AVANGUARDIA OPERAIA
Insieme
al Movimento Studentesco e a Lotta Continua, Avanguardia
Operaia è stata il terzo grande movimento che, nel
decennio tra il 1968 e la metà degli anni '70, ha attirato a sè tanti giovani e si è reso responsabile di tanti atti di violenza,
in particolar modo a Milano. Tra questi ricordiamo l'assassionio
di Sergio Ramelli giovane militante del Fronte
della Gioventù (l'organizzazione giovanile del M.S.I.) e l'assalto al bar di
Largo Porto di Classe di Milano. Sorta nel 1968 ad opera di Silverio Corvisieri,
Massimo Gorla, Silvana Barbieri, Luigi
Bello, Stefano Semenzato, Luigi Vinci
e altri, si presenta sulla scena politica con un opuscolo dal titolo "Per
il rilancio di una politica di classe", edito da Samonà
e Savelli. A proposito di questa casa editrice,
che fu tra le più attive a pubblicare e diffondere le più infami opere di
propaganda marxista-leninista di quegli anni, vi è da sottolineare
come uno dei due titolari, Giulio Savelli sia
in seguito divenuto uno dei più attivi organizzatori del movimento di Forza
Italia a Milano. È incredibile pensare come talune persone -non manovali della
politica, ma uomini di pensiero e cultura, in questo caso addirittura di un
editore!- riescano nel breve volgere di una vita a modificare tanto radicalmente
le loro posizioni. Tutto ciò mentre ad altre persone il breve volgere di una
vita non è sufficiente ad esprimere neppure in parte l'amore e la passione che
li lega ai propri ideali!
Ma
torniamo ai nostri "avanguardisti".
Come
già abbiamo detto il delitto più grave di cui si
macchiarono costoro fu l'omicidio di Sergio Ramelli.
In questo caso, seppure a distanza di anni, mandanti
ed esecutori furono individuati, processati e condannati (anche se ora si
trovano nuovamente in libertà ed hanno ripreso ad aggirarsi tra noi).
L'Ordinanza di rinvio a giudizio degli assassini è un lungo documento che ben
sintetizza la storia e l'ambiente in cui maturò il delitto, senza tralasciare
di descrivere altri gravi episodi addebitabili agli appartenenti ad Avanguardia
Operaia e delle altre formazioni di estrema
sinistra. È un documento certo, non oppugnabile e sicuramente obiettivo, anche perchè a redigerlo furono due
giudici, Maurizio Grigo e Guido Salvini, non sospettabili di simpatie destrorse. Il
secondo, addirittura, negli anni Settanta aveva militato nelle formazioni di estrema sinistra. Lo riportiamo in
versione quasi integrale, così come lo abbiamo desunto da un bel libro uscito
nel 1997 per le edizioni Effedieffe: "Sergio
Ramelli: una storia che fa ancora paura".
Ringraziamo gli autori Guido Giraudo, Andrea Arbizzoni, Giovanni Buttini,
Francesco Grillo e Paolo Severgnini,
che certamente approveranno questa nostra diffusione su Internet di un
documento tratto dalla loro opera.
Ordinanza di rinvio a giudizio per l'omicidio di Sergio Ramelli nei confronti di: Marco Costa, Giuseppe Ferrari Bravo, Luigi Montinari,
Claudio Colosio, Claudio Scazza,
Franco Castelli, Antonio Belpiede e Brunella Colombelli.
1. Il 13 marzo 1975, verso le ore
13, Ramelli Sergio residente a Milano
in Via Amadeo numero 40, stava appoggiando il motorino
poco oltre l'angolo con via Paladini nei pressi della sua abitazione. Veniva aggredito da alcuni giovani armati di chiavi inglesi:
il ragazzo, dopo aver tentato disperatamente di difendersi proteggendosi il
capo con le mani ed urlando, veniva colpito più volte e lasciato a terra
esanime. Alcuni passanti lo soccorrevano e veniva
ricoverato al reparto Beretta del Policlinico per
trauma cranico (più esattamente ampie fratture con affondamento di vasti
frammenti), ferita lacero-contusa del cuoio capelluto
con fuoriuscita di sostanza cerebrale e stato comatoso. Nelle settimane
successive alternava a lunghi periodi di incoscienza
brevi tratti di lucidità e decedeva il 29 aprile 1975.
2. In relazione ai
motivi dell'aggressione si è potuto accertare:
- che tali motivi erano da ricercarsi nel fatto che il Ramelli
era un giovane di destra, già oggetto di pesanti e continue e continue
intimidazioni all'Istituto Molinari, che egli
frequentava quale syudente, da parte di altri
studenti della sinistra extraparlamentare soverchianti per numero all'interno
dell'Istituto.
- In particolare il Ramelli,
già più volte prelevato a forza dalla sua classe e minacciato, era stato
in data 13 gennaio 1975 circondato in strada da circa 80 studenti e
costretto a cancellare con vernice bianca scritte fasciste apparse sui muri del
Molinari.
- Sempre a scuola, in occsione dello svolgimento di
un tema avente ad oggetto le Brigate Rosse, il Ramelli
aveva subito nuove intimidazioni ed una sorta di "processo
politico".
- Negli ultimi giorni del gennaio 1975 Luigi Ramelli,
fratello di Sergio, era stato aggredito in via
Amadeo da due giovani armati di chiavi inglesi che forse lo avevano scambiato
per Sergio.
