Il secondo dopoguerra
Negli ultimi dieci o dodici anni si sono succeduti avvenimenti politici di importanza planetaria, ad una velocità e con una frequenza assolutamente peculiari: questo ha radicalmente mutato il volto del mondo civile, producendo variazioni del comune sentire, dell’immaginario e della stessa geopolitica tali da essere ben difficilmente comprensibili ai ragazzi che frequentano oggi le scuole superiori.
Il mondo prima della caduta del Muro di Berlino è un mondo inimmaginabile per le ultime generazioni, cresciute a pane e Stati Uniti, con negli occhi l’immagine di comunisti in giacca di velluto e portaocchiali di cuoio, tanto che, sovente, i ragazzi accolgono le notizie sulla Guerra fredda, sulla Cortina di ferro e, perfino, sugli anni del terrorismo come se fossero racconti di fantascienza.
Invece, la Guerra fredda ci fu, eccome; e i comunisti, allora, non mangiavano i bambini, ma per certo li ammazzavano, così come ammazzavano maschi e femmine adulti.
Non che dall’altra parte ci fosse una squadra di catechisti: la terrificante miopia di Roosevelt in materia di politica estera e l’altrettanto spaventoso cinismo di Churchill consegnarono, senza battere ciglio, milioni di uomini, che già avevano sofferto l'orrore della guerra, alla più spaventosa dittatura di ogni tempo: quella di Stalin.
Così nacque il dramma dell’Europa dell’Est; e di qui noi partiamo per questa nuova tappa del nostro viaggio nel Novecento.
YALTA
Stalin e Churchill avevano affrontato una prima volta il problema dei destini d’Europa dopo la guerra, quando si erano incontrati a Mosca, nell’autunno del 1944. La questione fu ripresa e l’accordo perfezionato quando i due leader si incontrarono a Yalta, nel febbraio 1945, con il presidente americano Roosevelt, gravemente malato (sarebbe morto di lì a poco) ed incredibilmente preoccupato di poter dispiacere al dittatore sovietico, cui, durante la guerra, aveva fornito aiuti tanto massicci da suscitare perfino le proteste del generale Mc Arthur, che vedeva trascurate le proprie truppe nel Pacifico a favore dell’Urss.
Lo schema dell’incontro moscovita era stato, all’incirca, quello di assegnare al controllo sovietico Ungheria, Bulgaria e Romania, di mantenere l’influenza britannica in Grecia e di considerare la Jugoslavia come una sorta di stato cuscinetto.
A Yalta, invece, si fece sul serio: innanzitutto si decise di dividere la Germania in quattro settori (Usa, Urss, Gran Bretagna e Francia), di smilitarizzarla e di denazificarla (vedremo poi cosa si intese con questo termine), oltre, naturalmente, a pretendere il pagamento dei soliti danni di guerra, vexata quaestio già nel 1919.
Il secondo punto riguardò i confini geografici polacchi con la Germania (Oder e Neisse) e con l’Urss (la linea Curzon) e la stessa composizione del governo di Polonia, che, come se il Paese fosse sprovvisto di sovranità, venne sancito a tavolino con un bel 50% di ministri filoccidentali ed un altro 50% di filosovietici.
Paradossalmente, a Yalta si affermò pomposamente il diritto (che Stalin avrebbe di lì a poco allegramente calpestato) dei paesi liberati di effettuare libere elezioni e di autodeterminare il proprio governo.
L’ultimo capolavoro di Yalta fu la decisione di fare governare l’Onu, ossia l’erede della Società delle Nazioni, da un Consiglio di Sicurezza composto da cinque sole nazioni a titolo permanente e con diritto di veto: Usa, Urss, Cina, Gran Bretagna e Francia.
Quest’ultima decisione aprì, di fatto, la strada alla non punibilità delle infinite malefatte ed angherie perpetrate dall’Urss ai danni dei paesi suoi satelliti, giacché, col suo veto, essa poteva paralizzare ogni iniziativa dell’Onu.
Il resto è storia nota: la Germania si arrese il 7 ed 8 maggio del ’45 e, il 17 luglio dello stesso anno, a Potsdam, si ritrovarono i rappresentanti delle quattro potenze vincitrici, con Truman al posto dello scomparso Roosevelt ed Attlee che, durante la conferenza, prese il posto di Churchill sconfitto alle elezioni; e ribadirono che l’Europa del futuro sarebbe stata quella disegnata a Yalta: questo, le future vittime non lo sapevano ancora, però.
