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Un dramma ancora tutto da scrivere

 

Se l’esame generale del terrorismo di sinistra appare allo storico relativamente facile. Non così è per quello di opposta matrice. Anzi, proprio il termine terrorismo appare oggi - dopo anni di studi e analisi - del tutto fuorviante per un contesto che rarissimamente ha fatto uso dell’arma del terrore per fini politici. Anche se molte (se non tutte) le stragi che dal 1969 ad oggi hanno insaguinato il nostro Paese sono state accollate o attribuite a vari settori della cosiddetta destra eversiva, gli atti di terrorismo compiuti da elementi "neofascisti" si contano sulle dita di una mano. Ecco perché molti aspetti di questo controverso fenomeno rimangono ancora insoluti e molte presunte o tali collusioni ed infiltrazioni di altri soggetti nell’attività eversiva, dei gruppi o dei singoli attentatori, lasciano intendere una molteplicità di responsabilità, non ultime quelle di frange delle istituzioni, nella stagione della strategia della tensione.

Il prossimo inserto, l’ultimo tra quelli dedicati agli anni di piombo, cercherà di penetrare per quanto possibile nei misteri delle stragi e delle bombe. Questo, invece, si limita a fornire una sitnetica panoramica della miriade di gruppi e gruppuscoli che hanno caratterizzato il movimento di destra nel secondo dopoguerra, nella speranza di poter aggiungere almeno un tassello ad una verità che - a distanza di più di trent’anni dalla prima grande strage: quella del 12 dicembre 1969 alla Banca nazionale dell’Agricoltura a Milano - ancora non arriva e non ci soddisfa.

Se pensiamo alla grottesca condanna in appello di Luigi Ciavardini, nel processo per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 (trent’anni di reclusione: la massima pena prevista per un minorenne), cui si è giunti attraverso un perverso ed inquietante sillogismo, nemmeno supportato da indizi (un tout se tient, per giustificare la posizione di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che, prosciogliendo Ciavardini, sarebbero stati automaticamente forniti di un alibi: i tre erano insieme a Padova, secondo la difesa), possiamo facilmente capire come, davanti alla giustizia, abbiano da sempre pesato nei processi per le stragi la necessità di trovare un colpevole da dare in pasto ad una sempre più frastornata opinione pubblica e da appendere alla forca della ragion di Stato. Non è certo questo il clima in cui si muove la nostra compilazione: troppe condanne affrettate, troppe scarcerazioni tardive di innocenti abbiamo visto, in questi trent’anni.

E dato che ai giovani studenti, in prevalenza, si rivolge questo lavoro, vorremmo soltanto ricordare a chi nel periodo buio degli anni di piombo non era ancora nato, che molti hanno pagato. E troppo spesso per colpe non loro. Molte volte l’unica "colpa" era quella di stare dalla parte sbagliata, della politica come della canna di una pistola. In compenso, tanti di quelli che avrebbero gravi responsabilità da espiare sono diventati degli intoccabili e stimati benpensanti.

Erano anni davvero molto poco formidabili, caro Mario Capanna. Specialmente per chi ci lasciava la pelle. Oggi, in un’epoca globalizzata e felice (?), si muore ancora sotto il piombo del fanatismo e dell’odio politico: noi, da queste pagine, non ci uniremo ai cori bipartisan che hanno accompagnato la tragica morte del professor Marco Biagi, assassinato da un commando delle Brigate Rosse-Partito comunista combattente. Dedichiamo a lui questo nostro lavoro, coscienti della pochezza dell’opera, ma anche convinti che l’unico modo di onorare davvero la memoria di una persona seria, di uno studioso che lavorava per il proprio Paese, sia lavorare seriamente per il proprio Paese. Il resto è la solita retorica che abbiamo sentito davanti a centinaia di bare, in centinaia di funerali di vittime della violenza politica.

