RADICI IDEOLOGICHE
MARX E LENIN TEORICI DEL TERRORE
a cura del prof. Marco Messeri
Marx.
Nei suoi scritti giovanili già critica la democrazia.
La questione ebraica (1844): i diritti dell'uomo affermati dalla
Rivoluzione francese "non sono altro che i diritti del membro della società
civile, cioè dell'uomo egoista, dell'uomo separato dall'uomo e dalla comunità";
la libertà è solo "la libertà dell'uomo in quanto monade isolata e ripiegata su
se stessa"; "il diritto dell'uomo alla proprietà privata è il diritto di godere
arbitrariamente senza riguardo agli altri uomini, indipendentemente dalla
società, della propria sostanza e di disporre di essa, il diritto all'egoismo";
l'uguaglianza "non è altro che l'uguaglianza della libertà sopra descritta, e
cioè che ogni uomo viene considerato come una siffatta monade che riposa su se
stessa"; "la sicurezza è l'assicurazione del suo egoismo". Per la critica della
filosofia del diritto di Hegel. Introduzione (1844): "l'arma da critica non può
certamente sostituire la critica delle armi, la forza materiale deve essere
abbattuta dalla forza materiale".
Nel Manifesto del Partito comunista (1848) Marx elabora l'idea che la società
comunista può essere raggiunta solo attraverso la "lotta di classe"
rivoluzionaria del proletariato e teorizza l'abolizione dei diritti individuali
di libertà: "il proletariato si servirà del dominio politico per strappare alla
borghesia tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione
nelle mani dello stato"; deve "distruggere tutte le sicurezze private e tutte le
guarentigie private finora esistite". Negli stessi mesi si richiama
esplicitamente alla pratica del terrore esercitata dai giacobini cinquant'anni
prima. Vittoria della controrivoluzione a Vienna (1848): "C'è un solo mezzo per
abbreviare, semplificare, concentrare l'agonia assassina della vecchia società e
le doglie sanguinose della nuova società, un solo mezzo: il terrorismo
rivoluzionario". Anche l'amico e collaboratore Engels in quegli anni teorizza il
terrore. In La lotta delle nazioni, risposta all'Appello agli slavi di Bakunin
(1848), Engels dichiara che "la prossima guerra mondiale farà sparire dalla
faccia della terra non soltanto classi e dinastie reazionarie, ma interi popoli
reazionari", come, appunto, diverse etnie slave che hanno contrastato la
rivoluzione tedesca. Di nuovo, ne Il panslavismo democratico sulla "Neue
Rheinische Zeitung" rifiuta le "frasi sentimentali sulla fratellanza" offerte
dalle "nazioni più controrivoluzionarie d'Europa" e afferma che "l'odio per i
russi è stato ed è ancora la prima passione rivoluzionaria dei tedeschi" e che
la rivoluzione richiede "il terrorismo più risoluto" e una "lotta di
annientamento contro lo slavismo traditore". E Marx, fallita la rivoluzione, in
La soppressione della "Neue Rheinische Zeitung" (1949): "Noi non abbiamo
riguardi; noi non ne attendiamo da voi. Quando sarà il nostro tempo, non
abbelliremo il terrore". L'anno dopo, Marx e Engels insieme, nell'Indirizzo al
Comitato centrale del marzo 1850, invocano una "decisissima centralizzazione del
potere nelle mani dello stato" e "misure di terrore". Teorizzano l'impiego di
qualsiasi mezzo, anche immorale, necessario per fare trionfare la rivoluzione.
Scrivono a G.A.Koettgen: "Agite gesuiticamente, buttate alle ortiche la
germanica probità, onestà, integrità [...] I mezzi per noi aumenteranno,
l'antagonismo fra il proletariato e la borghesia si inasprisce. In un partito si
deve appoggiare tutto ciò che aiuta ad avanzare, senza farsi noiosi scrupoli
morali".
