L’Età contemporanea
La crisi del sistema di Bretton Woods
Le favole non durano in eterno, e anche la bella fiaba di Bretton Woods, a partire dalla fine degli anni Cinquanta, cominciò a sfilacciarsi: ciò che minò l’egemonia assoluta del sistema economico americano e del dollaro sui mercati internazionali fu la continua a e massiccia esportazione di valuta che, dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi, dirottò enormi quantitativi di dollari fuori dei confini Usa.
Le ragioni di questi trasferimenti di valuta furono diverse: ad esempio, i continui finanziamenti a paesi alleati, l’enorme costo della macchina militare statunitense e gli investimenti esteri dei privati. Naturalmente, tutte queste operazioni andarono a pesare sulla bilancia dei pagamenti Usa, determinando un passivo che, col passare degli anni, si fece sempre più insostenibile: la Federal Reserve continuava a stampare dollari, che andavano a finire nelle casse delle banche estere, alimentando la crescente richiesta di circolante, ma il trucchetto poteva funzionare soltanto finché vi fosse nel mondo una fede cieca nell’economia statunitense; esattamente (anche se, certo, non con le stesse catastrofiche conseguenze) come nel caso del crollo di Wall street, la mancanza di fiducia avrebbe mutato il corso della storia economica del pianeta.
Già prima del 1960, il controvalore degli eurodollari, cioè dei dollari posseduti da paesi stranieri, superava quello della valuta presente in territorio americano: appare evidente che, in una simile situazione, se, in linea con quanto stabilito a Bretton Woods, si fosse pretesa la conversione in oro di quella massa di denaro, gli Usa non avrebbero potuto onorare l’impegno: questo diede una prima, considerevole, scossa al castello di carte dell’economia americana.
In Europa si cominciò ad ascoltare quello che, da tempo, andava dicendo il generale De Gaulle, ossia che il dollaro era il simbolo di una vera sottomissione europea agli Usa (chissà cosa direbbe oggi, il vecchio leone!): alcuni Paesi occidentali iniziarono una massiccia vendita di valuta americana, in cambio di quantità sempre più consistenti d’oro; così il valore del nobile metallo prese a salire inesorabilmente, superando i fatidici 35$/oncia indicati come limite ufficiale negli accordi di Bretton Woods.
Intanto, il deficit della bilancia dei pagamenti Usa andava assumendo proporzioni gigantesche, finchè, nel tentativo di limitare la fuoriuscita di valuta, il presidente americano Richard Nixon non trovò di meglio da fare che sospendere, nell’agosto del 1971, la convertibilità del dollaro.
Venendo meno il principale punto fermo sul mercato valutario, questo cominciò a fluttuare, dando origine a quei fenomeni inflattivi e speculativi che ancor oggi caratterizzano il panorama finanziario internazionale: in pratica, la situazione valutaria si era orribilmente ingarbugliata, a tutto vantaggio di chi era abituato a pescare nel torbido, vale a dire gli speculatori.
Nessuno, allora, se ne accorse, ma era finita un’epoca: era stata un’epoca di grandi illusioni e di boom economico, di fiducia incondizionata nel modello americano e di strisciante controllo degli Usa sulla vita di centinaia di milioni di non americani; tutto sommato, era stata un’epoca piuttosto disgraziata, ma quella che veniva delineandosi non pareva essere tanto migliore.
Da schiavi degli Usa a schiavi dell’Opec
Una delle ragioni dello straordinario boom economico degli anni ’50 e ’60 era stata la relativa convenienza dell’approvvigionamento energetico: insomma, il petrolio costava poco e si credeva che ce ne fosse molto; anzi, per la verità, come sempre accade nei periodi di vacche grasse, ci si comportava come se ve ne fossero riserve infinite: il che, come ben sappiamo, non è.