- Il 3 febbraio 1975, Ramelli Sergio,
recatosi in Presidenza con il padre per presentare domanda di trasferimento in
un'altra scuola, era stato oggetto di violenze ed intimidazioni, in quanto era stato costretto a passare nel corridoio della
scuola fra due fila di studenti "avversari", schierati in modo
minaccioso; il Ramelli era stato
colpito ed era svenuto, mentre lo stesso Preside ed i professori che avevano
"scortato" il Ramelli e il
padre verso l'uscita erano stati malmenati.
- Il 9 marzo 1975 Ramelli Sergio
e il fratello Luigi, recatisi al Bar Tabacchi di viale Argonne, erano rimasti bloccati all'interno dell'esercizio
per circa mezz'ora in quanto un gruppo di circa venti
giovani con bandiere rosse li stava attendendo all'uscita con atteggiamento
minaccioso. Costoro avevano poi desistito da eventuali atti di violenza quando
un amico dei Ramelli, intervenendo con la propria
autovettura, era riuscito a farli salire e ad accompagnarli a casa.
Dalle
complessive indagini e deposizioni testimoniali assunte al tempo dei fatti
emergeva il clima di costante prevaricazione che regnava al Molinari
ad opera degli elementi della sinistra
extra-parlamentare, nell'ambito dei quali Avanguardia Operaia aveva
assoluta egemonia politica e numerica.
Anche un
altro studente fra i pochissimi simpatizzanti di destra, tale Nai Claudio, era stato picchiato, espulso dall'Istituto e
gli era stato intimato di non farsi più vedere a scuola.
Fra
coloro che lo avevano più volte intimidito e minacciato erano stati notati
elementi di spicco di Avanguardia Operaia della
scuola e cioè De Vito, Di Puma e Crepaldi.
In
data 28 aprile 1975 la Questura di Milano riferiva poi un episodio
particolarmente odioso.
Quelle mattina (e cioè il giorno prima che l'agonia di Ramelli
avesse termine) un gruppo di giovani si era portato sotto l'abitazione della
famiglia Ramelli, staccandosi da un corteo, e aveva
effettuato delle scritte e affisso un manifesto sul muro dell'edificio
intimando al portinaio di non staccare il manifesto.
Scritte
e manifesto contenevano gravi minacce nei confronti di
Luigi Ramelli, intimandogli di sparire entro
48 ore e ricordandogli che il fratello era già stato picchiato.
Il
manifesto veniva defisso dal personale della Questura
di Milano avvisata dalla famiglia Ramelli.
In
merito è opportuno ricordare che anche dalle successive fasi dell'istruttoria è
emersa una sorta di persecuzione nei confronti della famiglia Ramelli, raggiunta prima e dopo la morte del ragazzo
ed anche il giorno dei funerali da telefonate con cui venivano
reiterate minacce a sfondo politico.
3. Non certo per infierire su tali
imputati, ma piuttosto per delineare con chiarezza le
responsabilità giuridiche e morali di chi facendo nascere, costruendo e
dirigendo le strutture paramilitari di Avanguardia Operaia (e forse ancor
più di altri gruppi) ha innescato e accelerato una sorta di guerra civile tra
ragazzi legittimando e raccomandando la violenza come risposta alla violenza o,
più spesso, facendo praticare il metodo della "rappresaglia
preventiva", va rilevato che:
- nel
novembre 1973, una domenica mattina, al termine di un "presidio
antifascista" contro una riunione del MSI, che peraltro non aveva
dato luogo ad alcun incidente ed era sorvegliata dalle forze dell'ordine, Di
Domenico, Cavallari e il già citato
Di Puma (compagno di scuola di Ramelli)
vengono arrestati in zona Città Studi perchè trovati in possesso di tre chiavi inglesi di
notevoli dimensioni.
Gli
stessi sono reduci dal luogo (piazza Piola) ove poco prima un gruppo di una ventina di persone
del servizio d'ordine, di ritorno dal "presidio", ha brutalmente
aggredito e ferito seriamente due persone (tali Mazzotti
e Coluccini) "colpevoli" una di aver
acquistato un quotidiano di destra e l'altra di essere intervenuta a difesa
dell'amico.
Nonostante
le macchie di sangue presenti sui pantaloni del Di
Domenico (il quale, da esperto in materia, teneva la chiave inglese appesa
alla cintura con un gancio) itre, cosa non
infrequente all'epoca, vengono fortunosamente assolti e quale dichiarazione
finale, al termine del dibattimento, chiedono addirittura la restituzione delle
chiavi inglesi.
La
verità sull'episodio emergerà solo nel corso del presente procedimento.
Di
Domenico, componente già allora della squadra di Agraria, una
delle più attive, prese effettivamente parte all'aggressione, mentre Di Puma
e Cavallari, che pure facevano parte del
gruppo del servizio d'ordine che rientrava debitamente "attrezzato"
dal presidio, si trovavano in posizione più arretrata.
Cavallari ha anche spontaneamente ricordato la storiella che effettivamente
il Di Domenico aveva raccontato ai magistrati per giustificare la
presenza di macchie di sangue sui pantaloni al momento dell'arresto,
sangue che secondo tale imputato sarebbe fantasiosamente
derivato dall'abitudine di mangiarsi la pelle intorno alle unghie.