 

La guerra continua…

Le radici della cosiddetta destra eversiva, come purtroppo è accaduto ed accade per quasi tutte le cose peggiori dell’Italia, affondano in un complesso sistema di ingerenze esterne (in prevalenza da parte delle superpotenze vincitrici del secondo conflitto mondiale: Usa e Urss) nella vita politica, economica e civile del nostro Paese. Intendiamoci: nel 1948 esistevano certamente nuclei armati di irriducibili di Salò, i quali non potevano o volevano accettare la nuova situazione nazionale. Ma questi non erano certo in grado di progettare freddamente ed analiticamente una strategia di lotta anticomunista, allo scopo di operare quello che, in uno dei vari contributi offerti dalla disciolta Commissione Stragi, viene definito "un cordone sanitario" nei riguardi della sinistra italiana. I reduci irriducibili di Salò erano pochi, emarginati e ridotti alla fame.

All’immediata vigilia di quel crocevia di ogni futura spinta rivoluzionaria che fu la scadenza elettorale dell’aprile 1948, così si esprimeva il National security council americano a proposito dell’impegno anticomunista in Italia: "La dimostrazione di una ferma opposizione degli Usa al comunismo e la garanzia di un effettivo sostegno degli Usa potrebbe incoraggiare gli elementi non comunisti in Italia a fare un ultimo vigoroso sforzo, anche a costo di una guerra civile, per prevenire il consolidarsi di un controllo comunista". La conclusione fu la proposta di fornire a tali elementi concreti appoggii finanziari e militari.

Come si vede, nel nostro Paese, più o meno nello stesso momento, le due superpotenze (dell’Urss si è detto nell’inserto intitolato "Gli anni di ferro") affilavano le armi e raffinavano le strategie di penetrazione, sulla testa degli italiani, che erano solo un dettaglio collaterale nel grande schema della Guerra fredda: questo è lo scenario in cui nacque quella che chiamerei la guerra civile permanente, da cui si crearono le condizioni, in momenti di particolare tensione, per una drammatica ripresa delle ostilità. Ma non più con le armi convenzionali, ma attraverso i principi e le regole dei conflitti a bassa intensità. Prima fra tutte con l’applicazione della dottrina della guerra psicologica.

Come è noto, nelle elezioni del ’48 stravinse la Democrazia cristiana, atlantista e filoamericana. Ma gli Usa, dopo lo scampato pericolo, ritennero di non dovere ripetere il rischio e si diedero da fare per creare una struttura clandestina permanente, che vigilasse in silenzio, sotto l’egida delle neonate istituzioni democratiche, in vista di un’eventuale invasione militare da Est: così nacque l’organizzazione "O" (dove "O" sta per "Osoppo"), come la formazione partigiana che, sei mesi dopo la fine della guerra, fu ricostituita per sorvegliare i confini con la Jugoslavia, e che diede molti uomini alla neonata struttura, cambiando presto la sua denominazione in Volontari Difesa Confini Italiani VIII.

La Vdci, immediata antesignana della rete Stay Behind, assunse ben presto la funzione di difesa e protezione degli obiettivi sensibili, in momenti di grave perturbazione pubblica, riassumendo, nel 1950, il suo nome originario, per diventare, alla fine del 1956, la "Stella Alpina", che sarebbe diventata una delle cinque articolazioni di Gladio: non si trattava di una struttura da poco, se, nel 1950, poteva contare su circa 6.500 uomini, tra ufficiali, sottufficiali e truppa. Nel 1947, inoltre, fu affidato al colonnello Ettore Musco, che nel 1952 divenne comandante del Sifar, il comando dell’Armata italiana della libertà (Ail), che lui stesso aveva fondato: l’Ail si riferiva direttamente ai servizi Usa.

È in questo contesto che si colloca, intorno alla metà degli anni ’50, anche l’attività del movimento anticomunista "Pace e Libertà", fondato dalla medaglia d’oro al valor militare Edgardo Sogno, che appare legato da relazioni semiufficiali con i ministri Mario Scelba e Aldo Moro, in chiave di difesa-protezione civile con forte impostazione antisovietica.