IN EUROPE AFTER THE RAIN
La guerra era finita o, almeno, era finita la guerra ufficiale, perché molti europei dovevano ancora cadere, vittime degli strascichi di questo terribile conflitto.
La Seconda guerra mondiale si lasciava dietro 50 milioni di morti e, strano ma vero, "soltanto" 35 milioni di feriti: questo si dovette alle caratteristiche peculiari del conflitto e delle armi che vennero utilizzate per colpire militari e civili.
Rapidamente, poiché non amiamo questi conti da macelleria, ricordiamo che i caduti furono circa 20 milioni per l’Urss, 12 per la Cina, 7 per la Germania, 6 per la Polonia, 1,7 milioni per la Jugoslavia e 1,3 milioni per il Giappone.
La Francia ebbe 600.000 morti, l’Italia e gli Usa 410.000, poco meno la Gran Bretagna.
Quasi metà di queste vittime si contò tra la popolazione civile, il che rende la Seconda guerra mondiale un unicum assoluto in materia di storia militare.
Il Vecchio Continente era in ginocchio: i suoi uomini più validi erano caduti nel fiore degli anni, le città erano devastate, le industrie danneggiate o distrutte, le infrastrutture spianate dai bombardamenti, le campagne da bonificare, con milioni di ordigni inesplosi e di mine (a distanza di cinquant’anni, in Francia, lavorando tutti i santi giorni sui luoghi della Prima e Seconda guerra, i demineurs hanno fatto appena la metà del lavoro necessario!); e, soprattutto, le economie di vincitori e vinti erano prostrate dall’immane sforzo bellico.
Chi si era invece avvantaggiato erano gli Stai Uniti, che, a fronte di perdite modeste e di nessun danno al territorio, avevano raddoppiato la propria produzione industriale ed avevano accumulato crediti enormi presso tutte le nazioni cobelligeranti; già nel luglio 1944, con gli accordi di Bretton Woods, il dollaro aveva soppiantato la sterlina come unità di misura economica internazionale, e questo la dice lunga sulle prospettive dell’economia americana.
Oltre al vantaggio morale di potersi proporre come il vincitore del nazismo, anche Stalin riportò vantaggi sensibili dalla guerra: egli estese il proprio impero sull’Europa orientale e si trovò a dominare un apparato militare gigantesco, il che gli permise di candidare l’Urss al ruolo di contrappeso dello strapotere americano, sulla bilancia della politica internazionale; nascevano così le due superpotenze, la Guerra fredda ed un’infinita serie di mali per il mondo.
Ciò che, viceversa, tramontava per sempre, era l’egemonia europea (britannica, in particolare): dopo millenni, le regole del gioco venivano decise da due Paesi che qualunque storico latino o greco avrebbe gratificato del medesimo aggettivo: "barbari".
È difficile dire quale fu il peso epocale di questo cambiamento, poiché noi stessi ci troviamo all’interno di questa fase storica e navighiamo, per così dire, a vista; è certo, però, che il mondo uscito dalla Seconda guerra mondiale ha visto l’Europa pagare lo scotto di questa svolta, in termini economici, culturali e politici; sarebbe, perciò, corretto postillare dicendo che la guerra ebbe due vincitori reali, ossia Usa e Urss ed un solo sconfitto, cioè l’Europa tutta intera.
Bisognava, intanto, decidere i destini immediati dell’Europa, così, dopo qualche incontro preliminare, si varò la conferenza di Parigi (luglio-ottobre 1946), in cui si vennero delineando le clausole dei trattati di pace tra i vincitori ed i paesi alleati del Reich, ossia Italia, Finlandia, Bulgaria, Romania ed Ungheria; questi trattati furono firmati il 10 febbraio 1947: iniziava ufficialmente il dopoguerra.
L’Italia si vide privare delle proprie colonie, cedette Rodi ed il Dodecanneso alla Grecia, Istria, Fiume e Zara alla Jugoslavia, Briga e Tenda alla Francia, mentre l’Albania tornò (si fa per dire) indipendente.
Della questione di Trieste e dei territori italiani in contenzioso con la Repubblica federale jugoslava, torneremo a parlare più avanti.
