OCCIDENTE: LA CORRESPONSABILITA' DEI PARTITI
COMUNISTI E DEGLI INTELLETTUALI DI SINISTRA
a cura del prof. Marco Messeri
Prima parte
Le corresponsabilità dei comunisti occidentali: il caso del Pci.
Né Antonio Gramsci né gli altri socialisti italiani filobolscevichi, che nel 1921 fonderanno il Pci, avanzano alcun rimprovero a Lenin per il terrore
praticato nei primi anni del regime. Nel 1926, da Mosca, Palmiro Togliatti riprende duramente l'amico Gramsci,
che ha osato criticare Stalin per la maniera in cui ha gestito la successione a
Lenin al vertice del Pcus. Divenuto segretario del Pci dopo l'arresto di Gramsci,
nel 1929 Togliatti abbandona Bukharin, cui è stato vicino, e si allinea sulle posizioni
di Stalin. Da quel momento egli stesso e l'intero partito non lesineranno le
lodi più menzognere nei confronti di Stalin e dell'Urss
staliniana. Togliatti nell'ottobre 1936 su "L'Internationale
Communiste" a proposito dei processi di Mosca:
"L'Unione sovietica è il paese della democrazia più conseguente"; trotskisti e zinovevisti mirano
alla "restaurazione del capitalismo" passando "da un'opposizione
in seno al partito e contro il partito fino all'ultima tappa, all'avanguardia
della controrivoluzione e del fascismo"; "Coloro che hanno
smascherato e annientato i banditi terroristi si sono resi benemeriti di fronte
all'umanità intera"; "Il processo di Mosca è stato un atto di difesa
della democrazia, della pace, del socialismo, della rivoluzione"; coloro
che hanno chiesto garanzie giuridiche per gli imputati "si sono addossati
il peso di una missione poco onorevole". La risoluzione del Pci pubblicata su "Lo Stato Operaio" del marzo
1938, relativa ai processi di Mosca, si conclude con
un entusiasta: "Viva il continuatore dell'opera di Feliks
Dzerszhinskij, Nicola Ezhov!".
I processi di Mosca verranno difesi del resto fino al
1956. Lo storico Gastone Manacorda nel 1948:
"Non certo l'Unione Sovietica ha da arrossire [...]
per aver saputo tempestivamente scoprire e stroncare
la quinta colonna che i nazisti alleati col trotzkismo andavano organizzando
nell'interno del paese, penetrando fino nei gangli più vitali dello Stato,
dell'esercito, dello stesso partito bolscevico. Sembra incredibile che ancora
possa avere qualche successo il mito di questi processi, quando ormai il
carattere di quinta colonna nazista della congiura bukhariniano-trotzkista
è larghissimamente documentato da fonti non
sospette".
Ma nelle
repressioni staliniane Togliatti assume anche una
parte attiva. Nel 1936 sovrintende l'operazione (fallita) volta a catturare ed
eliminare Trotskij appena riparato in Messico. In
Spagna come responsabile dell'Internazionale comunista, asseconda la campagna
di sterminio dei trotzkisti e degli anarchici. Nel 1937 è coinvolto
nell'eliminazione di Andrés Nin, capo dei comunisti antistalinisti spagnoli. Nella
primavera 1938 prende parte alla riunione del Presidium
del Comintern che condanna Bela Kun.
Nell'agosto 1938 viene richiamato a Mosca per apporre
la sua firma sul decreto di scioglimento del Pc
polacco, che apre la via all'eliminazione fisica di tutti i maggiori dirigenti
di questo. Durante la guerra, al comunista Bianco che gli
chiede di intervenire a favore dei prigionieri italiani in Russia (circa 100
mila: ne torneranno solo 13 mila), risponde nel febbraio 1943: "La nostra
posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso l'Unione
sovietica, è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire.
Nella pratica, però, se un buon numero di prigionieri morirà, in conseguenza
delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire.
[...] Non c'è dubbio che il popolo italiano è stato
avvelenato dalla ideologia imperialista e brigantesca del fascismo. [...] Il
fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini,
e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano
con una tragedia, è il più efficace degli antidoti. [...] T'ho
già detto: io non sostengo affatto che i prigionieri si debbano sopprimere,
tanto più che possiamo servircene per ottenere certi risultati in un altro
modo; ma nelle durezze oggettive che possono provocare la fine di molti di
loro, non riesco a vedere altro che la concreta espressione di quella giustizia
che il vecchio Hegel diceva essere immanente in tutta
la storia".
Ministro
nei governi di unità nazionale durante la liberazione,
Togliatti chiede la censura per le pubblicazioni
antisovietiche. Egli, di persona o per mezzo di altri
esponenti comunisti nel governo, riferisce quotidianamente all'ambasciatore
sovietico le attività che si svolgono entro il governo e i ministeri italiani.
Nel febbraio 1948 ispira l'editoriale de "L'Unità" La vittoria di
Praga, che definisce l'illegale presa del potere da parte dei comunisti
cecoslovacchi come una mossa preventiva volta a sventare un colpo di stato americano
(mentre il matematico e dirigente comunista Lucio Lombardo Radice precisa:
"E' assurdo voler porre il problema dell'indipendenza nazionale nei
confronti dell'Urss allo stesso modo in cui lo si pone nei confronti dei paesi imperialisti. Non può
esistere timore, sospetto di oppressione nazionale del
paese del socialismo a danno di altri popoli").
Nel
dopoguerra cominciano ad affiorare sulla stampa indipendente le denunce dello
stalinismo e Togliatti è in
prima linea nel rifiutarle e ridicolizzarle. Nel 1950 attacca sprezzantemente
"i sei che sono falliti", gli ex-comunisti Silone,
Gide, Koestler, Wright, Spender e Fisher, coautori del volume di denuncia dello stalinismo Il Dio che
è fallito, appena tradotto in Italia da Comunità. Ancora nel 1950 su 1984 di Orwell: "E' una buffonata
informe e noiosa, giudicabile semmai come strumento di lotta che uno spione ha
voluto aggiungere al suo arsenale anticomunistico"; "C'è tutto, come
si vede; ci sono, principalmente, tutte le bassezze e le volgarità che l'anticomunismo
vorrebbe far entrare nella convinzione degli uomini. Mancano solo, ci pare, i
campi di concentramento, perché per sua sventura l'autore è scomparso prima che
questa campagna venisse lanciata. Altrimenti ci
sarebbe, senza dubbio, un capitolo in più"; "Il tutto, come si vede, è primitivo, infantile, logicamente non giustificato".