Sulla strada della creazione di Gladio si collocano anche due piani lanciati su scala europea dagli americani: il primo è il Demagnetize (in Francia si chiamerà Cloven), che aveva l’obiettivo di arginare ogni attività sovversiva comunista in Italia. Questo vasto ed articolato piano, giunto alla sua fase operativa a metà del 1952, assunse il nome di piano Clydesdale, ed ebbe come principale nemico l’asse Pci-Cgil, individuato come trave portante del potere comunista nel nostro Paese. La strategia del piano era semplice: repressione delle attività comuniste e promozione dello sviluppo sociale ed economico dell’Italia in chiave filoamericana, scollando sempre di più i sindacati dalla sinistra. Protagonista delle relazioni internazionali che favorirono la nascita di questo vasto progetto fu Alcide de Gasperi, che, tuttavia, fu sempre attentissimo a non far trapelare le sue reali relazioni con l’amministrazione Usa, simulando un’assoluta autonomia di scelte, che, come si vede, era del tutto fittizia. Nei secondi anni Cinquanta, proseguì alacremente questa attività resistenziale segreta, con la creazione del Reparto Guerra Psicologica (1957) e l’allestimento del gruppo di indagine sui dirigenti comunisti guidato dal questore Domenico De Nozza (1958).

Molte di queste strutture si appoggiavano ad elementi neofascisti, che pure, spesso, venivano scientemente arruolati in modo diretto dai servizi occidentali (come nel caso di Carlo Digilio e Marcello Soffiati e Marco Affatigato). Per alcuni pare evidente il legame tra queste attività e quelle che erano state le strutture dell’Ovra, la polizia segreta di Benito Mussolini, da cui, vennero spesso uomini e programmi della lotta anticomunista occulta del secondo dopoguerra. Tuttavia, nelle liste degli iinformatori dell’Ovra vi erano molti elementi "agganciati" nel Partito comunista, nel Partito socialista e in altri movimenti di sinistra. Celebre, ormai, la figura di Giorgio Conforto, per decenni il capo della rete di spionaggio del Kgb in Italia, fonte informativa privilegiata dell’Ovra di Guido Leto. Comunque, tutto questo fervere di sigle, piani e operazioni portò, inevitabilmente, da una parte, ad una spaventosa commistione tra attività istituzionali ed attività clandestine e, dall’altra, alla necessità di creare una sovrastruttura che queste attività le comprendesse tutte, nel bene e nel male: stiamo parlando di Stay Behind, più nota come Gladio. Un caso a se stante è quello rifetito ai Nuclei di Difesa dello Stato, in parte svelati dal colonnello Amos Spiazzi, il quale ha raccontato che questa rete di resistenza clandestina - attiva in prevalenza nel Nord Est del Paese - è stata attiva fino al 1973: anno cruciale per tutte le organizzazioni parallele operanti dal dopoguerra: dalla Stay Behind alla Gladio Rossa. Nell’estate di quell’anno, infatti, dopo essere stata messa in allerta, la rete dei Nuclei di Difesa dello stato (poiché scarsamente fedele all’atlantismo made in Usa) venne brutalmente smantallata e sottoposti a discrimne molti dei suoi comandanti.

Noi crediamo fermamente che la dirigenza del Pci di quegli anni avesse una totale connivenza con il nostro nemico di allora, cioè l’Urss, e che, pertanto, lo Stato democratico avesse il diritto-dovere di tutelarsi. Crediamo però, del pari, che, in funzione antisovietica e antinvasione, lo Stato abbia dato vita a delle strutture ampiamente clandestine, alcune delle quali non solo inutili, ma del tutto illegali. In pratica, Gladio, i Nds, il Gruppo Siegfried (sempre dei Nds) di ex repubblichini, avrebbero dovuto intervenire se piani come quello Solo (nato negli anni ’50, ma rispolverato nel 1964 dal governo dell’epoca e affidato al generale Giovanni De Lorenzo) fossero divenuti operativi. Va detto, tuttavia, che il Piano Solo non fu mai operativo: rimase infatti sempre allo stato di bozza di lavoro. Per contro, esistevano presso il ministero dell’Interno e le Prefetture piani di emergenza in caso di gravi turbamenti dell’ordine pubblico che prevedevano, con prassi dettagliate e precise, lo stato di fermo per tutta una serie di persone ritenute pericolose per la sicurezza nazionale.

