LA CONFERENZA DI PACE E LA NUOVA EUROPA
Benchè la conferenza di pace di Parigi, che fu aperta ufficialmente il 18 gennaio del 1919, dovesse stabilire principalmente la nuova carta d’Europa, dopo gli sconquassi della guerra, chi si trovò ad essere figura preminente da subito all’interno dei lavori diplomatici fu il presidente americano, Woodrow Wilson.
Questi, con piglio tipicamente yankee, si investì immediatamente della parte del difensore della libertà e della civiltà (!), riuscendo ad imporre ai rappresentanti delle altre potenze vincitrici, vale a dire l’inglese Llloyd George, il francese Clemenceau e l’italiano Orlando, come punto di partenza per le trattative, un documento diviso in 14 punti, che aveva reso pubblico un anno prima, e in cui lui si ergeva a demiurgo di un nuovo, meraviglioso, ordine internazionale.
Possiamo dire che, proprio da questi celebri 14 punti tragga origine la mania, non del tutto perduta, degli Stati Uniti di farsi sempre e comunque gli affari degli altri, atteggiandosi a paladini-sceriffi della pace mondiale (il caso vuole, viceversa, che in quasi tutte le guerre ultime scorse ci sia il loro zampino…).
Comunque sia, le linee guida di questo documento erano rappresentate dall’apertura delle barriere commerciali tra gli stati, dalla riduzione degli arsenali, dall’eliminazione della diplomazia segreta, e dal ridisegno delle frontiere delle colonie e dell’Europa.
Per l’Europa, il principio che informava tale definizione di nuove frontiere doveva essere quello dell’autodeterminazione dei popoli; di autodeterminazione delle colonie non si discusse neppure.
L’ultima perla del diadema wilsoniano, in cui i lettori più smagati avranno già letto i prodromi dei disastri europei dei successivi trent’anni, fu la proposta di creare la Società delle Nazioni, che tutelasse sulla pace, sull’indipendenza e sulla sovranità territoriale dei popoli del mondo, nientemeno!
Le cose, tuttavia, andarono un po’ per le lunghe, specialmente alla voce "ridefinire la carta geo-politica d’Europa": come si sarebbe visto una settantina d’anni dopo, in Bosnia, le popolazioni balcaniche e mitteleuropee, soprattutto, avevano la deprecabile tendenza a mescolarsi tra loro, dando l’aire a rivendicazioni territoriali piuttosto dissimili, da parte di legittimi governi di stati diversi.
S’aggiunga a questo che i Francesi, ottenuta la revanche, non avevano affatto dismesso il revanscismo, e si opponevano con forza ad un plebiscito di autodeterminazione in Alsazia e Lorena (dato che i suoi esiti erano tutt’altro che certi in chiave filofrancese) e non gradivano che la Germania se ne uscisse fuori dal patatrac che aveva messo in piedi con un semplice "tante scuse, e arrivederci!".
Dunque, la delegazione francese si adoperò perché la Germania subisse quanti più tagli territoriali possibile, con buona pace dell’autodeterminazione e del principio di nazionalità: Hitler aveva trent’anni e si occupava d’altro, al momento, ma la parola Anschluss nel vocabolario tedesco esisteva già!
Se vogliamo comprendere le ragioni per cui, un solo quarto di secolo dopo la terrificante ecatombe della Grande Guerra, il mondo precipitò in una guerra ancora più spaventosa, proprio nella conferenza di Parigi dobbiamo andare a cercare il nocciolo di tante ferite non rimarginate, di tante attese deluse, di tanti drammi nazionali, che sfociarono in un odio senza limiti, in terribili dittature nazionaliste e nel quasi suicidio d’Europa.
Anche l’Italia non si ritrovò appieno in quei 14 punti di Wilson, visto che, tra le annessioni territoriali previste dal Patto di Londra, comparivano regioni, come il Sud Tirolo, l’Albania ed il Dodecanneso, la cui nazionalità italiana risultava un tantino problematica da dimostrare.