4. Un mese e mezzo prima
dell'aggressione a Ramelli Grassi
(altro compagno di scuola di Ramelli, responsabile di
aver fornito le foto segnaletiche e di aver predisposto l'aggressione a Sergio
n.d.r.) e Di Domenico in funzione di organizzatori,
Cavallari e uno studente di A.O. rimasto sconosciuto come aggressori materiali, nonchè Costa e qualche altro pure rimasto
sconosciuto con funzioni di copertura, aggrediscono uno studente simpatizzante
di destra dinanzi alla facoltà di Agraria con chiavi inglesi e senza
tuttavia colpirlo gravemente.
Anche
tale episodio si situa nella campagna del cosiddetto
"antifascismo militante" e cioè l'aspetto direttamente operativo
delle iniziative pubbliche per l'"M.S.I. fuorilegge"
patrocinate da Avanguardia Operaia, Lotta Continua e Movimento
Studentesco.
Alcuni
degli imputati (Di Domenico, Costa, Ferrari
Bravo, Colosio, probabilmente Costantini) partecipano con diverse funzioni un anno
dopo all'irruzione al Bar Porto di Classe (31 marzo 1976), che rappresenta
un altro esempio, caratterizzato da una tecnica "militare" ormai
perfezionata, di aggressione fisica indiscriminata a
persone, anche giovanissime, ritenuta "fasciste", con la reiterazione
di colpi di chiavi inglesi sul capo.
Non è
questa la sede per approfondire il problema, ma non può essere dimenticato che
nell'abbaino di viale Bligny, vero archivio logistico
della "struttura" di Avanguardia Operaia
e delle strutture successive, è stata rinvenuta una mole impressionante di
materiale. A carattere solo conoscitivo: oltre a materiale specificamente
eversivo (il cui significato merita ulteriore
approfondimento) sono state infatti trovate migliaia di schede, fotografie con
ingrandimenti e studi di particolari, annotazioni dovute ad appostamenti con
studio di abitudini e indicazioni di targhe, descrizioni di bar e locali
pubblici, nonchè di sedi politiche con tanto di
piantina degli interni, agendine, tessere di partito, documenti di identità
provento di numerose aggressioni anche con conseguenze molto gravi ai danni di
giovani di destra.
E
ancora: documentazione riservata sia di provenienza delle forze armate dello
Stato, sia di uffici giudiziari, nonchè
indicazioni di appartenenti alle forze di polizia e su forze politiche oggetto
in quel periodo di atti di intimidazione, quali gruppi rivali nella stessa
estrema sinistra e gruppi cattolici.
5. Particolarmente inquietanti
e sintomo del clima che si era creato non solo delle Università ma anche
nelle scuole medie superiori, sono i resoconti, piuttosto numerosi, di
"processi politici" cui erano stati sottoposti nei vari Istituti gli
studenti sospettati di simpatizzare per la destra, con il consueto corteo di
sottrazione di agendine e documenti personali al termine di aggressioni e a
scopo sia ulteriormente intimidatorio sia di ulteriore "indagine",
minacce di varia natura e sovente espulsioni a forza dall'Istituto.
Episodi
cioè simili a quelli subíti
prima dell'aggressione sotto casa da Ramelli
ed, è doveroso dirlo, svoltisi in un clima di omertà generale (i pochi docenti
che prendevano le difese degli "accusati" venivano subito tacciati di
essere "fascisti" anch'essi) e di assoluta inerzia delle forze di
polizia.
Che
del resto il clima promosso dai vari gruppi estremisti non fosse
esattamente quello del libero scambio delle idee risulta d'altra parte chiaro
non solo da aggressioni a singoli, ma anche dalla pretesa di imporre comunque
le proprie scelte alle altre forze politiche, di qualsiasi tendenza, con la
forza.
Così
a Città Studi, come altrove, si organizza il "boicottaggio"
delle prime elezioni studentesche universitarie, approntando un presidio con
tanto di chiavi inglesi onde dissuadere chi intenda
votare dal farlo.
Specificamente
per quanto concerne Città Studi la stessa designazione della squadra di Medicina
per l'aggressione a Ramelli
viene spiegata da tutti i suoi componenti con il fatto che questa squadra
non si era ancora cimentata in qualche azione: ciò significa che le altre
squadre, in particolare quelle di Agraria e Fisica, oltre ai
compiti di vigilanza ed autodifesa, avevano già dato dimostrazione di capacità
nel concretizzare il discorso dell'"antifascismo militante".
La scelta dell'aggressione all'avversario politico nel 1975 come
nel 1976 non suscita alcun dissenso di principio nei membri della squadra o
alcun dibattito interno.
Si dà infatti per pacifico che chi accetta di partecipare al
servizio d'ordine ha, come militante, l'imperativo di non sottrarsi all'uso,
anche gratuito e comunque non certo difensivo, della violenza contro le persone.
Tale modo di pensare, che oggi può apparire incomprensibile, va collocato
indubbiamente nel contesto ideologico dell'epoca e
nella profonda e quasi ossessiva opera di diseducazione ai valori della
convivenza civile (e quindi della tolleranza e del rispetto per il
"diverso") promossa dai dirigenti e dai leader carismatici delle
varie organizzazioni dell'estrema sinistra.