Ufficialmente, Gladio nacque nel novembre 1956, con un accordo tra il nostro Sifar (dipendente dal ministero della Difesa) e la Cia. Dato che, però, l’investitura istituzionale di Gladio è legata all’accordo del 1959 che ammise il Sifar nella struttura Nato del Coordination and Planning Committee, bisogna ritenere che la struttura, almeno tra il 1956 ed il 1959, agisse senza un’adeguata legittimazione istituzionale. Tuttavia, proprio per le esigenze di sicurezza, al fine di tenere il più possibie questa sensibilissima materia lontana dalle curiosità interessate del Pci (legato a doppio filo a Mosca, non solo per la questione dei finanziamenti), le nostre autorità centrali decisero che la questione non avrebbe mai e poi mai potuto entrare nel dibattito parlamentare. Insomma, l’Italia, sia nelle attività della maggioranza parlamentare che in quelle dell’opposizione, è stata per decenni un Paese a sovranità limitata, con un Parlamento in cui gli uni tenevano all’oscuro gli altri (e viceversa) delle attività clandestine legate alla guerra fredda.

Questo clima di guerra civile continua è, forse, la principale ragione dell’incapacità oggettiva dell’Italia di fare i conti con la propria storia e di tirare una bella riga sul proprio passato: finché sarà in vita la generazione che fu protagonista di questa drammatica lotta sotterranea, questi conti resteranno in sospeso. Così come il giudizio su quei personaggi che ne furono, nel bene e nel male, protagonisti.

 

Il risveglio delle coscienze

Nel 1960, secondo l’Ufficio affari riservati del Viminale, nacque Avanguardia nazionale giovanile, la diretta progenitrice della più nota Avanguardia nazionale: secondo le carte del Viminale, diversi esponenti di questa organizzazione, diretta da Stefano Delle Chiaie, sono risultati in contatto con uomini dei carabinieri, che se ne servivano a vario titolo. Secondo alcune ricostruzioni condedate dalla Commissione Stragi, Ang avrebbe dovuto fornire la protezione civile in caso di necessità. Nel 1964, Ang apparentemente si sciolse, salvo rinascere, subito dopo, con un organigramma ed una struttura completamente diversi: alcuni elementi di provata fede furono avvicinati uno per uno, con grande cautela, e fu loro proposto di entrare a far parte di un’organizzazione segreta, composta da gente pronta a tutto e disposta ad ogni sacrificio pur di contrastare l’avanzata comunista. È un dato storico quello che - tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi dei Sessanta - alcuni settori dello Stato diedero un forte impulso su questo versante, non solo con il potenziamento delle strutture esistenti, ma soprattutto con la creazione di nuovi gruppi, compartimentati, schierabili in caso di invasione, conflitto o sommossa (guerra civile). La rifondazione di Ang avvenne, dunque, in funzione di un suo utilizzo a tempo debito, al pari di altre strutture eversive di destra.

In pratica, lo scenario del movimento della destra extraparlamentare fino alla metà degli anni Settanta (cioè fino al nascere di quei gruppi nati dalla reazione alle violenze di piazza e non collegati al reducismo di Salò o a deviazioni dello Stato) fu dominato da due sole realtà: Ordine nuovo e Avanguardia nazionale: effettivamente, tutte le altre sigle, in apparenza autonome, risultano legate in qualche modo a questi due raggruppamenti. On e An non erano delle organizzazioni vere e proprie. Non avevano strutture, mezzi e beni tali da poter essere giudicate di livello organizzato. Vi era una forte componente di militanza, di irresponsabilità, anche di buona volontà, tanta (forse troppa) attività individuale, personale, facilmente utilizzabile e manipolabile da parte di terzi. A titolo esemplare, citiamo il Fronte di azione studentesca, che era, in realtà, il nucleo di propaganda giovanile di On, oppure Caravella e Lotta di Popolo, che vantavano forti aliquote di elementi legati ad An.

In quel periodo, il rapporto tra queste realtà e il Msi fu nella sostanza piuttosto ambiguo: a tratti le distanze aumentavano vertiginosamente e, subito dopo, si assisteva a riavvicinamenti repentini. Il che dimostra che la destra di allora era un coacervo per nulla omogeneo di tendenze assai dissimili tra loro. Anzi, le più laceranti contrapposizioni in quest’area politica vi furono tra le anime della destra tradizionalista conservatrice, quella dei fascisti tout-court e dei monarchici. Tre "correnti" che - a ben vedere - avenao ben poco in comune, sia in termini storici che ideologici. Indichiamo, comunque, a titolo documentale, un breve elenco dei gruppi politici della destra radicale che furono attivi in quel periodo:

Movimento tradizionalista romano, fondato nel 1963 da dissidenti missini.