Nel 1950: "Al sentire Gide, di fronte al
problema dei rapporti fra i partiti e le classi, dare tutto per risolto
identificando l'assenza di partiti d'opposizione, in una società senza classi,
con la tirannide e relativo terrorismo, vien voglia
di invitarlo ad occuparsi di pederastia, dov'è specialista, ma lasciar queste
cose, dove non ne capisce proprio niente". Nel 1951:
"Silone [...] è un poco
di buono [...]. Quando Silone se ne
andò, anzi fu messo fuori dalle nostre file (per conto suo ci sarebbe
rimasto, a dir bugie e tessere l'intrigo), l'avvenimento contò. Silone ci aiutò, in sostanza, non solo a
approfondire e veder meglio, discutendo e lottando, parecchie cose; ma anche a
riconoscere un tipo umano, determinate, singolari forme di ipocrisia, di
slealtà di fronte ai fatti e agli uomini". La Russia comunista è dipinta
come un paradiso. Nel 1951: "Noi facciamo uno sbaglio, di solito, quando
parliamo della Russia. Ci lasciamo alle volte abbagliare troppo dagli aspetti
immediati del progresso economico e sociale e ad essi
ci fermiamo. Sono progressi enormi, che hanno trasformato una società e ora
incominciano a trasformare anche gli aspetti delle cose naturali. Non esiste un
regime che abbia fatto e sia
capace di fare altrettanto. Vorrei dire, però, che anche se il progresso
materiale fosse stato minore, o rivelasse lacune, decisiva
è stata ed è la trasformazione dell'uomo. Quel dirigente della
organizzazione della produzione, dello Stato, del partito, che ti
accoglie alla frontiera, nella sede cittadina, nel reparto di fabbrica, nella
redazione, nella clinica, nella scuola, sui campi, che, anche se vecchio
d'anni, è giovanile, sicuro di sé, sereno, pieno di slancio, padrone del suo
lavoro fino all'ultimo particolare locale e fino alla nozione esatta del posto
che quel particolare ha nel quadro della vita nazionale, attento ai bisogni e
all'animo degli uomini che lo circondano, spronato da uno spirito critico
sempre sveglio e persino esasperato, disinteressato personalmente ma non privo
di vita personale libera e molteplice - questo è un uomo nuovo ed è la vera
sostanziale conquista del regime comunista". Togliatti
plaude anche alle ultime campagne staliniane di repressione. Nel
1952: "Slansky ed i suoi sono stati
sorpresi mentre operavano sul terreno della congiura politico-militare, per
tentare il colpo di stato controrivoluzionario. Così come avevano tentato Trotskij e i suoi".
Nel
Comitato centrale del 13 marzo 1956, di ritorno dal XX
Congresso del Pcus, in cui Kruscev
ha per la prima volta denunciato i crimini dello stalinismo, Togliatti rilancia l'idea delle diverse "vie nazionali
al socialismo", si richiama a Gramsci e al modo
in cui il Pci ha "utilizzato il parlamento"
a differenza del Pc greco, ma accenna solo
elusivamente ad "errori" di Stalin, mentre l'unico a domandare
spiegazioni, in particolare riferimento a Bela Kun e
all'epurazione del Pc polacco, è Umberto Terracini. Quando nel marzo 1956
il "New York Times" dà notizia del rapporto
segreto di Kruscev, Togliatti
parla in privato di "chiacchiere senza importanza". Nell'intervista a
"Nuovi Argomenti" del maggio 1956 dichiara non distrutti "quei
fondamentali lineamenti della società sovietica, da cui deriva il suo carattere
democratico e socialista e che rendono questa società superiore, per la sua
qualità, alle moderne società capitalistiche"; parla soprattutto di
"errori" di Stalin; polemizza contro gli "alfieri
dell'anticomunismo", "calunniatori ufficiali"; dichiara compito
del Pcus riportare il paese "a
una normale vita democratica, secondo il modello che era stato stabilito da
Lenin nei primi anni della rivoluzione" (negli stessi giorni in cui
l'insigne latinista e dirigente del Pci Concetto
Marchesi fa l'apologia dello stalinismo, definendo il XX Congresso un
"fragoroso confessionale di domestici peccati" e alludendo
sprezzantemente alla rozzezza intellettuale di Kruscev).
Togliatti è con i sovietici nella repressione dei
moti polacchi e ungheresi. Nel luglio 1956 scrive che le file dei rivoltosi di Poznan sono composte "esclusivamente di elementi della malavita" (quando il segretario della
Cgil Giuseppe Di Vittorio ha già ammesso che il moto
in Polonia deriva da "un malcontento diffuso e profondo nella massa degli
operai"). Nell'ottobre 1956 preme addirittura sui dirigenti sovietici
titubanti perché intervengano in Ungheria, e, una volta che questi si sono
decisi, approva pubblicamente la repressione della rivolta di Budapest,
respingendo gli attacchi della stampa borghese (mentre in privato giunge a
brindare all'intervento sovietico). In quei giorni l'intellettuale e dirigente
comunista Mario Alicata: "in
questo momento l'esercito sovietico sta difendendo l'indipendenza
dell'Ungheria". Al XXII congresso del Pcus del novembre 1961, Kruscev
riprende e approfondisce la denuncia dello stalinismo. Dall'Italia Togliatti commenta le sue parole. Ammette le "tragiche
violazioni della legalità socialista", riferendosi (solo) alla condanna di
comunisti assolutamente innocenti durante le purghe, ma le imputa a
"errori del passato collegati al culto della persona di Stalin",
all'"annullamento di ogni carattere collegiale
della direzione", all'"accentramento nella persona di Stalin non solo
della direzione politica, ma della stessa possibilità dell'elaborazione
teorica". E parla di "contraddizioni sempre più acute tra la sostanza
e le basi fondamentalmente democratiche della società nuova, fondata su di
un'economia socialista e sul potere dei soviet da una parte, e dall'altra una
direzione per molti aspetti autoritaria e coercitiva", nonché
di "lotta giusta e motivata contro le opposizioni trotskiste
e di destra". Ascrive a merito del regime la "trasformazione sociale
delle campagne, sia pure attuata con eccessiva fretta e con errori" (i
milioni di contadini morti); e conclude: "Gli
errori e le deformazioni, per quanto gravi, non hanno compromesso e intaccato
le basi e la sostanza profondamente democratica della società socialista".
Nel 1964 ha parte attiva nel complotto che porta alla destituzione di Kruscev.