Vent'anni dopo, Marx ed Engels accusano la Comune di Parigi di non avere saputo
usare fino in fondo la violenza rivoluzionaria. Marx, La guerra civile in
Francia (1871): la Comune ha il merito di avere sostituito l'"autogoverno dei
produttori" al "vecchio governo centralizzato", mostrando la forma politica che
deve assumere la lotta di classe proletaria. Engels, in Dell'autorità (1873),
precisa: "Una rivoluzione è certamente la cosa piú autoritaria che vi sia; è
l'atto per il quale una parte della popolazione impone la sua volontà all'altra
parte per mezzo di fucili, baionette e cannoni, mezzi autoritari, se ce ne sono;
e il partito vittorioso, se non vuole aver combattuto invano, deve continuare
questo dominio col terrore che le sue armi ispirano ai reazionari. La Comune di
Parigi sarebbe durata un sol giorno, se non si fosse servita di questa autorità
di popolo armato, in faccia ai borghesi? Non si può al contrario rimproverarle
di non essersene servita abbastanza largamente?". Nella Critica al programma di
Gotha (1875), Marx parla della "dittatura del proletariato" necessaria nella
transizione alla società comunista e specifica che essa non sarà di breve
durata.
Lenin.
In gioventù manifesta simpatia per la formazione terrorista
Volontà del Popolo. La conversione al marxismo non dissolve il culto per la
violenza rivoluzionaria che lo ha ispirato da giovane. Già in Da dove cominciare
(1901) ricorda: "In linea di principio noi non abbiamo mai rinunciato e non
possiamo rinunciare al terrorismo". Con Che fare? (1902) si pronuncia per la
trasformazione del partito marxista russo in un partito di "rivoluzionari
professionali" ideologicamente compatto, retto da una ferrea disciplina e pronto
a guidare l'insurrezione armata. In Due tattiche della socialdemocrazia (1905)
dichiara esplicitamente obiettivi e forme del terrore di massa: "regolare i
conti con lo zarismo e l'aristocrazia alla plebea, sterminando implacabilmente i
nemici della libertà". Convocato nel 1907 davanti al Consiglio del partito per
l'asprezza delle critiche ai menscevichi, ammette di avere perseguito
consapevolmente una tattica indirizzata a diffamare l'avversario politico e a
creare odio nei suoi confronti: egli pensa che il rivoluzionario non debba
essere trattenuto da alcuno scrupolo morale. Lezioni della Comune (1908): la
rivoluzione proletaria della Comune è fallita per l'eccessiva generosità del
proletariato; "avrebbe dovuto sterminare i suoi nemici", invece che "esercitare
un'influenza morale su di loro". In Stato e rivoluzione (1917) sviluppa le idee
di Marx ed Engels sulla Comune, insistendo sul fatto che la dittatura del
proletariato è incompatibile col parlamentarismo e che il proletariato
rivoluzionario deve "spezzare" la macchina dello stato borghese. In I
bolscevichi conserveranno il potere? (1917): "La rivoluzione è la lotta di
classe e la guerra civile più acuta, più selvaggia e più esasperata", richiede
un "uso implacabilmente duro, rapido e deciso della violenza". L'anno dopo, già
al potere, ne La dittatura del proletariato e il rinnegato Kautsky (1918)
attacca duramente il leader socialista tedesco, che difende il metodo
democratico e critica l'autoritarismo dei bolscevichi. Nel luglio 1918 attacca
decisamente Zinovev che ha trattenuto i bolscevichi di Pietrogrado dallo
scatenare il "terrore di massa": "Bisogna stimolare forme energiche e massicce
del terrore contro i controrivoluzionari". Ma lo stesso Zinovev in una assemblea
di partito a Pietrogrado il 17 settembre 1918: "Dobbiamo conquistare per noi
novanta dei cento milioni di abitanti della Russia che vivono sotto i soviet. Al
resto non abbiamo nulla da dire: devono essere sterminati". Il discorso viene
accolto da scroscianti applausi. E' stato pubblicato recentemente un documento
del 1918 nel quale Lenin scrive di suo pugno che le rivolte contadine "devono
essere represse senza pietà". Ordina ai comunisti di un villaggio: "impiccate