Fronte nazionale, costituito nel 1968, a Roma, da Junio Valerio Borghese.

Fronte nazionale europeo-Lega giovanile, fondato a Milano nel 1967 da oppositori interni del Msi.

Costituente nazionale rivoluzionaria, fondato nel 1964, in cui confluì Avanguardia europea.

Falange tricolore, presieduta dall’attentatore contro l’ambasciata Urss di Roma, Giorgio Arcangeli.

Nuova Caravella, nato da una scissione dal Fuan-Caravella, diretto da Cesare Ferri.

Circolo dei Selvatici, presieduto dal romano Renato Fioravanti, composto da dissidenti missini.

Giovane europa, fondato a Ferrara nel 1963 e presieduto dal collaboratore di Franco Freda, Claudio Orsi.

Gruppi attivisti di Movimento dell’Opinione pubblica, fondati da Mario Tedeschi e Giuseppe Bonanni de Il Borghese.

Partito della ricostruzione nazionale, fondato a Varese nel 1967, col suo periodico Osservatore Italiano.

Partito nazionale del lavoro, col suo periodico Conquista dello Stato.

Unione nazionale d’Italia, nata da una scissione della Lega Italica.

Ordine del combattentismo attivo, legato al giornale Nuovo Pensiero Militare.

Comitato di difesa pubblica, fondato a Milano nel 1968.

 

Nonostante questa pletora di gruppuscoli, come già detto, tutto gravitava intorno alle due realtà più importanti, che non erano divise da grosse differenze ideologiche, quanto da una sostanziale diversità di atteggiamento, risultando, di fatto nello stesso momento complementari e antagoniste. On privilegiò il momento strategico, lavorando sui tempi lunghi e sulle future generazioni, mentre An diede più importanza al momento tattico e all’azione immediata.

On nacque nel 1956, sotto la guida di Pino Rauti, come Centro studi Ordine nuovo, dopo essersi scisso dal Msi in seguito al congresso di Milano (segrertario Arturo Michelini). In realtà, lo stesso Rauti aveva già creato una corrente interna al Msi che si chiamava proprio Ordine Nuovo. Insieme a Rauti, appoggiarono la scissione Clemente Graziani, Elio Massagrande e Delle Chiaie. Rauti rientrò nel Msi nel 1969 (segretario Giorgio Almirante), all’interno di un vasto piano almirantiano di recupero dei dissidenti. Così non fecero invece Clemente Graziani ed Elio Massagrande, oltre a Sandro Saccucci, Mario Tedeschi (omonimo del direttore de Il Borghese) e Besutti, che optarono per scelte più nazional-rivoluzionarie, assumendo il nome di Movimento politico Ordine nuovo.

On ebbe un ruolo importante nei disordini di Reggio Calabria del 1970, quelli dei boia chi molla di Cicciofranco, e si rese responsabile di almeno 40 episodi di aggressione violenta, fino al 1973, quando i suoi dirigenti furono condannati per tentata ricostituzione del Partito fascista, e fu sciolto per decreto (23 novembre 1973). On così viene definito dalla relazione della Commissione Stragi (QUALE?): "… movimento semiclandestino, fortemente gerarchizzato, con una direzione politica centralizzata", caratterizzato da una "concezione antidemocratica, antisocialistica, aristocratica ed eroica della vita". Tuttavia, si commetterebbe un grave errore pensando ad On come ad un movimento antistatale: la matrice evoliana non ammetteva un ruolo di antagonismo con lo Stato, bensì l’idea di utilizzare il movimento nazionale in chiave antisovversiva di difesa dello Stato, visto come ostaggio delle masse organizzate della sinistra.