Tutto
il partito - compresi importanti intellettuali - si è abbandonato al culto
della personalità di Stalin. Il 6 marzo 1953, il giorno dopo l'annuncio della
morte di Stalin, "L'Unità" diretta da Pietro Ingrao
titola E' morto l'uomo che più ha fatto per la liberazione del genere umano.
Lucio Lombardo Radice nel 1947: "Le vite come quella di Stalin, come già
quella di Lenin, sono il primo esempio di una condizione umana più elevata, di
un'umanità che domina le condizioni esterne invece di esserne dominata: le vite
di uomini liberi e liberatori". Nel 1948:
"Marxista creatore, Stalin non è soltanto uno studioso di genio che
analizza i problemi storico-politici
alla luce dei principi del marxismo; è questo, sì, ma è anche e soprattutto il
grande rivoluzionario, il grande costruttore, che analizza i rapporti per
trasformarli, che studia i problemi per risolverli praticamente". Nel
1950: "Non solo gli scienziati marxisti, ma tutti gli studiosi serii e onesti hanno unanimemente reso omaggio alla
profondità e all'importanza dei giudizi e delle definizioni di Stalin relativi alla linguistica, al suo carattere, alla sua
evoluzione". Nel 1952: "Millenovecentoventiquattro: l'anno della
morte di Lenin, l'anno di difficoltà economiche e di aspre
lotte all'interno del Partito. Preoccupazione costante di Stalin in questo anno, come sempre, è lo sviluppo democratico del
Partito". Nell'aprile 1956, dopo la divulgazione del rapporto Kruscev: "Dirò che anche per me, intellettuale e
"vecchio" militante comunista, si pongono molti nuovi e difficili
problemi. Nessun "rimorso", ho detto, anzi orgoglio per aver
tenacemente in questi venti anni difeso ed esaltato l'Urss e con essa il compagno Stalin, non solo perché egli in
quel periodo la rappresentava di fronte al mondo, ma anche per il suo grande
contributo personale, che un esame critico dei suoi errori e sue colpe non
annulla"; "continuo a considerare Stalin un classico del marxismo,
uno dei più grandi pensatori e rivoluzionari della nostra epoca". Anche i linguisti Giacomo Devoto e Tullio De Mauro ritengono
opportuno citare gli insegnamenti di Stalin nel campo della linguistica. Lo
storico Gastone Manacorda nel 1948, a dieci anni
dalla pubblicazione del Breve corso (la Storia del Partito comunista dell'Unione
sovietica, in cui Stalin codifica il marxismo e dell'Urss
presenta una storia incredibilmente deformata), lo celebra su
"L'Unità" con l'articolo Nel decimo anniversario di un grande libro. Valentino Gerratana
nel 1951: "Viene così sfatata la leggenda piuttosto
diffusa, e tuttora difesa come vangelo dalla pubblicistica reazionaria, secondo
cui nei primi anni del potere sovietico, fino alla morte di Lenin, Stalin
avrebbe avuto una parte di secondo piano rispetto a quella, ad esempio, di un Trotskij. Certo Trotskij
conosceva assai bene l'arte borghese di mettersi in mostra, ma la verità è che,
ancor prima di smascherarsi definitivamente, già nei primi anni di esistenza dello stato sovietico, tutta la sua attività
era rivolta a sabotare la rivoluzione, a tradirne le conquiste, a liquidarne al
più presto i risultati. Ed e merito di Stalin aver saputo
riconoscere fin dall'inizio i piani di Trotskij,
intervenendo energicamente per neutralizzarli e farli fallire". Concetto Marchesi nel 1953: "L'opera di Stalin è opera
liberatoria da qualunque oppressione: da quella che fa l'uomo schiavo della
fame e della fatica a quella che lo fa strumento e oggetto di rovina.
Ciò che è avvenuto in Russia per opera sua avverrà in
tutto il mondo". Il critico d'arte Antonello Trombadori
nell'agosto 1956, dopo le denunce kruscioviane:
"Lenin e di Stalin, due uomini diversi, due diverse figure, ma l'una e
l'altra indissolubilmente, organicamente inserite nella trasformazione
rivoluzionaria del vecchio, decrepito impero russo in quella fucina di problemi
moderni, avanzati, contraddittori, liberatori di masse sterminate, che è
l'attuale Unione Sovietica". La venerazione ufficiale si estende peraltro
ai più biechi collaboratori di Stalin. Nel 1948, morto Zdanov,
coordinatore del Cominform e zelante esecutore della
politica staliniana nei confronti degli intellettuali, il pittore Renato Guttuso lo commemora come "uno degli uomini migliori
del mondo". Ma anche il poeta cileno Pablo Neruda segue commosso i
funerali di Vishinskij, il pubblico accusatore dei
processi-spettacolo staliniani: "La luce di Vishinskij
ritorna nelle viscere della madre patria sovietica". Il culto della
personalità travalica del resto gli stretti confini del partito. In occasione
della morte di Stalin, il discorso più commosso al Parlamento italiano è
pronunciato da Sandro Pertini, che si definisce
"umile e piccolo uomo davanti a tanta grandezza, a
una simile pietra miliare sul cammino dell'umanità": "si resta
stupiti per la grandezza di questa figura che la morte pone nella sua giusta
luce. Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono
oggi riconoscere l'immensa statura di Giuseppe Stalin. Egli è un gigante della
storia e la sua memoria non conoscerà tramonto".
Il
mito dell'Unione sovietica è stato coltivato sistematicamente ben oltre la
morte di Stalin. Nel 1946 il Pci diffonde l'opuscolo
ad uso dei militanti Russia, paese libero, pacifico e
felice. Lucio Lombardo Radice nel 1949: "Per la prima volta nella storia
dell'umanità lo sviluppo della società avviene non più per il giuoco cieco di leggi elementari, molecolari, non più
attraverso il contrasto di classi in lotta, ma in forma pienamente consapevole,
davvero umana". Mario Alicata nel 1952 dichiara
che in Urss "l'uomo è più libero che in tutti i
paesi del mondo" e che "questo è il primo paese della storia del
mondo in cui tutti gli uomini siano finalmente liberi". Lo storico
Giuseppe Boffa nel 1957: "Questo è il paese dove
più avanti è stata portata la causa della liberazione sociale, con lo
sprigionamento di un immenso potenziale di autentica
libertà". Ancora nel dicembre 1981 Giancarlo Pajetta
dice che "la crisi del mondo capitalistico non ha eguali e non è
reversibile" mentre il socialismo, benché drammaticamente imperfetto, è
"qualcosa di perfettibile".