senza esitare, così la gente vedrà, almeno cento noti kulaki, ricchi,
sanguisughe". Nel 1919: "Noi non riconosciamo né libertà né uguaglianza né
democrazia del lavoro, se queste cose si oppongono agli interessi
dell'emancipazione del lavoro dall'oppressione del capitale". Immemore del
proclamato diritto dei popoli all'autodeterminazione, nell'estate del 1920,
ordina ai comandanti dell'Armata rossa: "noi dobbiamo prima sovietizzare la
Lituania e renderla dopo ai lituani". In L'estremismo, malattia infantile del
comunismo (1920): "Bisogna affrontare tutti i sacrifici e - in caso di necessità
- ricorrere a tutte le astuzie, a tutte le furberie, ai metodi illegali, alle
reticenze, all'occultamento della verità, pur di introdursi nei sindacati, pur
di rimanere in essi, pur di svolgervi a qualsiasi costo un lavoro comunista".
Teorizza la "violenza sistematica contro la borghesia e i suoi complici", parla
di "ripulire il suolo della Russia di qualsiasi insetto nocivo; delle pulci: i
furfanti; delle cimici: i ricchi, etc.". Parla di "lotta finale", di "guerra
implacabile", di "annientamento implacabile" e di "sterminio sanguinoso dei
ricchi". Definisce i borghesi "parassiti" e "vampiri". Nel 1922, al momento di
lanciare la prima grande offensiva contro la Chiesa ortodossa: "E' precisamente
ora e solo ora, quando nelle regioni affamate la gente mangia carne umana, e
centinaia se non migliaia di cadaveri riempiono le strade, che noi possiamo (e
perciò dobbiamo) effettuare la confisca dei beni ecclesiastici con la più feroce
e spietata energia, senza fermarci prima di avere schiacciato ogni resistenza";
"applicate ai preti la più estrema forma di punizione".
Angelica Balabanoff, dirigente dell'Internazionale comunista, ricorda il cinismo
con cui Lenin consigliava di diffamare i riformisti e i comunisti non fedeli
alla Russia bolscevica, per distruggerne la reputazione presso gli operai, o di
corrompere con denaro gli avversari del comunismo. Nel 1924 lo scrittore
socialista Maksim Gorkij ritrae il Lenin da lui incontrato come una persona per
cui gli esseri umani non hanno "quasi alcun interesse" e la classe operaia è
solo "materia prima" per l'azione politica. La sua doppiezza è sistematica e
teorizzata. Nel 1905 è scettico sui soviet, in quanto organizzazioni non di
partito; nel 1917 teorizza il potere assoluto dei soviet; dalla presa del potere
in poi svuota i soviet di qualsiasi significato politico. Fino al 1905, da
marxista ortodosso, sostiene che i contadini sono piccolo-borghesi e quindi
nemici della lotta socialista proletaria; dopo il 1905 adotta, contro i
menscevichi, l'idea che i contadini siano alleati della lotta socialista
proletaria; tra il 1917 e l'inizio del 1918, per ingraziarsi i contadini,
accetta la parola d'ordine della spartizione delle grandi proprietà, fino ad
allora sostenuta dai socialisti rivoluzionari e rifiutata dai bolscevichi come
reazionaria; nel 1918 la sconfessa a favore di una accelerata collettivizzazione
delle terre. Sostiene il diritto di secessione delle nazionalità, ma sotto il
vincolo della priorità degli interessi del proletariato. La libertà non ha per
lui alcun interesse: si interessa agli esperimenti di Pavlov, ed esprime
rammarico che il condizionamento non sia applicabile su scala di massa, rendendo
inutile la polizia. Scrive a Stalin nel 1922 "noi purificheremo la Russia per
molto tempo"; e, sempre nel 1922, a Kurskij, a proposito della sostituzione
della Cheka con la Gpu e i metodi legali: "Il tribunale non deve eliminare il
terrore; prometterlo significherebbe ingannare se stessi o ingannare gli altri;
bisogna giustificarlo e legittimarlo sul piano dei principi, chiaramente, senza
falsità e senza abbellimenti. La formulazione deve essere quanto più larga
possibile, poiché soltanto la giustizia rivoluzionaria e la coscienza
rivoluzionaria decideranno delle condizioni di applicazione più o meno lunga".