6. Tale sorta di martellamento genera una
disponibilità alla violenza tutta "ideologica" e cioè
la demonizzazione dell'avversario politico (nella realtà oltretutto scarsamente
presente) sganciata da qualsiasi esperienza o presa di coscienza personale
(tanto che nessuno degli imputati, ad esempio, "risponde"
effettivamente ad una violenza, poichè in precedenza
non ne ha subíta alcuna).
Basta
leggere il modesto campionario degli articoli del "Quotidiano dei
Lavoratori" acquisiti agli atti dedicati alla campagna per l'MSI fuorilegge e all"antifascismo
militante" per rendersi conto di come fosse ossessivo il richiamo alla
necessità dell'uso della violenza, di come fosse costante la indicazione della
superiorità di una sorta di "giustizia privata" rispetto
all'intervento giudiziario e delle istituzioni (dipinte sempre e solo come
conniventi con gruppi violrnti di destra e
protagoniste ed impegnate solo in "provocazioni" contro compagni) e
di come, pur in assenza di aperte rivendicazioni, fosse presente l'ammiccamento
e il compiacimento ogni qualvolta un avversario politico "scivolasse"
rompendosi la testa o una sede, un'abitazione o un locale pubblico frequentato
da persone di opposta tendenza politica andasse a fuoco o saltasse in aria.
D'altro
canto, scendendo su un piano per così dire pratico è stato acquisito agli atti,
su richiesta proprio di un difensore, un campione di
circa 150 episodi fra le centinaia di aggressioni avvenute a Milano nel
periodo 1972 - 1975. È sufficiente sfogliare qualcuno dei
rapporti giudiziari (e purtroppo qualcuna delle cartelle cliniche) per rendersi
conto di come un'intera pagina della storia della nostra città sia stata
dimenticata e rimossa.
7. Tutte le aggressioni da parte dei
gruppi di estrema sinistra sono caratterizzate dalla
medesima "ritualità" e cioè il circondare in gruppo la vittima
isolata e presa di sorpresa e calarle più volte sulla testa grosse chiavi
inglesi.
L'esito
di numerose aggressioni (precedenti o coeve all'episodio Ramelli)
è a dir poco drammatico in quanto la vittima, lasciata
esanime con fratture al capo e spesso in altre parti del corpo, riporta lesioni
gravissime e sovente con conseguenze permanenti.
Emerge
certamente dagli atti del presente procedimento come la maggior parte di tali
aggressioni non sia attribuibile ad Avanguardia Operaia, ma piuttosto
all'"efficiente" servizio d'ordine del Movimento Studentesco, seguito
poi dai famigerati CAF (Comitati Anti Fascisti) e a
quello di Lotta Continua (molti dei cui militanti, non a caso, passeranno in
blocco alle varie formazioni armate), organizzazioni queste che, insieme ad Avanguardia Operaia, gestivano a Milano la campagna
dell'"antifascismo militante".
Non
può tuttavia essere taciuto come gli attuali imputati abbiano quantomeno
sottovalutato la portata della loro scelta e ntrando
a far parte, proprio in quel momento storico, di un servizio d'ordine e abbiano
comunque accettato con leggerezza i possibili esiti
traumatici (quantomeno come cooperazione al cagionamento
di lesioni gravissime e dolorose) che tale militanza poteva comportare.
Essi infatti, ben attenti certamente alla vita politica della
città, non potevano non sapere, anche solo attraverso la lettura della cronaca
quotidiana, quale tipo di "impegno" finiva per essere loro richiesto.
Nessuno
degli aggressori di Ramelli si sognò di chiedere maggiori spiegazioni sulla persona che essi si
accingevano ad aggredire, fra l'altro un perfetto sconosciuto, tanto da
rendersi necessario visionare una fotografia per individuarlo e non rischiare
di scambiarlo con qualcun altro.
Perdipiù
non solo era sconosciuta la vittima, ma nessuno degli imputati era stato
fisicamente aggredito o anche solo minacciato da persone di destra della zona, per cui quanto essi si accingevano strumentalmente a
compiere costituiva più che una scelta razionale un autentico atto gratuito.
Ed è
proprio questo il punto.
Si
nota da parte degli imputati che hanno ammesso in tutto e in parte le loro
responsabilità obiettive, al di là di lacune o
reticenze sempre possibili, la difficoltà di spiegare, prima di tutto a se
stessi, perchè persone estranee sostanzialmente ad
una pratica di violenza contro le persone e perdipiù
studenti universitari, intellettualmente preparati, si siano trovati in otto,
nove, o più, il 13 marzo 1975 alle ore 13.00 sotto l'abitazione di uno
sconosciuto ragazzo di 18 anni, ad aspettarlo in un pacifico rientro a casa e a
percuoterlo ripetutamente sul capo fino a sfondargli il cranio. Perchè alcuni di essi, insieme a
cinquanta o più compagni, si ritrovino un anno dopo quel tragico giorno a
distruggere un bar a gestione familiare e a picchiare con analoga modalità
tutti gli avventori che capitavano a tiro.
Nessuno
ha saputo spiegare perchè, nell'un
caso e nell'altro, i fatti non siano avvenuti a caldo, magari dopo zuffe
o battibecchi tra studenti sempre e dovunque perfettamente possibili, ma invece
a danno di persone sconosciute e con preparazione e stile perfettamente
militari. Nessuno ha saputo spiegare perchè, nell'un
caso e nell'altro, le vittime della "lezione" non siano state
semplicemente prese a sberle...