La Romania perdette la Bucovina e la Bessarabia a favore dell’Urss e la Dobrugia meridionale a favore della Bulgaria, ma si vide restituire la Transilvania, ceduta nel 1940 all’Ungheria.
L’Ungheria, a sua volta, restituì a Jugoslavia e Romania il maltolto e tornò alle frontiere di prima della guerra.
La Bulgaria dovette rinunciare alla Macedonia (che andò in parte alla Grecia e in parte alla Jugoslavia) e alla Tracia, che passò alla Grecia.
La Finlandia, infine, cedette all’Urss la Carelia e la regione di Petsamo.
Inoltre, tutti i paesi sconfitti dovettero assistere ad un drastico ridimensionamento delle proprie forze armate, furono costretti a pagare (perloppiù in natura) i danni di guerra e ad accettare alcune umilianti limitazioni della propria sovranità nazionale, come il codicillo che, fino quasi ai nostri giorni, imponeva all’Italia di non tendere a formare milizie a carattere regionale e, anzi, a favorire gli spostamenti di sede per i militari di leva; il che rappresenta la ragione per cui tanti italiani del Sud siano stati spediti a fare il militare al Nord e viceversa.
Al di fuori del trattato di Parigi, inoltre, la realpolitik sovietica portò i russi ad annettersi la Rutenia cecoslovacca, le Repubbliche Baltiche (Lituania, Estonia e Lettonia), un bel pezzetto di Prussia orientale intorno a Königsberg, nonché Bielorussia ed Ucraina polacche.
La Polonia, in cambio (in cambio?) ottenne il resto della Prussia orientale, la Slesia e la Pomerania, con buona pace dei cavalieri teutonici, che per secoli le avevano difese dallo slavo: la Germania perse, in questo taglia e cuci, un buon 25% del suo territorio; ma il peggio, come immaginerete, doveva ancora venire!
Di fatto, non vi fu alcun trattato di pace tra i vincitori e la Germania, mentre quello con l’Austria fu, infine, firmato dieci anni dopo la fine della guerra: l’ex Terzo reich era del tutto disarmato, ed avrebbe dovuto essere diviso in quattro zone d’influenza, secondo i trattati di Yalta e Potsdam.
Questa divisione in quattro era già avvenuta per la città di Berlino, che, pur trovandosi all’interno della zona controllata dai sovietici, era amministrata da francesi, americani, britannici e russi e dipendeva da un comando interalleato.
Questa situazione era stata prevista come strumento temporaneo, finché non si fosse deciso cosa fare della Germania. Se non che, Usa ed Urss si trovarono in disaccordo praticamente su tutto: innanzi tutto, mentre l’Urss avrebbe voluto cancellare definitivamente dalla faccia della terra l’economia tedesca, gli Stati Uniti, che sapevano di aver bisogno anche della Germania per creare un mercato ai propri prodotti, chiedevano uno smantellamento limitato delle risorse industriali germaniche. Inoltre, le due superpotenze non si accordavano, ovviamente, su questioni di geopolitica, di tempi e modi dell’occupazione e, soprattutto, sul governo di cui si sarebbe dovuta dotare la Germania del dopoguerra; ad ogni buon conto, mentre i diplomatici discutevano, i ferrovieri sovietici trasportavano le fabbriche tedesche in Russia.
La vera questione, però, circa il destino della Germania, non si poneva nelle sedi diplomatiche, ma in un’aula di tribunale: c’era in ballo la denazificazione e cominciavano i processi contro gli esponenti del regime hitleriano, il più famoso dei quali sarebbe stato quello di Norimberga.
VAE VICTIS
Norimberga non fu scelta a caso, per il processo più famoso e controverso del secolo: la città tedesca era stata la capitale simbolica del nazismo e a Norimberga il regime celebrava i suoi riti di massa.
Per questo, si decise che Norimberga sarebbe stata la sede ideale per processare davanti al mondo i gerarchi tedeschi: l’Italia non ebbe la sua Norimberga per il semplice motivo che il Cln saltò a pie’ pari l’iter giudiziario, assassinando Mussolini e i suoi gerarchi; sicché, la Norimberga italiana avrebbe visto solo processi a defunti.
La ragione di tanta sbrigatività non si deve ricercare nella "giusta rabbia popolare", bensì nell’idea, dominante nei capi della Resistenza, di dover impedire ad ogni costo che il Duce cadesse vivo nelle mani degli Alleati: innanzi tutto, chissà cosa avrebbe potuto dire per giustificarsi, chissà quali documenti avrebbe prodotto e chissà che imbarazzo per i nobili paladini della giustizia, che quei documenti avrebbero potuto, chissà, dipingere a colori meno gradevoli!