Discorso a parte merita Fiume, assegnata alla Croazia già dal Patto di Londra, in quanto enclave italiana in una campagna slavofona, ma che ora l’Italia rivendicava per sé: proprio sull’argomento dell’italianità di Fiume le trattative si inchiodarono e Orlando, con a ruota il fido Sonnino, che parlava benissimo l’inglese ed aveva colto l’antifona, rientrò per protesta in Italia.
Ma erano altri tempi, mica come oggi, che, se Amato invia una protesta all’Olanda per come i poliziotti olandesi trattano i giornalisti italiani, tutti se la fanno sotto: allora la défaillance italiota passò sotto silenzio, e la conferenza continuò ad andare avanti tranquillamente per un mese (aprile-maggio 1919) senza di noi, finchè i due se ne tornarono a Parigi quatti quatti, giusto in tempo per constatare che Gran Bretagna e Francia si erano già divise le ex colonie tedesche e che per loro non c’era rimasto un bel niente.
Per la stesura del trattato di pace vero e proprio, ci si trasferì a Versailles; e per la stipula da parte della Germania si scelse, con poco tatto invero, quella stessa Galleria degli Specchi in cui, nel 1871, era stato proclamato l’Impero germanico, all’indomani di Sédan: anche qui il lettore smagato troverà l’antefatto del comportamento di Hitler alla firma dell’armistizio con la Francia, nel 1940.
La Germania, a Versailles, perse il 13% del suo territorio, cedette per 15 anni alla Francia lo sfruttamento delle miniere della Saar, consegnò la Posnania e la Prussia occidentale alla neonata Polonia (questo corridoio polacco verso il mare, di fatto, divideva la Germania in due): i tedeschi persero il 75% della loro produzione di ferro, il 25% di quella carbonifera e tutte le colonie.
Se a questo si aggiungono le clausole circa l’esercito, l’occupazione quindicennale della Renania e le riparazioni dei danni di guerra (20 miliardi di marchi-oro subito, il resto in comode rate fino al 1964!), si comprenderà come molte voci, in Germania, avessero allora accusato il nuovo governo repubblicano di Weimar di avere accettato delle condizioni che sancivano la fine della nazione tedesca.
Si comprenderà, del pari. Di dove nacque il forsennato nazionalismo di alcune frange della destra germanica: sorgeva una specie di revanscismo alla rovescia, alimentato dal mito della "pugnalata alle spalle", che i politicanti avrebbero inflitto ad un esercito non ancora sconfitto.
Di qui al nazionalsocialismo il passo è veramente brevissimo.
Probabilmente, un atteggiamento meno intransigente e più mite verso la Germania avrebbe tolto di mano ai fanatici pangermanisti la loro arma principale di propaganda: dapprima, Germania contro tutti, poi Germania sopra tutti!
Nei successivi trattati, firmati a Saint Germain (10/9/1919) e al Trianon (4/6/1920), furono stabilite le condizioni di pace, rispettivamente, per l’Austria, divenuta repubblica, e per l’Ungheria; oltre alle due repubbliche danubiane, l’impero austroungarico era stato diviso in Cecoslovacchia, Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni (dal 1929, Regno di Yugoslavia), Galizia (alla Polonia), Sud Tirolo, Venezia Giulia, Istria meno Fiume, Zara e qualche isola (all’Italia).
Il destino degli altri alleati minori degli Imperi Centrali fu sancito dai trattati di Neuilly (Bulgaria) e Sèvres (Impero Ottomano); quest’ultimo fu del tutto smantellato, a favore di protettorati franco-inglesi in Medio Oriente.
Per quel che riguarda l’Urss, pur essendo decaduto il trattato di Brest-Litovsk, furono riconosciuti legittimi gli stati creati dai tedeschi ed ora autodichiaratisi indipendenti (Finlandia, Lituania, Estonia, Lettonia e Polonia), che erano considerati una sorta di linea difensiva contro l’espandersi della minaccia comunista.
Per la storia italiana, riveste grande importanza, in questo periodo, l’impresa fiumana, guidata da D’Annunzio.