Proprio questa impostazione "d’ordine" e questo rispetto per lo Stato furono alla base dei buoni rapporti di On con numerosi esponenti delle forze di polizia e delle forze armate, in cui erano presenti, è bene ricordarlo, numerosi ex repubblichini. Qualcuno è arrivato a dire che, ad un certo punto, On divenne un gruppo paramilitare inserito a pieno titolo nel dispositivo di sicurezza della Nato: di qui la difficoltà oggettiva, da parte degli inquirenti, nel ricostruire alcuni percorsi eversivi che passarono per On. Ma anche questa collocazione appare quantomai pitoresca e fantastica. Ordine nuovo - come è stato ricostruito tempo fa da Area - venne dichiarata fuori legge con decreto del ministero dell’Interno, voluto fortemente dall’allora ministro Paolo Emilio Taviani, all’indomani della condanna da parte del Tribunale di Roma (pm era stato Vittorio Occorsio) dei vertici del gruppo per ricostituzione del disciolto partito fascista. L’atto governativo, secondo l’ex titolare del dicastero dell’Interno, avrebbe scatenato "schegge impazzite", esasperate e incattivite dai provvedimenti punitivi e repressivi del governo.

An, come già detto, nacque nel 1960 da una costola di On (Delle Chiaie), fu sciolta nel 1965, e rinacque nel 1970, parallelamente ad un parziale riassorbimento di On nel Msi. An era animata da un’ostilità che colpiva indifferentemente il comunismo e lo stato liberal-democratico. Essa propugnava l’idea di una rivoluzione europea per ripristinare le differenze naturali tra gli uomini. La teoria di lotta di An si basava sull’ipotesi golpista classica, richiamandosi, oltre che all’esperienza di Salò, a quella, allora attuale, dei regimi militari in Europa e in America del Sud, contrapponendo alla visione demo-marxista quella nazionalrivoluzionaria.

È rimasta questione controversa quella sui presunti o acclarati contatti di alcuni elementi di vertice di An con apparati dello Stato e, in particolare, con l’Ufficio affari riservati del Viminale, finché ebbe la dirigenza condannata per ricostituzione del Partito fascista e fu sciolta, nel giugno del 1976. All’interno del gruppo esistevano due livelli. Uno svolgeva attività politiche legali, alla luce del sole, mentre l’altro aveva il carattere di un vero e proprio apparato militare clandestino; il lavoro di questa sezione sommersa era organizzato capillarmente ed aveva una struttura impermeabile tra le varie cellule.

Ben diversa è la storia di Ordine nero: questa organizzazione nata nel 1974 (dopo lo scioglimento di Ordine nuovo), in realtà sarebbe stata (secondo un appunto del Sid) un’emanazione del ministero dell’Interno allo scopo di acuire la tensione politica e la sfiducia popolare. È probabile che a livello centrale si sia pensato di creare un contenitore artificiale nel quale far refluire quegli elementi irriducibili di On non riassorbiti dal Partito per controllarli e infiltrarli. Di fatto, dunque Ordine nero - seppur animato da militanti genuini - sarebbe stato un prodotto di laboratorio per ganantire al sistema una qualche forma di controllo sulla frangia più irriducibile e antagonista riferibile alla destra. Fra i personaggi più noti di Ordine nero citiamo Kim Borromeo (il "bombardiere nero"), Giancarlo Cartocci e Giancarlo Esposti. Quest’ultimo freddato nel corso di un misterioso scontro a fuoco con i carabinieri sull’altipiano di Pian del Rascino (in provincia di Rieti) pochi giorni dopo la strage di piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974).