E poi, si sarebbe dovuto spiegare dov’era finito l’oro del regime; e dubitiamo che americani, inglesi e compagnia cantante avrebbero permesso al Pci di finanziare, come invece probabilmente avvenne, con quell’oro le proprie losche iniziative: altro che salamelle alla festa dell’Unità!
Comunque sia, a Norimberga furono processati alcuni degli elementi più in vista del nazismo: Hess, Speer, Ribbentrop, Keitel, Von Schirach; chiamati a rispondere dell’inusuale reato di "crimini contro l’umanità".
In realtà, questo capo d’accusa innovativo servì a giustificare la pubblica vendetta dei vincitori sui vinti, che, giuridicamente, contravveniva alla tradizione precedente.
Da una parte, dunque, stava un tribunale internazionale, che accusava gli imputati di essere i responsabili del più sistematico ed atroce genocidio della storia moderna, e, tra le righe, di non avere fatto nulla per impedire lo scoppio del più terribile conflitto che l’umanità ricordi: tutto vero.
Dall’altra parte, si obiettava con la sola argomentazione possibile, cioè con il fatto che si trattava di eseguire ordini che, se disattesi, avrebbero condotto alla morte i subordinati; anche perché il comandante che emanava quegli ordini era Adolf Hitler in persona: e anche questo era vero, ma fino ad un certo punto.
In effetti, anche se, da un punto di vista dottrinale, l’idea di legalità di un processo in cui i vincitori giudichino i vinti è pressoché nulla, del pari appare poco fondata la teoria secondo la quale il dovere di obbedienza di un semplice militare vada equiparato alla posizione di chi ha rappresentato lo stato maggiore del nazismo, condividendo, prima ancora che mettendo in atto, le scelte di Hitler.
Quello che non comprendiamo, per la verità, è perché, a fronte di condanne lievi e, talvolta, lievissime, comminate a molti criminali di guerra, macchiatisi di crimini atroci, nonché della fretta davvero eccessiva con cui gli Usa vollero chiudere la stagione delle epurazioni e dei processi, un personaggio come Hess sia stato condannato all’ergastolo, e l’abbia scontato per intero, a Spandau, alla fine unico prigioniero, caparbiamente controllato a vista da secondini delle quattro nazioni, quando Hess non poté fisicamente macchiarsi di alcun crimine di guerra, essendosi paracadutato sull’Inghilterra prima che questi crimini fossero messi in atto.
Non sarà che anche Hess, come Mussolini, avrebbe potuto mettere in grave imbarazzo, coi documenti a sua disposizione, alcuni personaggi molto in vista?
Per uscire da Spandau, Rudolph Hess, vecchio e malandato, dovette impiccarsi con un filo elettrico.
Ribbentrop, Keitel, Von Schirach, Frank, penzolarono dalle forche dei vincitori, invece.
Hitler, Goebbels ed Himmler si erano suicidati da tempo: Goering li imitò in una cella di Norimberga, nonostante il controllo cui era sottoposto, durante il processo, che durò ben dodici mesi, dal novembre del 1945 all’ottobre 1946.
Fu una breve, violenta fiammata: negli anni successivi le condanne inflitte ai nazisti andarono accorciandosi, con l’avanzare dei gradi di giudizio, e, alla fine, la maggior parte dei processati e degli epurati tornò alle proprie attività.
Così come, prima degli altri, erano tornati alle proprie attività i rappresentanti del gotha industriale tedesco, rimessi in sella dagli Usa, affamati di clienti e di acquirenti.
Moltissimi sono gli interrogativi che rimangono, dopo l’epilogo di questa guerra sciagurata; e l’aver scoperto che chi si spacciava per il bene assoluto, in contrapposizione con l’altrettanto assoluto male, non era per nulla animato da nobili motivi, non ci aiuta nel valutare serenamente questa fetta di storia.
L’esperienza ed il buon senso ci dicono che, di solito, fatti salvi i più alti in grado, la cui visibilità impedisce che la scapolino, quelli che pagano quando la barca affonda sono i semplici marinai: dopo un processo che oggi sembrerebbe una farsa, con un rappresentante della bieca tirannia comunista in veste di accusatore di rappresentanti di una tirannia altrettanto bieca, cosa possiamo fare, se non interrogarci su quale avrebbe dovuto essere lo scenario, se avessero vinto gli altri?