8. Il lancio della campagna
dell'"antifascismo militante" soddisfa anche un'esigenza di
carattere, per così dire, psicologico. Da anni sono attive
squadre di servizio d'ordine (prevalentemente del Movimento Stdentesco) allenate ed affiatate. Venuta meno
la conflittualità con le forze dell'ordine durante le
manifestazioni di piazza, il noto spirito di conservazione e di autoriproduzione delle strutture "militari" in
senso ampio, rende difficile scioglierle: va quindi benissimo, per mantenerle
in vita, la caccia al giovane di destra, peraltro già inaugurata con buoni
risultati negli anni precedenti.
Quale
sia stato il livello di aggressività e di
organizzazione dei vari servizi d'ordine intorno al 1975 è facilmente
desumibile dai fatti avvenuti attorno alla sede del MSI di via Mancini
il 17 aprile 1975; dopo aver già colpito una decina di obiettivi tutte le
squadre convergono su via Mancini, travolgendo la colonna di polizia posta a
difesa della sede (si conteranno una ventina di feriti tra i militari) e
distruggendone completamente gli automezzi.
Le
fotografie sequestrate nel corso del procedimento (e peraltro già pubblicate da
vari giornali), che raffigurano l'attacco dei servizi d'ordine di Lotta
Continua ed Avanguardia Operaia, ben raffigurano il livello di organizzazione raggiunto.
Ovviamente
tale campagna gode del costante appoggio dei
quotidiani delle varie organizzazioni, in cui vengono esaltate le azioni più
significative.
Con
l'emergere delle formazioni terroristiche (in cui confluiranno tanti militanti
di servizio d'ordine, in particolare di Lotta Continua) finisce
l'"antifascismo militante". Solo nella nostra città lascia sul
terreno almeno un morto e decine di persone lese in modo gravissimo, centinaia
di persone aggredite ed umiliate.
Lo
stesso Enrico Galmozzi, già militante di Lotta
Continua e poi di Prima Linea, condannato per l'uccisione del
consigliere missino Pedenovi, dissociato ma
non pentito, ricorderà nel corso della sua difesa in dibattimento che nel
1975/76 a Milano "anche chi non aveva pistole, tentava
di ammazzarli (i fascisti) con le chiavi inglesi e a volte ci riusciva ... era
quasi una pratica comune. Quando non venivano
ammazzati ... c'è gente che è rimasta sulla carrozzina".
9. L'ordinamento costituzionale ha fra i
suoi principi fondamentali quello della libera espressione e propaganda delle
diverse idee e posizioni politiche, e la concreta estrinsecazione di ciò si
configura nella possibilità di tutti i partiti, in piena libertà, di concorrere
su un piano di parità alle competizioni elettorali e di essere
presenti nei vari organismi rappresentativi.
Come
spiegato, la campagna nell'ambito della quale sono stati commessi i fatti
ascritti agli imputati, aveva come obiettivo specifico
la concreta eliminazione dal gioco politico di un partito, l'impedimento
dell'attività politica e l'intimidazione nei confronti di chi ne propagandava
le idee, l'attacco ai comizi, la distruzione delle sedi, l'espulsione dagli
organismi rappresentativi, tutto ciò coniugando iniziative legali e pubbliche
con azioni violente ed illegali.
Non è
quindi fuori luogo ritenere che in tal modo, anche al di là
di una precisa coscienza dei singoli falsata da fattori emotivi, si
realizzasse un obiettivo attacco all'ordinamento costituzionale, il cui
corretto funzionamento viene a cessare nel momento in cui, in un certo luogo,
cessa o si cerca di far venire meno il principio della pari dignità delle forze
politiche e dei suoi esponenti.
10. A prescindere dalle responsabilità dei
singoli militanti, soprattutto subalterni, che hanno
compiuto singole azioni, probabilmente senza essere pienamente consapevoli del
quadro complessivo, è certo che Avanguardia Operaia si sia impegnata in
tale campagna, utilizzando il suo servizio d'ordine ed approntando un vasto ed
articolato lavoro di schedatura ed informazione centralizzato poi a livelli
ristretti ed ignoti ai singoli militanti.
Il
momento centrale di tale impegno coincide col 1974; in quell'epoca
Avanguardia Operaia aveva un servizio d'ordine ancora molto informale,
tanto che, come riferito da moltissimi imputati, non era stato in grado di
difendersi da gruppi rivali della nuova sinistra e molti militanti di A.O. erano stati feriti
in piazza Fontana a Milano durante un'aggressione del più organizzato Movimento
Studentesco.
Dopo
tali fatti, sia in generale sia a Città Studi, il servizio d'ordine si
ristruttura e, venute meno le contese con gruppi rivali, partecipa alla
campagna "antifascista", accelerando nel contempo il lavoro di
schedatura ed aumentando le proprie capacità di intervento.
Di
tale lavoro è rimasta traccia indelebile (...) in viale Bligny (...) È sufficiente una lettura
del verbale di sequestro per rendersi conto della capillarità e metodicità del
lavoro e dell'individuazione, in innumerevoli schede ed appunti, di persone,
sedi e bar come possibili obiettivi.