In buona sostanza, dato il bassissimo valore commerciale degli idrocarburi, nel ventennio del boom, i paesi produttori di materie prime e, specialmente, di petrolio (quasi tutti facenti parte del cosiddetto Terzo Mondo) si videro costretti a pagare molto caro dei prodotti finiti, acquistati dai Paesi più industrializzati, non potendo controbilanciare tale spesa con la vendita di materie non lavorate.
Ad un certo punto, però, qualcuno deve essersi detto: ma perché? Questo qualcuno fu l’Opec (Organization of Petroleum Exporting Countries), cioè l’associazione dei produttori di petrolio, nata nel 1960 sotto l’egida americana, ma progressivamente svincolatasi da quello scomodo balipedio.
I paesi produttori di greggio, a regola, avevano sempre percepito in qualità di royalty il 50% degli utili delle compagnie occidentali che sfruttavano i giacimenti; a aprtire dall’inizio degli anni Settanta, l’Opec decise di aumentare queste royalty, causando un’impennata del prezzo del petrolio.
I paesi arabi che aderivano all’Opec, però, avevano in mente qualcosina di più drastico e, quando, nel 1973, scoppiò la cosiddetta guerra del Kippur, tra Israele, Egitto e Siria, essi ne approfittarono per alzare i prezzi e diminuire la produzione, seguiti a ruota da tutti gli altri membri dell’Opec; il risultato fu un aumento del costo del petrolio del 400% in due anni. Come è facile immaginare, questa batosta diede un primo, evidentissimo, segnale d’arresto alle economie occidentali.
Fra il 1979 ed il 1980, i Paesi dell’Opec nazionalizzarono l’estrazione del greggio, sdoganandosi dalle società straniere, e diedero un secondo scossone ai prezzi, in pratica aumentandoli fino ai 32$/barile, ossia più del 100% rispetto al 1974.
A parte i paesi del Patto di Varsavia, che potevano contare sul petrolio del Caucaso e di Ploiesti, tutti gli Stati industrializzati subirono un pesante contraccolpo, ed iniziarono una spirale inflattiva che li portò ad un periodo di grave crisi economica. Tanto per dare qualche numero, l’inflazione media nell’area dell’Ocse, verso la metà degli anni Settanta, volava al 10%, mentre il Pil segnava uno sconfortante 1% negativo, con un consistente aumento del numero dei disoccupati (nel 1982 erano raddoppiati rispetto al 1975) ed una sostanziale stagnazione economica. Per la verità, i motivi di questa stagnazione, oltre che nella crisi energetica, potevano essere individuati nell’essenza stessa di quel sistema economico che aveva portato al boom: i margini di progresso tecnologico nella produzione erano ormai minimi, il costo del lavoro si era impennato, riducendo i margini di profitto e di investimento e, soprattutto, ormai tutti possedevano quei beni di consumo che avevano rappresentato il miraggio del benessere ai tempi del boom e, quindi, vi era una saturazione del mercato.
Il risultato di questo simpatico cocktail fu un fenomeno del tutto nuovo ed imponderabile nel campo dell’economia (campo in cui, per la verità, spesso si prendono lucciole per lanterne), che infranse il dogma secondo cui, calando la produzione, i prezzi - come nel caso della crisi del 1929 - devono a loro volta calare (deflazione): nell’Occidente capitalista, stavolta, la stagnazione si coniugò col fenomeno, inverso, dell’aumento del costo della vita, ossia l’inflazione, dando vita ad un innovativo concetto economico, la stagflazione.
Se gli effetti della crisi del ’29 avevano avuto sull’Italia ripercussioni inferiori, rispetto ai Paesi più industrializzati, come Germania ed Inghilterra, in ragione proprio della minore industrializzazione italiana, nel caso della stagflazione, la nostra economia, strutturalmente più debole di quelle degli altri paesi occidentali a causa, soprattutto, della scarsità italiana di risorse energetiche e della scelta di dipendere, tra esse, soprattutto dal petrolio, subì un colpo più duro di quello dei suoi immediati contendenti, con una svalutazione della lira di circa il 20% ed un’inflazione che, all’inizio degli anni Ottanta, navigava oltre il 21%, anche a causa del pauroso deficit nel bilancio dello Stato.