OCCIDENTE: LA CORRESPONSABILITA' DEI PARTITI COMUNISTI E DEGLI
INTELLETTUALI DI SINISTRA
a cura del prof. Marco Messeri
Seconda
Parte
Gli
intellettuali apologeti dello stalinismo.
L'esaltazione di Stalin, dell'Urss e del terrore
comunista non sono rintracciabili solo presso gli intellettuali italiani. Già
nel 1919 lo storico della rivoluzione francese Albert
Mathiez giustifica il terrore ed esalta Lenin
paragonandolo a Robespierre. E nel 1931 il poeta
francese Louis Aragon in
Prélude au temps des cerises: "Canto la Ghepeù che si forma / In Francia adesso. / Canto la Ghepeù necessaria di Francia. / Canto la Ghepeù di nessuno e dappertutto. / Chiedo una Ghepeù per preparare la fine di un mondo. / ... / Viva la Ghepeù contro il papa e i
pidocchi. / Viva la Ghepeù contro la
sottomissione alle banche. / Viva la Ghepeù
contro le manovre dell'est. / Viva la Ghepeù
contro la famiglia. / Viva la Ghepeù
contro le leggi scellerate. / Viva la Ghepeù
contro gli assassini tipo / Caballero Boncour MacDonald Zoergibel. / Viva la Ghepeù
contro tutti i nemici del proletariato. / VIVA LA GHEPEÙ". Il
romanziere americano Upton Sinclair
scrive a proposito della collettivizzazione: "Buttano fuori i contadini
ricchi dalla terra e li mandano a lavorare, in gran numero, nei depositi di
legname e nelle ferrovie"; costerà "un milione di vite, forse cinque
milioni", ma "non c'è mai stato nella storia umana un qualche grande cambiamento sociale senza che ci fossero dei morti.
La Rivoluzione francese è costata milioni di morti". Dopo l'assassinio di Kirov (dicembre 1934), lo scrittore Maksim
Gorkij lancia un appello a "sterminare il nemico
senza pietà né misericordia", avallando in questo modo le purghe
staliniane. Il filosofo Maurice Merleau-Ponty,
che nel 1950 si sarebbe allontanato dallo stalinismo, in Umanesimo e terrore
(1947), polemizzando con Koestler, giustifica ancora
il Grande terrore come premessa necessaria per la
costruzione di "una nuova società nel segno del proletariato". Ma è Bertolt Brecht,
autore tra l'altro anche di una Lode del Partito e di una Lode dell'Urss, che sa esprimere al meglio l'atteggiamento degli
intellettuali che difendono il terrore comunista. Lode del comunismo (1933):
"Gli sfruttatori lo chiamano delitto. / Ma noi
sappiamo: / E' la fine dei delitti". A coloro che
verranno (1938): "Voi che sarete emersi dai gorghi / Dove fummo travolti /
Pensate / Quando parlate delle nostre debolezze / Anche ai tempi bui / Cui voi
siete scampati. / Andammo noi, piú spesso
cambiando paese che scarpe, / Attraverso le guerre di classe, disperati /
Quando solo ingiustizia c'era, e nessuna rivolta. / Eppure
lo sappiamo: / Anche l'odio contro la bassezza / Stravolge il viso. / Anche l'ira per l'ingiustizia / Fa roca la voce. Oh, noi /
Che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza, / noi non si poté essere gentili. / Ma voi,
quando sarà venuta l'ora / Che all'uomo un aiuto sia l'uomo, / Pensate a noi /
Con indulgenza". Nel marzo 1953: "Gli oppressi di tutti e cinque i
continenti devono avere provato una stretta al cuore alla notizia della morte
di Stalin. Egli era l'incarnazione delle loro speranze". Nel giugno 1953,
in occasione della rivolta operaia repressa dai carri armati sovietici, Brecht scrive a Ulbricht per rinnovargli la manifestazione del suo
attaccamento al regime. In quei giorni, dopo avere citato l'insoddisfazione di
parte dei lavoratori berlinesi, dichiara: "Elementi fascisti organizzati
hanno cercato di sfruttare questa insoddisfazione per
i loro sanguinari propositi. Per diverse ore Berlino è stata sull'orlo di una
terza guerra mondiale. Soltanto grazie al rapido e puntuale intervento delle
truppe sovietiche questo tentativo è stato vanificato. E
ovvio che l'intervento delle truppe sovietiche non era diretto in alcun modo
contro le dimostrazioni dei lavoratori. E' evidente che era diretto esclusivamente contro il tentativo di provocare
un nuovo olocausto"; "una marmaglia fascista e guerrafondaia",
composta "di giovani diseredati di ogni risma", aveva invaso Berlino
Est e soltanto l'esercito sovietico aveva impedito una nuova guerra mondiale. E il filosofo György Lukacs, ancora nell'intervista alla "New Left Review" del
luglio-agosto 1971, sentenzia: "Il peggiore dei regimi comunisti è meglio
del migliore dei regimi capitalisti".
Un
posto a parte hanno le testimonianze degli
intellettuali sulle condizioni di vita sovietiche (frutto di itinerari
turistici sapientemente pianificati dal governo comunista). Nel
1928 Maksim Gorkij,
vecchio simpatizzante bolscevico, deluso dei primi anni del regime sovietico ed
esule in Occidente, accetta di visitare le isole Solovetskie,
primo nucleo del Gulag, e le descrive in un libro assai elogiativo. Non è che
il primo dei viaggi compiuti in Russia dai
"compagni di strada". Il commediografo inglese George
Bernard Shaw visita l'Urss nel 1931: ammira il realismo di Stalin, che a suo
avviso corregge le utopie internazionalistiche di Lenin. Dichiara: "il socialismo della Russia è socialismo fabiano".