La reazione più razionale allo scioglimento di On, però, fu quella perseguita da Delle Chiaie, che portò all’unificazione tra On ed An sancita nel 1975 dalla riunione di Albano, presenti, tra gli altri, lo stesso Delle Chiaie e Pierluigi Concutelli (comandante militare di On), all’epoca entrambi latitanti. La fusione segnò anche un cambiamento di atteggiamenti, per "arrivare ad ottenere la disarticolazione del potere, colpendo le cinghie di trasmissione del potere statale": ossia il passaggio dal sistema a contro il sistema, anche se, di fatto, per alcuni questa scelta antisistema apparirebbe poco credibile in organizzazioni legate a doppio filo a strutture dello Stato. Tuttavia, ripercorrendo la storia di un personaggio di primo piano come quella di Concutelli (autore dell’attentato ai danni del magistrato della Procura di Roma, Vittorio Occorsio, il 10 luglio 1976), è piuttosto difficile credere ad ipotesi del genere, proprio per via di un vissuto da rivoluzionario fascista, seppur intriso di violenza e tragedia, pur sempre coerente con certi schemi politico-ideologici che imponevano ad una certa militanza una sorta di ferrea disciplina etico-morale, proprio nel momento in cui si rendeva necessaria la scelta della lotta armata. È bene ricordare che forti aliquote della destra radicale erano fortemente antiatlantiche, individuando nelle potenze occidentali coloro i quali avevano sconfitto il fascismo: in questo senso, l’attentato di Peteano fu, probabilmente, la folle reazione di Vincenzo Vinciguerra (simpatizante di On) ai legami atlantisti dei suoi ex camerati. D’altra parte, però, l’impressione che si ricava dalla lettura di alcuni documenti acquisiti di recente da alcune Procure della Repubblica è che la figura di Delle Chiaie sia quella che ebbe la funzione di cerniera principale di questo complesso alveare, in cui le operaie erano i militanti della destra più irriducibile e le api soldato erano le strutture dei servizi: resta da capire chi fosse l’ape regina!

Gran parte degli sforzi investigativi - in questi ultimi trent’anni - è stata assorbita dalla necessità di trovare conferme all’ipotesi che una certa destra avrebbe avuto una chiara propensione ai mantenere contatti con poteri occulti e con ambienti dell’intelligence italiana ed americana. Il teorema che ha avuto più successo in questi anni è più o meno questo: data per scontata nel dopoguerra l’ingerenza statunitense negli affari interni italiani, la devastante stagione delle stragi avrebbe avuto, proprio nel contesto della sovranità limitata, in Ordine nuovo e Avanguardia nazionale gli strumenti di questo disegno eversivo. Anche in questo caso, la ricostruzione è stata elaborata anche per offrire la massima copertura ad alcuni settori della classe dirigente dell’epoca (influenzabile o ricattabile in seguito dagli avversari) e per insabbiare altre e ben più gravi responsabilità da parte di forze politiche vitalmente interessate a sfruttare ideologicamente (attraverso una feroce propaganda) le orribili implicazioni politiche delle bombe e delle tragi.

Alcune fonti forniscono anche i nomi di agenti infiltrati nelle frange estreme della destra al fine di tenerle sotto controllo e condizionarne l’attività: Guido Negriolli (quello che accreditò l’ipotesi di una militanza in On di Gianfranco Bertoli, l’uomo che con una bomba a mano provocò una strage davanti alla Questura di Milano il 17 maggio 1973, il quale fino alla morte si è dichiarato, invece, anarchico), Gianfrancesco Belloni, Dario Zagolin, Gianni Casalini, Maurizio Tremonte, Giampiero Montavoci. Lo stesso Bertoli viene da alcuni appunti dei servizi segreti indicato come informatore del Sid.

Quanto ai legami tra apparati istituzionali e gruppi eversivi, giova aggiungere che la struttura nota col nome di Rosa dei Venti, per la quale nel 1974 è stato arrestato e processato il colonnello Spiazzi, risultò, in pratica una sezione coperta della catena "I" dell’Esercito, inquadrata a pieno titolo nella struttura difensiva della Nato e schierata a difesa del Nord Est dell’Italia in caso di invasione da parte delle truppe del Patto di Varsavia. La Rosa dei Venti non era altro che il titolo di un documento stilato da gran parte degli ufficiali responsabili della rete di resistenza clandestina (denominata Organizzazione di Sicurezza e organizzata in Nuclei di Difesa dello Stato, dei quali abbiamo accennato in precedenza) con il quale i quadri di comando chiedevano ai vertici delle forze armate di potersi collocare in posizione più equidistante rispetto agli interessi degli Stati Uniti in Europa, cercando in tal modo un ruolo meno "americanocentrico" e più vicino alle logiche strategice e geopolitiche continentali. Questo sgradito spostamento dell’asse della struttura verso l’Europa (la rosa dei venti stava a significare equidistanza dalla polarizzazione Est-Ovest) ne decretò in brevissimo tempo l’estinzione e la messa al mando dei suoi vertici.