È un
lavoro strettamente collegato a quanto poi si sarebbe
effettivamente realizzato, anche con riferimento agli episodi
direttamente oggetto del presente procedimento e all'ambiente in cui sono
avvenuti. Infatti:
- si
rinvengono numerose fotografie dei funerali di Sergio Ramelli
con ingrandimenti delle persone presenti;
- si
rinvengono schede e indicazioni su amici di Ramelli,
cui era stata sottratta l'agendina e sulle
perquisizioni ai danni di studenti di destra del Molinari
ad opera di amici degli "schedatori";
- si
rinvengono indicazioni sul bar Porto di Classe e sui suoi frequentatori.
È
evidente allora, e ben lo sanno i dirigenti del servizio d'ordine del tempo,
che quanto avveniva non avveniva a caso, ma faceva parte di una
indicazione politica generale e preordinata.
Non è
un caso che proprio al Politecnico, nell'armadietto di Franco Donati,
responsabile del servizio d'ordine di Città Studi prima di Grassi e
di Di Domenico,
siano state trovate schedature e documentazioni analoghe a quelle che saranno
poi rinvenute in viale Bligny e
costituenti certamente un frammento di tale documentazione complessiva.
Ciò è
un'ulteriore conferma del fatto che erano proprio i
dirigenti del servizio d'ordine ad avere una visione complessiva e a gestire le
varie iniziative.
11. Ma la conferma
più chiara della programmazione dall'alto dei vari "interventi"
deriva dagli atti del procedimento contro Sorrentino
Giuseppe, Campi Aurelio ed altri, acquisiti in originale al presente
procedimento.
Nell'ambito
di tale procedimento, a seguito del rinvenimento di documenti a Firenze e
a Milano alcuni esponenti di A.O. fra cui Sorrentino
Giuseppe, responsabile della sede centrale di via Vetere
a Milano, furono imputati di associazione sovversiva e
successivamente prosciolti in istruttoria.
Non
essendo tuttavia dubbia l'attribuibilità del
materiale rinvenuto all'organizzazione e ai suoi esponenti, tali documenti
costituiscono un dato storico di cui è possibile l'interpretazione in realtà
solo oggi, alla luce di quanto emerso nel presente procedimento.
Infatti
il 26 febbraio 1974 a Firenze, nell'autovettura di un militante di
rilievo di A.O. vengono rinvenuti, oltre a
documenti personali, due stampati uno dei quali di 25 fogli complessivi
intitolato "Note per la formazione di unità operative plotoni" e uno
di 11 fogli, riservato ai dirigenti delle sezioni e ai componenti del centro
nazionale relativo alle "Indicazioni per le misure di vigilanza ordinaria
da applicare immediatamente e in permanenza" e alle "Norme e misure
da adottare tassativamente in caso di azione clandestina totale".
Se il
secondo documento è di scarso rilievo riferendosi certamente al comportamento
necessario in caso di un colpo di stato (ed essendo quindi caratterizzato in termini esclusivamente difensivi), il primo documento è
invece di estremo interesse in quanto concerne esclusivamente le indicazioni
per la riorganizzazione del servizio d'ordine denominato appunto "unità
operativa plotone".
In
sintesi, e rimandando al documento per una attenta
lettura, si danno indicazioni in merito a come l'unità operativa deve
affrontare le forze dell'ordine, e cioè facendo riferimento sempre al
responsabile o al vice-responsabile del servizio d'ordine, usando tattiche di
cuneo e avvolgimento sprangando senza uccidere (perchè
un poliziotto è pur sempre qualcosa di diverso da un fascista), attaccando le
jeep con bottiglie incendiarie e raccomandando che il responsabile sia durante
lo scontro sempre sulla linea della prima fila.
Passando
ai fascisti si spiega che se tra di loro "scappa
il morto non è poi così grave come se il morto fosse un poliziotto",
che è necessario isolarli per colpire meglio "battendo con estrema
ferocia e cattiveria" grazie ad un esercizio continuo e che uno degli
obiettivi principali è l'attacco a punti di ritrovo di fascisti come bar.
In
questi ultimi casi l'attacco può essere all'esterno o all'interno, è necessaria
la divisione in più nuclei, bisogna essere molto coordinati nel colpire, molto
mobili e rapidi, studiare le vie di fuga, lavarsi da eventuali macchie di
sangue e lasciare le chiavi inglesi in tombini dopo l'azione in caso di
necessità.
Nel
caso di cattura di fascisti isolati prima devono essere sottratti i documenti e
poi devono essere colpiti. Anche in questo caso il
responsabile deve essere presente per evitare confusione.
Si
danno poi spiegazioni, anche con disegni, sulla formazione del plotone, sulla
sua dotazione (bulloni, chiavi inglesi, molotov), sulla presenza di staffette,
fotografi e servizi d'infermeria.
Si
tratta il problema dell'allenamento fisico, necessario per imparare a muoversi,
correre e sprangare.
Si
parla delle staffette che devono conoscere il territorio e gli spostamenti
dell'avversario e tenere i rapporti fra il responsabile del singolo plotone e
il responsabile centrale.
Si
parla poi delle caratteristiche politiche e psicofisiche dei compagni,
specificando ad esempio che l'abbigliamento deve essere curato con una certa
attenzione per non essere notati e che in particolare le staffette non devono
essere identificabili.
Nella
seconda parte si affronta il problema di una eventuale
azione politica clandestina, raccomandando in particolare la riservatezza e il
rispetto della centralizzazione dell'organizzazione.