Trotskij.
Nel 1924 esplicita nel
modo più chiaro il disprezzo per la verità che segna la mentalità dei
bolscevichi: "Nessuno di noi desidera o può contestare la volontà del Partito.
Chiaramente, il Partito ha sempre ragione. [...] Noi possiamo avere ragione solo
con e attraverso il Partito, perché la storia non ha dato altro modo di avere
ragione. [...] E se il Partito adotta una decisione che l'uno o l'altro di noi
ritiene ingiusta, egli dirà: giusto o ingiusto, è il mio partito, e io sosterrò
le conseguenze della decisione fino alla fine".
Appendice sul nichilismo russo.
Nei bolscevichi, e in Lenin soprattutto, le teorizzazioni marxiane del terrore
vengono a rafforzare atteggiamenti politici che provengono anche da tradizioni
autoctone, in particolare da quella tradizione nichilista, che si è intrecciata
in profondità con la storia dell'anarchismo russo e del populismo. Sergei
Nechaev (1847-1882) è il rappresentante più caratteristico di tale tradizione.
Il suo Catechismo rivoluzionario, elaborato all'inizio degli anni '70
verosimilmente con la collaborazione di Bakunin, tratteggia con precisione la
figura del rivoluzionario completamente dedito alla causa e indifferente a ogni
considerazione morale e a ogni sentimento umano. Dice del rivoluzionario: "Non
ha né interessi personali, né affari, né sentimenti, né inclinizioni, né
proprietà, nemmeno un nome. In lui tutto è assorbito da un interesse esclusivo,
un solo pensiero, una sola passione: la rivoluzione" (art.1). "Nel profondo del
suo essere, non solo a parole, ma con i fatti, egli ha spezzato ogni legame con
l'ordine civile e con mondo civilizzato, con le leggi, le convenienze, con la
moralità e le convenzioni generalmente riconosciute in questo mondo. Egli ne è
il nemico implacabile e, se continua a vivere in questo mondo, non è che per
distruggerlo piú sicuramente" (art.2). "Egli disprezza l'opinione pubblica.
Disprezza e odia la morale sociale attuale in tutti i suoi atti istintivi e in
tutte le sue manifestazioni. Per lui morale è tutto ciò che favorisce il trionfo
della rivoluzione, immorale e criminale tutto ciò che la impedisce" (art.4).
"Nell'assolvimento di questo compito, avvicinandoci al popolo, noi dobbiamo, in
primo luogo, allearci con gli elementi della vita popolare che non hanno mai
cessato, dalla fondazione dello Stato moscovita, di protestare, non solo a
parole ma con i fatti, contro tutto ciò che è direttamente o indirettamente
legato allo Stato, contro la nobiltà, contro la burocrazia, contro i preti,
contro il mondo commerciale e contro i piccoli trafficanti sfruttatori del
popolo. Noi dobbiamo perciò unirci al mondo avventuroso dei briganti, i veri e
gli unici rivoluzionari russi" (art.25). Il radicalismo visionario resta una
caratteristica saliente del movimento rivoluzionario russo: Piëtr Tkatchev,
intorno al 1870, propone di sterminare tutti i russi di più di 25 anni,
considerati incapaci di realizzare l'idea rivoluzionaria (proposta che,
peraltro, suscita l'indignazione di Bakunin).