Testimonia che l'Urss del 1930 non ha alcun problema
alimentare e dice delle prigioni: "In Inghilterra un delinquente entra
come un uomo normale e ne esce come "un tipo
criminale", mentre in Russia egli entra come un tipo criminale e ne
verrebbe fuori come un uomo ordinario, se lo si convincesse a venir fuori del
tutto. Ma per quanto ho potuto capire loro potevano
star dentro quanto tempo volevano". Si rifiuta di condannare la
repressione staliniana: "Non possiamo permetterci di abbandonarci ad
atteggiamenti morali quando il nostro vicino più intraprendente umanamente e
coscienziosamente sta liquidando un manipolo di sfruttatori e di speculatori in
modo che il mondo sia più pulito per l'uomo onesto"; "Stalin ha
mantenuto le promesse fino a un livello che sembrava
impossibile dieci anni fa; ed io, di conseguenza, mi tolgo il cappello davanti
a lui". L'ex-presidente del consiglio francese Édouard
Herriot visita l'Ucraina nel 1932 e non trova traccia
di carestia. L'ascoltato giornalista della destra tedesca Ernst
Niekisch visita l'Urss nel
1932 e torna impressionato dalle realizzazioni del
piano quinquennale. I coniugi Webb, teorici del
riformismo laburista, esaltano l'Urss già nel 1931,
vedendovi la realizzazione di un socialismo
tecnocratico. Visitano insieme l'Urss nel 1932 e
Sidney vi tornerà da solo nel 1934. Il loro resoconto di viaggio si intitola Comunismo sovietico: una nuova civiltà? nella prima edizione del 1935 e Comunismo sovietico: una
nuova civiltà (senza interrogativo) nella seconda del 1937. Definiscono
"evidentemente libero da ogni forma di atrocità
fisica" il sistema penale sovietico. Visitato anche il cantiere del canale
del Mar Bianco, gestito dalla polizia politica, esaltano
la capacità di redenzione del lavoro là svolto dai deportati, che, dicono,
"facevano a gara" tra loro, coinvolti nell'"emulazione
socialista"; sostengono che "questa partecipazione appassionata
equivaleva a riconoscere ufficialmente la capacità dell'Ogpu
non soltanto nel realizzare una grandiosa opera di ingegneria, ma soprattutto
nell'ottenere una vittoria nel campo della rieducazione umana". Affermano:
"Stalin non è un dittatore, ma un rappresentante al Soviet supremo dell'Urss regolarmente eletto in un collegio elettorale di
Mosca". Non sono peraltro i soli laburisti inglesi ad
ammirare Stalin: anche il teorico Harold Laski nel 1935, dopo un viaggio nell'Urss,
giudica la prigione sovietica "infinitamente più avanzata"
dell'inglese; e lo storico del socialismo G.H.D.Cole:
"E' molto meglio essere governati da Stalin che da un gruppo di scemi e
apatici socialdemocratici". Il romanziere Herbert
Wells incontra Stalin nel 1934. Tornato in
Inghilterra, riconosce la mancanza di libertà esistente nell'Urss, ma afferma che essa è giustificata dallo sforzo della
creazione di una società razionale. Nel 1935 anche il filosofo di Cambridge Ludwig Wittgenstein visita l'Urss e per alcuni anni coltiva l'idea di trasferirvisi,
convinto che essa rappresenti un'alternativa valida
alla decadenza dell'Occidente. Lo impressiona l'assenza di disoccupazione.
Dice: "La tirannia non mi indigna". Non
mutano il suo atteggiamento né i processi di Mosca né il patto Stalin-Hitler. Vorrebbe vivere nell'Urss
di Stalin, oppure nell'Italia di Mussolini, che gli paiono "paesi austeri". Nei primi anni '30
l'economista John Maynard Keynes studia l'agricoltura sovietica, ma non si accorge
della carestia che la sta travolgendo. Dei processi pensa che siano
sostanzialmente corretti e che sventino un tentativo rivoluzionario contro
Stalin. L'industriale elettrico e petroliere francese Ernest
Mercier visita l'Urss nel
1935 e torna entusiasta dei risultati del piano quinquennale. Anche lo
scrittore pacifista Romain Rolland la visita nel 1935 e
ne riporta un'impressione molto positiva. Nel 1936, a sua volta, l'ambasciatore
americano Joseph Davis
esalta il "liberalismo" della nuova costituzione sovietica. I riconoscimenti
americani vengono anche da cariche più elevate. Nel 1944 sono nell'Urss il vicepresidente Henry Wallace e il democratico Owen Lattimore, professore alla John Hopkins. Visitano il campo di lavoro di Madagan
a Kolyma, che per la durata della loro permanenza viene trasformato in campo modello senza torri di guardia e
filo spinato, tanto che essi ne possono fare una descrizione idilliaca. Invece,
gli italiani non comunisti, ovviamente, visitano l'Urss
solo dopo la guerra. Nel 1950, la "diretta esperienza" di viaggio permette allo storico della letteratura Luigi Russo di
testimoniare che "nessun altro popolo come i popoli sovietici è tanto
geloso della propria libertà".
Esemplare
anche la vicenda del filosofo e scrittore Jean-Paul Sartre. Nel 1947 rompe con Raymond
Aron, nel 1948 con Arthur Koestler,
nel 1951 con Maurice Merleau-Ponty,
perché non accetta di seguire gli ex amici nella condanna dello stalinismo.
Dopo un lungo periodo di polemiche col Pc francese,
che ha raggiunto il culmine all'epoca di Le mani
sporche, nel 1952 si riavvicina al partito e lo difende dalle accuse di
dogmatismo dell'intellettuale comunista Pierre Hervé. Nel 1951-52 Sartre rompe
anche con Albert Camus, a
causa di L'uomo in rivolta, nel quale legge un attacco
allo stalinismo. Rifiuta di pronunciarsi nelle polemiche sui campi di
concentramento sovietici ("Non essendo noi membri del Partito né
simpatizzanti dichiarati, non era nostro dovere pronunciarsi sui campi di
lavoro sovietici") e sull'affare Slansky. Nel
1952 partecipa alla conferenza del movimento per la pace organizzata dai
comunisti a Vienna, dichiarando, in modo evidentemente menzognero, che i tre
più importanti eventi della sua vita sono stati il Fronte popolare del 1936, la
Liberazione e "il presente congresso". Nel 1954, dopo un viaggio in
Russia, in una serie di articoli per "Libération": "In Urss
la libertà di critica è totale"; "I cittadini sovietici criticano il
loro governo molto più apertamente e in modo più efficace di quanto non
facciamo noi"; "La condizione dei cittadini sovietici è in costante
miglioramento in una società che continua a progredire"; essi sono
"ammirevolmente nutriti ed alloggiati", e che non si recano
all'estero non perché il governo lo impedisca, ma perché non hanno alcun
desiderio di farlo; "Il cittadino sovietico vive in un sistema competitivo
a tutti i livelli, ma l'interesse del singolo e quello della collettività gli
appaiono coincidenti"; "Oggi, nell'Urss,
l'emancipazione delle donne è totale"; "L'appartenenza alla classe
dirigente, qui, non è una sine cura, perché essa è
sottoposta alla critica permanente di tutti i cittadini"; "L'Urss marcia verso il futuro". Rifiuta di accettare il
rapporto segreto di Kruscev "per non togliere la
speranza a Billancourt", cioè
agli operai comunisti. Dichiara nel 1956: "Io, come voi, trovo
inammissibile l'esistenza di quei campi di concentramento, ma è altrettanto
inammissibile l'uso giornaliero che ne fa la stampa borghese". Lamenta che
la denuncia sia stata compiuta da Kruscev "senza
spiegazioni, senza analisi storica, senza prudenza".