12. Un documento di tale genere è frutto
certamente di una elaborazione e discussione ai
livelli più alti dell'organizzazione in quel periodo.
Ne è
conferma il fatto che il mese successivo, ed esattamente il 15 marzo 1974,
nella sede centrale di A.O. in via Vetere 3 a Milano, oltre a documentazione riservata delle
forze armate, viene sequestrato un quaderno tipo mini-pocket in cui, oltre ad
appunti in merito a riunioni, attacchinaggi e sottoscrizioni, vi sono sei
facciate fitte di appunti scritti a mano.
In
tali appunti sono annotati i medesimi concetti riportati più ampiamente nel
documento sequestrato a Firenze e concernenti i medesimi argomenti: opportunità
di muoversi in squadre coordinate da un responsabile, uso di staffette per
seguire gli spostamenti della polizia o avvistare i fascisti,
modalità di attacco alle jeep (in particolare la prima della colonna)
del tutto identici a quelli più ampiamente spiegati nel documento, servizio di
infermeria e così via.
Anche in
tali appunti (oltre ad indicare l'uso della chiave inglese 36) si raccomanda
che il poliziotto isolato deve essere picchiato ma non "steso",
mentre i fascisti devono essere "stesi".
Le
indicazioni contenute nel documento (che certamente circola fra pochi e viene spiegato a voce ai militanti nei suoi contenuti
essenziali) si realizzano integralmente e tutte emergono con chiarezza nel
corso del presente procedimento: la struttura centralizzata, i responsabili, le
squadre, la dotazione, le staffette, l'allenamento, l'abbigliamento necessario
e così via.
Si
realizzano, con matematica precisione, gli assalti ai bar (l'irruzione al bar
Porto di Classe avviene con le precise modalità
indicate nel documento sulle unità operative plotoni) e si realizza purtroppo
lo sprangamento a morte dell'avversario politico,
evento che, come profeticamente osservato, non deve destare molte preoccupazioni.
13. Dalle prime indagini risultava:
- che
due erano gli aggressori che avevano picchiato con tubi di ferro (più
esattamente, come poi emerso, chiavi inglesi) il Ramelli
- che una delle due persone aveva una sciarpa bianca
- che si trattava di due ragazzi giovani, sui 18 - 20 anni
- che gli aggressori, in tutto otto o dieci, dopo aver lasciato a terra il Ramelli, si erano diretti a piedi verso via Arnò, in direzione di Largo Murani.
Essi
sono stati inseguiti per un lungo tratto da un coraggioso passante, De
Martini Ernesto, il quale li aveva persi di vista solo in via Venezian, in Città Studi.
Sul
marciapiede ove il Ramelli era stato colpito,
all'altezza di via Paladini numero 15, era rimasta una
larga chiazza di sangue.
14. Dalle dichiarazioni
sostanzialmente concordi degli imputati (...) si può così riassumere lo
svolgimento dei fatti:
- nel
corso del 1974 il servizio d'ordine di A.O. sino ad allora piuttosto debole, si era
ristrutturato promuovendo altresì sul piano operativo, unitamente ai più
cospicui servizi d'ordine degli altri gruppi, la campagna
dell'"antifascismo militante" (in altri termini l'aggressione,
ovunque fosse possibile, delle persone aderenti o simpatizzanti per la destra
politica e la distruzione delle sedi e dei ritrovi da esse presuntivamente
frequentate).
Tali
aggressioni erano per lo più precedute da scritte o cartelli minacciosi nei
vari quartieri e da intimidazioni o espulsioni dalle scuole frequentate dalle
persone individuate.
La
struttura più forte del servizio d'ordine di A.O. (divisa in zone territoriali e coordinata a
livello cittadino) era costituita dalle squadre di Città Studi, zona ove la
presenza politica dell'organizzazione era tradizionalmente più cospicua, al
contrario delle facoltà umanistiche ove predominava il Movimento Studentesco.
A
Città Studi esisteva una squadra di servizio d'ordine ad Agraria, attiva e
numerosa, una squadra a Fisica, una squadra a Medicina e una squadra più
modesta ad Ingegneria.
A
partire dall'autunno 1974 la squadra di Medicina si era rafforzata dandosi una
struttura stabile di dieci elementi, ma non aveva che scarsa o nulla esperienza
come tale in materia di "antifascismo".
Tale
squadra era composta da Cavallari
(che ne era responsabile), Costa (che stava subentrando a Cavallari proprio nei giorni dell'aggressione a Ramelli), Ferrari Bravo,
Castelli, Montinari, Scazza, Costantino, Belpiede
e Cremonese.
Sergio
Ramelli era conosciuto nella zona e all'Istituto Molinari come "fascista" (e per tale motivo
costretto ad abbandonare l'Istituto) e gli erano attribuiti fatti di violenza
(di cui peraltro non vi è alcuna prova nè nei
rapporti di polizia, nè nelle dichiarazioni degli
imputati) nei confronti di avversari politici e anche
furti di motorini ai danni dei "compagni" (ugualmente mai
specificati).
15. Dell'azione contro Ramelli
si comincia a parlare un paio di settimane prima del 13 marzo 1975. Roberto Grassi, già studente del Molinari,
conoscente personale del Ramelli e personaggio molto
rilevante in Avanguardia Operaia ed in particolare nel servizio
d'ordine, comunica a Costa che incaricata dell'azione è la nuova e non
ancora sperimentata squadra di Medicina.
