scala internazionale, che interessarono i grandi interessi petroliferi, strategici, militari, Mossad, Kgb, Cia, Intelligence Service, Settembre Nero e Carlos (alias lo sciacallo), servizi francesi e tedeschi.
All’inizio di questo periodo movimentato si colloca proprio la bomba del 12 dicembre. Piazza Fontana avrebbe potuto servire agli Usa per garantirsi una sterzata atlantista dell’Italia, dopo il rischio del ’68 e dell’autunno caldo: bastava reclutare qualche giovanotto tra l’estremismo di destra ed il gioco era fatto. La strage, comunque, si spiegherebbe come un errore di calcolo nei timer: le esplosioni di Roma e la bomba alla Bnl sarebbero collegate direttamente a quella della Bna di Milano, all’interno di un piano di allarme del Paese, sostanzialmente incruento. Solo che, quel pomeriggio, la banca rimase aperta il pomeriggio per permettere agli agricoltori le contrattazioni di fine settimana, con quel che ne è conseguito: in una banca deserta, la bomba di piazza Fontana non sarebbe stata più famosa delle altre tre sue contemporanee.
Altra possibilità, restrittiva, è quella di un terrorismo (di destra o di sinistra poco importa) in qualche modo favorito da un certo lassismo e da una certa connivenza di alcuni settori delle forze dell’ordine: anche qui possiamo ipotizzare un errore di programmazione dei timer, tuttavia, le esplosioni coordinate di Roma e Milano farebbero escludere l’opera di un’organizzazione abborracciata o di una cellula di fanatici.
Per piazza della Loggia, mi pare, invece, che la matrice fascista della strage sia piuttosto evidente: forse un segnale al potere o ai servizi segreti da parte di militanti delusi. Verrebbe da pensare che, comunque, anche la bomba di Brescia sia stata in qualche modo "gestita" a posteriori da qualche centro di potere occulto. Di qui ad ipotizzare la "strategia della tensione", come fecero i parlamentari italiani nel 1974, ce ne corre, però.
Sul piano storico, quegli anni furono un inestricabile coacervo di tensioni fortissime ed eterogenee, che vanno dal nostalgismo al rivoluzionarismo, passando attraverso giochi di potere economico e politico che lasciano davvero impressionato chi si misuri con l’esame delle carte legate a quegli avvenimenti. La cosa certa è che, a differenza di qualunque altro stile di lotta, la stagione delle stragi colpì solo ed esclusivamente degli innocenti: e questo può favorire solo chi abbia interesse a creare del panico diffuso, un senso globale di minaccia.
Probabilmente, però, i passeggeri dell’espresso Roma-Monaco di Baviera, che viaggiavano nella notte tra il 3 ed il 4 agosto 1974, non immaginavano di essere minacciati tanto da vicino: una bomba ad alto potenziale era nascosta in un vagone del treno e sarebbe esplosa proprio all’uscita della galleria di San Benedetto Val di Sambro, uccidendo dodici di loro e ferendone 105. L’attentato venne subito rivendicato da Ordine Nero: i principali indiziati, Mario Tuti e Luciano Franci, assolti poi in Cassazione per non aver commesso il fatto nel 1992. Il nome di quel treno, tragicamente passato alla storia, era Italicus, e mai, forse, il nome d’Italia era stato trascinato così in basso: l’attacco indiscriminato alla gente italiana avrebbe conosciuto pagine più sanguinose, ma pensare ad un treno che corre nella quiete di una notte agostana, portando con sé la morte è l’orrore puro. Un orrore senza colpevoli, come la maggior parte degli orrori italiani.