L'antifascismo
spesso induce anche i non comunisti a guardare con simpatia a Stalin e all'Urss. Nel giugno 1935, Willi Münzenberg, l'abile
propagandista del Comintern, organizza a Parigi in
chiave antifascista un "Congresso internazionale degli scrittori per la
difesa della cultura". Vi partecipano nomi eccellenti della cultura
progressista europea: Alain, Rolland,
Barbusse, Aragon, Malraux, Gide, H.Mann, Brecht, Erenburg, A.Tolstoj. Il comunismo
viene proclamato maggiore alleato dell'antifascismo. Ma Gaetano Salvemini è accolto con
freddezza quando denuncia il caso di Victor Serge,
perseguitato in Russia per le sue idee libertarie. Nella Cambridge della metà
degli anni '30 i sovietici possono reclutare come spie alcuni studenti (il
"ring of five": Anthony
Blunt, Guy Burgess, David Maclean, John Cairncross e Kim Philby, tutti destinati a occupare ruoli di grande responsabilità nei ministeri e
nei servizi segreti inglesi) che vedono nell'Urss il
"baluardo contro il fascismo". Anche i
progressisti italiani non comunisti si lasciano affascinare dall'Urss. Nel 1936 il giurista democratico Silvio Trentin, esponente di Giustizia e Libertà, esalta la nuova
costituzione sovietica e dichiara che il terrore in Russia è ormai una pagina
chiusa. Dopo la guerra, il filosofo Norberto Bobbio,
in Politica e cultura (1955), pur sostenendo che il socialismo deve creare
"nuove forme di libertà" senza abolire le antiche, ai paesi
socialisti attribuisce il merito di avere "effettivamente iniziato una
nuova fase di progresso civile, di democrazia sostanziale con la collettivizzazione degli strumenti di produzione", e
concede che "il regime socialista, lungi dal sopprimere la libertà in
astratto, sopprime le libertà che son diventate
privilegi".
Neppure
il Grande terrore staliniano del 1936-38 riesce a
distruggere negli intellettuali il credito che l'Urss
si è conquistata come baluardo dell'antifascismo. Nel 1936-37, impressionata
dagli eventi sovietici, la Lega dei diritti dell'uomo (l'associazione formatasi
tra gli intellettuali francesi all'epoca dell'affare Dreyfus
per difendere i principi della libertà e della democrazia) promuove
un'inchiesta: malgrado le critiche di una minoranza,
la maggioranza, guidata dal radicale Victor Basch,
sostiene la credibilità delle confessioni, ritenendo impossibile che esse siano
tutte estorte e ricordando comunque che le rivoluzioni, come la francese,
aprono la strada del progresso anche se possono occasionalmente macchiarsi di
violenze. Henri Barbusse,
scrittore premio Goncourt
1916, crede alle confessioni di Mosca. Lo scrittore tedesco Lion
Feuchtwanger e l'ambasciatore americano Joseph Davis assistono
personalmente ai processi e ne escono convinti della
colpevolezza degli imputati. Upton Sinclair dice che le confessioni ai processi di Mosca non
possono essere estorte, perché sono rese da personaggi che hanno saputo
resistere alle torture della polizia zarista. Lattimore
trova che i processi dimostrino il potere di denuncia
di cui in Urss gode il cittadino comune e parla di
"democrazia". I giornali liberal americani
"The Nation" e "The New Republic" difendono con ostinazione la regolarità dei
processi. Alcuni esponenti della sinistra libertaria americana, con l'appoggio
del filosofo John Dewey,
creano una commissione d'inchiesta per riesaminare i processi di Mosca. Ma
contro di essa prendono pubblicamente posizione altri
intellettuali, tra i quali gli scrittori Theodore Dreiser, Granville Hicks e Corliss Lamont. Brecht: "Anche i più
feroci nemici dell'Unione sovietica e del suo governo sono stati costretti ad
ammettere che i processi hanno chiaramente accertato
l'esistenza di attive cospirazioni contro il regime. [...] A queste
cospirazioni si sono uniti tutti i parassiti, i criminali di professione, gli
informatori, tutta la feccia in patria e all'estero". Quando la sua ex
amante Carola Neher viene
arrestata a Mosca, dice: "Se è stata condannata, dovevano esserci delle
prove contro di lei". Brecht peraltro commenta
anche cinicamente: "più innocenti sono, più si meritano
una pallottola in testa". Lo scrittore francese André
Malraux: "Proprio come l'Inquisizione non
distrusse la fondamentale dignità del cristianesimo, così i processi di Mosca
non hanno diminuito la fondamentale dignità del comunismo".
Anche le
denunce del Gulag trovano scarso seguito. André Gide visita l'Urss nel 1936, e, a
differenza dei più, non ne riporta un'impressione positiva.
In Ritorno dall'Urss (1936) denuncia la repressione
staliniana, ma la denuncia viene accolta con
indignazione dagli intellettuali comunisti e antifascisti. In Ritocchi (1937) Gide ribadisce le sue osservazioni
e anzi paragona il terrore comunista a quello fascista. Le prime ampie
testimonianze sul Gulag vengono dai polacchi rilasciati nel 1941-42. I casi più
significativi sono però del dopoguerra. Viktor Kravcenko, un membro della
commissione sovietica per gli acquisti tecnologici inviato dall'Urss negli Stati Uniti nel 1943, decide di restare in
America. Nell'aprile del 1944 rompe con Mosca e quindi scrive e pubblica un libro,
Ho scelto la libertà, dove spiega le cause di questa rottura, racconta della
vita in Unione Sovietica e della politica di Stalin nei confronti dei contadini, degli ingegneri e dei vecchi bolscevichi. Il
libro viene tradotto in ventidue lingue e letto
dappertutto. In Francia esce nel 1947. Per al prima
volta, la Francia e il mondo occidentale tutto discutono dei lager sovietici.
Allora, il settimanale letterario francese vicino al Pcf
"Les Lettres Françaises", diretto da Aragon,
inizia una campagna contro Kravcenko, infangandone il
nome, offendendolo, sostenendo che il libro non è stato scritto da lui e che
l'autore è un fascista che porta acqua al mulino di Hitler.