È
invece il Di Domenico a comunicare a Cavallari
(il quale è ancora responsabile della squadra di
Medicina, anche se tale responsabilità sta per passare a Costa) la
decisione di incaricare la squadra di Medicina di "andare a menare un
fascio".
Cavallari chiede tuttavia, e ottiene, dal Di
Domenico di essere esentato.
Ciò
sia in quanto proprio con il Di Domenico e un altro
studente di A.O. (il già citato Di Puma
Roberto del Molinari) era stato arrestato in zona
per un'aggressione contro due simpatizzanti di destra alla fine del 1973, sia
in quanto poco tempo prima, a Città Studi dinanzi alla facoltà di Agraria, con
altri e su indicazione del Di Domenico, aveva aggredito con una chiave
inglese uno studente universitario di destra, ma nel corso di tale azione si
era dimostrato poco idoneo lasciandosi prendere dal panico.
Di
Domenico, che è ben al corrente di entrambi gli episodi e del loro esito, dà il
suo assenso alla richiesta di Cavallari di
essere esentato.
Nei
giorni precedenti l'azione tutti i membri della squadra di Medicina vengono informati su iniziativa di Costa, Grassi
e nell'ambito di riunioni e discussioni informali delle squadre di Medicina.
Tutti i membri della squadra, pur senza entusiasmo, danno il loro
consenso all'azione in ossequio ai principi vigenti all'interno del servizio d'ordine.
Si
può aggiungere che un rifiuto del resto apparirebbe comprensibile solo leggendo
la vicenda con gli occhi di oggi. Infatti
è sufficiente sfogliare i quotidiani dell'epoca per rendersi conto che, in
piena campagna di "antifascismo militante" con aggressioni a giovani
di destra quasi giornaliere, un rifiuto avrebbe significato autoescludersi
dal servizio d'ordine e mancare di "solidarietà" verso
l'organizzazione che aveva ammesso nel servizio d'ordine proprio i compagni
politicamente più "coscienti".
Grassi fornisce alla squadra una fotografia di Ramelli dato che il giovane
era totalmente sconosciuto: la fotografia è quella che ritrae il Ramelli quasi certamente durante l'episodio del 13 gennaio
1975 mentre viene costretto a cancellare le scritte fasciste sui muri del Molinari con un pennello in mano.
Tutti,
o comunque la maggior parte dei membri della squadra,
si recano a vedere il luogo ove Ramelli è
solito posteggiare il motorino (via Paladini, poco oltre l'incrocio con via
Amadeo) e a prendere confidenza con la zona.
Viene
stabilito un giorno per l'aggressione e tutta la squadra viene convocata: resta
escluso Francesco Cremonese che in quei giorni ha un'influenza; resta
escluso dalla spedizione anche il Cavallari
per i motivi già citati, che peraltro non vengono contestati dai compagni.
Il
compito di caposquadra per quel giorno viene assunto
da Costa: è il più giovane della squadra essendo matricola, ma milita da
diverso tempo in Avanguardia Operaia.
Come
caposquadra Costa ha il compito di aggredire il Ramelli
affiancato da Ferrari Bravo, più
vecchio e persona che appare "pacata".
Il
gruppo, con la presenza di Grassi alla partenza, si ritrova all'ora stabilita presso il nuovo settore didattico in via Celoria, ove vengono distribuite, quasi certamente fra
tutti, le chiavi inglesi ed alcuni tondini, cioè sbarre di ferro.
Il
compito di quelli che non dovranno aggredire materialmente Ramelli
è quello di copertura, cioè l'attestarsi presso tutti
gli angoli dell'incrocio tra via Amadeo, via Paladini, via Arnò
al fine di segnalare l'eventuale presenza di forze dell'ordine, contrastare una
eventuale presenza di amici del Ramelli o di
passanti e di impedire che il ragazzo, fuggendo in direzione dell'incrocio
molto frequentato, possa sottrarsi alla "lezione".
Molto probabilmente staffette rimaste sconosciute segnalano il momento in cui Ramelli si appresta a tornare verso casa dal bar che
è solito frequentare o quantomeno ne segnalano la presenza quel giorno poco
prima dell'ora di pranzo, consentendo di individuare, in un margine di pochi
minuti, l'ora del rientro a casa e quindi consentendo di evitare che una sosta
troppo prolungata del gruppo nei pressi dell'incrocio possa destare sospetti.
Al
momento dell'aggressione, mentre il ragazzo sta per agganciare il motorino ad
un palo di via Paladini posto contro il muro, vengono
usate chiavi inglesi di tipo non precisato ma certamente di notevoli
dimensioni.
Forse
al Costa ed al Ferrari
Bravo, da ultimo, quale picchiatore, si aggiunge Costantino, ma la
circostanza rimane improbabile sia per la conformazione dei luoghi (vi è una
certa distanza fra l'angolo presso cui si trova Costantino e lo stretto
punto del marciapiede in cui viene colpito Ramelli),
sia perchè smentita dai testimoni oculari che hanno
modo di notare, da punti diversi, le fasi essenziali dell'aggressione dai primi
colpi sino alla fuga di due persone da via Paladini.
Tutto
il gruppo rientra a Città Studi, ove vengono pulite e
riposte le chiavi inglesi, dotazione della squadra.