Comunque, anche gli altri Paesi industrializzati non avevano molto da sorridere, anche perché il costo del petrolio imponeva una costante acquisizione di valuta per poterne pagare le forniture, determinando una spietata guerra commerciale che non guardava in faccia nessuno, né amici né nemici: dopo anni ed anni di sfrenato liberismo, tornarono alla ribalta politiche economiche di tipo protezionistico, a dimostrazione del fatto che in economia valga la legge dei corsi e ricorsi.
In questo periodo, inoltre, gli Usa abbandonarono una politica valutaria che teneva basso il valore del dollaro, per favorire le esportazioni, puntando, viceversa, ad un dollaro forte, per assorbire, a danno dei partner commerciali europei, grandi quantità di valuta.
La ripresa e l’edonismo
Gli anni Ottanta sono stati spesso identificati con il fenomeno chiamato ironicamente "edonismo reaganiano": un misto di orgoglio nazionalista, voglia di lusso e fiducia nel mercato; e bisogna dire che, proprio in quel periodo, il mondo occidentale (buona ultima, naturalmente, l’Italia) cominciò a tirare la testa fuori dall’acqua della stagnazione economica.
In realtà, fin dalla fine degli anni Settanta i paesi Ocse avevano cominciato a correre ai ripari, identificando, in quelle che abbiano noi stessi elencato più sopra, le cause della stagflazione. Per rispondere a quelle carenze strutturali, si diede, innanzi tutto, grande impulso alle nuove tecnologie, sia per quanto riguarda la produzione che per quanto riguarda la commercializzazione: il sistema produttivo venne profondamente rinnovato, mediante l’utilizzo della robotica e dell’informatica.
Quanto ai nuovi settori trainanti dell’economia, nacque quel comparto noto come "nuove tecnologie" che oggi, da solo, rappresenta una notevole fetta del mercato (il Nasdaq o il Numtel, per esempio): in prima linea la produzione elettronica, biotecnologica, informatica, dei superconduttori, dei materiali ipertech eccetera.
Ben presto, gli storici coniarono per questa nuova impennata della produzione il nome, in verità un po’ esagerato, di "terza rivoluzione industriale"; di fatto, possiamo dire con maggiore sobrietà che si trattò di una semplice accelerazione di un processo piuttosto continuo.
La definizione di terza rivoluzione industriale trova parziale giustificazione soprattutto nel fatto che, se il boom economico era solo stato un portare il taylorismo alle estreme conseguenze, questa rinascita produttiva introdusse viceversa nuovi parametri di produzione; parlare di rivoluzione, però, ci pare francamente eccessivo.
Le nuove tecnologie permisero di ovviare al problema petrolifero, col risparmio energetico (aumento della resa) e con lo sviluppo di sistemi energetici alternativi, tra cui quello nucleare, che da noi venne bocciato, più sull’onda di fattori emotivi che di scelte fatte con cognizione di causa: la minor richiesta di petrolio, a partire dal 1982, fece calare i prezzi, fino a tornare, dopo pochi anni, ai livelli del 1974.
Bisognava, però, anche intervenire sul costo del lavoro e su quello che si chiama "costo sociale", ossia il Welfare State; così iniziò nei paesi industrializzati un lento processo di contenimento dei salari, delle spese pubbliche e, in definitiva, del welfare, che favorì una rapida ripresa dalla stagnazione economica.
Gli anni Ottanta, così, videro i paesi più sviluppati uscire uno ad uno dalla crisi, Stati Uniti in testa, ma senza risolvere alcune questioni di fondo, come l’instabilità del mercato valutario o il problema di un’alta disoccupazione: in pratica, si usciva da una contingenza negativa, ma si trattava di una navigazione a vista e non di una condizione stabile.