La rivista soprattutto nega l'esistenza dei campi di concentramento. Kravcenko reagisce e intenta causa per diffamazione contro
la rivista. Il processo si tiene tra il gennaio e il marzo 1949, concludendosi peraltro con una sentenza favorevole a Kravcenko. Ma è significativo il
fatto che la rivista abbia potuto citare come testimoni intellettuali e
politici prestigiosi: Fernand Grenier,
deputato comunista, ministro nel 1944, racconta che nei suoi due viaggi in Urss, 1933 e 1936, ha visto solo contadini russi felici. Vercors, resistente, autore del Silenzio del mare, dichiara
che nel libro di Kravcenko si sente "aria di Vichy" e che esso non avrebbe mai
potuto essere pubblicato all'indomani della liberazione. Lo storico Jean Baby dichiara che il resoconto della situazione russa
è del tutto implausibile. Il presidente
dell'Associazione francese dei deportati, Lampe,
dichiara che i russi amano la patria, e che quelli che dicono di scegliere la
libertà, scelgono di fatto il tradimento. Il filosofo Roger Garaudy mette in ridicolo
il libro e ironizza sull'affermazione che sotto lo zarismo
c'erano migliaia di persone in carcere, mentre sotto il comunismo ce ne sono
milioni. Lo scienziato premio Nobel Frédéric Joliot-Curie testimonia
che i russi sono felici e sostengono il regime, definendo quello di Kravcenko "un libro sporco". Quando Kravcenko viene invitato in
Italia, il Pci stesso organizza prontamente una serie
di manifestazioni ostili. Dal novembre 1950 al gennaio 1951 si tiene a Parigi
un secondo processo tra "Les Lettres
Françaises" e David Rousset,
intellettuale ex trotskista, già deportato dai tedeschi,
che nel 1946 ha ricevuto il premio Renaudot per il libro L'univers concentrationnaire e che nel novembre 1949 ha lanciato un
appello agli ex deportati nei lager nazisti perché formino una commissione
d'inchiesta sui lager sovietici. In seguito al suo appello,
nel febbraio 1950, Margarete Buber-Neumann
in Pour l'enquête sur les camps soviétiques. Qui est
pire, Satan ou Belzébuth? sul "Figaro littéraire" racconta della sua duplice esperienza di
deportata nei campi sovietici e nazisti (comunista esule in Russia all'avvento
del nazismo, poi deportata nel Gulag all'epoca del Grande terrore, con altri
500 comunisti tedeschi era stata riconsegnata alla Gestapo,
dopo il patto Stalin-Hitler). In
appoggio ai dissidenti sovietici e per contrastare le iniziative dell'Urss per guadagnare un'egemonia sul mondo della cultura
occidentale, i maggiori intellettuali anticomunisti (tra gli altri, Croce, Dewey, Jaspers, Maritain, Russell, Aron, Auden, Caillois, Camus, Faulkner, Malraux, Th.Mann, Queneau, Seton-Watson, Salvatorelli, Salvemini, Spadolini, Silone, Soldati)
promuovono un Congresso per la Libertà della Cultura, che si insedia a Parigi
nel 1952, ma trova un ambiente complessivamente ostile. Pablo
Neruda ancora nel 1972 giudica "problemi
assolutamente personali" quelli incontrati da Solzhenitsyn,
aggiungendo: "non ho alcuna voglia di diventare
uno strumento di propaganda antisovietica".
Le
case editrici ritardano la denuncia dei crimini comunisti. Boris Souvarine, francese convertito al bolscevismo dall'Ottobre,
poi espulso dall'Urss per trotskismo,
nel 1935 trova difficoltà a pubblicare il suo Stalin, che Gallimard
rifiuta e accetta invece Plon, malgrado
l'opposizione del filosofo Gabriel Marcel. All'epoca
il timore è quello di indebolire il Fronte popolare e l'antifascismo. Negli
anni '40 il timore sarà quello di incrinare l'alleanza occidentale-sovietica.
Nel 1944 lo scrittore inglese libertario George Orwell scrive La fattoria degli animali, opera di critica
molto radicale, e abbastanza trasparente, al regime sovietico. Cerca di farla
pubblicare dalla casa editrice Macmillan, diretta in
quel momento dal grande poeta inglese di orientamento
cattolico conservatore Thomas Eliot,
ma ottiene un rifiuto. Del tutto speciali le
resistenze editoriali in Italia. La società aperta di Popper
(1945) viene pubblicata in Italia solo nel 1974.
Socialismo di von Mises
dopo 70 anni. La via della schiavitù di von
Hayek dopo quasi 60 anni. Gustaw
Herling, Un mondo a parte (1951) è la prima opera
letteraria a denunciare il gulag. In Italia resta quasi sconosciuta fino alla
terza edizione del 1992 presso Feltrinelli. Nel 1975 Einaudi respinge la
pubblicazione di Kolyma di Varlam
Shalamov, proposta da Vittorio Strada. Il
"Corriere della Sera" sotto la direzione di Ottone
decide di annullare un'anteprima dall'edizione di racconti che stava per essere
edita da Savelli nel 1976. Guido Ceronetti,
che giudica Shalamov testimone dell'orrore del XX secolo pari a Kafka e Céline, propone Kolyma ad Adelphi a metà degli anni Ottanta, ma Adelphi
lo pubblica solo nel 1995. Nel 1995, infine, Einaudi
pubblica l'intera opera, ma annulla l'introduzione di Herling
e Piero Sinatti. Il Grande Terrore
di Robert Conquest, l'opera
fondamentale sulle purghe staliniane, tradotta per Mondadori
nel 1970, resta introvabile per decenni, finché Rizzoli
non la ripubblica nel 1999.
Gli
intellettuali cercano nuovi paradisi. Col XX congresso del Pcus e l'invasione
dell'Ungheria, nel 1956, il fascino dell'Urss sugli
intellettuali comincia a declinare. Ma
non pochi trovano presto nuovi miti. All'indomani della rivoluzione di Castro,
l'economista americano Paul Baran
prevede che a Cuba il socialismo riuscirà a produrre una ricchezza "di
proporzioni gigantesche". Sartre, che è
diventato antisovietico dopo i fatti d'Ungheria, e il sociologo americano Charles Wright Mills visitano a Cuba. La lasciano pieni di speranza.