È possibile pensare che il diritto sia subordinato alle alterne vicende della fortuna, e che, in base al nome del vincitore, le medesime azioni si debbano ritenere riprovevoli o eroiche?
Non è una questione da poco: Erich Priebke è in carcere, novantenne, per aver organizzato una rappresaglia che gli era stata ordinata per telefono da Hitler e nella quale, lui dice, non sparò un solo colpo di pistola. Vale la pena di ricordare che gli autori dell’attentato di via Rasella ammazzarono anche una dozzina di civili italiani; cosa di cui non hanno mai dovuto rispondere e di cui si parla pochino.
Oskar Piskulic non sarà mai arrestato, per aver personalmente ucciso tre antifascisti istriani solo perché erano italiani (e molti altri ne infoibò, il boia Piskulic), né mai la Croazia ne concederebbe l’estradizione, nella remota ipotesi che il processo imbastito contro di lui in questi giorni giungesse a qualche esito concreto: vale anche per Piskulic l’idea di imprescrivibilità del reato, o quelli che latravano contro Priebke sono della stessa pasta dei Nijinskij e dei Beria?
Questi ed altri nodi sono messi di traverso al nostro cammino dal processo di Norimberga, che fu il padre di tutti i processi del genere.
Anche in Italia vi fu la stagione del "processa ed ammazza": in fretta e furia, per di più, giacché si doveva far presto per non incappare nel cambio di rotta, dovuto alla brusca sterzata di Togliatti, nel 1946: quanti innocenti siano stati barbaramente uccisi in nome di una democrazia che per alcuni fu solo ebbrezza sanguinaria non è dato sapere; molti certo, che reclamano dalla storia il racconto del proprio martirio e dalla politica la propria riabilitazione.
E quanti tranquilli nonnini, che oggi giocano alle bocce, serafici e paciosi, nei circoli ricreativi dell’Emilia-Romagna, del Piemonte, del Friuli, hanno sulla coscienza il sangue di tanta gente incolpevole, che, senza di loro, oggi potrebbe, al pari di loro, godersi i giochi dei nipotini e litigare per un punto a briscola!
Possiamo credere che a costoro ripugni l’idea di riscrivere la storia!
Dobbiamo, infine, chiudere questo inserto, quasi interamente occupato dalle sanzioni imposte ai vinti, ricordando che anche il Giappone ebbe la sua Norimberga, col processo di Tokyo del 1948, in cui il premier nipponico, Tojo, e i suoi più stretti collaboratori furono condannati a morte.
Il Giappone ebbe dagli Usa un nuovo governo, un nuovo assetto industriale, con la cancellazione dei poli industriali degli Zaibatsu, e si trovò, di fatto, ad essere un’appendice degli Stati Uniti, senza esercito, senza marina, senza aviazione e senza più un imperatore divino; l’impero del Sol Levante perdette la Manciuria, Taiwan, le Pescadores, la Corea, le Marianne, le Caroline, le Marshall, nonché le Curili ed un pezzo di Sahalin: alla fine, gli americani firmarono, nel 1951, un trattato di pace con il Giappone, cui l’Urss non aderì mai.
Teoricamente, Russia e Giappone sono ancora oggi in stato di guerra; ma da allora, il Giappone ha cominciato anche un’altra guerra, con la stessa caparbietà di prima, combattendo con le armi dell’economia anziché con le portaerei.
Con il Giappone si conclude la disamina degli avvenimenti che hanno chiuso il secondo conflitto mondiale.
Rimane, per la verità, un’ultima questione, che Yalta e Potsdam non risolsero, anzi, che a tutt’oggi non è stata risolta: quella di Trieste; crediamo, però, che essa meriti di essere affrontata singolarmente, e con lo spazio che merita, di fronte alla storia e nel nostro cuore di italiani.
Lo crediamo necessario per capire quale è il ruolo dell’Italia nell’Europa del terzo Millennio, ma anche per capire cosa significhi, per noi, essere italiani ed europei.
Oggi, noi non viviamo più nell’Europa di Yalta, grazie al cielo; il problema è che, in molti, non sappiamo proprio in quale Europa viviamo e vivremo.