Se il vangelo del new deal era stato il dettato di Keynes, cioè la partecipazione dello Stato alla vita economica e al benessere pubblico, quello della ripresa dalla stagflazione fu il neoliberismo, ossia l’esatto contrario di quanto predicava l’economista Keynes.
In tutti i Paesi Ocse, e in particolare in quelli anglosassoni, si ebbe un brusco ridimensionamento dello stato sociale, accompagnato da una decisa diminuzione del prelievo fiscale: un po’ l’attuale ricetta della CdL per guarire la nostra economia, che però ha conservato discreti margini di garanzia per i più deboli.
In realtà, il neoliberismo non significò, sia chiaro, la scomparsa dello Stato dalle questione economiche, bensì una riduzione, spesso salutare, del suo intervento sulle dinamiche del mercato.
Gli undici anni del governo di Margaret Thatcher, tra il 1979 ed il 1990, sono, forse, quelli che, maggiormente, incarnano questa idea di neoliberismo: la lady di ferro, pur mantenendo i cardini della celebre Social Security britannica, ridusse enormemente la spesa pubblica, privatizzò le imprese che avevano subito la nazionalizzazione di marca laburista, fece chiudere gli impianti non redditizi e produttivi, affrontando le ire dei sindacati (particolarmente di quelli delle miniere, tostissimi) e, soprattutto, diminuì drasticamente la pressione fiscale sulle imprese, incentivandone gli investimenti.
Il bilancio britannico ne uscì risanato, anche se il prezzo sociale pagato fu altissimo in termini di disoccupazione e se i benefici economici che l’Inghilterra trasse da questa politica di lacrime e sangue non furono, forse, proporzionati al sacrificio.
Più o meno nella stessa direzione andò la politica degli Usa, sotto le due presidenze Reagan: egli abbassò le imposte, tagliò lo Stato sociale e snellì la burocrazia, con una manovra nota come deregulation, termine che oggi, alle nostre latitudini, assume un suono un tantino diverso in bocca a Bossi.
Di fatto, la politica reaganiana diede grande impulso alla finanza americana e, in generale, al mondo degli affari, ma trascurò in modo preoccupante il problema dei senza lavoro; inoltre, i massicci investimenti in campo militare e la diminuzione del gettito fiscale mantennero elevato il disavanzo di bilancio.
A proposito della ripresa degli anni Ottanta, non possiamo dimenticarci, infine, della straordinaria crescita del modello economico e produttivo giapponese, che pure, data la mancanza di materie prime, aveva subito in modo particolarmente grave la crisi energetica: il Giappone operò una velocissima riconversione industriale, puntando molto precocemente su quei comparti dell’industria che sarebbero diventati le nuove tecnologie e sostituendo ad una miriade di piccole imprese obsolete i colossi tecnologici che anche oggi dominano il mercato, come la Sony o la Mitsubishi.
Ultima, come si è detto, uscì dalla crisi anche l’Italia, sebbene non per meriti propri, quanto, piuttosto, perché godette di una situazione internazionale favorevole, con la ripresa degli scambi e la discesa del prezzo del petrolio.
Pure, anche da noi vi fu una certa riconversione, soprattutto nel settore metalmeccanico, accompagnata da un indebolimento del potere contrattuale del sindacato e ad una politica di contenimento del costo del lavoro operata dai vari governi, in particolare da quello presieduto da Bettino Craxi, che, nel 1984, abolì con un decreto la scala mobile, ossia l’adeguamento automatico dei salari al costo della vita.
In compenso, in quegli anni veniva scavandosi, soprattutto con la vendita sistematica di titoli di Stato, come Bot e Cct, la paurosa voragine del nostro deficit pubblico, che, negli anni Ottanta e Novanta crebbe continuamente, passando dai 110mila miliardi del 1985 (che allora facevano scalpore) ai due milioni e mezzo di miliardi attuali (che oggi non fanno più nemmeno scalpore, purtroppo!).