Dichiara Sartre: "Il paese emerso dalla
rivoluzione cubana è una democrazia diretta". Molti intellettuali
occidentali, soprattutto americani, si recano annualmente a Cuba per
partecipare al taglio della canna da zucchero insieme alla Brigata Venceremos. Molto affascinati da Castro sono
in particolare i leader della protesta nera negli Usa. Così, Angela Davis: "tagliare la canna da
zucchero era diventata una cosa qualitativamente diversa con la
rivoluzione". E il teorico delle Pantere Nere Huey
Newton: la società cubana "è veramente, per ognuno, una grande
famiglia che si preoccupa del benessere di tutti". Al Congresso culturale
cubano del 1968 partecipano tra gli altri lo psichiatra David Cooper, lo scrittore e disegnatore Jules
Feiffer, lo storico Eric Hobsbawm, gli scrittori H.M.Enzensberger
e Susan Sontag. Tutta la sinistra europea condanna
l'intervento americano in Vietnam, ma la guerra spinge anche diversi intellettuali
americani a solidarizzare con il governo di Hanoi,
chiudendo gli occhi sulla brutalità della dittatura comunista. Le scrittrici
Susan Sontag e Mary Mc Carty visitano il Vietnam e assicurano che i vietnamiti si
preoccupano molto coscienziosamente della salute degli americani catturati. La Sontag: "Quando l'amore entra nella sostanza delle
relazioni sociali, il legame di un popolo ad un singolo partito non è
necessariamente disumanizzante". L'attrice Jane Fonda invita le truppe americane a solidarizzare con i
vietnamiti parlando da Radio Hanoi. Neppure il disimpegno americano del 1973 consente sempre di recuperare
un atteggiamento lucido nei confronti del regime vietnamita. Un manifesto del
1977, firmato tra gli altri, dall'economista Paul Sweezy, dallo scrittore David Dellinger
e dal filosofo e poeta Corliss Lamont,
dichiara: "l'attuale stato di sofferenza in cui
si trova il popolo vietnamita è in gran parte conseguenza della guerra, di cui
gli Stati uniti continuano ad avere la responsabilità". Nel
1979 Corliss Lamont
e altri attaccano la cantante Joan Baez che ha osato criticare il regime vietnamita,
assicurando che "il Vietnam gode ora di diritti umani come non è mai
avvenuto nel corso della sua storia". Ma è soprattutto la
Cina di Mao, in particolare la Cina della
Rivoluzione culturale, che si conquista negli anni '60 e '70 la fama di regime
capace di realizzare un vero protagonismo popolare. La scrittrice Maria Antonietta Macciocchi è la
sua propagandista più entusiasta: la Cina è "il
più straordinario laboratorio politico del mondo", dove "la politica
significa sacrificio, coraggio, altruismo, modestia e frugalità". Sartre e la sua compagna, la scrittrice Simone De Beauvoir, la visitano e la
esaltano. La De Beauvoir sentenzia: "la diversità con il sistema staliniano è evidente, dal
momento che in Cina non esiste nessun tipo di internamento
amministrativo". Esalta il sistema carcerario cinese, contrapponendolo
alle prigioni di Chicago, che ha visitato, e loda il sistema maoista della
delazione, perché in Cina "la giustizia è organizzata per il bene della
gente". Nega che gli intellettuali siano sottoposti a pressioni:
"Ogni scrittore decideva per suo conto su che cosa avrebbe scritto il suo
prossimo libro". Inoltre, è pensando alla Rivoluzione culturale che Sartre dichiara nel 1971: "L'intellettuale che non
combatte, sia fisicamente che intellettualmente, in prima linea contro il
sistema è uno che, fondamentalmente, sostiene il sistema, e dovrebbe essere
giudicato di conseguenza"; "Quando i giovani si scontrano con la
polizia, nelle piazze, il nostro dovere non è soltanto di dimostrare che i
poliziotti sono violenti, ma unirci alla gioventù nella pratica della controviolenza"; "L'intellettuale, più di ogni altro, deve capire che ci sono soltanto due tipi di
persone: l'innocente e il colpevole. Quindi
comportarsi di conseguenza". Sotto l'influenza del maoismo, Sartre è disposto a tollerare ogni forma di violenza,
purché non esercitata attraverso apparati burocratici. Dice: "Devi sempre
stare dalla parte della rivoluzione e se finisce male, se sarò tradito,
cambierò idea". Esalta il terrorismo palestinese: "il
terrorismo è l'arma del povero"; e giunge perfino a difendere la strage di
Monaco. Ma già negli anni '60 aveva fatto l'apologia
della violenza. Aveva scritto nella prefazione a Franz
Fanon, Dannati della terra (1961): "uccidere un europeo è conseguire contemporaneamente due
scopi: eliminare l'oppressore e l'uomo che di quell'oppressione
è il frutto". Nel 1962: "A mio giudizio il problema di fondo è di rifiutare la tesi secondo cui la sinistra non
dovrebbe mai rispondere alla violenza con la violenza". Nel 1968 saluta le
barricate studentesche in un'intervista a Radio Lussemburgo: "La violenza
è l'unica cosa che resta agli studenti che non sono ancora entrati nel sistema
creato dai loro padri"; "Nei nostri paesi occidentali infiacchiti,
l'unica forza di contestazione di sinistra è costituita dagli studenti".
Nella primavera 1970 accetta di fare parte del gruppo maoista Sinistra Proletaria
e diviene direttore responsabile del suo giornale "La
Cause du Peuple"
(che incita i militanti a chiudere nelle "prigioni del popolo" i
direttori delle fabbriche e a linciare deputati e ministri). Della
Cina anche lo storico inglese Basil Davidson loda il "rimodellamento"
degli scrittori, mentre lo svedese Jan Myrdal, esponente del movimento studentesco, loda la
maoista "rieducazione" degli intellettuali nelle campagne come
provvedimento capace di abolire il carattere castale
della cultura. Davidson nota anche come dopo la
rivoluzione cinese "non ci fosse più bisogno di scioperare per i
lavoratori". Perfino la Cambogia dei Khmer rossi
ha trovato difensori. Il linguista americano Noam Chomsky ancora nel 1977 giudica "storie" quelle
delle atrocità khmer e "assolutamente inattendibili"
i racconti dei profughi. Sostiene che le esecuzioni si contano al massimo
nell'ordine delle centinaia, e che esse, comunque,
vanno spiegate con "la minaccia di fame derivante dalle distruzioni e
dagli assassinii americani". Mentre Jan Myrdal e il vecchio radicale
americano Scott Nearing
(già apologeta dell'Urss negli anni '30) descrivono con entusiasmo anche l'Albania comunista di Enver Hoxha, che hanno potuto
visitare.