 

Dalla periferia dell’impero…

 

Certamente marginale, ma assai interessante per mostrare come la storia andrebbe riscritta, fu la stagione del terrorismo altoatesino. Sempre Amos Spiazzi ha raccontato nella sua intervista a Sergio Zavoli per il programma televisivo La Notte della Repubblica ciò che aveva riferito tempo prima alla Commissione parlamentare d’inchista sulla loggia P2: quando era in servizio in Alto Adige, aveva trovato due carabinieri del Sifar che stavano "facendo un attentato". Li aveva arrestati ma, mentre li portava a Bolzano, fu affrontato da altri carabinieri e poliziotti, che li presero e li portarono via. Il giorno dopo, Spiazzi fu trasferito definitivamente a Verona e non tornò mai più in Alto Adige. e proprio a Verona, l’ufficiale di artiglieria ebbe modo di organizzare il suo gruppo clandestino e di inquadrarlo nei ranghi dei Nuclei di Difesa dello Stato.

Così, l’uccisione di Alois Amplatz ed il ferimento di Georg Klotz, leader del movimento separatista tirolese, nacquero da un’azione concordata tra servizi, polizia e carabinieri, col nulla osta dei politici nazionali: insomma, le forze dell’ordine organizzarono atti di terrorismo. L’autore materiale dell’attentato, Christian Kerbler, informatore del Sid, fu accolto e fatto espatriare in Libano dal capo dell’ufficio politico della Questura di Bolzano, Giovanni Peternel, sempre dietro ordini superiori. Quando, nel 1976, Kerbler fu casualmente arrestato a Londra, le autorità britanniche dovettero rilasciarlo, dopo qualche tempo, perché, nonostante una condanna a 22 anni per il delitto Amplatz, lo Stato italiano non ne richiese l’estradizione.

La stagione degli attentati in Alto Adige, dunque, al pari di molte altre stagioni della nostra tormentata storia, andrebbe sicuramente rivista e riletta. Solo lombardo, invece, fu il percorso eversivo del Movimento di azione rivoluzionaria (Mar), fondato dal partigiano bianco Carlo Fumagalli e Gaetano Orlando nel 1962, sulle ceneri delle vecchie squadre di azione partigiana: il Mar ebbe contatti non solo con An e con esponenti di primo piano dell’Arma dei carabinieri, ma soprattutto (e qui sta il grande dilemma) con l’organizzazione di Giangiacomo Feltrinelli, i Gap, attivissima in Liguria, Piemonte e Lombardia. Feltrinelli e Fumagalli (i Due Effe, come venivano soprannominati dai servizi segreti dell’epoca) erano dirimpettai, a Segrate, dove peraltro Fumagalli aveva un’officina meccanica per auto e presso la quale Feltrinelli si recava per procurarsi auto rubate da utilizzare in azioni coperte e attentati, ma dove l’editore-miliardario-rivoluzionario morì mentre cercava di minare uno dei grandi tralicci che portavano l’energia elettrica alla città di Milano (14 marzo 1972).

Il già citato militante di An, Giancarlo Esposti, morto nello scontro a fuoco di Pian del Rascino (30 maggio 1974), era certamente vicino anche al Mar ed era stato processato per l'attività delle Squadre d'Azione Mussolini. Come si vede, si tratta di relazioni intricate, molto complesse, in cui gli stessi uomini si muovono dietro sigle diverse, creando una rete di relazioni strane e, talvolta, innaturali, tra estremismo, patriottismo e servizi segreti. Sarebbe davvero troppo lungo e complesso analizzarne tutte le pieghe: fermiamoci qui, per ora. Come preannunciato, il prossimo inserto dovrà affrontare, partendo da queste premesse, il tema scottante e doloroso delle stragi. Piazza Fontana, l’Italicus, piazza della Loggia, sono state definite, a torto o a ragione, "stragi di Stato". È una definizione impropria, almeno finchè non si trovi una definizione univoca per quello che, in quegli anni, andava sotto il nome di "Stato": era Stato Dalla Chiesa, ma, in un certo senso, lo era pure Delle Chiaie.

 

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