A frenare gli entusiasmi per questo miniboom degli anni Ottanta, vanno poi considerati alcuni fattori che, allora come ora, rallentavano la nostra ripresa economica: innanzi tutto il sistema clientelare ed assistenziale con cui ancora troppo spesso si gestiscono gli affari e, in ispecie, quelli pubblici. Inoltre, gravi tare del sistema Italia restano la burocrazia spaventosa ed il mercato sommerso: nei meandri della prima, che rappresenta un esempio unico di terziario improduttivo e, anzi, dannoso, tutto all’italiana, si perdono spesso le buone intenzioni degli imprenditori (specie quelli piccoli), mentre il secondo è una piaga che sottrae ingenti somme al fisco e favorisce illeciti ed illegalità diffuse, oltre ad arruolare un esercito di immigrati, che sono gli schiavi negri del Terzo Millennio.
L’economia del dopo-Guerra fredda
La caduta del Muro di Berlino, con la conseguente apertura ai paesi dell’area ex comunista, ha modificato di nuovo il panorama economico mondiale: nel breve volgere di un decennio abbiamo assistito ad eventi assolutamente straordinari e, solo fino a poco tempo prima , inimmaginabili, come la riunificazione delle Germanie o la frantumazione dell’Urss.
Questo ha rappresentato, certamente, un fattore che ha influito in particolar modo sulla storia politica del pianeta, ma anche le sue ripercussioni economiche non sono da trascurare.
Lo scenario post-guerra fredda ci mostra un mondo dominato politicamente e, oggi, con lo scudo spaziale, anche militarmente, da una sola superpotenza: gli Usa.
All’orizzonte, però, fa capolino un contendente economico che potrebbe autorevolmente contrapporsi allo strapotere Usa e che, finora, ne era stato solo il valletto obbediente, cioè la comunità europea: centinaia di milioni di persone in grado di surclassare gli statunitensi in qualunque campo, se solo fosse loro data la possibilità di farlo.
Originariamente (era il 1951), l’embrione della Cee fu rappresentato dalla già citata Ceca, che riuniva Italia, Francia, Rft, Belgio, Lussemburgo e Olanda; da questa piattaforma comune ebbero origine, con gli accordi di Roma del 1957, la Cee e l’Euratom (Comunità Europea dell’Energia Atomica): era nata la cosiddetta "Europa dei Sei".
La Cee, originariamente, prevedeva semplicemente la libera circolazione di merci e persone, una politica commerciale, agricola ed economica comuni, e l’istituzione di un comune fondo sociale.
Già negli anni Cinquanta si ebbe l’unione doganale, ossia l’abbattimento dei dazi interni, mentre, nel 1968, nacque un mercato agricolo ed industriale comune. Nel 1973 entrarono a far parte della Cee anche la Gran Bretagna, riluttante in precedenza soprattutto per colpa dell’atteggiamento ostile di De Gaulle, l’Irlanda e la Danimarca.
Nel 1974 nacque l’Ecu (European Currency Unit), che si rivelò niente più che una moneta virtuale, oltre che una truffa per i malcapitati sottoscrittori di mutui in Ecu: era una moneta soltanto di uso contabile e, ben presto, sparì.
Dopo le fluttuazioni della valuta sui mercati internazionali, in seguito alla denuncia di Bretton Woods e al fallimentare tentativo di stabilizzazione delle monete europee che fu il "serpente monetario europeo" (1972-1976), nel 1979 si giunse alla creazione di un organismo stabile, il Sistema Monetario Europeo (Sme), che stabilisse bande di oscillazione fisse per le valute del Vecchio Continente.
Nello stesso anno si tennero le prime elezioni europee, con una vittoria risicata del centrodestra: va detto, però, che allora le elezioni contavano poco o nulla sul piano della politica europea.
Nel 1981 si aggiunse ai Nove anche la Grecia, raggiunta, nel 1986, da Spagna e Portogallo; nacque l’Europa dei Dodici.
Il resto è storia recente, i cui sviluppi non sono ancora chiari: Schengen e Maastricht sono due nomi che evocano dubbi e perplessità, oltre che la sensazione di essere finalmente ad un passo da una vera unificazione continentale. In realtà, però, l’Europa esiste solo sulla carta: ci si è preoccupati di sancirne meticolosamente i caratteri economici, dimenticando che un’unione vera è unione di popoli e non di banche centrali.
Se davvero nascesse uno spirito europeo, forte della propria identità continentale e rispettoso di tutte le singole identità nazionali, fiero di sé e libero dalla tutela americana, probabilmente questa Europa sarebbe un degno avversario economico degli Usa.
Invece, tra divisioni ed incomprensioni, in realtà la moneta unica europea è poco più che uno spettro, surclassato sui mercati internazionali da dollaro e yen.
Il villaggio globale
Non dirò della globalizzazione, cui questo numero di Area dedica un focus apposito; tuttavia non si possono chiudere queste pagine sulla storia economica del secondo dopoguerra, senza accennare al motivo conduttore della politica economica dei nostri giorni.
La fede globalista, in realtà, poggia sue due pilastri un tantino sbilenchi: da una parte, essa si fonda su di un’esasperazione del concetto liberoscambista che, come, abbiamo visto, spesso ricorre nella storia dell’economia; a questo, il globalismo affianca un’idea piuttosto confusa di libertarismo anazionale: una specie di anarchia socioeconomica, che vorrebbe tutti omologati. Filosoficamente, questo si spiega con la fusione perversa del concetto funzionalista marxista, ormai disinnescato del suo potenziale pericoloso, con un idea vagamente hippy del viaggio. Per uscire di metafora, accanto ad una libera circolazione delle merci, vagheggiata dai Paesi economicamente più forti per allargare i propri mercati, dovrebbe collocarsi una libera circolazione degli uomini, in modo tale da uniformare verso il basso la manodopera, costringendo quella dei Paesi ricchi ad adeguarsi alla concorrenza, rivedendo le proprie pretese ed il proprio costo. Insomma, si tratterebbe di una strategia per abbassare il costo del lavoro là dove è alto.
La fatidica domanda è: cui prodest? A chi conviene il villaggio globale?
Lo sappiamo che la storia, spesso, si ripete; ma in questo caso la storia non si ripete: semplicemente è sempre la stessa. Sì, perché in questi inserti sulla storia economica, in fondo, abbiamo sempre parlato di una sola categoria umana: quella dei profitattori, degli speculatori, delle grandi lobby di potere, che fanno e disfano le politiche degli Stati e decidono i destini delle nazioni. Sono gli stessi che hanno deciso di unire l’Europa per farne un mercato e non per farne una piazza o una biblioteca: sono quelli che siedono dietro il potere apparente dei politici, pilotandolo come burattinai. La loro metafora è Internet: la più grande invenzione di questo scampolo di storia umana.
La Rete è, oggettivamente, uno strumento neutrale e formidabile di comunicazione; ma, di fatto, è anche un possente veicolo di americanizzazione del mondo, e trasmette i valori della Round Table, di Kissinger e di Bill Gates. Così, paradossalmente, perfino gli Hacker finiscono a lavorare per le grandi società informatiche: attenzione, perché l’ultima sfida economica è qualcosa che unisce.
Ma The Net significa anche qualcosa che intrappola, e i pesci siamo noi.
Dunque, dopo tanti alti e bassi, ora siamo alla vigilia, probabilmente, di una nuova ripresa economica; la speranza che formuliamo, e che esula dalla storia, è che ad essa si accompagni anche una rinascita spirituale.
Altrimenti, moriremo tutti americani; e a quel punto poco importa che moriamo ricchi o poveri.